Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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06/06/2010
Abstract
Continua lo studio dedicato al rapporto tra identità europea e culture esogene. In particolare questa seconda parte si soffermerà sulla difficile definizione dell’identità europea nell’epoca della globalizzazione, attraverso l’analisi del campo semantico del termine Europa: storia, radici culturali, attuale situazione politica.

Europa: una, nessuna, centomila

Nonostante molti studiosi si siano cimentati nella ricerca di una definizione conclusiva del termine “Europa”, delle sue radici mitologiche e dei suoi confini spaziali e ideali, i concetti risultati dalle diverse analisi forniscono un’ampia gamma di punti di vista. La stessa radice etimologica del nome costituisce oggetto di dibattito fra gli specialisti, che non sono giunti ancora ad una nozione tale da non poter essere più messa in discussione1.

L’origine dell’identità europea occidentale non rappresenta un punto fermo condiviso da studiosi di diverse discipline, e mentre in passato si sono affermati dei miti storiografici come quello che ha individuato nel periodo carolingio un’anticipazione del processo di unificazione del continente, oggi si tende a considerare tali fermenti in maniera meno entusiastica. Altri fanno risalire le radici comuni della civiltà europea alla Grecia classica, in particolare a Erodoto. Del resto, gli stessi Greci associarono, come i Franchi, il termine “Europa” ad una realtà geografica2, anche con lo scopo di differenziarsi da altre civiltà, considerate inferiori e irrazionali: i cosiddetti Barbaròi, il cui significato di origine incerta, rimanda forse alla lingua di tali popolazioni, considerata dai Greci un “borbottare”.

L’Impero romano non può essere considerato invece come latore di una qualche forma di identità pan-europea, poiché il suo espansionismo si concretizzava in un universalismo globalizzante, e su di un etnocentrismo che «si basava sull’idea non di un’Europa unita, ma di Roma come centro del mondo»3.

Nei fatti, l’identità del continente appare come la risultante di diversi processi storici che hanno contribuito a formarne nell’insieme i fondamenti. Gli studiosi hanno preso in considerazione molti di questi momenti, fornendo diverse spiegazioni dell’origine della civiltà europea. Per Paul Valéry essa si fonda su tre pilastri: il diritto romano, il pensiero greco, il Cristianesimo4. A questa tripartizione, Richard Hoggart e Douglas Johnson aggiungono un quarto fattore: l’Illuminismo5. Il sociologo Henri Mendras6 elabora un elenco che riassume in quattro punti le caratteristiche e le radici fondamentali dell’identità europea: I) l’individualismo evangelico e romano; II) l’idea di nazione; III) il capitalismo; IV) La democrazia. Mendras concepisce questi fattori come aspetti comuni a tutti gli stati europei, oltre le rispettive differenze. Per Karl Jaspers, invece, le basi dell’identità europea sono libertà, storia e scienza. Tali fattori sono fra di loro strettamente correlati. Secondo Jaspers ciò che distingue la storia dell’Occidente europeo è proprio l’anelito alla libertà, che si concretizza nelle lotte per il riconoscimento delle autonomie politiche e individuali, mentre la scienza viene concepita strumento di liberazione. Jaspers, che scrive dopo la seconda guerra mondiale è consapevole anche dei limiti della tecnica, che nonostante le attese “messianiche” di fine ottocento, diventa fattore di distruzione, nel periodo delle due guerre mondiali. Quel che Jaspers sembra condannare, in ultima analisi è l’autoreferenzialità della scienza e della politica. La vera libertà si ha nella società, nel sentirsi membro di essa senza tuttavia venirne assorbito. La sua visione dell’Europa riflette pienamente quanto è stato affermato fino a questo punto, poiché «l’Europa non implica nulla di finale per lui e l’essenza fondamentale del continente non può che rimanere indefinibile. L’essenza spirituale dell’Occidente si manifesta soltanto nel momento in cui stiamo vivendo in un momento dato»7.

Edmund Husserl considera invece il declino dello spirito europeo strettamente legato alla crisi dell’atteggiamento teoretico, che «fa sì che comunità scientifiche che speculano in modo razionale sulla vita in termini universali e che riescono a tramandare e rendere ‘storia’ i risultati della propria attività filosofica, riescano ad innalzare il livello di auto-consapevolezza della forma di vita cui appartengono»8.

Le conseguenze di queste asserzioni, che qui abbiamo sommariamente esposto, sono diverse. In primo luogo, il concetto di Europa che ne viene alla luce è molto fluido: ci troviamo davanti a un continente che scopre un profondo senso di unità davanti all’alterità, ovvero quando sorge la necessità di difendere il suolo patrio, ma che non ha stabilito una volta per tutte quelli che sono i suoi confini. In secondo luogo, il ruolo degli stati nazionali, e tutt’oggi è parzialmente così, è un ruolo importante, quando non di assoluta preponderanza nella politica del continente. Un prodotto del nazionalismo tedesco, è stato ad esempio il pangermanesimo, che non è altro se non la proiezione della Weltanschauung germanica sullo scacchiere geopolitico europeo. Le teorizzazioni unitarie che verranno elaborate da molti intellettuali nel corso del XIX secolo, trovano il loro fondamento proprio nelle logiche dello Stato-nazione, talvolta accompagnando, talaltra giustificandone i processi espansionistici. Sia la concezione di Herder, che rivela una matrice hegeliana, sia il suo opposto, cioè quella francese, in ultima analisi riflettono le ambizioni degli stati europei, non costituendo dei progetti organici di ingegneria politica e istituzionale per l’unità.

Negli anni venti del secolo scorso, la crisi di valori dell’Occidente europeo, spingerà molti ideologi a cercare nel federalismo una soluzione concreta alla decadenza della politica nel vecchio continente. Nasceranno così diverse proposte europeiste, come quelle di Coudenhove-Kalergi, Albert J. H. Vaizeille, Hermann Kranold, Gaston Rioun, Edouard Henriot, Carlo Sforza. Nel frattempo, prolifera la pubblicistica sull’argomento, a cominciare dalla Francia. Il belga Jacques Leclerq, collocandosi nel solco dell’ottimismo idealista degli studi sulle relazioni internazionali, predicò un internazionalismo che avrebbe dovuto condurre all’abbattimento delle frontiere in Europa e nel mondo intero, attraverso la cooperazione fra stati9.

Molti di questi movimenti, si sono incarnati in partiti e gruppi di opinione, ma non sopravvissero di fronte alla crisi del 1929, e in seguito agli eventi che ebbero luogo nelle relazioni diplomatiche di quel decennio. I nazionalismi ebbero il sopravvento sulle utopie propagandate dai federalisti. La Società delle Nazioni, che avrebbe dovuto funzionare come un’autorità autonoma per promuovere la pace e regolare le controversie internazionali, fu travolta «dalle macroscopiche carenze politiche che caratterizzavano la sua attività»10.

L’europeismo nato tra le due guerre mondiali fu anche espressione di una forma di élitismo intellettuale, in particolare nella versione “paneuropeista” di Coudenhove-Kalergi. Questi non riuscì a dare corpo alla sua visione federalista, a causa dell’assenza di una effettiva dimensione progettuale del suo pensiero11.

In tutte queste espressioni ideologiche si può percepire l’esistenza di una frattura tra un’Europa ideale e un’Europa reale, fra le affermazioni teoriche condivise da cerchie ristrette di pensatori, e la difficoltà di metterle in atto. Gérard Delanty ha colto la distinzione fra l’Europa come idea e come realizzazione concreta, decostruendo il concetto di una presunta identità immutabile: «The idea of Europe has been more connected to the state tradition and elite cultures than with the politics of civil society»12. Il vecchio continente, nella sua storia, dunque non ha prodotto un senso di appartenenza analogo a quello che è presente all’interno dei confini di ogni stato europeo, mentre sul piano culturale l’identità è duratura e consolidata: «Europa solo in maniera del tutto secondaria è un concetto geografico: l’Europa non è un continente nettamente afferrabile in termini geografici, è invece un concetto culturale e storico»13.

Tuttavia, se si relativizzasse l’essenza dell’europeismo, relegandola solo ad alcuni momenti della storia in cui l’emergenza difensiva ha coagulato gli interessi dei popoli, si finirebbe col cadere in una forma di nichilismo, fino alla negazione dell’ assoluta e oggettiva rilevanza dei fattori culturali che accomunano gli Europei. Non si può, del resto, ridurre l’europeismo a semplice proiezione dei nazionalismi, né considerarlo solamente ristretto a circoli politici di alta cultura, trattandosi di una realtà molto più complessa. Jacques Lévy14, corrobora l’idea di tale complessità illustrandola sotto diversi punti di vista. Riguardo alla religione scrive: «il Cristianesimo, religione emblematica dell’Europa? Asse portante dell’identità europea? Matrice insuperabile di ogni progetto europeo? Non è falso, e al tempo stesso lo è»15. D’altro canto, il Cristianesimo nasce come religione missionaria, e pur avendo trovato larga diffusione nel vecchio continente, si è diffuso successivamente altrove: per questo motivo, rappresenta uno dei tratti costanti dell’identità europea, ma non il solo. Su questo punto Biagio De Giovanni argomenta: «il Cristianesimo, nella forma delle sue confessioni organizzate, della sensibilità effettiva che ha immesso nella vita obiettiva dell’Europa, può contribuire a che il reciproco riconoscimento si innesti in quella pensata universalità dell’uomo, risultato profondo del suo diventare “cultura”. Ma proprio questo atteggiamento deve valere come interiorizzata identità del processo europeo, insieme a tante altre matrici che concorrono a formarla»16.

Sorge perciò il dilemma, di non facile risposta, tra la scelta di concepire il Cristianesimo come l’elemento essenziale di un’identità costruita su un asse politico-religioso, con il rischio di farne una sorta di “orpello identitario”, e tra la tentazione di marginalizzarne il ruolo, fino all’estrema conseguenza del totale misconoscimento. D’altra parte, si può negare alle chiese l’ambizione di concepire sé stesse come depositarie della verità inconfutabile?17 Non si finirebbe per creare così un’Europa senza identità? Oppure ancor oggi la laicità è vissuta in concorrenza ed antitesi alle confessioni tradizionali? Ciò che sarebbe invece auspicabile, è che le religioni tenessero lontano lo spettro degli integralismi, i quali non contribuiscono alla convivenza pacifica di una società armonicamente pluralista. Al contrario, tanto più forte è l’identità delle confessioni nel rispetto reciproco, tanto sarà più solida l’identità europea.

Ciò che si racchiude nell’espressione “identità europea” è perciò identificabile nella cultura, oltre che nelle idee che essa ha diffuso: la nozione di progresso, la storia vissuta come crescita e continua emancipazione attraverso conoscenza e autocoscienza, una visione ottimista ma non miope della stessa. A delinearne il profilo hanno contribuito diversi fattori, come il pensiero greco dell’antichità, la filosofia medievale, la filosofia moderna. Lo stesso monachesimo è stato un vettore non secondario di valori condivisi, avendo traghettato il patrimonio letterario e speculativo della classicità nelle epoche successive18.

Questa importante eredità contrasta ancor oggi con una società civile che vive barricata all’interno delle proprie convinzioni, nutrendo spesso diffidenza e scetticismo nei confronti delle istituzioni dell’Unione, sfiduciata dall’andamento della congiuntura economica e dal distacco della classe politica europea rispetto all’elettorato. Secondo un noto saggio di Philippe Schmitter19, occorrerebbe democratizzare maggiormente l’Unione, per colmare i vuoti di legittimità della democrazia europea, ma lo studioso argomenta che questo processo non può avvenire in tempi brevi.

Forse questi atteggiamenti pessimistici e di disaffezione verso la politica dell’Unione da parte dei cittadini, hanno fatto supporre a molti la carenza di spirito cooperativo, o addirittura l’inesistenza di una identità transnazionale. Fra le molte risposte date, citiamo due contributi: quello di Jacques Lévy, e quello piuttosto recente di Niel Fligstein.

Lévy20, asserendo che essere Europei implica una profonda problematicità, risponde affermativamente, ma con qualche distinguo. Il nucleo di una società europea, che per Lévy rappresenta un soggetto in divenire, è individuato soprattutto nelle grandi città, dove gli individui appartenenti alle fasce economicamente e culturalmente più elevate «si pronunciano in massa a favore di un’Europa che è già entrata nella loro vita quotidiana. Al contrario, il mondo operaio, i salariati delle imprese fragili del settore pubblico sono preoccupati dal veder messe in discussione le procedure di negoziazione con lo Stato centrale»21.

La visione di Fligstein22 è anch’essa consapevole delle difficoltà implicite nel processo di integrazione politica e sociale dell’Unione, ma si dimostra maggiormente ottimista nei confronti del futuro. Infatti, rileva un trend positivo nel sentimento di appartenenza sopranazionale, che ritiene crescerà nell’arco dei prossimi decenni.

L’identità europea resta comunque un interrogativo non del tutto decifrato, e sfugge a una definizione precisa. Forse non esiste una formula che ne racchiuda il significato, né può essere costruita. Probabilmente le sfide della società globale vinceranno sulle reticenze “euroscettiche” ed “europessimiste”, stimolando la crescita di una identità transnazionale e paneuropea: tuttavia, rimane da augurarsi che per il futuro, tale identità non si fondi solo su un atto difensivo, base di un solipsistico isolamento. La società europea preserverà certamente meglio sé stessa se vi sarà spazio per il confronto con altre culture, mantenendo al contempo una forte coscienza delle proprie radici.

Bibliografia

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1 Heikki Mikkeli, Europa. Storia di un’idea e di un’identità, il Mulino, Bologna, 2002, p. 13; ma anche Dombrowski e Milani esprimono una simile asserzione.

2 Ivi, p. 14.

3 Ivi, pp. 18-19.

4 Ivi, p. 175.

5 Ivi, p. 175; cfr. anche R. Hoggart, D. Johnson, An idea of Europe, Chatto & Windus, 1987.

6 Henri Mendras, L’Europa degli europei, il Mulino, Bologna, 1999. Occorre sottolineare che Mendras utilizza il termine “individualismo” in relazione all’intera tradizione giudaico-cristiana in Europa occidentale, messa sapientemente in relazione con il diritto romano. Tuttavia, si potrebbe descrivere questo fondamento anche come personalismo evangelico.

7 Heikki Mikkeli, op. cit. p. 181.

8 Giuseppe Cascione, Idee di Europa, in G. Cascione, L. Scarcelli, N. Antonacci, Immaginare l’Europa (a cura di F. M. Papa), Progedit, Bari, 1999, p. 13.

9 Giuseppe Mammarella, Paolo Cacace, Storia e politica dell’Unione europea, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 5.

10 Ennio Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali. Dal 1918 ai giorni nostri, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 14.

11 Heikki Mikkeli, op. cit., pp. 92-93.

12 Gérard Delanty, Inventing Europe. Idea, Identity, Reality, Macmillan, London, 1995, p. 2.

13 Joseph Ratzinger, Europa. I suoi fondamenti oggi e domani, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2004, p. 9.

14 Jacques Lévy, Europa. Una geografia, Edizioni di Comunità, Torino, 1999.

15 Ivi, p. 70.

16 Biagio de Giovanni, L’ambigua potenza dell’Europa, Guida, Napoli, 2002, p. 310.

17 Elena Bein Ricco, La costruzione dell’identità: appartenenza religiosa e convivenza democratica, in Roberto De Vita, Fabio Berti, Lorenzo Nasi, (a cura di), Identità multiculturale e multireligiosa: la costruzione di una cittadinanza pluralistica, Franco Angeli, Milano, 2004, pp. 25-33. L’autrice offre una risposta al quesito, affermando che «l’ideale regolativo di una democrazia laica che accoglie in sé, come risorsa da attingere, la varietà delle appartenenze, perché possano tutte insieme contribuire alla costruzione della “casa comune”, è la scommessa su cui puntare per poter salvaguardare quel patrimonio di memoria storico-culturale che arricchisce l’identità di ciascuno senza cadere nella realtà frammentata di gruppi chiusi e comunità che non si confrontano».

18 Joseph Ratzinger, op. cit. , p. 12.

19 Philippe C. Schmitter, How to Democratize the European Union…And Why Bother?, Rowman & Littlefield, Lahnam, Maryland, 2000.

20 Jacques Lévy, op.cit., pp. 170-204.

21 Ivi, pp. 199-200.

22 Neil Fligstein, Euroclash: the EU, European identity, and the future of Europe, Oxford University Press, New York, 2008.