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Tra i 7 e i 5 milioni di anni fa, in una preistoria remotissima, i nostri progenitori quadrupedi divennero bipedi. Questo evento di portata straordinaria dal punto di vista evolutivo, pose le condizioni per la nascita del linguaggio, la più sorprendente facoltà degli esseri umani, che affermandosi ha facilitato la produzione di ogni forma di cultura insieme alla maturazione emotiva e sociale.

Il linguaggio umano, nella sua accezione più semplice, è il mezzo più straordinario per lo scambio di informazioni. È il più sofisticato sistema di comunicazione e viene anche usato per comunicare con se stessi attraverso il pensiero che si avvale del linguaggio interiore. È anche uno strumento idoneo a lubrificare i meccanismi della struttura sociale, facilitando i rapporti e riducendo il livello di conflittualità.

Usando il linguaggio, la posizione del corpo, la mimica facciale, gesti e segni, possiamo comunicare ad altri sensazioni, ricordi, intenzioni, pensieri e possiamo anche dare loro un ordine, elaborarli e rifletterci su.

Con i simboli del linguaggio possiamo fare riferimento ad eventi, oggetti, stati d’animo o del corpo e possiamo esprimerci come meglio sappiamo e riteniamo. Possiamo usare parole, formare con esse frasi e poi frasi nelle frasi, per comporre all’infinito periodi che abbiano un senso, grazie a quella specialissima proprietà che è la ricorsività. Le parole sono materiale plastico, flessibile e ci permettono quella che è stata definita “compressione cognitiva” cioè la riduzione della complessità dei concetti ad una dimensione gestibile.

Il linguaggio e le sue peculiarità così speciali hanno promosso lo sviluppo della mente e le sue qualità di intelligenza, curiosità, creatività.

Le Origini del Linguaggio

Non si sa con precisione quando il linguaggio sia comparso e neanche da cosa abbia avuto origine. È difficile pensare che sia apparso all’improvviso e abbia raggiunto in poco tempo il livello sofisticato di oggi. È verosimile che la acquisizione di un linguaggio ricco di parole e con una sintassi complessa sia molto recente. Forse i nostri antenati più lontani, i primi esemplari del genere Homo, hanno cominciato a sviluppare la voce, ma sarà stato necessario parecchio tempo per arrivare a generare, comprendere e memorizzare le complicate strutture e la ricchezza dei suoni del nostro linguaggio.

Paleontologi e linguisti studiano e ricercano utilizzando resti fossili e, dal momento che laringe e faringe sono parti molli e non lasciano tracce fossili, per ricostruire le caratteristiche strutturali del cervello e di parti fonatorie di ominidi di epoche diverse, è stato particolarmente utile esaminare parti fossili adiacenti a laringe e faringe e le pareti interne delle ossa del cranio dove le formazioni cerebrali spesso lasciano la propria impronta. I crani di Homo habilis vissuto circa 2,5-1,8 milioni di anni fa, hanno rivelato importanti cambiamenti morfologici conseguenti al passaggio dalla deambulazione a 4 zampe (andatura quadrupede) a quella a 2 (andatura bipede); in sostanza una lieve curvatura della base del cranio, l’innalzamento della volta cranica, la riduzione del diametro antero-posteriore della testa che si andava verticalizzando.

Queste modificazioni hanno determinato, nel corso dello sviluppo evolutivo, l’abbassamento della laringe e l’ampliamento dello spazio sopralaringeo che ha assunto le caratteristiche di una cassa di risonanza per le vibrazioni delle corde vocali rendendo possibile la produzione di suoni linguistici articolati. Sono stati anche osservati i canali dell’ipoglosso, due avvallamenti delle parti laterali dell’osso occipitale che accolgono i nervi ipoglossi destro e sinistro i quali innervano la muscolatura della lingua per le funzioni deglutitoria e fonatoria.

I canali hanno grandezze proporzionali a quelle dei nervi che ospitano e nei crani di ominidi di Neanderthal (300 mila – 35 mila anni fa), presenti in Europa ancora prima di Homo sapiens, avevano dimensioni molto vicine ai canali dell’ipoglosso di Homo sapiens sapiens dei giorni nostri. Si ritiene dunque che l’uomo di Neanderthal fosse capace di parlare, sebbene avesse laringe e faringe non ancora strutturate opportunamente per produrre una grande varietà di suoni.

L’andatura bipede, rendendo liberi gli arti anteriori, ha favorito la prensilità e quindi l’approvvigionamento di cibo, mentre il senso del tatto diveniva via via più acuto e accurato. La alimentazione a base soprattutto di carni, ricca di proteine, ha favorito l’ingrandimento del cervello che, mentre in Homo habilis aveva una capacità di circa 600-750 cc , raggiunse la massa di circa 800-1000 cc in Homo erectus (1,8-1,5 milioni di anni fa).Questa forma di Homo, agile e veloce, cacciava su larga scala, uccideva e macellava animali usando manufatti in osso, pietra, legno che si costruiva da sé; viveva in gruppi che col tempo divennero sempre più numerosi e all’interno dei quali gli scambi tra i componenti erano più facili e favorivano lo sviluppo di interazioni sociali sempre più vantaggiose anche ai fini riproduttivi.

La nostra specie, Homo sapiens (500-300 mila anni fa), probabilmente si è sovrapposta parzialmente ad Homo erectus. Il cervello di Homo sapiens raggiunse un volume medio di 1400 cc, che poi è quello attuale sebbene con molte differenze tra individui.

 Come osserva Luca Cavalli Sforza genetista della Stanford University California “in una popolazione umana moderna non c’è relazione tra volume individuale del cervello e intelligenza, ma nella storia evolutiva della specie, il notevole aumento medio del volume cerebrale è indice di diverse capacità intellettive come quella di fabbricarsi utensili o di usare il linguaggio in maniera complessa”.

I primi rappresentanti di Homo sapiens vengono classificati come Homo sapiens arcaico; avevano ossatura robusta, arcata sopracciliare potente e faccia protrusa. Da 300 mila anni il cranio non si è più espanso e questi sapiens erano notevolmente simili a noi tanto che vengono definiti sapiens moderni o Homo sapiens sapiens.

Sull’origine del linguaggio non ci sono certezze. Tra le diverse ipotesi formulate le più accreditate sono la teoria gestuale e la teoria vocale.

Secondo la teoria gestuale il linguaggio sarebbe il risultato evolutivo di un sistema di gesti che avrebbero iniziato a manifestarsi quando, tra i 5 e i 7 milioni di anni fa, alcuni gruppi di primati, divergendo da una comune popolazione africana, acquisirono la posizione eretta e cominciarono a comunicare con gli arti anteriori grazie alla libertà di usarli. I gesti di braccia e di mani assunsero enorme importanza nella comunicazione faccia a faccia. Ancora oggi le scimmie antropomorfe possiedono un ricco repertorio di gesti e gli esperti ritengono che fosse così anche per i nostri antenati.

Secondo la teoria vocale il linguaggio potrebbe essersi sviluppato da un sistema di grida e versi istintivi monosillabici che esprimevano esclusivamente stati emozionali come paura, gioia, pericolo, eccitamento sessuale. Il passaggio dalla comunicazione attraverso gesti alla comunicazione vocale potrebbe essersi verificato per poter usare le mani per funzioni differenti.

 Modificazioni della bocca, della mandibola, delle strutture faringo-laringee incluse le corde vocali avrebbero reso possibile, come già detto, la produzione di suoni articolati. Non è escluso che il linguaggio possa aver avuto origine sia da gesti sia da richiami, urla e grugniti contemporaneamente. Tale ipotesi, a prova del profondo legame esistente tra espressione parlata e gestualità, spiegherebbe la localizzazione nell’emisfero cerebrale sinistro sia delle aree del linguaggio parlato sia di quelle che controllano i movimenti gestuali della mano destra (i muscoli della parte destra del corpo sono controllati da fibre nervose che originano per la gran parte nell’emisfero cerebrale sinistro;i muscoli della parte sinistra sono controllati da fibre nervose che nascono per la gran parte nell’emisfero destro).

Per oltre 1 milione di anni è stata l’Africa il teatro della storia dell’Uomo, come avevano lucidamente intuito Darwin e Huxley considerando che gli esseri viventi più simili all’uomo, i gorilla e gli scimpanzé, vivono in Africa.

Vari tipi di Homo sapiens arcaico abitavano l’Africa già 300 mila anni fa; Neanderthal era in Europa 200 mila anni fa; Homo sapiens sapiens era in Africa del Sud intorno a 130 mila anni fa, e più o meno nello stesso periodo in Israele.

Il sapiens moderno è intelligente, si costruisce da sé strumenti differenziati sempre più efficienti e dispone di un linguaggio articolato ed avanzato; dal sud dell’Africa si diffonde in tutta l’Africa che lascia circa 125 mila anni fa per andare verso il Medio Oriente dove rimane per 50-60 mila anni. Prosegue poi verso l’Europa e l’Asia e prevale su altre forme di Homo lì presenti, dimostrando così grande capacità di adattamento e grande curiosità.

Quale suono potevano avere le prime parole degli ominidi? Forse derivavano da suoni onomatopeici che imitavano suoni naturali. Le onomatopee non sono astratte, somigliano a quanto si ascolta realmente (come per esempio “bau” o “miao”) e per questo sono state definite parole “iconiche”.

Il linguaggio dunque nasce da sistemi cerebrali primitivi ma si sviluppa insieme con il cervello che va aumentando di volume e di complessità; causa ed effetto della evoluzione degli organi specializzati nei suoni del linguaggio parlato che si afferma verosimilmente circa 150 mila anni fa, sostituendo quasi del tutto la comunicazione basata su segnali chimici e corporei primordiali. Gli scienziati concordano sulla ipotesi che i nostri antenati abbiano messo insieme le parole in loro possesso, sufficientemente numerose e comprensibili dal gruppo, per formare espressioni semplici ed è molto probabile che piano piano ne sia originato un vocabolario comune trasmesso in orizzontale ai membri di un gruppo e poi diffuso in verticale di generazione in generazione tramite la comunicazione madre-figlio.

Vocalizzazioni e pensiero primitivi si sono dunque evoluti insieme in forme sofisticate di espressione orale e pensiero, poiché i suoni vengono registrati e catalogati in determinate aree cerebrali dove i neuroni collegano la memoria dei loro significati a concetti e a comportamenti.

Pensiero e linguaggio sono permeati prima di tutto dalla autocoscienza cioè dalla consapevolezza di Sé. La coscienza del proprio io è infatti la base non soltanto dello sviluppo del pensiero astratto e del linguaggio ma anche della coscienza dell’altro da Sé, del passato e del futuro e di una coscienza morale e responsabile.

Come sottolinea Antonio R. Damasio, neuroscienziato della Southern California University Los Angeles dove dirige il Brain and Creativity Institute, “la coscienza concentra e arricchisce la attenzione e la memoria, favorisce la formazione dei ricordi ed è indispensabile per la normale attività dei processi linguistici. Grazie alla coscienza, il linguaggio ci rende capaci di tradurre i pensieri in parole e frasi, e parole e frasi in pensieri”.

Il Linguaggio scritto

“Uno scriba la cui mano eguaglia la bocca è un vero scriba”. Questa frase fu scritta su una tavoletta di argilla da un anonimo sumero. Secondo i ritrovamenti archeologici, la scrittura come espressione grafica del linguaggio, sarebbe nata circa 5 mila anni fa tra l’Egitto e la Valle dell’Indo, nell’attuale Pakistan orientale (fino a poco tempo fa gli studiosi ritenevano che avesse avuto origine nel meridione della Mesopotamia, attuale Iraq sudorientale) da un sistema di catalogazione delle merci, per rappresentare con chiarezza, utilizzando immagini semplici, i prodotti da commerciare.

Nel IV millennio a.C. la scrittura veniva usata nel vicino Oriente, cioè nei Paesi del Mediterraneo orientale e dell’Asia di Sud-Ovest, sottoforma di sigilli, incisioni di solito su pietra, dapprima per garantire e proteggere l’integrità delle merci, in seguito adoperati per contratti e documenti come una vera firma autentica dal momento che l’incisione rappresentava un’esclusiva del proprietario.

I sigilli erano di due tipi: a “stampo” e a “cilindro”. Quelli a stampo erano simili ad un bottone spesso o ad un piccolo cono e avevano dimensioni molto variabili. Premendo il sigillo su un grumo di creta fresca, veniva impresso specularmente ciò che era stato inciso sulla sua superficie piatta.

Intorno al 3000 a.C. entrarono in uso i sigilli a cilindro che presto sostituirono quasi del tutto quelli a stampo. I sigilli a cilindro con un diametro di 1 cm e una altezza di 2-4 cm, venivano fatti rotolare sulla creta su cui lasciavano, in una sequenza teoricamente infinita, l’impronta delle loro incisioni, più accurate e complesse di quelle dei sigilli a stampo. Vennero adoperati fino agli ultimi secoli del I millennio, quando la pergamena man mano sostituiva le tavolette di argilla e ritornavano i sigilli a stampo, in uso quasi fino a giorni nostri, quando la loro impronta veniva lasciata sulla ceralacca.

Come riporta la Cambridge Encyclopedia of Language, Cambridge University Press, Cambridge 1987, i primi esempi di uso convenzionale del linguaggio scritto sono i caratteri cuneiformi delle incisioni dei popoli mesopotamici. Risalgono a circa 3500 anni fa, dunque al 1500 a.C., venivano impressi con uno stilo su blocchetti di argilla fresca grandi più o meno quanto un cellulare ed erano documenti veri e propri resi autentici dal sigillo personale del contraente. Le tavolette incise venivano di solito racchiuse e protette da una custodia, una sorta di involucro anch’esso di argilla su cui veniva incisa la sintesi del documento al suo interno. In caso di controversie la custodia veniva rotta per verificare il documento in toto che poteva essere di tipo amministrativo, storico, giuridico, diplomatico etc. oppure poteva consistere nell’incisione di elenchi di parole ciascuna accompagnata dal suo corrispettivo in diverse lingue dell’epoca, dunque veri e propri dizionari.

Oggi si ritiene che la scrittura sia stata determinante per lo sviluppo della civiltà poiché, rendendo più facili gli scambi socioculturali, ha rappresentato il principale elemento coesivo di una società evoluta così da essere divenuta presso alcune culture oggetto di venerazione, forma sacra di comunicazione trascendentale che soltanto scribi e sacerdoti potevano custodire e praticare .

Le lingue, tutte, si evolvono e si modificano nel tempo indipendentemente dalla volontà dell’Uomo; vengono invece modificati volontariamente la scrittura e i suoi sistemi perché si adeguino alle novità della lingua parlata e, malgrado non possa riprodurre esattamente l’espressione orale, la lingua scritta influenza e arricchisce la lingua parlata e ne rallenta il cambiamento, preservando forme e usi che altrimenti scomparirebbero.

Circa 3600 anni fa, cioè intorno al 1600 a.C. i Greci adottavano per la scrittura un alfabeto consonantico (possedeva segni soltanto per i fonemi consonantici) che si era sviluppato da un alfabeto pittografico (che rappresentava graficamente oggetti, avvenimenti, situazioni, anche concetti ma non aveva nulla di fonetico).

Nato dalla cultura cosmopolita di Canaan, attuale Israele, aveva assunto forme diverse in relazione alla localizzazione di vari centri commerciali con i quali i Greci intrattenevano intense relazioni attraverso l’Isola di Cipro.

Intorno al 1300 a.C. i Greci introdussero delle vocali nel loro alfabeto consonantico poiché ritennero che la loro assenza generasse ambiguità. Legarono vocali e consonanti nella medesima sequenza del linguaggio parlato e formarono parole come facciamo anche oggi. Da quell’alfabeto facile da usare derivano tutte le scritture dell’Europa occidentale e orientale.

I Romani conobbero la scrittura greca intorno al 500 a.C. tramite gli Etruschi e, con pochissime modifiche, crearono una nuova lingua, il latino che, grazie al potere economico e militare di Roma, divenne anche in versione scritta la lingua ufficiale di tutto il mondo occidentale persino presso i popoli celtici e germanici che parlavano idiomi di origine non latina.

Il Cervello che legge

Leggiamo vedendo e seguendo con gli occhi una sequenza di segni grafici che trasformiamo velocissimamente in una sequenza di suoni che, da soli o in associazione con altri suoni, formano un significato.

Per fare un esempio: quando leggiamo la parola “libro” mentalmente (cioè senza emettere suoni e senza neanche muovere la lingua e le labbra) il nostro cervello immediatamente la trasforma nel suono e nel concetto corrispondenti.

 Durante la lettura, secondo il parere di molti neuroscienziati tra i quali Dehaene, si attiverebbero dei neuroni che fanno parte di una regione della corteccia cerebrale vicina all’area acustica temporale nota come Visual Word Form Area (VWFA) dove verrebbero riconosciute le lettere e le loro sequenze. Dalla VWFA partirebbero segnali in direzione di diverse aree cerebrali per il riconoscimento del significato delle parole; per collegare la visione di ciò che leggiamo con il suono corrispondente che udiremmo se leggessimo ad alta voce o se lo facesse qualcun altro; per la attivazione delle reti di neuroni coinvolte nella pronuncia mentale della parola o delle parole.

In più riceverebbero segnali anche le aree corticali dove sono schematizzati i gesti necessari per scrivere quella parola. Quando scriviamo a mano, utilizziamo il corsivo che si chiama così perché in un certo senso corre, è veloce, dal momento che le lettere, i caratteri della scrittura, sono collegate l’una all’altra. Mentre scriviamo, percepiamo i movimenti che stiamo compiendo e i nostri sistemi sensoriali ne danno subito comunicazione ad una zona del lobo frontale detta area di Exner dove hanno origine i comandi per i nostri movimenti volontari. Stanislas Dehaene, docente al Collège de France, direttore della Cognitive Neuro Imaging Unit dell’INSERM (Institut National de la Santé Et de la Recherche Médicale), sostiene che “quando scriviamo si attiva un riconoscimento profondo del gesto grazie alla simulazione mentale “.

I due sistemi, quello percettivo-visivo e quello motorio, costituiscono la base del sistema linguistico universale condiviso da tutte le culture. Linguaggio e pensiero sono due funzioni distinte, ciò malgrado sono interconnesse in maniera complessa tanto che la nostra comprensione del linguaggio si è evoluta così da averci aiutato a comprendere alcuni aspetti fondamentali del pensiero.

Gli Organi del Linguaggio

Possiamo parlare grazie alla funzione coordinata di vari organi : i polmoni con la loro riserva di aria; la laringe con le corde vocali sede della fonazione, cioè fonte dei suoni che costituiscono le parole; la faringe e le cavità nasale e orale con le strutture annesse – lingua, palato, denti, labbra – che filtrano e modificano i suoni prodotti dalla laringe caratterizzandoli con qualità specifiche.

In sostanza la laringe, insieme alle corde vocali, a cartilagini articolate tra loro e a muscoli controllati finemente da una innervazione complessa, regolando il flusso di aria proveniente dai polmoni è in grado di produrre sequenze di suoni di intensità, frequenza e durata diverse.

La espirazione di aria polmonare dipende in larga misura dal rilassamento controllato del muscolo diaframma. Nella fase espiratoria della respirazione possono intervenire i muscoli addominali anteriori e intercostali interni che, contraendosi, prolungano la espirazione e, di conseguenza, aumentano il volume di aria emessa. Il reclutamento di altri gruppi muscolari oltre al diaframma avviene quando si grida o si tenta di parlare senza interrompersi.

Il Linguaggio e la Scuola

Nel corso del XIX secolo fino alla prima metà del XX, l’educazione scolastica tradizionale comprendeva la memorizzazione di poesie e di brani di letteratura anche in lingua straniera. Questa pratica era di grande utilità per rinforzare la memoria, inclusa quella uditiva.

La particolare attenzione all’insegnamento di una grafia chiara e leggibile favoriva la scrittura e simultaneamente la capacità di parlare senza esitazioni e di leggere velocemente. Nel corso degli anni 60 del XX secolo queste pratiche vennero via via eliminate dai programmi scolastici perché ritenute troppo rigide e poco significative dal punto di vista culturale. Ben presto però tale scelta si è rivelata sbagliata dal momento che ha eliminato l’allenamento sistematico della funzione mentale che permette di parlare in modo scorrevole e di comprendere il linguaggio simbolico e ha contribuito al declino generale della cosiddetta “eloquenza” che richiede un livello elevato di capacità uditive e di memoria.

Imparare a leggere comporta una importante elaborazione degli stimoli visivi e uditivi provenienti dal mondo esterno a noi, tanto più marcata quanto più precoce è l’apprendimento.

Studi sulle disabilità linguistiche dei bambini hanno dimostrato che la incapacità di riprodurre fedelmente i suoni più comuni come ba, pa, ma, da, mamma e papà dove vocali e consonanti si combinano, dipende molto spesso da un non corretto funzionamento dell’udito. Un udito che non funziona bene comporta non soltanto difficoltà di comprensione, povertà lessicale e una esposizione scarsamente coerente, ma problemi nella lettura e nella scrittura.

Il Linguaggio e il Cervello

Il linguaggio parlato e quello scritto sono gli aspetti motori della funzione linguistica mentre gli aspetti sensoriali riguardano la comprensione di ciò che si ascolta e di ciò che si legge mentalmente.

Entrambi gli aspetti sono possibili se riguardano una lingua conosciuta e dipendono essenzialmente da neuroni della corteccia cerebrale di ambedue gli emisferi.

Nella seconda metà dell’800 è stato scoperto che la funzione linguistica, come altre funzioni cognitive, è lateralizzata poiché è attribuibile per la gran parte all’emisfero sinistro del cervello, ed è anche localizzata poiché oggi conosciamo con precisione la posizione delle regioni emisferiche coinvolte in tale funzione.

La scoperta della localizzazione del linguaggio in una specifica area dell’emisfero cerebrale sinistro viene attribuita al chirurgo ed antropologo francese Pierre Paul Broca dell’Università di Parigi da quando, intorno al 1860, studiò il cervello post mortem di pazienti divenuti afasici. Per “afasia“ si intende un disturbo di entità variabile in cui risulta ridotta o abolita la capacità di produrre il linguaggio oppure di comprendere la lingua parlata.

Broca, con una felice intuizione, mise in relazione il quadro clinico di ciascun paziente – capacità di comprensione integra, grammatica e sintassi confuse, tendenza a ripetere parole e frasi, discorso esitante – con la sede della lesione che, all’esame autoptico del cervello, individuò in una regione circoscritta della parte posteriore del lobo frontale dell’emisfero cerebrale sinistro e ritenne fosse quella dove veniva prodotto il linguaggio. Comunicò la sua scoperta con la famosa frase “on parle avec l’émisphère gauche” e quell’area, a cui potè dare il suo nome, da allora viene indicata come area di Broca.

Le sue lesioni provocano una afasia indicata come afasia di Broca detta anche afasia motoria o espressiva.

Poco tempo dopo il neuropsichiatra tedesco Carl Wernicke, dell’Università di Breslavia, distinse tra i pazienti afasici coloro che avevano perduto la capacità di comprendere le parole da chi non era più in grado di esprimersi efficacemente perché colpito da afasia di Broca. Wernicke osservò all’esame autoptico che il cervello di chi non comprendeva più ciò che gli veniva detto presentava lesioni in un’area dell’emisfero sinistro posta al confine tra il lobo parietale e quello temporale. Quell’area, da allora, viene indicata area di Wernicke e la afasia causata dalle sue lesioni e caratterizzata da discorso fluente, scarsa ripetitività spontanea, grammatica e sintassi adeguate, parole inappropriate o inventate, viene indicata come afasia di Wernicke o afasia sensoriale.

La comprensione del linguaggio è certamente effetto di una corretta ricezione dei suoni da parte dell’apparato uditivo che li trasforma in segnali elettrici leggibili dalla area acustica del lobo temporale per la interpretazione di ciò che si ascolta. Avviene qualcosa di simile quando leggiamo mentalmente; dagli occhi partono segnali che, soltanto se si formano correttamente e altrettanto correttamente raggiungono la corteccia visiva del lobo occipitale, rendono possibile la interpretazione di parole, frasi e brani del testo.

Il riconoscimento dei suoni che ascoltiamo e la comprensione dei loro significati, così come il riconoscimento delle parole che leggiamo e la loro comprensione sono processi che si attuano correttamente soltanto se gli organi dell’udito e della vista, insieme alle aree corticali rispettive, sono integri e svolgono bene le loro funzioni.

In sintesi, la persona colpita da afasia di Broca non è più in grado di organizzare un discorso che abbia senso poiché non può più selezionare le parole, la loro sequenza e le relazioni sintattico-grammaticali; inoltre è andata distrutta la comunicazione tra i neuroni di questa area e quelli della corteccia motoria che controllano i muscoli della fonazione e i muscoli che coordinano i movimenti della lingua e delle labbra con quelli delle corde vocali.

La persona colpita da afasia di Wernicke ha grande difficoltà ad associare le parole con oggetti o concetti corrispondenti. È in grado di parlare in maniera fluente e con frasi strutturate in modo corretto che, tuttavia, risultano poco o per nulla sensate essendo gravemente alterato il rapporto tra le parole e il loro significato.

La conferma delle conclusioni di Broca e di Wernicke è arrivata nel XX secolo grazie agli esperimenti condotti negli anni 60 e 70 presso il California Institute of Technology di Los Angeles da Roger Sperry e dal suo gruppo su pazienti “split brain”, cioè con il cervello diviso poiché avevano dovuto subire la interruzione chirurgica del corpo calloso, voluminoso e robusto fascio di fibre nervose che collega anatomicamente e funzionalmente i due emisferi cerebrali, per impedire la propagazione delle convulsioni causate da una grave forma di epilessia non altrimenti curabile.

Le osservazioni di Sperry, insieme alla mappatura delle aree corticali nel corso di interventi di neurochirurgia, alla possibilità di studiare le funzioni di un emisfero per volta anestetizzando transitoriamente l’altro e anche l’utilizzazione delle tecniche non invasive di analisi funzionale per immagini hanno permesso di stabilire che la produzione, la comprensione e la elaborazione degli elementi verbali e simbolici sono di pertinenza di precise aree corticali dell’emisfero sinistro nella maggior parte delle persone.

L’emisfero destro contribuisce alle normali funzioni linguistiche con regioni speculari rispetto a quelle di Broca e di Wernicke, controllando importanti proprietà come aspetti di prosodia, modulazione della voce, espressioni del volto, gestualità che accompagnano il linguaggio parlato arricchendolo della coloritura emotiva appropriata a ciò che chi parla vuole comunicare (anche mentendo) e ciò che chi ascolta si aspetta di sentire in quel preciso contesto.

L’assenza di prosodia e di altre caratteristiche utili per una espressione piena viene indicata come aprosodia ed è associata a lesioni di tali aree dell’emisfero destro.

Il Cervello dinamico

In tutti gli esseri umani c’è una sostanziale identità di aspetti chiave della natura e della psicologia ed è evidente che tutti disponiamo dei medesimi moduli, degli stessi dipartimenti cerebrali di base che si sono evoluti in modo da svolgere funzioni specifiche: alcuni per la lettura, altri per la memorizzazione degli eventi e così via. Moduli condivisi ma non fissi bensì modificabili grazie alla plasticità delle reti neuronali cerebrali che permette di adattarsi alle continue trasformazioni del mondo.

La lettura e la scrittura sono attività culturali complesse che modificano il cervello di chi le pratica; ad esempio le funzioni di base possono lavorare insieme, integrarsi tra loro, modificarsi reciprocamente e produrre quel processo che viene definito “sublimazione”, una sorta di “civilizzazione” degli istinti primordiali animaleschi secondo regole di civiltà. La sublimazione si spiega con le interazioni che si possono stabilire tra parti istintuali del cervello, parti di tipo cognitivo di più recente evoluzione e centri del piacere e della gratificazione per formare nuovi sistemi modulari.

La diversità di convinzioni tra persone appartenenti a culture diverse è effetto non certo di processi cognitivi differenti, bensì della esposizione ad aspetti diversi del mondo o ad insegnamenti diversi.

Il cervello di un adulto dispone approssimativamente di 100 miliardi di neuroni che, comunicando tra loro anche a distanza mediante segnali elettrochimici, producono pensieri, azioni, gusti, comportamenti, sentimenti, ricordi etc., cultura in sostanza che a sua volta plasma il cervello che la genera costantemente. Leggere, scrivere, imparare una lingua straniera, ascoltare musica, studiare arte o matematica e così via modificano la struttura del cervello in misura variabile. Cosa significa modificare la struttura del cervello? Il cervello è un organo che fino a poco tempo fa si riteneva fosse saldamente immutabile, molto simile ad una macchina straordinaria, come l’hardware di un computer, con circuiti permanenti organizzati per svolgere una funzione specifica e immodificabile. Si è invece scoperto che il cervello è plastico, dinamico, flessibile tanto da essere capace di riorganizzarsi a fini adattativi in risposta a stimoli e condizioni diverse.

Intorno agli inizi degli anni Settanta del XX secolo, i neuroscienziati cominciarono ad osservare come cambiavano le reti neuronali di ciascuna funzionalità specifica ed arrivarono a dimostrare che pensieri, azioni, lo stesso apprendimento possono “attivare” oppure “disattivare” determinati geni e rimodellare così l’anatomia del cervello e di conseguenza le sue attività.

Il cervello dunque può essere “ricablato” e tuttavia questa capacità costituisce anche un paradosso, dal momento che la neuroplasticità significa flessibilità ma può anche comportare rigidità, nel senso che la stabilizzazione di un particolare assetto può opporsi ai cambiamenti, come succede a tutti noi quando le necessità ci dovessero imporre di modificare abitudini radicate. 

“La Grammatica innata universale”

Secondo Noam Chomsky, il più importante linguista e filosofo del linguaggio ancora vivente, professore emerito presso il MIT di Cambridge Massachusetts, l’Uomo è dotato di una “grammatica innata universale” che costituirebbe la base di tutte le lingue poiché da essa dipendono la formazione delle parole, le loro combinazioni, la loro sede all’interno delle frasi etc.

Chomsky prende come esempio i bambini i quali, sebbene siano del tutto privi di conoscenze ed esperienze linguistiche, sono capaci di assimilare la lingua che sentono parlare più frequentemente fino a che, in un dato momento del loro sviluppo, iniziano a parlarla suggerendo per l’appunto la presenza di circuiti cerebrali fondamentali del linguaggio i quali, nel corso dello sviluppo normale di ciascun individuo, vengono definiti sulla base di istruzioni “ereditate”.

Nel dibattito sulle origini del linguaggio sono stati decisivi i contributi del maestro di Noam Chomsky, il semiologo e linguista russo Roman Jakobson, naturalizzato statunitense, fondatore della linguistica come scienza, il quale studiò il linguaggio e l’apprendimento della lingua nei bambini.

Jakobson osservò che i suoni vengono prodotti dai bambini in progressione e secondo un ordine preciso; in tutte le lingue del mondo esistono suoni simili a ma-ma, da-da, pa-pa, ta-ta. Il primo suono che un neonato riesce ad articolare è la vocale “a”, probabilmente perché non ha bisogno di nessun movimento della lingua. Dopo arriva “mmm” pronunciato a labbra chiuse; successivamente le labbra chiuse si serrano per poi aprirsi improvvisamente lasciando uscire l’aria e così nascono le labiali “p” e “b”. Via via verranno coinvolti i denti per pronunciare le dentali “d” e “t”.

Il bimbo intorno a 2-3 mesi, di solito come parte di un vagito, passa dal suono della sola vocale “a” alla sillaba “ma”, poi comincia a dire ma-ma che inizia con una consonante e termina con una vocale. Da qui la parola “mamma” composta da due sillabe, pronunciata muovendo soltanto la mandibola e tenendo immobile la lingua, e impara che questo suono rappresenta soltanto quella persona che gli dispensa sorrisi, carezze, amore, sicurezza, benessere fisico e psicologico. Le fasi cruciali per la evoluzione del linguaggio come la lallazione, cioè il caratteristico balbettio del bambino che sta imparando a parlare, e la formazione di frasi compaiono intorno al primo anno di vita quando il cervello va aumentando di volume molto velocemente man mano che aumenta il numero delle connessioni tra i neuroni.

I bambini imparano a parlare imitando i suoni che ascoltano dalla mamma o da chi abitualmente si prende cura di loro

Per lo sviluppo del linguaggio, come per altre funzioni, esiste un periodo critico, una finestra temporale dalla nascita fino alla pubertà, in cui le aree e i circuiti dedicati alla funzione linguistica sono particolarmente recettivi e plastici. Successivamente, la capacità di apprendere il linguaggio si riduce moltissimo, come dimostra il fatto che i bambini i quali nei primi anni di vita non sono mai stati con altri esseri umani dai quali imparare a parlare per imitazione, sono destinati a restare muti parzialmente o completamente. Vi sono esempi di bambini-lupo allevati da femmine di lupi e bambini selvaggi i quali, rimasti isolati dai loro simili per anni dopo la nascita, non sono mai riusciti a comunicare mediante il linguaggio degli uomini .

 I bambini tendono ad imitare non soltanto i suoni ma, a partire dal terzo mese di vita, anche le espressioni del viso degli adulti che vedono più spesso, una smorfia, un sorriso, la linguaccia etc. D’altra parte la comunicazione umana oltre che sulla voce si basa sulla gestualità. Il guizzo di una occhiata, l’espressione triste o allegra del viso, la curva in alto o verso il basso disegnata dagli angoli delle labbra, certe rughe di corruccio, un’alzata di spalle, la gestualità delle mani sono tutte fonti di informazione sullo stato d’animo e sulle intenzioni di chi compie quei gesti, magari anche per comunicarci e farci capire qualcosa velocemente, senza usare le parole.

Il Cervello e la Scrittura

La psicologa Virginia Berninger dell’Università di Washington D.C. osserva che “La scrittura è una abilità complessa che dipende da diverse componenti ognuna delle quali contribuisce in modo specifico a trasformare in forma grafemica informazioni verbali ascoltate o pensate”. E ancora “La elaborazione scritta comporta l’integrazione di diverse componenti: capacità motoria, capacità linguistica, capacità di elaborare stimoli sensoriali, memoria ortografica, attenzione, motivazione, meccanismi di feedback visivo, propriocettivo-cinestesico [posizione e movimento, N.d.A.], prassie [ripetizione e memorizzazione di una sequenza o schema di movimento, N.d.A.], consapevolezza fonologica [percezione cioè delle relazioni spaziali tra le lettere e tra le parole all’interno dello spazio del foglio di carta, della loro posizione rispetto al rigo, dell’orientamento degli elementi della scrittura, N.d.A.].

Nel linguaggio scritto, come in tutti i processi complessi, sono coinvolte gran parte delle aree corticali di ambedue gli emisferi cerebrali. È però certo che al vertice ci sono i lobi frontali definiti leaders del cervello poiché la loro attività genera la coscienza, il giudizio, l’intenzionalità, l’immaginazione, l’empatia, il movimento. Quando si scrive, specie se si usa il corsivo, e anche quando si disegna si compiono azioni volontarie nelle quali intervengono neuroni del movimento, i motoneuroni, che controllano l’attività dei muscoli necessari all’azione che vogliamo compiere. Grazie agli stimoli visivi, tattili, di posizione e di movimento veniamo infatti costantemente informati e resi consapevoli circa le posizioni e i movimenti del nostro corpo e anche di suoi segmenti rispetto al contesto, così da poter attuare nel modo migliore il movimento voluto senza sprecare tempo ed energia.

Il Futuro del Corsivo

Il Common Core State Standard è una istituzione degli Stati Uniti che fornisce dal 2010 le linee guida per l’omogeneità dell’insegnamento nella Scuola pubblica e fissa obiettivi precisi per gli studenti di tutto il Paese. Prima, ciascuno Stato aveva standard accademici differenti e di conseguenza gli studenti americani sviluppavano competenze e concetti diversi in tempi diversi.

I Common forniscono a tutti gli studenti possibilità di apprendimento agli stessi livelli, standard appunto, tratti dai migliori standard di 46 tra gli Stati del Paese e anche dai migliori standard di altre Nazioni.

Ha suscitato molte polemiche la notizia del giugno 2014 circa la decisione del Common di eliminare dai programmi scolastici l’obbligo del corsivo, prevedendo l’insegnamento di una grafia leggibile soltanto nelle classi della scuola materna e in prima elementare e dando rilievo all’apprendimento precoce dell’uso della tastiera, in considerazione del fatto che tutto oramai viene scritto e condiviso utilizzandola.

A seguito degli avvertimenti di numerosi neuroscienziati e psicologi sugli effetti negativi del provvedimento, 11 Stati stanno ancora tenendo in vita il corsivo mentre 9, tra i quali California e Massachusetts lo hanno reintrodotto come materia di studio.

Per quanto riguarda l’Europa, in Finlandia dall’agosto 2016 i bambini impareranno a scrivere in stampatello. I funzionari dell’Istituto nazionale della Educazione hanno chiarito che la messa al bando del corsivo è dovuta a motivi di natura puramente pragmatica poiché rispetto al corsivo lo stampatello si impara più velocemente.

Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha osservato che “lo stampatello suggerisce un fraseggio sincopato e spezzettato negando tempo e respiro alla frase” dove il pensiero viene sezionato e appiattito in lettere scritte con gli stessi tratti, senza originalità né attenzione alla forma.

Numerosi esperti hanno affermato che eliminare per sempre la scrittura manuale si rivelerebbe un grave danno per lo sviluppo mentale dei bambini poiché come sostiene Stanislas Dehaene “la scrittura manuale attiva un circuito neuronale che ci fa apprendere gradualmente i gesti necessari a tracciare uno specifico segno che va prima programmato e poi eseguito”.

Virginia Berninger ha guidato uno studio con un gruppo di bambini metà dei quali doveva scrivere utilizzando il corsivo, mentre gli altri dovevano usare una tastiera. La psicologa ha osservato che i bambini invitati a scrivere a mano erano più veloci a comporre le parole e capaci di esprimere più idee e pensieri rispetto ai cosiddetti “nativi digitali” che picchiettano velocissimi sulla tastiera. Dal medesimo studio è inoltre emerso che nei soggetti con grafia più leggibile ed ordinata si attivavano le aree cerebrali coinvolte nella memorizzazione. Chi scrive a mano, dunque, memorizza ed apprende più velocemente.

Un altro interessante studio condotto dagli psicologi Pam A. Mueller della Università di Princeton New Jersey, e David M. Oppenheimer della UCLA (University of California Los Angeles) ha dimostrato che gli studenti fissano meglio concetti e nozioni quando in aula o in laboratorio prendono appunti a mano piuttosto che scrivendo con la tastiera.

Paul Bloom, docente di Psicologia e Scienze cognitive all’Università di Yale Connecticut, ha osservato che “se è vero che scrivere a mano aiuta a concentrarsi meglio su ciò che si ritiene importante, forse può aiutare anche a pensare meglio”.

Il corsivo dunque va rivalutato perché è semplice ed è efficace; inoltre è personalizzato e rivela molto di chi scrive poiché è un potente mezzo espressivo.

Se qualcuno dovesse ritenere fuori moda la calligrafia, sappia che Steve Jobs, il più grande innovatore del mondo informatico, prima di fondare la Apple, seguì al Reed College di Portland Oregon all’Università di Arti Liberali un corso di calligrafia e così potè migliorare il suo corsivo.

Bibliografia

Berninger W.V., The Varieties of Orthographic Knowledge: Relationship to Phonology, Reading and Writing. Springer, BioMed Central Ltd, New York 1995.  

Bianchi di Castelbianco F., Di Renzo M., Marini C., Il processo grafico del bambino autistico, Ma.Gi. Ed. Scientifiche, Roma 2013.

Bloom P., How children learn the meanings of words, MIT Press, Cambridge (Ma) 2000.

Cavalli Sforza L., Geni, Popoli e Lingue, Adelphi, Milano 1996.

Cavalli Sforza L., Storia e Geografia dei Geni Umani, Adelphi, Milano 2000.

Damasio A. R., Il Sé viene alla Mente, Adelphi, Milano 2012.

Damasio A. R., L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano 1995.

Dehaene S., Coscienza e Cervello, Raffaello Cortina, Milano 2014.

Dehaene S., I Neuroni della Lettura, Raffaello Cortina, Milano 2009.

Dehaene S., Le Code de la Conscience, Odile Jacob, Paris 2014.

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