Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

DOCUMENTI
RECENSIONI
INTERVISTE
ARCHIVIO
FORUM
Articolo
19/06/2011
Abstract
Il dibattito sulla fine della prima repubblica è tutt’altro che concluso, e la riflessione di Aldo Moro sulle cause che hanno provocato la crisi dello stato democratico e della centralità della Democrazia Cristiana, conserva una straordinaria attualità

Negli ultimi anni si è rafforzata la convinzione che il declino di quella che Pietro Scoppola ha definito la “repubblica dei partiti” è diventato irreversibile con la morte del leader politico più attento ai mutamenti che – a partire dalla contestazione del ’68 e dall’autunno caldo del ‘69 - hanno dato avvio alla “lunga transizione”, che si è conclusa tra il 1991 ed il 1994, con i referendum sulla legge elettorale e con l’esplosione della “questione morale”.

Moro pensava che la “terza fase” della vita democratica, dopo la fase del centrismo degasperiano e dopo l’apertura ai socialisti, si doveva caratterizzare come passaggio dalla democrazia difficile alla democrazia compiuta; ed aveva compreso che questo passaggio si stava intrecciando con vicende che avrebbero messo in discussione il sistema politico, e non solo una maggioranza parlamentare che aveva il suo perno nella Democrazia cristiana.

Ma lo svolgimento e l’esito del referendum sul divorzio del 1974 hanno accelerato il declino di un sistema costruito sull’architrave democristiano: il successo del fronte divorzista, la convergenza di radicali, liberali, repubblicani e socialisti, ma anche dei comunisti, aveva isolato la Dc.

Riflettendo su questo referendum, che autorevoli esponenti della Democrazia cristiana avevano affrontato nella convinzione di rinsaldare per questa via l’“unità politica” dei cattolici, Moro aveva invece espresso il timore che si stesse approfondendo la divisione dell’elettorato cattolico, ed aveva sostenuto che in un momento nel quale le stesse istituzioni democratiche venivano prese di mira “dalla minaccia fascista e dall’estremo limite della sinistra, con un attacco tanto misterioso quanto efficace”, la questione più importante riguardava “la solidarietà dei partiti democratici e la necessità di non mettere in discussione la tenuta dello Stato.”

Capire ed interpretare i “tempi nuovi” era per lui la politica. Capire le ragioni del tramonto del centrismo e dell’esaurirsi della politica di centro-sinistra, capire la protesta giovanile e le lotte operaie. E guardare “con particolare attenzione là dove sono ideali e aspirazioni che riguardano l’avvenire della società e la difesa della dignità umana”

I grandi mutamenti della società e dell’economia stavano mettendo in crisi i meccanismi istituzionali ed i movimenti politici, e per Moro “non c’è dubbio che siamo passati da una società per così dire verticale ad una società orizzontale, con potere diffuso e disperso…; che il referendum ha reso evidenti mutamenti epocali che hanno messo in crisi l’unità politica dei cattolici… ma anche le istituzioni della repubblica”. Nella strategia dell’attenzione a ciò che stava mutando per Moro, restava comunque decisiva l’unità della Dc. Ma “l’unità deve essere raggiunta nella libertà e non con l’autoritarismo o addirittura con la compressione della dittatura. Questa è la nostra battaglia - sottolinea Moro - e nessuno può farsi l’illusione di tornare ad una democrazia semplice e rigorosamente lineare… La libertà è estremamente esigente, e solo valorizzandola si può risolvere in modo originale la crisi di efficienza e di unità dello Stato democratico”.

Tuttavia, dopo un’ampia analisi delle difficoltà del paese, Moro afferma: “Non credo molto, considerata l’imponenza del fenomeno, in rimedi istituzionali, soprattutto se si pensi a riforme costituzionali difficili da immaginare, da adottare, da calare nella realtà…a parte una sempre latente pericolosità per la tenuta del sistema democratico”. Moro temeva l’indebolimento del ruolo della Dc, ma temeva soprattutto una deriva populista della polemica sulla costituzione e sul regime dei partiti, anche perché questa polemica già aveva assunto – in occasione del referendum - connotati plebiscitari.

D’altra parte la maggioranza referendaria che aveva isolato e sconfitto il partito che rappresentava l’unità politica dei cattolici, non era in grado di fare uscire l’Italia da una situazione bloccata, di dare vita ad una alternativa di governo. Come aveva scritto un giornale radicale - “con i comunisti si possono battere i clericali ma non si può governare il paese”. La conventio ad excludendum, negli anni della “guerra fredda” non era un pretesto della Democrazia cristiana per restare comunque al governo del paese.

Moro è tornato più volte sul tema della violenza, della violenza verbale che stava degenerando in violenza di piazza, e dell’emergenza “più propriamente politica” che stavano logorando le stesse istituzioni repubblicane; e nei primi mesi del 1977 concentra la sua attenzione sull’“introdursi per la prima volta dopo trent’anni, nel tessuto della nostra vita democratica, di alcune forme di dissenso violento, l’abbandono da parte di alcuni di quella legge della persuasione che è il contrassegno della vita democratica del paese, di quella disponibilità al confronto che sembrava un bene definitivamente acquisito…

Vi è chi, in questo contesto storico, per ragioni che non è facile analizzare, pensa che alcuni nodi della storia debbano essere tagliati, non sciolti. Questo è un fatto politico...una problematica del tutto nuova.. che come il lampo preannuncia il tuono…Una problematica che…in obbedienza ad una legge di interpretazione dei fatti politici, ci ha indotto ad estendere l’ambito delle coalizioni spingendole su un terreno democratico più a sinistra”.

“Questo fatto – continua Moro (parlando al consiglio Nazionale della Dc) - giustifica le nostre inquietudini, ma dobbiamo sapere nel giudicare la situazione che vi sono dei dati che non sono tutti nelle nostre mani….anche se l’esito delle elezioni del giugno ’76 ci conforta un poco nelle nostre inquietudini, poiché la DC è ancora la più grande forza del paese”. Ed in quella circostanza è pensando ad una terza fase, che già si era annunciata con il risultato del referendum sul divorzio e con le elezioni regionali del ’75, che immagina una politica del confronto… “con tutte le forze politiche, ma in particolare con il Pci,” …confronto che nasce dalla necessità, ma non significa che queste due forze cessino di essere tra loro alternative.

Questa politica è stata avversata – da destra - come se si trattasse di una “strategia della ritirata”; mentre da sinistra si accusava il leader democristiano di essere interessato solo all’egemonia del suo partito ed al logoramento dell’avversario storico.

Leopoldo Elia, commentando i discorsi di Moro, ha respinto la interpretazione di quanti, da destra, “assumendo come parametro il partito trionfante del 18 aprile, hanno parlato di un Moro perennemente sulla difensiva, chiamato ad amministrare la decadenza, con un atteggiamento di abbandono al moto inarrestabile della storia”; e l’interpretazione di quanti, da sinistra, hanno parlato di un personaggio gattopardesco, indifferente ai contenuti, che infine avrebbe pagato i limiti di questa politica”.

.

In realtà Moro aveva anticipato una risposta a queste critiche: un più impegnativo confronto tra i partiti dell’arco costituzionale era una strada obbligata, poiché se si fosse portata all’estrema conseguenza la tensione ad essere alternativi della Dc e del Pci, in una situazione di emergenza sociale, economia e politica, i rischi per la pace sociale e per le istituzioni democratiche sarebbero diventati incontrollabili.

Da questa riflessione è partito l’appello del 28 febbraio 1978 all’assemblea dei gruppi democristiani della Camera e del Senato, alla vigilia del voto di fiducia al governo Andreotti. La più importante garanzia per l’identità della Dc, in un passaggio della vita politica di cui non era possibile prevedere l’esito, resta l’unità del partito…Per sbloccare una situazione che esponeva lo Stato democratico al dilagare della violenza terroristica e ad una crisi senza soluzione, si trattava di sottoscrivere una tregua tra la Dc ed il Pci, sulla base di una intesa programmatica che aveva dei limiti – con riferimento alle responsabilità di governo ed alla politica estera – limiti che non potevano essere superati, e dei punti di contrasto, quali l’insistenza di Berlinguer per introdurre “elementi di socialismo” nel sistema economico. “Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo…ma cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di vivere il tempo che ci è dato con tutte le sue difficoltà. Quello che è importante è preservare l’anima, la fisionomia, il patrimonio ideale della Democrazia cristiana…”.

Moro riuscì a convincere i parlamentari democristiani a superare i dubbi e ad approvare la proposta della segreteria del partito, di Zaccagnini, ma non i parlamentari comunisti che avrebbero dovuto votare un governo di cui non facevano parte, con la sola garanzia di Moro. L’esito del voto di fiducia è rimasto incerto fino all’alba del 16 marzo, quando la strage di via Fani ed il sequestro di Aldo Moro convinceranno tutto l’arco costituzionale ad un voto che avrebbe rilanciato la solidarietà nazionale, a difesa delle istituzioni repubblicane, interrompendo però un processo politico che si proponeva di consolidare le istituzioni attraverso un allargamento dell’area del consenso democratico. D’altra parte, Enrico Berlinguer aveva riconosciuto che ad Est si era “esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre”, e che la Nato era una garanzia di libertà anche per i comunisti italiani.

Con il sequestro e con la morte di Moro (16 marzo / 9 maggio 1978), le Brigate Rosse hanno cancellato il solo progetto elaborato per rinnovare il sistema politico e per rilanciare la democrazia rappresentativa, un progetto che si reggeva sul difficile equilibrio tra l’esigenza del rinnovamento e quella dell’unità della Dc, e l’obiettivo di allargare – a sinistra - l’area del consenso democratico e della responsabilità di governo. Moro era il più credibile interlocutore di Berlinguer, del leader comunista cui la strategia della solidarietà nazionale aveva assegnato un compito anche più difficile: sostenere il governo Andreotti senza farne parte, sulla base di una intesa che riguardava la transizione alla democrazia compiuta, nella convinzione che questa intesa avrebbe portato oltre il sistema fondato sulla centralità della Dc.

Non a caso il tema di questo incontro parte dal riconoscimento che la politica morotea segna già la fuoriuscita da quello che la polemica della sinistra storica aveva definito il “regime democristiano” e che i terroristi rossi considerano espressione delle “multinazionali”. É stato Moro a dire: “il nostro non è l’anticomunismo della destra, è un anti-comunismo democratico”.

In realtà, dopo la fine della solidarietà nazionale i comunisti tornano all’opposizione e l’avvio di una alternativa democratica viene rinviata all’inizio degli anni ’80, prima con Spadolini e poi – in modo più esplicito - con Craxi, il quale lancia il dibattito sulla “grande riforma” e contende ai comunisti la guida dell’alternativa. Con la caduta del muro di Berlino, nel 1989, e con la morte di Berlinguer, diventa evidente anche il tramonto del partito comunista e di quello che era stato definito “il bipolarismo imperfetto”; si fa più aspro il dibattito sulla questione istituzionale, il dibattito abbandona il tema della attuazione della costituzione e si concentra sulla sua revisione, mentre la polemica sulla legge elettorale conquista la prima pagina dei quotidiani.

Eppure all’inizio del ’91, alla vigilia dei referendum sulla legge elettorale e di elezioni che segneranno la fine della centralità democristiana, nella Dc si parla ancora di “secondo tempo della repubblica”, non di “seconda repubblica”. L’inconcludenza dei partiti ha aperto le porte alla strategia referendaria ed ha costretto – con Tangentopoli e l’imporsi per via giudiziaria della questione morale – a riconoscere che un ciclo storico si è ormai concluso.

Non possiamo tuttavia dimenticare che la Dc è stata uno dei partiti europei di ispirazione cristiana cui si riferiva Emmanuel Mounier, all’inizio degli anni ’50 in cui si avvia la Comunità europea, quando affermava: “se non ci fossero stati avremmo dovuto inventarli…poiché si sono dimostrati indispensabili nel tenere unite masse generose ma paurose, dopo la disfatta del nazifascismo ed in presenza della minaccia sovietica”. Quei partiti, continuava Mounier “nati per liberare il mondo cristiano dalle sue solidarietà reazionarie, per uno strano destino, rischiano di diventarne l’estremo rifugio”, e – sempre per Mounier – avrebbero potuto non resistere alla tentazione clerico-moderata.

In realtà la vicenda democristiana è segnata in Italia dalla presenza di cattolici laici che dopo la decisiva stagione della costituzione repubblicana si sono opposti al tentativo di spostare a destra il baricentro della politica nazionale, nella convinzione che questo cedimento avrebbe esposto a gravi rischi una democrazia nata dalla lotta di liberazione. Moro è uno di questi.

Riflettendo su queste vicende, in particolare sul significato assunto dalla riforma maggioritaria come punto di passaggio tra il “vecchio” ed il “nuovo”, e da un bipolarismo che ha compresso il pluralismo ed ha affidato l’alternanza a Palazzo Chigi al trasformismo ed alla radicalizzazione dello scontro, penso che la fine della prima repubblica sia iniziata con la dissoluzione della Dc, con una crisi morale e politica che Moro ha vissuto con tormento sin dalle vicende congressuali del ’69, quando si stava affermando l’idea che l’amministrazione del potere avrebbe riprodotto il consenso elettorale necessario per conquistare il potere. Con la fine della democrazia dei partiti uscirà di scena anche la generazione che aveva considerato la Costituzione ed il Concilio le coordinate fondamentali del suo pensiero e della sua azione politica. E come un vetro infrangibile la Dc si è rotta in cento pezzi.

Alexis de Tocqueville, parlando dei giacobini ha osservato: “Hanno ereditato dall’ancien régime l’idea stessa del potere”. É mia opinione che qualcosa di simile sia accaduto in Italia, con la fine della prima repubblica e l’affermarsi – sull’onda della personalizzazione della politica e della videocrazia - di un modello oligarchico, sempre più lontano da una democrazia fondata sulla partecipazione e vissuta dai cristiani come la più alta delle carità.

In questo nuovo ciclo della vicenda democratica in molti la passione per la politica ha lasciato spazio all’indifferenza e poi alla rassegnazione. E tuttavia è in un tempo come questo che dobbiamo ricordare la parole di Giacomo Ulivo, martire della Resistenza: “Tutto questo è successo perché voi, un tempo, non ne avete più voluto sapere”.