Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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23/09/2010
Abstract
In questa fase conclusiva dello studio si cercherà di fornire una risposta all’inquietante quesito posto dalla più celebre opera di Oswald Spengler: la modernità condurrà inevitabilmente al declino della civiltà occidentale? L’Europa avrà ancora un ruolo politico e culturale nella società globalizzata, o sarà costretta a cedere dinanzi alla mescolanza di culture e stili di vita che si realizza soprattutto nei grandi agglomerati urbani?

La prospettiva spengleriana nell’era della globalizzazione

Il pensiero di Oswald Spengler fu fortemente influenzato dal clima culturale creatosi sin dagli inizi del Novecento nella Mitteleuropa, poi diffuso nel resto del continente. Gli intellettuali del nuovo secolo maturarono la consapevolezza che la modernità avrebbe posto delle sfide tali da mettere in discussione la leadership morale dell’Europa, mentre sul piano politico la crescente conflittualità tra gli Stati nazionali ne avrebbe diminuito enormemente l’influenza politica. Tali convinzioni divennero ancor più evidenti e diffuse dopo il primo conflitto mondiale. Scrive a tal proposito Richard J. Overy: «la realtà del mondo uscito dalla guerra fu all’insegna di delusioni cocenti. (…) Queste delusioni contribuirono a un crescente stato di pessimismo, una convinzione che per quanti sforzi si facessero di ripristinare l’età dell’oro di prima della guerra, o di edificare un nuovo ordine basato sulla giustizia e sul rispetto degli altri, l’Europa o la civiltà occidentale fossero in qualche senso condannate. Il che non rappresentava nulla di nuovo, sia chiaro. Già prima della guerra, per un ventennio, era andata prendendo forza una profonda sensazione di fin de siècle, della fine di un’epoca. Scrittori e artisti lo espressero in innumerevoli forme, ma tutte accomunate dal senso della perdita: dell’innocenza, delle certezze morali, dei valori sociali, della solidità culturale»1.

La società europea dovette quindi confrontarsi con la perdita del suo monopolio spirituale, in seguito alle trasformazioni geopolitiche definite degli esiti postbellici. Gli aspetti che probabilmente ne segnarono maggiormente la crisi furono tre: la dissoluzione dell’impero asburgico; l’incipiente influenza intercontinentale degli Stati Uniti d’America; il timore della rivoluzione comunista. Infatti, mentre la disgregazione dell’impero austro-ungarico frustrava di fatto le ambizioni pangermaniste delle nazioni di lingua tedesca, gli altri due fattori mettevano a nudo mutamenti che difficilmente potevano essere ostacolati. A questo occorre aggiungere che la fiducia nello sviluppo progressivo e razionale del processo storico fu minata violentemente dal tragico svolgersi del conflitto, che non solo si mostrò in tutta la sua crudeltà, ma che vide persino quello stesso progresso tecnologico che aveva fomentato speranze di emancipazione piegarsi alle esigenze di distruzione dell’avversario2.

Molti intellettuali di fine ottocento anticiparono in parte le questioni affrontate da Spengler. La fiducia nel progresso si eclissa con Nietzsche, che accusa gli sviluppi del pensiero occidentale da Platone in poi di aver alienato l’uomo dalla realtà della vita attraverso fallaci speranze di riscatto dalla condizione umana, impedendogli così di esprimere la «volontà di potenza». Altre suggestioni possono essere invece trovate in due sociologi come Tönnies e in particolar modo, Simmel. Mentre Tönnies contrappone nostalgie per forme comunitarie di organizzazione sociale (Gemeinschaft) alla “convulsa” e impersonale società moderna (Gesellschaft), Simmel analizza le contraddizioni della modernità nell’ambito della metropoli. Anche se il suo pensiero non esprime considerazioni di valore, rimane tuttavia il fatto che evidenzi come la modernità, che «è, nel pensiero filosofico e sociale tedesco dei primi del secolo espressione dell’autocoscienza della crisi della cultura europea»3, risulti caratterizzata in ultima analisi da una crescente “genericità” dei rapporti umani: «lo sviluppo della metropoli, l’intellettualizzazione della vita e la diffusione del denaro si combinano dunque – corrispondendosi l’un l’altro – nel generare una forma di esperienza peculiare alla modernità. Complessivamente, tendono a produrre un sistema di relazioni sociali contraddistinte da un notevole grado di anonimità»4. Percorrendo ancor più a ritroso la storia della filosofia europea tra diciannovesimo e ventesimo secolo, si possono trovare alcune consonanze tra il pensiero di Spengler e Goethe, o addirittura con il pensiero di Thomas Carlyle e Sismondi, fortemente critici, nel secolo precedente, verso le innovazioni dell’industrialismo.

Tutto ciò riecheggia ne Il tramonto dell’Occidente (Der Untergang des Abendlandes) che, pubblicato tra il 1918 e il 1922, riflette il senso di malessere causato dagli sconvolgimenti e dalle trasformazioni del suo tempo. L’opera ambiva alla delineazione di una teoria generale dei cicli di vita delle civiltà, mediante il metodo morfologico-comparativo. Attraverso la comparazione delle regolarità e delle analogie che si manifestano esteriormente nella Storia, giunge alla conclusione che le civiltà attraversano tre fasi: nascita, sviluppo e declino, costituendo delle «forme di vita»5. In questo schema trovava posto anche la “profezia” sul destino della civiltà occidentale.

Le riflessioni di Spengler ebbero una certa eco nell’ambito del nascente movimento nazionalsocialista, sebbene si sostenga da più parti la parziale estraneità del pensatore tedesco rispetto al partito nazista. Per esempio, H. Stuart Hughes afferma che vi furono diverse occasioni di contrasto con il movimento hitleriano, e perciò Spengler non può definirsi come una sorta di ideologo del partito nazista6, bensì un nazionalista conservatore. In particolare sarebbe stata la questione razziale a marcare un netto confine tra il pensatore tedesco e il partito nazionalsocialista: «it was this attitude toward race that most profoundly separated Spengler from the National Socialists. Already in the second volume of the Decline he had clearly outlined his own theories. For Spengler, as for Nietzsche, the idea of a “folk” was simply a vaporous creation of German Romanticism»7.

Quanto detto finora suscita tuttavia alcuni interrogativi: la prospettiva annunciata nel celebre libro di Spengler, può rappresentare una chiave interpretativa atta a comprendere il presente? Può essa fornire perlomeno degli spunti per leggere i fenomeni sociali del mondo globalizzato? Oppure costituisce solo una rappresentazione delle paure del primo dopoguerra?

In effetti, si può affermare che esistano alcune analogie tra l’attuale fase storica e gli anni venti del secolo scorso: l’assenza di valori condivisi, l’onnipresente timore di autodistruzione dell’umanità per via di un uso distorto della tecnologia, la recessione economica, la decadenza di vecchi centri di potere politico. Tali elementi contribuiscono nell’insieme a delineare un quadro simile sotto molti aspetti all’epoca del Tramonto. L’aspetto della modernità che però crea maggiore interesse ai fini di questa discussione, è quello legato ai fenomeni migratori, che forniscono la prova più evidente dei mutamenti in atto nell’ultimo trentennio. La mobilità spaziale rappresenta difatti il sintomo di una mobilità sociale, effettiva o ricercata.

Poiché negli ultimi venti anni si è assistito ad una generalizzazione su larga scala del modello economico occidentale, nonché della sua etica individualista, molti soggetti si sono mossi alla ricerca della propria autorealizzazione, abbandonando le aree periferiche del globo, per recarsi nell’Occidente economicamente avanzato. Tutto ciò riteniamo sia il frutto della diffusione di quello che Charles Taylor definisce «bisogno di riconoscimento»8, che si traduce in un’etica imperniata sulla soddisfazione delle aspirazioni individuali. La mobilità, a detta di Taylor, è una caratteristica delle società industrialmente avanzate: «Fin dalla sua nascita, questo tipo di società ha significato mobilità, dapprima dei contadini dalla terra alle città, poi attraverso gli oceani e i continenti verso nuovi paesi, e oggi, infine, da città a città inseguendo le occasioni di lavoro»9.

L’etica dell’auto-realizzazione può scivolare ben presto nel soggettivismo auto-indulgente, ossia una forma di lassismo che tende ad eliminare i confini morali del proprio agire. Scrive Taylor che «le forme egocentriche sono devianti sotto due profili. Esse tendono a mettere al centro dell’opera di realizzazione l’individuo, rendendo i suoi legami puramente strumentali; esse spingono in altre parole verso un atomismo sociale. E tendono a vedere la realizzazione in termini dell’io, trascurando o delegittimando le esigenze che, provenendo dalla storia, dalla tradizione, dalla società, dalla natura o da Dio, trascendono i nostri desideri o aspirazioni personali. In altre parole alimentano un antropocentrismo radicale»10.

L’analisi che effettua Taylor su un piano generale si rivela calzante anche per la comprensione del fenomeno migratorio, e in maniera più specifica, per spiegare alcuni episodi devianza di cui, talvolta, sono protagonisti immigrati. I comportamenti devianti imputabili a cittadini extracomunitari o generalmente immigrati, così come molti conflitti interetnici, hanno molte volte la propria radice nel bisogno smodato di riconoscimento e in una interpretazione distorta della mentalità imprenditoriale. Gli imperativi dell’imprenditore moderno – cioè guadagno e accumulazione sistematica, mediante una gestione razionale dell’impresa – sono inquadrati in un ethos ben preciso. Esso si differenzia dalla semplice brama di denaro. Come scrive Weber «l’avidità smodata di guadagno non si identifica minimamente col capitalismo e meno ancora col suo “spirito”»11. Ma se questa mentalità, in seguito allo sradicamento dal proprio humus culturale, non condivide più alcun orizzonte etico, allora ecco il venir meno dello spirito che sorregge un agire in sintonia con la legalità. In questo modo, la ricerca di condizioni migliori di vita in un paese straniero, spesso si trasforma nella ricerca della sola soddisfazione economica. L’immigrato, da potenziale individuo integrato e dotato di successo, diventa un potenziale deviante.

Si tratta senza dubbio di un problema complesso, che ha però origine nelle dinamiche di estensione indiscriminata del modello occidentale a società completamente differenti. Franco Cassano, riprendendo il concetto di deculturazione di Serge Latouche, vede una forma di egemonia culturale, esercitata da parte dei paesi sviluppati, che consiste nel flusso, a senso unico, dei valori neoliberisti verso società con economie poco progredite12. Tutto ciò ha l’effetto di sradicare gli individui dal proprio contesto, e «nel momento in cui i paesi non-sviluppati accettano di definirsi tali (…) hanno perso di fatto la loro identità culturale e hanno iniziato a giudicarsi dal di fuori, hanno imboccato una strada in cui essi avranno come destino migliore quello di diventare una copia mal riuscita del modello che inseguono»13.

Se a tutto questo si aggiunge la crescita demografica di molti paesi in via di sviluppo, diviene facilmente intuibile che in un futuro non molto lontano, le tendenze migratorie potrebbero aumentare, con la conseguenza che si riverserebbero in Occidente flussi di notevole entità.

Non ci troviamo però di fronte a quelle che gli storici di lingua tedesca definiscono “migrazioni di popoli”, note anche come “invasioni barbariche”. La crisi del mondo occidentale, prossima o lontana, non proverrà da un “nemico” esterno. Al contrario, troverà la sua ragion d’essere proprio nell’assolutizzazione del modello culturale esistente. Il tramonto – se vi sarà – avverrà per effetto di una auto-distruzione, come conseguenza dell’omologazione di diverse culture, piegate e uniformate al valore del profitto economico, che il mondo extra-occidentale declina spesso in un capitalismo che non si concilia con le esigenze dell’ambiente, o dei diritti sul lavoro; società che interiorizzando i valori della civiltà occidentale moderna in maniera distorta, potrebbero far degenerare l’economia dei paesi occidentali in un capitalismo parzialmente senza regole. Sarà la competizione selvaggia tra Stati, corporations e individui, a generare un circolo vizioso da cui l’Occidente potrebbe anche risultare sconfitto, causando al contempo, l’assorbimento di culture non europee.

La sfida di salvare il mondo euro-occidentale dalla sua possibile crisi, si può vincere attraverso la ricerca di uno sviluppo economico armonico, che contemporaneamente non favorisca dinamiche di deculturazione.

Sarà solo ritrovando il suo patrimonio etico che l’Occidente potrà evitare di trascinare la propria e l’altrui civiltà in un vicolo cieco, recuperando quanto viene insegnato dalla sua storia, facendo proprio il rispetto della dignità umana: «lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l’uno accanto all’altro»14.

Bibliografia

Benedetto XVI, Caritas in Veritate, Città del Vaticano, LEV, 2009.

Cassano Franco, Il pensiero meridianoRoma-Bari, Laterza, 1996

Habermas Jürgen, Taylor Charles, Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, Milano, Feltrinelli 2002.

Hobsbawm Eric J., Il secolo breve. 1914-1991,Milano, Rizzoli, 1997.

Hughes Henri Stuart, Oswald Spengler, New Brunswick, Transaction publishers, 1992

Jedlowski Paolo, Il mondo in questione, Roma, Carocci, 2009

Overy Richard J., Crisi tra le due guerre mondiali 1919-1939, Bologna, il Mulino,1998

Spengler Oswald, The Decline of the West, Oxford, Oxford University Press, 1991.

Taylor Charles, Il disagio della modernità, Roma-Bari, Laterza, 1999

Weber Max, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Milano, Rizzoli, 1999

1 R. J. Overy, Crisi tra le due guerre mondiali 1919-1939, Bologna, 1998, p. 9.

2 E. J. Hobsbawm, Il Secolo breve. 1914/1991, Milano 1997, p. 64.

3 P. Jedlowski, Il mondo in questione, Roma 1998, p. 108.

4 Ivi, p. 111.

5 Termine coniato da Spengler, ma che fu successivamente utilizzato da Ludwig Wittgenstein con un significato differente. Per Wittgenstein l’espressione “forma di vita” descrive tutte le attività che sono esercitate da un membro di una determinata società.

6 H. S. Hughes, Oswald Spengler, New Brunswick 1992, pp. 120-136.

7 Ivi, p. 124.

8 C. Taylor, Il disagio della modernità, Roma-Bari 1999, pp. 51-64.

9 Ivi, p. 69.

10 Ivi, pp. 68-69.

11 M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Milano 1999, p. 37.

12 F. Cassano, Il pensiero meridiano, Roma-Bari 1996, pp. 69-72.

13 Ivi, pp. 69-70.

14 Benedetto XVI, Caritas in Veritate, Città del Vaticano 2009, pp. 89-90.