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L’esistenza di un ufficiale di fanteria, che si consuma, anno dopo anno, nell’attesa di un nemico che pare non arrivare mai, in una fortezza che è anche l’ultimo avamposto di confine di fronte a un deserto, costringe il lettore a riflettere sull’urgenza di dare un senso alla propria vita, prima che il destino lo faccia per lui.

Nel gennaio del 1939, quando la tragedia della Seconda guerra mondiale sta per coinvolgere anche l’Italia, Leo Longanesi, su suggerimento di Indro Montanelli, accetta di pubblicare per una nuova collana editoriale il romanzo «La fortezza», di Dino Buzzati, chiedendo però all’autore di mutarne il titolo in «Il deserto dei Tartari», al fine di evitare ogni possibile allusione al conflitto imminente.

Buzzati (1906-1972), che nasce nei pressi di Belluno da una famiglia agiata – il padre professore alla Bocconi, la madre, veneziana come il marito, di nobili origini –, è al suo terzo romanzo.

Dopo essersi laureato in legge, è assunto dal «Corriere della Sera», con cui collabora come inviato - scrivendo pure di sport e di arte - per tutta la vita, durante la quale sempre coltiva le sue precoci passioni: la montagna e il disegno.

«Il deserto dei Tartari» è la sua opera più nota. Tradotta in varie lingue, ha ispirato Valerio Zurlini che nel 1976 ha diretto l’omonimo film.

Nonostante il successo letterario, intorno a Buzzati la critica del suo tempo stabilì un clima di isolamento e incomprensione, fino ad attribuirgli il plagio di opere di Kafka.

A prima vista, infatti, il senso di smarrimento che il lettore prova di fronte alle vicende di quest’opera - che restano per certi versi comunque enigmatiche e impalpabili - potrebbe portarlo a percepire echi de «Il processo» e «Il castello». In Kafka tuttavia il “nemico” appare essere un potere esterno, invisibile e soffocante contro cui l’individuo non ha speranza di potersi opporre; il protagonista de «Il deserto dei Tartari» - il tenente Giovanni Drogo -, si trova invece a lottare contro una forza misteriosa e ineffabile, che lo corrode lentamente e ineluttabilmente, ma che risiede dentro di lui.

La fortezza Bastiani, a cui Drogo, giovane ufficiale di prima nomina, viene destinato, rappresenta per lui l’inizio di una nuova vita fatta, – egli crede -, di successi professionali e con le donne, dopo le sofferenze patite all’Accademia. Ma, già nel passaggio evolutivo rappresentato dal distacco dalla famiglia e dalla madre, in lui comincia a covare il tarlo della consapevolezza che il tempo migliore, la prima giovinezza, sia ormai finito.

Egli è così continuamente minato dal conflitto tra l’angoscia crescente per lo scorrere del tempo - che erode la sua esistenza privandola delle opportunità sperate e dei sogni coltivati - e l’apparente monolitica e rassicurante certezza - destinata a sgretolarsi sempre più - che tanto gli resti ancora da vivere e intatte rimangano le sue possibilità.

Lui e tutti gli altri ufficiali e i soldati appaiono accomunati dalla stessa ossessione: presidiare l’ultimo avamposto di fronte a un confine con un nemico che pare inesistente, condividere il cameratismo e la legge militare - che mostra a volte tutta la disumanità delle sue regole, specie in un contesto in cui esse appaiono del tutto gratuite vista l’assenza di un pericolo tangibile – e soprattutto la speranza che tutto quel sacrificio possa alla fine avere un senso.

Certo non manca in Drogo la consapevolezza di poter abbandonare la fortezza quando vuole, di essere pur sempre formalmente libero, ma le stagioni si succedono uguali, il suo soggiorno in quel luogo remoto e dimenticato, che doveva essere nella sua originaria illusione solo temporaneo, si protrae a oltranza, anche perché i sempre più sporadici ritorni in città, alla vita di un tempo, finiscono per risultare più dolorosi. Gli amici ormai fanno la loro vita, gli affetti di un tempo si sono affievoliti, la stessa casa materna gli risulta estranea e nessuno pare ormai più notare la sua assenza.

La monotonia dell’esistenza del protagonista è una condizione molto comune tra gli esseri umani. Il dolore che egli prova e l’assenza di significato che lo pervade sono paradigmatici di una solitudine che non potrà mai essere lenita. Lo stesso Buzzati vive, fin quasi alla sua morte, la routine della redazione del giornale, con il pensiero che essa gli consumi inutilmente la vita: questa sensazione – ha ammesso - rappresentò uno tra i motivi ispiratori del romanzo.

L’attesa, l’inazione di Drogo, il suo approccio diventano per il lettore un’importante occasione di riflessione: è necessario infatti fare comunque qualcosa della propria esistenza, per darle un senso nella consapevolezza.

Gli affetti, vissuti il più pienamente possibile in tutto lo spettro del loro manifestarsi, diventano così forse l’unico significante motivo del vivere, per tentare di sfuggire a un destino che potrebbe culminare altrimenti, come nel caso di Drogo, in un epilogo crudelmente beffardo.

D. Buzzati, Il deserto dei Tartari, Mondadori, Milano 1940.

 


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