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La guerra è la “prosecuzione della politica con altri mezzi”. La guerra “è un atto di violenza per imporre all’avversario la nostra volontà”. La guerra “è un gioco di interazioni” tra incertezza, frizioni, casualità. “È un atto di intelligenza politica, calcolo di probabilità e disponibilità al rischio”. Questi sono solo alcuni, tra i più celebri aforismi contenuti nell’opera ottocentesca di Carl von Clausewitz dal titolo «Della Guerra». Sulla base di tali asserzioni, l’autore analizza il fenomeno bellico gettando le basi per tutti i successivi studi teorici in campo militare. L’opera di Von Clausewitz è, dunque, un classico.

Carl Von Clausewitz, nato in Sassonia nel 1780, ebbe il suo battesimo del fuoco in Renania all’età di dodici anni al servizio dell’Impero asburgico contro l’esercito napoleonico. Sebbene si trovasse nel campo anti-rivoluzionario nemico della Francia, Clausewitz coltivò sempre grande stima ed ammirazione per Napoleone.

Dopo il crollo dell’impero di Bonaparte - e in un contesto in cui il Congresso di Vienna ridisegna lo scacchiere geopolitico europeo - Clausewitz rappresenta l’uomo che più d’ogni altro riesce a dare una sistemazione teorica al fenomeno bellico dal quale l’Europa era appena uscita.

Nella battaglia di Jena-Auerstadt fu ferito e fatto prigioniero per un anno in Francia, ma sopravvisse alla campagna di Russia testimoniando la caduta del Bonaparte.

Nella sua celebre opera «Della Guerra», il suo intento non è direttamente quello di spiegarne la natura in sè, ma piuttosto di descriverla. Così propone una serie di osservazioni generali partendo dalla sua esperienza diretta.

Il suo studio muove dall’analisi delle guerre napoleoniche, soffermandosi sulla figura di Bonaparte con l’intento di capire perché un condottiero così abile - che ha vinto così tante battaglie - ha poi perso la guerra. La risposta cui perverrà Clausewitz sarà che Napoleone non è riuscito a trasformare in capitale politico le sue vittorie militari; non è riuscito a finalizzare concretamente i suoi successi, ma piuttosto si è limitato a fare la guerra per la guerra portando gli altri Stati a coalizzarsi per sconfiggerlo. Proprio sulla base di questa riflessione, Clausewitz definisce la guerra «la prosecuzione della politica con altri mezzi», nel senso che non può esservi nessuna guerra se non è chiaro a priori il fine strategico, e quindi politico, per cui essa viene intrapresa e combattuta.

A riguardo, l’autore distingue tra la strategia - che rappresenta l’obiettivo politico per cui si decide di combattere - e la tattica - che rappresenta invece la manovra e l’impiego dei mezzi militari sul campo di battaglia.

Un passaggio molto dibattuto tra i critici di Clausewitz riguarda la distinzione concettuale tra guerra assoluta e guerra reale. Questa distinzione ruota attorno alla logica di due approcci ben distinti: uno formale e filosofico, l’altro sostantivo e descrittivo. Questa opposizione fu il motivo principale del ripensamento che l’autore ebbe nel 1827, che lo portò a ripensare il corpo centrale della sua opera. Originariamente la guerra assoluta – secondo la sua idea - mirava all’annientamento totale dell’avversario, mentre la guerra reale consisteva in un conflitto limitato al raggiungimento dell’obiettivo politico senza necessariamente arrivare alla distruzione totale del nemico. La definizione di guerra reale poggiava sull’idea secondo la quale non si deve mai iniziare una guerra se non si ha ben chiaro in mente l’obiettivo politico da raggiungere.

Osservando però la realtà storica delle guerre napoleoniche, Clausewitz si accorse che nel concreto la vera guerra era quella assoluta. Tale evoluzione della sua idea portò l’autore ad identificare i due tipi di guerra.

Egli, così, ritenne che, anche se chi inizia una guerra lo fa per un preciso scopo, questo finisce sempre, nella realtà dei fatti, a coincidere con l’eliminazione fisica dell’avversario e con il suo totale annientamento. Una guerra limitata allo scopo politico, dunque, non coincide mai con la realtà ma, piuttosto, rappresenta ciò che nella realtà la guerra dovrebbe essere.

Napoleone, sotto il profilo tecnico condusse le sue campagne in modo geniale, tanto da essere definito dall’autore come il “dio della guerra”. Alla fine, egli fu comunque sconfitto perché nel corso della guerra non ebbe più chiari quali fossero gli scopi da raggiungere. Seguendo le logiche della guerra di annientamento, Bonaparte perse di vista l’aspetto politico, e quindi reale, per il quale aveva iniziato a combattere. Così facendo, si ritrovò a fare “la guerra per la guerra”, senza riuscire a concretizzare e stabilizzare le sue vittorie in risultati politici e dando così modo ai suoi nemici di organizzarsi per sconfiggerlo. Nel corso dei suoi otto capitoli, il testo «Della Guerra» delinea le categorie concettuali e le descrizioni analitiche che aiutano a capire ed interpretare i fenomeni bellici. L’autore definisce come “frizione” quel particolare aspetto imponderabile di ogni guerra: lo stesso elemento di imprevedibilità offerto dal caso che Tucidide chiamò “tùke” e Machiavelli “Fortuna”. Gli eventi imponderabili non possono essere controllati, ma un generale abile può ridurne l’impatto con un’attenta valutazione e con delle sagge decisioni.

A questo proposito, Clausewitz parla di “genio” militare e ne vede l’esempio in Napoleone Bonaparte. Il “genio” è ciò che Machiavelli chiamò “virtù”.

Altro elemento fondamentale è offerto dal “centro di gravità” (per Machiavelli, lo “scontro decisivo”). Clausewitz sottolinea come sia fondamentale chiudere la guerra cercando la vittoria nel minor tempo possibile, sfruttando bene gli spazi e le occasioni che si presentano. Per realizzare tale intento, occorre conoscere distintamente i propri obiettivi strategici, così da concretizzare le proprie vittorie sul campo trasformandole immediatamente in capitale politico.

Infine si parla di “polarità” per individuare una categoria che fa riferimento alle parti in conflitto come fossero due poli opposti: un concetto sarà ripreso dalle teorie neo-realiste durante il periodo della Guerra Fredda. In ultimo, l’ordine internazionale. Secondo Clausewitz questo si fonda sull’equilibrio creato dal Congresso di Vienna ed è fondato su rapporti di tipo egemonico, che sono destinati a perdurare fino a quando uno Stato non cercherà di alterarli a proprio favore - come sosterranno anche gli studiosi della nuova scuola realista negli anni Sessanta del Novecento.

 


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