Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
19/06/2011
Abstract
Il post-moderno e la ragione debole non sono l’unica opzione della filosofia politica contemporanea. La rivalutazione da parte di Habermas della ragione illuministica, declinata in chiave comunicativa, viene proposta in questi due volumi di Francesco Giacomantonio come possibile risposta ad una crisi di fatto e di principio della democrazia

Una difesa dell’illuminismo in epoca post-moderna. Ecco la cifra, indubbiamente coraggiosa, che caratterizza i due lavori di Francesco Giacomantonio. Non è un caso, allora, se è un pensatore come Habermas ad essere richiamato indirettamente o direttamente nei titoli di entrambe le opere. Non è un caso, soprattutto, se si pensa a quella tradizione di ripresa intellettualmente militante, ma altresì evidentemente «dialettica», che dell’Illuminismo ha dato il pensatore tedesco, sulla scorta della sua formazione prima e dell’impostazione originale che poi ha maturato. Siamo quindi in presenza, con gli studi di Giacomantonio, di scritti che, fedeli a Habermas, possono essere definiti intellettualmente “militanti”, e che cionondimeno si propongono allo stesso tempo il fine di essere rigorosamente scientifici. La stessa scientificità, infatti, viene vista come obiettivo verso cui tendere, come compito, piuttosto che come frutto di un discorso intellettualmente neutrale; e dunque, in quanto tale, non può mai ritenersi un’acquisizione definitiva. Ecco il «dilagare» proficuo che l’Autore rinviene nell’istanza dialogica e, anzitutto, comunicativa, notoriamente tipica dell’impostazione habermasiana.

Il primo volume, pubblicato già nel 2007, prende in considerazione nientemeno che il rapporto individuo-società e si propone di chiarire come questo binomio «si articoli nel mondo contemporaneo, scoprendo le dimensioni teoriche che lo attraversano. Sarà in tal modo possibile pervenire a quello che vogliamo definire un discorso sociologico della tarda modernità, ovvero un’argomentazione che si configuri come uno strumento di cui servirsi per situarsi con un minimo di coscienza nel mondo del XXI secolo, senza perdersi nei suoi potenziali percorsi labirintici» (p. 8). Il percorso di ricerca è dipanato seguendo le direttrici rappresentate da quattro discipline specifiche: sociologia della conoscenza, sociologia politica, filosofia politica e scienza politica; ed è suddiviso in due parti costituite da tre capitoli ciascuna: una prima di marca principalmente sociologica ed una seconda invece piuttosto politica. A mo’ di introduzione, il primo capitolo è dedicato alla ricostruzione delle più diffuse definizioni relative alla «modernità» e alla «post-modernità», e costituisce così una cornice preliminare di delimitazione non solo cronologica, ma molto più anche concettuale, delle considerazioni che l’Autore conduce: la nozione di riflessività, chiave della cosiddetta «modernizzazione», è vista come decisiva per segnare una linea di demarcazione tra due periodi storici caratterizzati da due atteggiamenti intellettuali diversi. E che però non sarebbero staticamente costituiti, quanto piuttosto dinamicamente contrapposti appunto anzitutto come impostazioni interpretative, prima che come dati di fatto: Habermas viene quindi contrapposto a Jean-François Lyotard: un’idea di progetto incompiuto che però si può e dunque si deve ancora compiere, contro un’idea di progetto ormai superato. Il secondo capitolo prende quindi immediatamente di petto il problema teorico forse più importante della modernità stessa, e si dedica ad una disamina della questione, dalla portata evidentemente immensa, riguardo alla soggettività; il discorso relativo viene condotto, anche qui in modo fedele all’impostazione di Habermas, ma di certo secondo tratti che sono macroscopicamente rinvenibili nelle “cose stesse”, nella direzione di una contrapposizione tra i due elementi decisivi della rappresentazione e della comunicazione. La soggettività viene poi declinata, nel capitolo terzo, nell’ambito specifico dell’agire politico, ed in modo ancora una volta coerente rispetto all’impostazione di fondo, ma nuovamente non senza ragioni oggettive, in ambito di discussione sulla democrazia. La soggettività ed in particolare la libertà politica dei moderni, infatti, trovano il loro terreno più proprio nell’elaborazione di una riflessione su questo tema.

Si arriva perciò alla seconda parte più propriamente sociologica, che non può non aprirsi con la questione dei diritti umani: se l’elaborazione di questo tema costituisce in qualche modo il culmine dell’elaborazione teorica della modernità, il suo rapporto con la democrazia non è privo di problemi, così da costituire, nella considerazione dell’Autore, «un instabile binomio». Si tratterebbe, infatti, del riflesso di due valori non sempre facilmente conciliabili, ossia libertà ed uguaglianza, la cui conciliazione viene qui trovata in una linea costruttivista, secondo la quale «i diritti umani fondamentali non possono essere slegati dalla concezione democratica e, ancor più, dalla concezione democratica cosmopolitica» (p. 94). Proprio alla democrazia cosmopolitica è quindi dedicato il capitolo successivo, che segue esplicitamente Habermas nel delineare un approccio «idealistico-progettuale», ossia normativo, espressamente impostato – secondo quanto detto in apertura – non tanto a rendere conto della realtà così come è, ma a cercare di impostarla nei termini in cui, secondo esigenze di giustizia, dovrebbe essere. L’Autore si confronta quindi in modo molto interessante con l’interpretazione di democrazia cosmopolitica data da Jacques Derrida, rinvenendo, al di là delle evidenti differenze, un tratto di fondo, sia pur davvero generico, che la avvicina al progetto habermasiano nel comune orizzonte di riferimento linguistico. Il plesso di questioni, tuttavia, anche in questo caso è davvero enorme. Non a caso, la democrazia occidentale appare oggi in crisi, non solo di fatto, ma anche e anzi prima di tutto di principio: le considerazioni conclusive del volume sono quindi indirizzate ad una rapidissima disamina delle principali obiezioni teoriche che le vengono rivolte.

Dalla constatazione di questa crisi prende altresì le mosse il secondo volume qui considerato. Il primo capitolo è dedicato ancora una volta ad un tema immenso, ossia la ricostruzione del Contesto della filosofia politica nel XX secolo, di cui vengono rapidamente forniti alcuni tratti fondamentali. Questa disamina serve tuttavia soprattutto per introdurre la descrizione vera e propria dell’opera di Habermas, che si apre nel secondo capitolo prendendo in considerazione gli studi degli anni sessanta e settanta dedicati al tardo-capitalismo. L’analisi delle opere del periodo va tuttavia inscritta in considerazioni relative all’originale interazione, proposta da questo pensatore, tra la teoria sistemica delle reti e quella fenomenologica basata sul concetto di «mondo della vita». Ma sono soprattutto le considerazioni relative al linguaggio e alla comunicazione che costituiscono la trama di fondo. Questo allora è il retroterra che permette lo sviluppo, negli anni Novanta, di una vera e propria teorica politica. Essa risulterebbe fondata sull’opposizione strutturale tra, appunto, il capitalismo da un lato e la democrazia deliberativa sull’altro versante: e quest’ultima dipende, anzi è costituita nella sua stessa essenza, dalla vitalità del processo comunicativo tra gli attori protagonisti, ed è potenzialmente e normativamente sviluppabile nella direzione, di cui già si diceva, di una democrazia cosmopolitica. L’Autore inscrive quindi in modo interessante le considerazioni habermasiane su questo tema nell’ambito del dibattito contemporaneo sul multiculturalismo, trovandone così una via di possibile applicazione certo effettivamente proficua, eppure tutt’altro che scevra da criticità. Ma il discorso si amplia anche, nei capitoli quinto e sesto, sul retroterra filosofico del pensatore tedesco, e sulle sue posizioni etiche e religiose. Ed in questi ambiti il discorso, ora non più introduttivo ma specifico, risulta forse eccessivamente compresso, generando qualche disagio. Giacomantonio mostra comunque una abilità fuori dal comune riuscendo a restituire con rapide pennellate alcuni tratti decisivi, come il dialogo che Habermas ha sviluppato, soprattutto di recente, con alcuni elementi delle tradizioni religiose e la critica che egli invece rivolge alle filosofie sociali e politiche post-moderne. Il sesto capitolo consiste quindi in una interessante declinazione del pensiero politico di Habermas rispetto ad alcune dimensioni che vengono descritte come decisive per la politica contemporanea: quella esistenziale, spazio-territoriale e sociologica. Nelle considerazioni finali, poi, l’importanza maggiore dell’opera del pensatore viene rinvenuta anzitutto nel confronto che essa mette in atto con una vasta gamma di posizioni del dibattito contemporaneo, presentandosi perciò come particolarmente plastica; in secondo luogo si sostiene esplicitamente come un merito sia rappresentato dalla difesa esplicita dei valori della modernità, secondo il filo rosso che qui abbiamo deciso si seguire; in terzo luogo viene evidenziato come Habermas studi la politica a livello sia di istituzioni, sia di attori concreti che la costituiscono, evitando quindi posizioni di tipo riduzionistico. E ancora proprio a quella che viene definita una complexio oppositorum, ossia in nesso tra fondazione morale e coerenza giuridica, è dedicato un saggio di Angelo Chielli posto in appendice al volume, che ancora una volta riesce a sottolineare come il pensiero di Habermas, efficace sintesi del moderno, possa essere una ricetta utile per il cosiddetto post-moderno e le sue sfide, per il XXI secolo.

F. Giacomantonio, Il discorso sociologico della tarda modernità. Individui, identità, democrazia, Il Melangolo, Genova 2007; e Id., Introduzione al pensiero politico di Habermas. Il dialogo della ragione dilagante, Mimesis, Milano-Udine 2010.