Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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05/04/2014
Abstract
La sociologia weberiana si distingue per l’alto livello di problematicità con cui sono affrontati i suoi temi. Fra tutti, riveste un’importanza particolare l’evoluzione del capitalismo moderno, che offre argomenti adatti alla lettura del presente.

La Germania visse una fase di intense trasformazioni tra la fine del XIX secolo e gli anni della Repubblica di Weimar. Dopo il cancellierato di Bismarck, il kaiser Guglielmo II seguì una linea diplomatica meno cauta, che mise in discussione l’equilibrio creatosi fra le potenze europee. Il nuovo corso della politica estera tedesca del periodo trovava la sua ragione nell’espansione economica del paese, e, contemporaneamente, la alimentava. La costruzione della ferrovia Berlino-Baghdad e la corsa agli armamenti, testimoniavano come la Germania ambisse ad un peso sempre maggiore, sia sullo scacchiere continentale, sia puntando al predominio dei mari attraverso l’aumento della flotta navale. In questo modo, essa finì, tuttavia, per urtare contro gli interessi sensibili del Regno Unito, che non tardò a consolidare le relazioni con Russia e Francia. Quest’ultima, storico avversario del reich, nel 1914 colse l’occasione della guerra per ripristinare i confini orientali, dove erano insediati i principali stabilimenti siderurgici e i bacini minerari da cui traeva sostegno l’industria pesante tedesca e, ovviamente, la produzione degli armamenti. L’industrializzazione, pur interessando in maniera tardiva il paese, causò anche la nascita di fermenti che tendevano a contrastare l’ideologia di Stato allora dominante, che si esprimeva in una visione nazionalista e un atteggiamento paternalista nei confronti degli strati più bassi della popolazione, protetti da una legislazione sociale molto differente dal welfare del secondo dopoguerra. Per l’establishment politico e intellettuale del Reich guglielmino, ciò produsse una tensione fra chi preferiva tutelare lo status quo rispetto alla modernizzazione, e chi, invece, intendeva riformare la cultura e gli organi rappresentativi e di governo.

Max Weber operò in tale contesto: il suo pensiero ne fu influenzato, ma, al contempo, trascese le idee dei contemporanei. Egli fu un innovatore eterodosso, ma rimase un convinto difensore degli interessi nazionali del suo paese. Ma fu soprattutto uno scienziato sociale che cercò in modo coerente dei fondamenti validi per interpretare la realtà. Nato da una famiglia altoborghese, intraprese la carriera accademica a partire dal 1891, e morì prematuramente nel 1920. In questi anni, cruciali per la storia della Germania, Weber entra in contatto con i più importanti intellettuali tedeschi, e alcuni di essi esercitarono un’influenza decisiva sugli sviluppi del suo pensiero sociologico.

La cultura tedesca alla fine del XIX secolo era orientata in senso decisamente conservatore, e il rinnovamento delle università tedesche avvenne non senza difficoltà; tuttavia, gruppi di intellettuali innovatori, che Fritz Ringer definisce «modernisti»[1], inaugurano lo studio delle scienze politiche in Germania, e molti di costoro ispirarono Weber. L’autore attinse molto dagli storici tedeschi di fine ottocento, che elaborarono un metodo di indagine e interpretazione storiografica. Leopold von Ranke, ad esempio, fondò il suo metodo interpretativo sulla singolarità di ogni soggetto storico[2]. Si muovevano in tale direzione anche molti altri studiosi, anche esponenti di altre discipline. Tra questi occorre ricordare l’economista austriaco Carl Menger, teorico del marginalismo, che in seguito alla pubblicazione di un trattato nel 1883, in cui sosteneva la separazione tra teoria e le concrete forme di realizzazione dei fenomeni economici, fece scaturire una polemica in seno alla comunità scientifica[3]. La principale implicazione di quanto affermava Menger consisteva nel negare validità a qualsiasi determinismo causale. Nello stesso tempo, Wilhelm Dilthey definiva i canoni del suo metodo interpretativo, basato sulla distinzione tra “Scienze della natura” e “Scienze dello Spirito” (Geisteswissenschaften), negando l’applicazione del metodo empirico alle scienze sociali. Sulla stessa linea si poneva il filosofo Heinrich Rickert. Infine occorre ricordare due sociologi come Georg Simmel e Ferdinand Tönnies, che influenzarono la metodologia e l’opera di Weber. Simmel, in particolare, sottolineò come la sociologia dovesse concentrarsi sull’analisi di fenomeni circoscritti, rinunciando ad affermare leggi analoghe a quelle delle scienze naturali.

I temi weberiani rispecchiano e sintetizzano tutti questi aspetti della cultura tedesca, riflettendo anche la situazione politica del tempo. Egli si muove alla ricerca di un equilibrio fra conoscenza empirica e teoria, fra innovazione e conservazione, approdando a una visione problematica dei fenomeni sociali, ed elabora una vera e propria sociologia della complessità. Egli sostiene con vigore tutto ciò, anche rifiutando l’impostazione positivista, dominante agli albori del pensiero sociologico. Secondo questa visione, il metodo di indagine delle scienze sociali e il loro oggetto di ricerca, erano assimilabili a quello delle scienze naturali, tanto che Comte, ponendo la sociologia stessa al vertice di una gerarchia, la definisce come fisica sociale. Ciò implicava che si individuassero delle cause univoche per i fenomeni sulla base di determinate regolarità; inoltre, il positivismo poneva l’accento soprattutto sulla dimensione sistemica, sottovalutando, nei fatti, l’importanza dell’interazione microsociologica. Questo clima imperava anche negli ambienti scientifici italiani di quegli anni, tanto da suscitare la reazione decisamente critica di Benedetto Croce. Egli, forte della sua statura intellettuale, accusò la nuova scienza di ridurre la natura umana entro schemi uniformi. Weber riconosce l’elevata complessità dell’oggetto proprio della sociologia; pertanto, lo studioso definisce quest’ultima come scienza comprendente, nella misura in cui essa ha il compito di spiegare il senso dell’agire sociale. Quest’ultimo costituisce il punto di partenza delle analisi weberiane, e racchiude in sé il significato fondamentale di tutta la sua sociologia. L’azione è infatti definita come “reciprocamente orientata” e “dotata di senso”. Una tale asserzione significa che il soggetto agisca tenendo conto dei comportamenti altrui – il suo agire, dunque, è riferito agli altri membri del gruppo sociale – e che abbia un significato attribuito dall’attore.  

Infatti, Weber si contrappone alla visione positivista anche perché spiega i fenomeni a partire dall’azione individuale. Comte, Durkheim e le teorie funzionaliste, analizzano invece la società in una prospettiva olistica, che finisce per svalutare l’importanza del singolo. In queste concezioni, il tutto prevale sulle parti del sistema, e l’agire è visto in funzione di quest’ultimo. Weber si fa invece latore di un individualismo metodologico, che dà importanza all’interazione sociale, sebbene le sue indagini siano difficilmente etichettabili.

Occorre tuttavia sottolineare che il nostro autore si serve di schematizzazioni “tipico-ideali”. Si tratta di uno strumento cruciale in tutti i suoi studi, in quanto ha la funzione di descrivere i problemi, senza comunque negarne la complessità. L’ideal-tipo (idealtypus) è quindi uno schema concettuale che funge da paradigma rispetto ai casi in esame, astraendone le caratteristiche. Weber utilizza idealtipi caratterizzati da una minore o maggiore capacità di generalizzazione.

L’agire sociale è schematizzato da quattro modelli: 1) agire razionale rispetto allo scopo; 2) agire razionale riguardo al valore; 3) agire affettivo; 4) agire tradizionale. Essi sono delle rappresentazioni di carattere molto generale, che rendono conto delle diverse possibilità di comportamento umano: Weber, infatti, non appiattisce la sua concezione sulla sola razionalità strumentale, poiché la sua sociologia contempla anche forme di azione che divergono da quella dell’homo oeconomicus, a differenza di Vilfredo Pareto. Fondamentale è anche la questione del metodo: secondo l’autore, il sociologo autentico deve separare i fatti oggetto di indagine dai valori. Il termine utilizzato per descrivere questa caratteristica è avalutatività. L’analisi sociologica autentica deve perciò sgomberare la mente da ogni influenza che possa condizionare l’osservatore, essere dunque wertfrei, cioè libera da giudizi ideologici, morali, o culturali. Tutto ciò allo scopo di preservare la scientificità della ricerca sociale, che altrimenti può essere facilmente ricondotta a fini che esulano da quelli strettamente conoscitivi. Queste conclusioni, ricordano sotto molti aspetti altri tratti del pensiero di Georg Simmel. Costui affermò che il punto di vista del sociologo deve essere quello di uno “straniero”: bisogna cioè porsi in una condizione di terzietà imparziale riguardo l’oggetto di studio. Tale metodologia non sembra fare interamente parte, invece, dell’impostazione propria di alcuni studiosi, che come ad esempio Comte, non distinguono con sufficiente chiarezza il momento positivo da quello normativo.

Nei confronti di Marx, la sociologia weberiana si pone in una condizione di alternatività. Gli aspetti divergenti sono molteplici. In primo luogo, la prospettiva marxiana imposta un rapporto di causazione deterministica tra struttura economica e cultura, affermando, sulla scia della sinistra post-hegeliana, che la religione stessa è una “proiezione” delle necessità umane, funzionale ai rapporti di produzione di una determinata società. Inoltre, stabilisce che la storia è mossa, in definitiva, dai bisogni economici.

Weber ribalta queste concezioni in modo articolato, poiché non si limita a rovesciare la relazione tra struttura e sovrastruttura, ma mette in discussione la stessa unidirezionalità del materialismo storico e dialettico. Il rapporto tra cause ed effetti, per Max Weber è altamente complesso, in quanto implica l’interazione tra di essi. In questo modo, il determinismo marxiano è confutato anche per la sua intransigenza dogmatica, in quanto esprime una visione teleologica della storia, sebbene radicalmente materialista.

Un tema certamente non secondario, attraverso cui traspaiono le differenze tra i due autori, è quello del rapporto individuo/società. Marx non contempla la possibilità per l’attore di prescindere dalle dinamiche complessive della storia. Il singolo è così sostanzialmente “massificato”, perché opera in funzione del conflitto di classe. Differente è la concezione di Weber, che pur elaborando delle generalizzazioni, vede nell’operare del singolo il motore originario del mutamento. L’azione è vista tuttavia come un’inter-agire, ovvero un situarsi fra gli altri membri della società, che costituiscono contemporaneamente il limite e i destinatari dei comportamenti soggettivi. Esiste, dunque, una sorta di circolarità tra l’azione individuale e il sistema sociale, che si influenzano vicendevolmente. Questa dinamica si riproduce tra etica ed economia: infatti Weber parla sempre di influenze, o di tendenze, mai di cause definitive.

La sociologia weberiana è dunque caratterizzata da una tale vastità di questioni che ne accrescono la complessità, ma senza frammentarietà. Il suo pensiero può essere ricondotto ad una serie di argomenti, a loro volta suddivisibili. Paolo Jedlowski, sulla scia di alcuni studiosi, divide il pensiero dell’autore in tre aree tematiche: metodologica, storico-comparativa e sistematica.[4] Nella prima area rientrano gli studi inerenti alla questione del metodo delle scienze sociali; fanno parte della seconda le questioni riguardanti la nascita e il destino dell’occidente moderno; infine l’ultimo settore di studi concerne l’elaborazione di concetti e definizioni.

Tuttavia, si può affermare l’esistenza di un filo conduttore che anima tutta la vasta ricerca weberiana, che è costituito dal cosiddetto “disincanto” (Entzauberung). Si tratta di un processo storico, consistente in una progressiva razionalizzazione, in cui l’umanità abbandona nel tempo tutte le spiegazioni della realtà di tipo magico, mitico, e, infine religioso, per approdare alla crisi di senso propria del novecento. Il disincanto investe tutte le civiltà del mondo, ma Weber è particolarmente interessato alle forme che esso assume in Europa occidentale, dove le conseguenze di tali mutamenti, anche attraverso la mediazione della cultura giudaico-cristiana, hanno condotto alla nascita della moderna economia capitalista.

Gli interpreti recenti del pensiero di Max Weber sottolineano come gli scritti contenuti nella Sociologia delle Religioni assumano un ruolo fondamentale per la comprensione del suo pensiero. Infatti, se precedentemente Economia e Società era stata indicata come una specie di “summa” weberiana, oggi si tende a rivalutare l’analisi dei nessi fra religione, etica ed economia, che animarono la ricerca dell’autore.

Come si diceva prima, il filo condutture dell’opera di Weber consiste nel tema della razionalizzazione, intesa come progressivo “disincanto” dell’umanità rispetto alle forme magiche di interpretazione della realtà. Questa evoluzione si pone lungo un continuum che va dalle religioni primitive fino alla modernità. Queste condizioni, nonostante abbiano interessato tutto il mondo, si sono particolarmente verificate in Europa occidentale, imprimendo una forte accelerazione ai processi di modernizzazione. Sotto questo profilo, le Considerazioni intermedie, sono l’opera che spiega meglio il ruolo delle religioni: secondo Weber, esso consiste nell’attribuire un senso al mondo. Il dilemma che si pone all’uomo, dunque, è il seguente: come ottenere la salvezza? Le religioni offrono due tipi di risposte: il rifiuto del mondo, oppure un atteggiamento attivo nei confronti della realtà: si tratta del concetto di ascesi intramondana. L’ebraismo antico era fondato su questo tipo di ascesi in quanto sosteneva che l’abbondanza era segno della benevolenza di Dio. É importante sottolineare come questa concezione sia stata ripresa anche dal calvinismo, che rappresenta una forma di credo ancor più mondanizzato e razionalizzato rispetto al cattolicesimo medioevale.

L’evoluzione della tradizione giudaico-cristiana in occidente, si sviluppa in diverse tappe caratterizzate da una progressiva razionalizzazione. Tuttavia, ciò comporta uno svuotamento del senso che la religione stessa ha attribuito alla realtà. In altri termini, implica che l’attività economica non sia più ispirata o guidata da norme di origine religiosa, ma trovi in sé la propria giustificazione. Il calvinismo aveva avallato la nascita dell’impresa moderna affermando che la certitudo salutis si poteva avere attraverso il successo negli affari. Era tuttavia, una strada che richiedeva una condotta di vita austera e parsimoniosa. Max Weber distingue questo tipo di capitalismo dalla rapacità degli avventurieri e da altre forme presenti in epoche diverse. Esso è specificamente il capitalismo moderno.

Infine, la risposta sul possibile destino della civiltà europea e americana, Weber la fornisce attraverso il noto concetto della “gabbia d’acciaio”. Egli afferma che le forme di evoluzione tecnico-razionali dell’economia, hanno preso il sopravvento nella storia dell’occidente. I metodi di organizzazione e di produzione, i beni e il profitto vivono di vita propria, e ogni individuo, vivendo in questo ambiente, ne assimila la mentalità; la sua capacità di incidere sugli assetti economici è fortemente limitata. Ciascuno resta perciò prigioniero di questa metaforica gabbia.

Questo stesso concetto, ritengo possa fornire degli spunti per una rilettura dell’attuale momento storico. La civiltà occidentale sta attraversando una profonda crisi di senso, proprio perché sono venuti meno i presupposti religiosi che guidavano l’attività economica alle origini del mondo moderno, lasciando spazio a una sorta di autosufficienza etica del mercato. Lo spunto che l’idea sintetizzata dalla “gabbia” weberiana offre, consiste proprio nell’individuare questa scissione tra etica ed economia, che le nuove prospettive degli studi sulla responsabilità sociale d’impresa stanno cercando di ricucire.  

Bibliografia

E. Di Nolfo, Dagli imperi militari agli imperi tecnologici. La politica internazionale nel XX secolo, Laterza, Roma-Bari 2002.

P. Jedlowski, Il mondo in questione. Introduzione alla storia del pensiero sociologico, Carocci, Roma 2009.

F. Ringer, Max Weber: an intellectual biography, The University of Chicago Press, Chicago and London 2004.

M. Weber, Considerazioni intermedie. Il destino dell’Occidente, Armando, Roma 2006.     

M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, Milano 1999.

M. Weber, Sociologia delle Religioni, Utet, Torino 2013.

Note

[1] F. Ringer, Max Weber: an intellectual biography, The University of Chicago Press, Chicago and London 2004, p. 14.

[2] Ivi, p. 19.

[3] Ivi, p. 22.

[4]P. Jedlowsky, il mondo in questione. Introduzione alla storia del pensiero sociologico, Carocci, Roma 2009, p.122.