Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
15/11/2013
Abstract
È opinione largamente diffusa, ormai da decenni, che il ruolo emergente della società civile debba competere o addirittura sostituire l’esercizio dell’azione politica. I disastri sociali degli ultimi anni, acutizzati dalla crisi economica, hanno però evidenziato i limiti teorico-pratici di un simile postulato e riaperto, per converso, il dibattito su motivazioni e finalità ultime del politica e del sistema dei partiti.

Visto in quest’ottica il libro di Michele Prospero fornisce allora una testimonianza di rilievo e un notevole contributo di idee.

Il primato della società civile sulla politica è proposto da decenni, da un pensiero ampiamente maggioritario, come soluzione alla sfida della complessità sociale, come certezza di pluralismo, di partecipazione e di trasparenza.

La marginalizzazione dell’agire politico a compiti routinari di buona amministrazione sembrerebbe promettere la riduzione degli indici di esclusione e di diseguaglianza in nome dell’integrazione spontanea fra mercato e Stato secondo il canone di un’astratta sussidiarietà e l’annullamento della distanza tra potere e società nella realizzazione di un imprecisato modello di democrazia diffusa.

Ma è effettivamente così? Queste promesse sono state mantenute?

Il dubbio nasce davanti alle macerie sociali lasciate dalla crisi economica più grave del secolo, largamente anticipata dalla fine delle ideologie, il crollo del sistema dei partiti, il declino del Welfare e del modello di concertazione sindacale con le sue esigenze di tutela delle parti deboli.  

Michele Prospero sfata, nel suo ultimo libro per Editori Riuniti, il mito di una società civile perfettamente autonoma dalla politica, confinata in una gelosa sfera di separatezza dai soggetti storici della mediazione del conflitto sociale (partiti e sindacati).

La “società civile” di cui parla il libro di Prospero è il paradigma della disarticolazione del Politico nelle molteplici dimensioni decentrate e residue di una postmodernità senza legami identitari e di senso, frantumata in microcosmi sociali (territoriali, economici, ecc.) protetti e autosufficienti nella loro irriducibilità a ogni prospettiva di sintesi.

Il libro sottolinea la convergenza paradossale, con esiti potenzialmente drammatici, fra due visioni politiche entrambe figlie del periodo storico che stiamo vivendo: da una parte la persistente critica liberal-liberista alla nomenklatura partitocratica e alla programmazione economica; dall’altra la ribellione verso le élites dirigenti proprio da parte degli stessi strati sociali schiacciati dalle politiche del mercato e del rigore, disinseriti, non rappresentati, che la Crisi ha abbandonato in uno stato di anomia e di sbandamento.

Ma la perdita progressiva dei valori normativi e di comportamento delle grandi tradizioni politiche e la progressiva delegittimazione dell’ordinamento istituzionale rimodellano i concetti tradizionali di destra e sinistra reiventandone le forme aggregative in senso deteriore: a destra l’invenzione del partito aziendale, la videopolitica, le logiche tribali di dominio personale; a sinistra l’evanescenza propositiva, la rinuncia a ogni connessione sentimentale con la propria storia, lo smantellamento strutturale, lo sradicamento sociale implicito nella desolidarizzazione dal sindacato; in definitiva l’affermazione di un partito sempre più verticalizzato, con i suoi vacui miti della “vocazione maggioritaria” e dell’elezione diretta del sindaco d’Italia.

Fra i due poli così consolidati, osserva Prospero, non può che dilatarsi lo spazio del contagio del sentimento antipolitico.

Il libro non manca di censire con puntualità i fenomeni involutivi disinnescati dall’antipolitica, quali la seduzione del carisma e l’idoleggiamento del capo solitario con le sue varie e specifiche concrezioni sul piano della proiezione elettorale: il partito del comico, del professore, del sindaco, del magistrato o le liste civiche di protesta.

L’analisi di Prospero aiuta a riconsiderare l’importanza, per la tenuta del quadro democratico, dei valori della Costituzione repubblicana, fondata sulla corrispondenza reciproca delle grandi culture politiche, cattolica e marxista, intorno al principio della rimozione da parte dello Stato delle disuguaglianze frapposte all’esercizio attivo dei diritti.

È questo principio, codificato nell’art. 3, 2° c. Cost., che impone di combattere le disuguaglianze intervenendo «nell’esistenza terrestre della società civile», secondo l’espressione marxiana (Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico) richiamata da Vezio Crisafulli a proposito della volontà dei costituenti di sottoporre il potere economico, nella prospettiva di una democrazia sostanziale, alle regole dello Stato sociale (Dir. lav., 1954).

Una concezione, questa, cara anche al pensiero cattolico-democratico, oggi incomprensibilmente adulterato dall’innesto di suggestioni “americane” di segno liberista e presidenzialista a esso tradizionalmente estranee. Eppure il libro dell’esilio americano di Luigi Sturzo (Italy and the coming world) metteva in guardia proprio dalla tentazione di replicare nell’Italia post-fascista il modello americano, stigmatizzato come «democracy dominated by capitalistic monopolies» in cui le forze proletarie sono condannate all’insignificanza politica. La soluzione proposta era al contrario la ricostituzione dei partiti politici, essendo impossibile una vera democrazia senza di essi.

Sotto questo profilo, dunque, il libro di Michele Prospero offre l’occasione non solo per un utile rimeditazione di certi epigoni del pensiero politico del XX secolo, ma anche e soprattutto il richiamo non più eludibile a una forte presa di coscienza contro minacciose derive della dissoluzione della politica e per ciò stesso degli esiti finali delle istituzioni autenticamente democratiche.

M. Prospero, Il libro nero della società civile, Editori Riuniti, Roma 2013, pp. 160 €  12,50.