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1. Sul concetto di «costituzione»

L’approccio al problema del significato del termine «costituzione» è particolarmente problematico, in quanto fa riferimento ad una nozione polisensa, caratterizzata da una intrinseca vocazione all’ambiguità che, in definitiva, le conferisce una speciale elasticità, una peculiare capacità di resistenza o di adattabilità alle trasformazioni del divenire.

Il concetto di costituzione sta ad indicare tradizionalmente tre aspetti.

La costituzione prima di tutto istituisce una entità giuridica [Modugno] e ne rappresenta la condizione di validità [Ross; Mortati]. Essa, in altre parole, detta le norme fondative della comunità statale [Smend; Schmitt].

In secondo luogo, la costituzione contiene la disciplina, distribuzione (divisione) e limitazione del «potere» sovrano. La giuridicità del concetto di costituzione le conferisce la capacità ordinativa, innescando l’incessante processo dialettico «dell’ordinare e dell’essere ordinato», che si pone in essere in virtù dell’anelito delle costituzioni «giuridiche» a perseguire l’«ordine» (appunto a disciplinare-distribuire-limitare il potere), in contrapposizione allo stato naturale di «disordine» della realtà giuridica (ed alla naturale vocazione del potere a non sottostare alle regole, così da risultarne limitato) [Modugno].

La costituzione, infine, assurge alla funzione di legge fondamentale di un’entità giuridica.

In realtà, le tre accezioni del termine sono riconducibili ad unità semantica, perché, com’è stato perfettamente sostenuto, essi sono «soltanto i momenti di sviluppo di un unico concetto, poiché l’istituzione o fondazione del gruppo sociale implica la costituzione o struttura di esso e viceversa, ed entrambi implicano e sono implicati dal loro perdurare, persistere e svilupparsi» e quindi in definitiva la costituzione è «regola del potere supremo o sovrano» e disciplina dell’organizzazione dell’«autorità costituita» [Modugno], nei cui confronti opera in funzione di «autolimitazione» [Jellinek].

Le prime costituzioni, almeno quelle conformi al concetto moderno di costituzione qui accolto, nascono in Francia alla fine del XVIII secolo. Sono gli atti della lotta per le Costituzioni, in cui le sciabole e le rivoltelle sono sguainate per ottenere «la Costituzione». Già a partire da allora emerge l’idea che due elementi sono necessari perché possa concepirsi giuridicamente una Costituzione: la garanzia dei diritti e la separazione dei poteri. Ma se «fissare i limiti al potere significa, essenzialmente, separare la sfera dell'autorità e della libertà, determinandone i confini» [Martines], allora il concetto di costituzione assume un contenuto essenziale unitario. Conseguentemente diviene compito della costituzione, per dirla con le efficaci parole di Martines: «dividere il potere a seconda delle tre diverse funzioni fondamentali (legislativa, esecutiva, giurisdizionale), in cui esso si manifesta, affidando la titolarità e l'esercizio di ciascuna di esse ad organi tra di loro distinti per le modalità di formazione e di legittimazione, per le attribuzioni e per l'efficacia degli atti da essi posti in essere; significa sottoporre l'esercizio del potere al dominio ed alla supremazia della legge, cosicché dal governo degli uomini si passi al governo delle leggi; significa, infine, riconoscere e garantire nelle costituzioni alcuni diritti pubblici soggettivi ai cittadini nei confronti dello Stato, una loro sfera di libertà presidiata e protetta da opportuni strumenti giurisdizionali, la cui applicazione è assegnata ad un corpo di magistrati indipendenti dal potere politico».

La funzione di garanzia delle libertà individuali connessa all’azione di limitazione del potere richiede necessariamente il perseguimento della stabilità. È in sé difficile limitare il potere e trovare un equilibrio che consenta il buon funzionamento delle istituzioni politiche, «ma quando esse sono modificate frequentemente la nazione non ha il tempo di imparare in che modo farle funzionare bene» (Bryce). Al riguardo è estremamente efficace la metafora evocata da Bryce, che suona come monito nei confronti della minaccia attuale arrecata dall’impulso riformista impazzito, elettrizzatosi con l’avvento dell’età del bipolarismo: «La pianta non crescerà se gli uomini troppo spesso disotterrano le radici per vedere come stanno attecchendo».

L’aspirazione alla stabilità della costituzione fonda la classificazione fra costituzioni rigide e costituzioni flessibili, a seconda che prescrivano o meno procedimenti speciali ed aggravati per la loro revisione, con la conseguenza che il potere di revisione costituzionale risulta, nell’ipotesi delle costituzioni rigide, sottratto alla disponibilità del legislatore ordinario.

La rigidità costituzionale, dunque, pone un limite alle modiche testuali della costituzione formale. Al concetto di costituzione formale, che si riferisce al disegno astratto consacrato in un documento giuridico, si oppone, com’è noto, il concetto di costituzione in senso materiale, o costituzione vivente che, in senso dinamico, indica il sostanziale atteggiarsi delle scelte formalmente sancite in Costituzione alla luce delle contingenti istanze politico-sociali emergenti in un determinato momento storico. Indica, in sintesi, «quel nucleo essenziale di fini e di forze che regge ogni singolo ordinamento positivo» [Mortati] che non necessariamente si scontra con la costituzione formale, ma che più spesso ne rappresenta un’evoluzione e una trasformazione [Modugno].

2. Sulla Costituzione italiana

Il termine «costituzione» si presta a due letture opposte ma non configgenti: esso ha un significato descrittivo «del tutto eguale a quello che ha nelle scienze naturali», ma questa accezione non implica che nei diversi ordinamenti, le costituzioni singolarmente considerate abbiano un contenuto politico e assiologico [Matteucci].

La Costituzione italiana è più spesso intesa come assiologicamente orientata [tra i tanti, Mengoni, Baldassarre, Luciani, Zagrebelsky, Modugno, Rimoli, Cotta, Bin, Berti, Nania, Ruggeri, Spadaro, Nocilla]. In questa prospettiva può essere concepita come l’atto normativo fondamentale dell’ordinamento orientato ad un sistema di valori, che non presuppone, ma che assume dai valori sociali avvertiti dalla comunità e che formalizza (positivizza) in un testo giuridico. Partendo da questa premessa, invero affatto pacifica in dottrina [Pace] è possibile affermare che la Carta costituzionale italiana abbonda di «enunciati espressivi o costitutivi di principi, di scopi, di programmi» [Modugno].

È noto a tutti che la Costituzione italiana è caratterizzata da una fortissima connotazione compromissoria, essendo stata posta in essere a seguito di un patto fra forze politiche che si richiamavano ad ispirazioni ideologiche molto diverse. La natura compromissoria, se ha prodotto un parziale deficit di coerenza [Maranini], non ha tuttavia impedito di rinvenire un nucleo duro di principi comuni a tutte le ispirazioni che indubbiamente conferiscono organicità e coerenza complessiva al disegno finale. Tali principi fondamentali sono il primato della persona, i principi di libertà e di giustizia sociale, il rifiuto dei totalitarismi [Onida]. Relativamente alla disciplina dei diritti inviolabili della persona il compromesso fu raggiunto grazie alla rinuncia dei cattolici alla definizione di tali diritti come «naturali», in adesione ai precetti del giusnaturalismo ed alla rinuncia delle forze di ispirazione comunista alla concezione funzionalista di tali diritti, in tanto tutelabili in quanto riconosciuti dall’onnipotenza del legislatore [Baldassarre].

La migliore esemplificazione testuale dell’anima ideologica plurale della Costituzione italiana è fornita dall’art. 2 e dall’art. 3, c. 2. L’art. 2 assegna alla Repubblica il compito di riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell'uomo che, come illustrò bene Aldo Moro in Assemblea costituente, «non è soltanto singolo, che non è soltanto individuo, ma che è società nelle sue varie forme, società che non si esaurisce nello Stato». L’art. 3, c. 2, introduce invece il principio di uguaglianza sostanziale («È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese»), con ciò tracciando - cito le parole piene di pathos che Calamandrei rivolse agli studenti milanesi nel celebre discorso del 1955 - «un programma politico concordato, diventato legge, che è obbligato realizzare». Perciò può dirsi che la nostra «è una Costituzione che apre le vie verso l’avvenire […] è una Costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che anche quando ci sono le libertà giuridiche e politiche, esse siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche e dall’impossibilità per molti cittadini d’essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica potrebbe anch’essa contribuire al progresso della società» [Calamandrei].

Ma, come detto, l’effettività della garanzia dei diritti è resa possibile evidentemente solo attraverso una equilibrata e razionale disciplina delle regole sulla limitazione del potere supremo. La risposta della nostra Costituzione alla sfida sulla possibilità di limitare il potere politico è nella previsione di un raccordo fra democrazia, rappresentanza e responsabilità: «non può aversi potere politico il quale sia politicamente irresponsabile». La soluzione prescelta, dunque, riposa nell’esclusione del potere politico dalla sottoposizione ad una delle forme della responsabilità giuridica, al fine di circoscriverlo entro i limiti, invero rivelatisi poi evanescenti, di un tipo speciale di responsabilità, quella politica.

La scelta politica riguardo alla forma di governo parlamentare è stata progressivamente ridimensionata (razionalizzata) dalla Costituzione materiale.

L’obiettivo della stabilità della Carta fondamentale è stato perseguito facendo ricorso all’opzione della rigidità della Costituzione. Tale scelta, consacrata nell’art. 138, per lungo tempo, nell’età del sistema elettorale proporzionale, ha costituito un baluardo quasi insormontabile contro il pericolo delle revisioni di maggioranza, oggi però, com’è sotto gli occhi di tutti, risulta ormai svuotata, alla mercé del sistema bipolare, della portata garantistica originaria e degenerata – detto senza enfasi retorica – a norma di autorizzazione di revisioni di parte, realizzate con l’avallo confermativo di sparute e distratte minoranze popolari.

Da ultimo occorre evidenziare che dall’opzione relativa alla rigidità costituzionale deriva l’importante conseguenza del riconoscimento della costituzione come legge superiore alla legge ordinaria e, quindi, la nascita del giudizio di costituzionalità. La novità dirompente della Carta costituzionale italiana è rappresentata proprio dall’introduzione del controllo di costituzionalità delle leggi, che subordina la legge del Parlamento allo scrutinio della Corte costituzionale, con ciò realizzando «un rapporto biunivoco tra legge e Costituzione: la Costituzione è limite per la legge del Parlamento, ma proprio perché è solo la legge del Parlamento che è soggetta al controllo di legittimità costituzionale, ad essa incombono anche, come dire, degli obblighi positivi in termini di implementazione e attuazione dei principi costituzionali» [Caretti]. Al legislatore, dunque, in funzione di sviluppo ed attuazione dei principi costituzionali, residua il compito fondamentale di proseguire ed attualizzare il disegno costituente.

È compito però di tutti i cittadini quella di mantenere in vita la Costituzione, perché «non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. […] Perché si muova bisogna ogni giorno, in questa macchina, rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere quelle promesse, la propria responsabilità» [Calamandrei].

 


Sintesi Dialettica - per l'identità democratica
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