Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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06/06/2010
Abstract
I flussi migratori verso l’Europa stanno rapidamente cambiando il volto del continente. Alla cultura "occidentale" si affiancano altre tradizioni e religioni. Cosa provocherà questo processo? Ci si troverà di fronte ad un inesorabile declino della civiltà europea, come affermava il pensatore tedesco Oswald Spengler nella sua opera più nota, "Il tramonto dell'Occidente" (1918)?Oppure le molteplici culture si integreranno pacificamente?

Premessa

Questo studio nasce da un interrogativo ben preciso, a cui si cercherà di fornire una risposta, nei limiti imposti dalla complessità dell’argomento e sulla base di contributi scientifici di varia estrazione culturale. La questione che si proverà a definire è la seguente: la molteplicità delle culture extraeuropee presenti nell’Occidente economicamente avanzato, e in particolar modo in Europa, costituisce una minaccia per l’integrità in senso lato spirituale del continente, oppure, al contrario, rappresenta una risorsa preziosa? Rispondervi non è compito semplice, e per provarvi occorre misurarsi con il fenomeno “immigrazione”, valutandone l’impatto sulle culture nazionali. Questa analisi non può che passare attraverso l’indagine del concetto stesso di identità europea, nel tentativo di definirne i contorni. Infine, nodo centrale della questione è la prospettiva spengleriana del declino della civiltà occidentale di fronte al sopravvento di culture esogene, che si imporrebbero con la loro vitalità su un’Europa decadente e in rovina.

Questi argomenti costituiranno tre nuclei problematici che saranno sviluppati separatamente nel corso della trattazione, sia pur tenendo presente che essi sono aspetti di una sola questione: quella dell’integrazione multiculturale e plurietnica.

Il problema sarà perciò esaminato da tre differenti punti di vista, ma fra loro correlati. In primo luogo sarà analizzata la questione delle migrazioni, e più generalmente dei movimenti di persone da, attraverso, e per l’Europa; in seguito, si proverà a definire l’identità europea e il suo senso in un mondo globalizzato; si passerà a discutere se il “tramonto dell’Occidente” profetizzato da Oswald Spengler, possa costituire una chiave interpretativa valida per comprendere le trasformazioni in atto nelle diverse società nazionali d’Europa, in seguito al considerevole nonché quasi continuo afflusso di immigrati provenienti da paesi di recente industrializzazione o in via di sviluppo.

In sintesi, si cercherà di capire se le nuove popolazioni che si affacciano nella vecchia Europa, nutrendo uno spirito di rivalsa nei confronti del mondo occidentale, determineranno una trasformazione radicale di quest’ultimo, oppure se avverranno forme di integrazione pacifica delle varie culture, che non solo non saranno di ostacolo alla convivenza pacifica, ma rappresenteranno un punto di forza di una nuova società sempre più multietnica.

Parte prima

Immigrazione e integrazione multietnica in Europa

Gli aspetti che contribuiscono a definire la dimensione “globale” dell’età contemporanea sono molti; tuttavia, la questione di flussi migratori che si dirigono dal Sud del mondo verso paesi ad economia avanzata, sintetizza tutte le problematiche che implicano i processi di interdipendenza planetaria: vale a dire emergenze di carattere politico, sanitario, o economico. Inoltre, si tratta di movimenti che interessano il mondo nella sua globalità, poiché non riguardano solo regioni limitate, presentandosi con caratteristiche simili in paesi fra loro lontani. D’altra parte, il ruolo della cultura occidentale di massa, che viene diffusa dalle multinazionali europee ed americane, presenti nei paesi “esportatori” di emigrazione, esercita una funzione attrattiva nei confronti di quest’ultimi, e, al contempo, favorisce una sorta di socializzazione anticipata1 di costoro verso le culture di destinazione, ossia una forma di conoscenza e di adesione all’universo simbolico della società dei consumi.

Occorre, tuttavia, operare una preliminare distinzione fra una tipologia di migrazione volontaria – i cui soggetti provengono da situazioni non necessariamente di disagio profondo – e migrazioni legate invece alla condizione di profughi o rifugiati politici2. Mentre alla base di spostamenti volontari vi è generalmente la necessità di migliorare le proprie condizioni di vita, i flussi di rifugiati hanno la loro causa fondamentale nelle crisi politiche che affliggono i regimi instabili di paesi in via di sviluppo, oppure in calamità naturali. La letteratura sull’argomento adduce varie cause come motivazione fondamentale dei movimenti migratori attraverso il globo terrestre. Vi sono infatti diversi approcci al problema: l’approccio marxista, privilegia per esempio, i fattori economici; quello geografico-sociale di Ravenstein, sottolinea invece il ruolo giocato dalle grandi towns, mentre la teoria weberiana sull’argomento analizza la questione dal punto di vista politico-sociale. Naturalmente, le teorie sono molte, e qui sono state citate solo alcune tra le più significative, poiché l’obiettivo di questo studio non è redigere una storia del pensiero sociologico sulle migrazioni, bensì cercare di comprendere il fenomeno nelle sue manifestazioni in Europa.

Nonostante tutto, qui si condivide la tesi secondo cui le migrazioni internazionali trovino ragion d’essere in una serie di squilibri planetari, soprattutto sul piano economico e delle libertà individuali. Secondo Immanuel Wallerstein, che concepisce il “sistema-mondo” suddiviso in macro-aree centrali, periferiche e semi-periferiche, questo conflitto si acutizza fino a diventare una vera e propria frattura tra Sud – che coincide con la periferia del sistema-mondo – e Nord, che secondo Wallerstein genererebbe una forte polarizzazione economica attraverso la «monopolizzazione dei processi produttivi avanzati, il controllo delle istituzioni finanziarie mondiali il dominio dei saperi mondiali e dei mezzi di informazione mondiali e, soprattutto grazie alla forza militare»3.

Tuttavia, tale affermazione non riesce a spiegare la complessità del fenomeno, in quanto, come sottolinea lo stesso Wallerstein,4 il mondo non occidentale non è formato solo da sistemi politici deboli con economie poco sviluppate, ma esistono numerosi esempi di paesi che come Cina e India, hanno gradualmente assunto una notevole influenza, erodendo in parte il primato degli Stati Uniti.

Parte dei flussi migratori hanno la propria origine in questi paesi; pertanto, alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni, in particolare della crescita di Cina, India e Brasile, – del resto il sociologo scrive all’inizio degli anni duemila – si può ipotizzare che non tutti gli immigrati provengano necessariamente da situazioni di disagio estremo; in altre parole, che si tratta di una realtà articolata, comprendente sia immigrati per ragioni di lavoro che profughi.

I flussi migratori dalla periferia verso il centro del sistema-mondo, interessano l’Europa a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, come conseguenza dei processi di decolonizzazione. In seguito al progressivo abbandono da parte delle potenze europee delle proprie colonie, ivi si creano regimi instabili, soggetti a periodiche crisi politiche, e spesso al centro della disputa in guerre civili. Effetto immediato di tutto ciò fu il riversamento di una numerosa popolazione proveniente soprattutto dall’Africa in paesi come Francia e Regno Unito. Occorre precisare come ciascun paese europeo destinatario di flussi abbia reagito in maniera peculiare rispetto ai propri omologhi, rispondendo secondo diversi modelli di integrazione confacenti alla propria cultura politica e istituzionale. Ai fini di questo discorso, considereremo brevemente i casi francese, britannico, tedesco, e italiano.

Il modello di integrazione francese è orientato alla trasformazione degli immigrati in cittadini della Repubblica. Ciò implica due ordini di conseguenze: in primo luogo, poiché in Francia prevale lo jus soli, non vi è una caratterizzazione etnica della cittadinanza, e perciò essa non è collegata strettamente alla comunità nazionale intesa come “stirpe”; d’altro canto, e in conseguenza di tutto questo, il rovescio della medaglia è rappresentato dalla tendenza all’assimilazione culturale degli immigrati. Tutto ciò significa che se da un lato potrebbe apparire relativamente facile diventare cittadini francesi, è pur vero che questo implica una forma di “assorbimento” delle varie culture nell’ambito dell’identità nazionale.

Tale caratteristico “assimilazionismo”, ha la sua spiegazione negli sviluppi successivi alla Rivoluzione del 1789, quando si afferma un modello amministrativo centralista, probabilmente il più centralista dei principali paesi europei. È però necessario sottolineare come esso si ponga in una linea di continuità ideale con le riforme burocratiche avvenute nel periodo dell’Assolutismo, orientate verso un modello di Stato in cui le spinte centrifughe dei vari soggetti sub-statali – come le minoranze religiose e residui di feudalità riottosa – sono convogliate verso la progressiva cancellazione. Questa stessa continuità lega il pensiero dell’Illuminismo al Razionalismo seicentesco: nel corso del diciassettesimo secolo, si sviluppa infatti la speculazione sui principali temi giuridici e politici che saranno approfonditi dai filosofi dell’Età dei Lumi. Tutti questi elementi, confluenti nella Dichiarazione dei Diritti, produrranno un concetto di cittadinanza intesa non come status di una parte ristretta di individui, ma come condizione inclusiva di ogni uomo, prescindendo dal posto che questi occupa nella società, in una sorta di afflato messianico de-sacralizzato. Essa non appare più legata a intrinseche qualità metagiuridiche dei soggetti, ma la questione egalitaria è centrale.

La Francia, detta anche la “Cina” d’Europa, per via della sua forte densità demografica, assiste nei decenni che seguono al 1789 ad un decremento consistente della sua popolazione, dovuto anche agli scontri e ai massacri perpetrati nel corso delle sue varie crisi politiche, che cerca di colmare attraverso l’immigrazione5.

A tal fine, lo Stato si è dotato di strumenti di socializzazione, quali esercito o scuola, il cui scopo era di creare una forte identità nazionale, mediante l’educazione ai valori e al patriottismo repubblicano. La base di questa coscienza patriottica rispecchia il ruolo internazionale del paese, che è sempre stata una delle più grandi potenze continentali.

Questo modus operandi ha subito alterne vicende dalla Rivoluzione sino ai giorni nostri, e altrettanto diverse sono state le valutazioni che la politica francese ne ha dato. Infatti, parte della sinistra, soprattutto quella più estremista, vede in esso una sorta di autoritarismo etnocentrico: a dimostrazione di tutto ciò, rimane il sostegno più o meno diretto fornito al movimento dei sans papiers 6.

Passando al caso britannico, occorre premettere che il Regno Unito è uno dei paesi europei che ha maggiormente assorbito forme di emigrazione intercontinentale, ma il suo modello di integrazione differisce da quello francese sotto molti punti di vista. In primo luogo, la causa fondamentale dei movimenti di persone verso l’Inghilterra non è dovuta a squilibri demografici interni, bensì alle crisi politiche dei paesi del Commonwealth. Secondariamente, l’atteggiamento tenuto nei confronti degli immigrati è di tipo minimalista, poiché il governo inglese, si è sempre limitato a disciplinare i comportamenti della popolazione straniera residente sull’isola, senza pretendere che i nuovi arrivati si trasformassero, “naturalizzandosi”, in perfetti britannici anche sotto il profilo culturale.

Il multiculturalismo costituisce quindi un tratto essenziale del modello inglese, che ha il suo fondamento sia nella cultura politica del paese, sia nella natura dei rapporti all’interno del Commonwealth. Nella storia inglese si è sviluppato un forte senso di rispetto delle controparti, che si può ritrovare, ad esempio, nella “cortesia politica” comune ai partiti. Invece, per quel concerne i rapporti interni al sistema post-coloniale, è stato esteso ad esso un simile costume di tolleranza; anzi, coloro che provengono dalle ex colonie, godono di uno status, che pur non essendo paragonabile a quello di una cittadinanza vera e propria, vi si accosta di molto.

Tuttavia, come sottolinea Melotti,7 tale sistema non è alieno da contestazioni: molti dei suoi detrattori, nella maggior parte immigrati, sostengono la necessità di un multiculturalismo effettivo, mentre altri reclamano una maggiore integrazione.

Nel sistema tedesco, si può trovare una situazione diametralmente opposta a quella francese, e sotto certi aspetti, anche al modello britannico. Nonostante negli ultimi anni la legislazione tedesca sia diventata molto più malleabile nei confronti dell’immigrazione, il modello di integrazione degli stranieri nel paese è stato sempre piuttosto rigido. I lavoratori stranieri, provenienti soprattutto dai sistemi politici dell’Europa mediterranea e da altre parti del mondo, erano considerati “lavoratori ospiti”: La loro era, dunque, una condizione temporanea. Tuttavia, gli immigrati che si sono stabiliti in Germania, non hanno ricevuto la dovuta attenzione da parte del mondo politico, poiché si è ritenuto che i compiti istituzionali si esaurissero nella sola estensione dei diritti e delle garanzie, e non anche nella creazione di un modello di convivenza pacifico: «solo il rifiuto di prenderne atto ha esonerato la classe politica dal compito di elaborare un vero progetto d’integrazione»8.

Questo status quo non è sopravvissuto alle vicende che sono avvenute tra gli anni novanta e l’inizio degli anni duemila. Con la caduta del muro di Berlino cominciava una nuova fase dell’economia tedesca, che fu caratterizzata dal consistente spostamento di profughi dalla ex DDR verso ovest. Questi, soprattutto la popolazione giovanile, vide negli immigrati i naturali concorrenti sul mercato del lavoro. Di fronte alla congiuntura economica sfavorevole e al disorientamento identitario provocato da queste repentine trasformazioni, crebbe l’ostilità nei confronti dei Gastarbeiter, e parallelamente il consenso ai partiti di estrema destra, che fornivano «soluzioni semplificate e populiste», rivolgendosi «non ad un solo settore sociale, ma a “tutti i tedeschi”»9. Gli episodi di intolleranza nei confronti degli immigrati hanno successivamente condotto verso una maggiore attenzione al problema dell’integrazione multiculturale, attraverso una revisione della legge sulla cittadinanza. Ciò è avvenuto in varie fasi, culminate nel luglio 2004, quando fu approvato un testo contenente norme che regolavano la materia, contemperandola con le nuove esigenze di sicurezza dovute al terrorismo internazionale.

Il caso italiano oscilla invece tra i due estremi della xenofilia e della xenofobia. La frammentazione delle culture politiche in Italia ha spesso condotto alla mancanza di un autentico progetto integrativo10, mentre gli atteggiamenti della popolazione in tal senso, sono orientati in maniera difforme, dividendosi tra chi sottolinea gli aspetti problematici dell’immigrazione e reclama l’espulsione degli stranieri, e chi ne evidenzia retoricamente le sole caratteristiche positive.

D’altro canto, la classe politica, indipendentemente dall’appartenenza ideologica, tende ad utilizzare il fenomeno per intercettare consensi, optando a seconda del proprio orientamento per l’apertura più o meno incondizionata delle frontiere, oppure per una più o meno aperta ostilità nei confronti del multiculturalismo. Molto probabilmente, ciò costituisce un ulteriore fattore di rallentamento riguardo l’adozione di una seria politica dell’integrazione.

Le istituzioni comunitarie premono, invece, perché vengano adottate misure volte alla tutela dei diritti degli immigrati, siano essi rifugiati o meno. Quest’ultime hanno trovato la propria consacrazione nel Trattato costituzionale dell’Unione, che ribadendo principi comuni al substrato culturale di tutti i paesi che ne fanno parte, ha inteso affermare valori come la tolleranza e la dignità della persona. Sotto la pressione di questi eventi, le politiche nazionali sull’immigrazione tendono a diventare progressivamente più simili nella promozione di una multiculturalità effettiva. Tuttavia, le attuali sfide poste ai sistemi politici nazionali conseguenti all’immigrazione clandestina, impongono alcuni limiti che i policy-makers introducono nei loro provvedimenti.

Concludendo, si può affermare un dato evidente: che il continente stia attraversando una fase di profonda trasformazione, dovuta alla consistente presenza di cittadini extracomunitari che in questi anni si stanno muovendo da altre parti del mondo verso l’Europa. La realtà che appare già sotto i nostri occhi è quella di culture radicalmente differenti che si fanno sempre più strada e convivono con le tradizioni locali e nazionali, talvolta con qualche frizione, altre suscitando curiosità oppure indifferenza.

Sotto tale profilo la società europea sembra diventare sempre più simile ai sistemi dell’America settentrionale, dove la componente etnica dell’identità nazionale è accantonata in favore della identificazione nei valori libertari e dove le diverse etnie vivono armonicamente, ma non senza difficoltà, come hanno testimoniato nel secolo scorso le lotte contro la segregazione razziale.

Tutto questo non può che richiamare alla mente Max Weber, che «cogliendo un effettivo andamento traspositivo tra vecchio e nuovo mondo, rileva che il primo si “americanizza” sempre più nell’economia e nella società, cioè tende a democratizzarsi vieppiù, mentre il secondo si “europeizza”, ossia assume nell’amministrazione e nella politica procedure sempre più burocratizzate»11.

Tuttavia il buon esito di questo processo probabilmente dipenderà abbondantemente dalla coesione che l’Europa mostrerà attorno a sé stessa. Se la società europea e la sua classe politica si mostreranno titubanti e scompaginate davanti alla questione, aumenterà la diffidenza reciproca tra i popoli. Ma se l’identità europea sarà forte e al contempo rispettosa delle diversità, si porranno le basi per una convivenza proficua.

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1 U. Melotti, Cultura politica e migrazioni, in A. Costabile, P. Fantozzi, P. Turi, (a cura di) Manuale di Sociologia politica, Carocci, Roma, 2007, pag. 273-293.

2 F. Attinà, Il sistema politico globale, Laterza, Roma-Bari, 1999, p. 193.

3 I. Wallerstein, Il declino dell’America, Feltrinelli, Milano, 2004, p. 231.

4 Ivi, p. 231.

5 U. Melotti, op. cit., p. 277.

6 A. Touraine, Come liberarsi del liberismo, il Saggiatore, Milano, 2000, p. 88.

7 U. Melotti, op. cit., p. 280.

8 Ivi, p. 280.

9 P. Ignazi, L’estrema destra in Europa, il Mulino, Bologna, 2000, p. 165.

10 U. Melotti, op.cit., p. 290.

11 G. M. Bravo, C. Malandrino, Il Pensiero politico del Novecento, Piemme, Casale Monferrato, 1994, p. 103.