Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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06/02/2011
Abstract
Al di là della sua apparente semplicità, il termine “multiculturalismo” si presta ad una molteplicità di interpretazioni, che alimentano un vivace dibattito politico e nell’ambito degli studiosi di scienze sociali. In questa sede si cercherà di fornire una definizione esaustiva il più possibile, affiancando una descrizione delle problematiche che riguardano il multiculturalismo, nonché una sintetica analisi della questione

Il sostantivo “multiculturalismo” dovrebbe adattarsi ad una definizione tautologica: in questa accezione indicherebbe la compresenza di una molteplicità di culture nello stesso ambito geopolitico e sociale. Ovviamente la seconda parte del termine, quella relativa alla “cultura” si riferisce al significato antropologico di quest’ultima.

Tuttavia, al di là di una simile spiegazione, coesistono diversi modi di interpretare il fenomeno in questione e quello che esso descrive; non ultimi, alcuni usi in chiave ideologica o polemica, che si servono di questo concetto anche in forma retorica. Negli ultimi anni, il dibattito politico italiano e europeo, ha contemplato nella sua agenda di discussione temi che, sotto differenti prospettive, hanno incrociato la questione multiculturale, dividendosi, per quanto attiene ai problemi delle migrazioni, tra gli estremi della xenofilia e della xenofobia.1 I problemi collegati alla convivenza tra le culture, e l’urgenza posta dai flussi migratori verso i paesi occidentali, hanno fatto sì che queste problematiche assumessero, nel corso dell’ultimo decennio, un peso crescente anche nella politica italiana, sebbene tali questioni fossero note sin dall’inizio degli anni novanta, prima negli Stati Uniti e poi nel resto del mondo.

Parlare di questo tema implica spesso una confusione di fondo tra quello che il termine rileva da sé come stato di fatto della società, e ciò che ne costituisce invece l’aspetto “programmatico”. Ciò significa che il multiculturalismo non si limita a descrivere passivamente la realtà politica, ma in una certa misura interpreta il mondo contemporaneo, e ne rappresenta una visione alternativa.2

Tuttavia, nei fatti, il confronto con culture diverse da quelle originarie – soprattutto quello dell’Occidente con civiltà eterogenee – ha riguardato in maniera differente i vari contesti nazionali nel corso del ventesimo secolo, anche se non dappertutto si è imposta una visione pluralista della convivenza interetnica. Vi sono, per esempio, alcuni paesi che hanno a lungo avuto difficoltà nel creare degli spazi effettivi di riconoscimento delle minoranze, attraverso forme di assimilazione protese alla creazione di nuove identità.

Del resto anche se a partire dalla decolonizzazione, il problema comincia a pesare in tutta la sua gravità, non vi è una rivendicazione di riconoscimento multiculturale nel senso odierno da parte delle ex-colonie. Secondo Colombo, ciò che impedì che tutto ciò avvenisse fu, oltre a una forma di distribuzione ineguale delle capacità, ‹‹il fatto che essa avvenne all’interno di un sistema internazionale, quello bipolare, che pur riflettendo una profondissima lacerazione interna alla cultura occidentale, continuava a proiettare questa lacerazione sul resto del mondo››.3

Ma la realtà che ancor oggi continua ad incidere maggiormente sulla prospettiva multiculturale, è rappresentata dal modello nordamericano, che nonostante sia sottoposto a numerose sfide, è ancora capace di indicare possibili schemi di convivenza multiculturale, oltre a sottolineare un probabile “destino” per l’Europa del futuro. La società americana, intensamente permeata dai valori del capitalismo democratico, per cui ogni persona ha diritto alla realizzazione della propria felicità individuale, costituisce l’ambiente ideale in cui attecchisce quella che Charles Taylor definisce “politica del riconoscimento”4: cioè, ciò che si potrebbe definire come un’insieme di teorie e prassi volte alla legittimazione delle identità di individui, gruppi, movimenti. Naturalmente, ciò presuppone generalmente che vi sia una precedente condizione di latenza da parte di coloro che aspirano al riconoscimento della propria identità, quando non di sottomissione, denigrazione o addirittura persecuzione.

La generalizzazione del modello americano nel resto del mondo, ha consentito il dispiegamento delle questioni identitarie su scala globale. Questo processo, che ha coinciso con la fine del blocco dei paesi comunisti, si è manifestato da una parte con una massiccia adesione ai valori del liberismo, mentre sotto altri punti di vista, ha generato una forte spinta verso la richiesta di un più ampio riconoscimento delle differenze, siano esse razziali, religiose, culturali o di genere.

Proprio in questa frattura tra l’alternativa tendenzialmente liberista e improntata ai valori delle democrazie occidentali e il pluralismo culturale, si rivela una dimensione del multiculturalismo fondamentale e, allo stesso tempo, contraddittoria, in quanto la globalizzazione genera solo apparentemente uniformità, paradossalmente alimentando visioni che possono stridere fortemente con i valori occidentali. L’affermazione delle identità locali, avviene per esempio, in contesti non slegati necessariamente dalla globalizzazione; anzi, si può dire che essa si serva di quegli stessi strumenti di comunicazione (come internet e la televisione) che la società occidentale ha diffuso, e, attraverso di essi, costruisca il proprio universo ideologico alternativo rispetto ad un mondo con una matrice di valori decisamente occidentale.

In ultima analisi, il multiculturalismo rielabora e assimila anche gli elementi che sono propri di una società e di una politica “monoculturale”.

Una società multiculturale, si definisce perciò tale quando sono in essa riconosciute le innumerevoli declinazioni dei valori che orientano l’agire umano.

Ma la mera convivenza, non può essere assunta come un dato di fatto, poiché lo Stato si trova spesso a definire i propri confini rispetto a etnie e rispettive culture, come è accaduto in questi ultimi anni in quasi tutte le principali democrazie occidentali, qualora sorgano incompatibilità con valori i fondamentali. E’ perciò difficilmente ipotizzabile una condizione di assoluta neutralità da parte della politica rispetto a simili questioni. Il problema del rapporto tra Stato e differenze multiculturali, è affrontato in diverse prospettive, da John Rawls, Charles Taylor, Michael Walzer.

John Rawls in A theory of Justice (1971), e Political Liberalism (1993) ha espresso una teoria dell’uguaglianza di matrice liberale. Come tutti i fondamentali filosofi della tradizione cui Rawls appartiene, egli si serve dello strumento concettuale del contratto sociale, ponendosi nel solco di Locke e di Kant. Pertanto il pensiero di Rawls si situa all’origine della linea che divide la filosofia contemporanea liberale dal comunitarismo di cui è espressione Taylor, affermando consistenti sfere di autonomia e neutralità della politica rispetto alle convinzioni etiche di ciascuno.

Lo stesso Michael Walzer, autore di Spheres of Justice (1983), pur condividendo con Rawls il medesimo nucleo di idee liberali, ritiene che l’eguaglianza puramente giuridica non renda conto della complessità sociale, che va invece riconosciuta in tutte le sue sfumature. In questo modo, Walzer apre un varco nella teoria della neutralità politica dello Stato.

Questa neutralità è l’oggetto della critica effettuata da Taylor, che invece sostiene la necessità di un orizzonte etico comune. Attraverso l’analisi dell’evoluzione dell’etica individualista nel corso del pensiero moderno, e in particolare dal diciottesimo secolo ad oggi, Taylor ritiene che i mali della società contemporanea derivino dall’assenza di vincoli a un’ “etica dell’autenticità”, concetto con cui definisce un individualismo introflesso e privo di riferimenti ideali condivisi.5 Di conseguenza, egli si oppone ad una visione che separi nettamente le scelte politiche dalle convinzioni individuali. Per Taylor esiste perciò una sorta di diritto al multiculturalismo, che aspira al riconoscimento delle differenze: ‹‹e nell’odierna vita politica la domanda emerge in vari modi, in difesa dei gruppi minoritari o “subalterni”, in alcune forme di femminismo e in quella che oggi è chiamata “politica del multiculturalismo”››.6

Habermas, opera da parte sua una mediazione tra queste due concezioni, sostenendo che il fondamento di una società multiculturale va ricercato in una prassi di costante ricerca di valori universali.



2. L’eurocentrismo e il suo declino


Nell’attuale contesto storico, le politiche multiculturali e la convivenza plurietnica fanno da sfondo al parallelo declino dell’eurocentrismo. Questo termine, che costituisce una delle antitesi del multiculturalismo, si adatta sempre meno alla descrizione della realtà contemporanea, caratterizzata non più dalla schiacciante egemonia culturale dell’Occidente europeo: ‹‹in un mondo multipolare e policentrico l’eurocentrismo non è più centrale. L’Europa è da vedersi realisticamente come “propaggine” della massa eurasiatica; come “continente stanco”››.7

Nel corso dell’età moderna, l’eurocentrismo si è affermato come un atteggiamento dominante, caratterizzandosi come un senso di assoluta ed indiscutibile supremazia dell’uomo europeo su altri popoli. D’altro canto, si tratta di atteggiamenti profondamente radicati nella cultura europea, perché già durante l’età classica, i Greci affermarono l’esistenza di una propria superiorità culturale sui “Barbari”. Successivamente, se l’Impero romano elaborò il concetto di cittadinanza, nel Medioevo il significato del termine “barbaro” viene reinterpretato. Questo appellativo non designa più uno status di inferiorità solamente culturale, ma implica una profonda diversità rispetto ai Cristiani: sono infatti barbari quei popoli non cristiani, che proprio per questo motivo si pongono al di fuori della sfera umana. Infatti, nel medioevo, il “cristiano” non è solo il fedele di una particolare religione, ma di quella religione che per l’uomo medioevale, non abituato ancora alla convivenza priva di conflitti tra diverse culture, rappresenta l’unica via per la salvezza dell’anima.

Il mondo moderno, ha visto tuttavia, un costante confronto dell’Europa con culture sconosciute. Questo impatto si è tradotto in un rapporto di dominazione, anche in nome di una pretesa superiorità dell’uomo occidentale, contro la quale si sono spesso levate voci autorevoli come quella del vescovo domenicano Bartolomé de Las Casas. Questi, si pose dalla parte degli indios, in polemica col giurista spagnolo Sepùlveda, che invece sosteneva che gli Indios fossero biologicamente inferiori agli Spagnoli. Las Casas, sulla base di un confronto con la filosofia aristotelica, dimostrò le capacità effettive di quelle popolazioni. Anche le ben note “rèducciones” gesuitiche, si posero sulla stessa linea operativa. Si può perciò affermare che vi sia una duplice dinamica, che se da un lato vede affermarsi logiche di dominio rispetto alle quali l’eurocentrismo costituisce una fonte d’ispirazione e contemporaneamente le giustifica, dall’altro élites intellettuali e politiche scardinano progressivamente questa controversa visione.

Le scoperte geografiche, contribuiscono a costruire un mondo in cui l’Europa non è più il cuore delle rotte commerciali. Il mediterraneo perde la sua centralità, e nel corso dei secoli XVI e XVII i traffici si spostano verso le Americhe o le Indie orientali. Lentamente, l’Europa frammentata in monarchie nazionali e divisa dalle guerre di religione, cede il passo a nuovi centri di potere. Alla fine del secondo conflitto mondiale si sancirà la nuova egemonia degli Stati Uniti sul mondo occidentale, che pur essendo sempre una potenza occidentale, rappresentò qualcosa di totalmente nuovo ed alternativo rispetto al mondo così come era stato concepito in Europa, rivoluzionandone gli stili di vita, la politica e l’economia. Sebbene abbiano faticato a manifestarsi con pienezza anche in America, i diritti delle minoranze etniche costituiscono oggi una conquista importante, e il melting pot nordamericano appare un modello appetibile soprattutto per le grandi realtà urbane d’Europa, dove tende ad affermarsi sempre più.

Bibliografia

Andreatta Filippo, Clementi Marco, Colombo Alessandro, Koenig-Archibugi Mathias, Parsi Vittorio Emanuele, Relazioni Internazionali, il Mulino, Bologna, 2007.

Costabile Antonio, Fantozzi Pietro, Turi Paolo, Manuale di sociologia politica, Carocci, Roma, 2006.

Habermas Jürgen, Taylor Charles, Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, Feltrinelli, Milano, 1998.

Mikkeli Heikki, Europa. Storia di un’idea e di un’identità, il Mulino, Bologna, 2002.

Nesti Arnaldo, Multiculturalismo e pluralismo religioso fra illusione e realtà: un altro mondo è possibile?, Firenze University Press, Firenze, 2006.

Taylor Charles, Il disagio della modernità, Laterza, Roma-Bari, 1994.

1 U. Melotti, Cultura politica e migrazioni, in A. Costabile, P. Fantozzi, P. Turi, Manuale di Sociologia politica, Roma, Carocci, 2006, p.290.

2 A. Colombo, Identità. Tra multiculturalismo e scontro di civiltà, in F. Andreatta, M. Clementi, A. Colombo, M. Koenig-Archibugi, V. E. Parsi, Relazioni internazionali, Bologna, il Mulino, 2007, p. 229-230.

3 Ivi, p. 233.

4 J. Habermas, C. Taylor, Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, Milano, Feltrinelli, 1998.

5 C. Taylor, Il disagio della modernità, Roma-Bari, Laterza, 1994.

6 J. Habermas, C. Taylor, op. cit., p. 9.

7 F. Ferrarotti, La crisi dell’eurocentrismo e la convivenza delle culture, in A. Nesti, Multiculturalismo e pluralismo religioso fra illusione e realtà: un altro mondo è possibile?, Firenze, Firenze University Press, 2006, p. 17.