Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
02/07/2015
Abstract
Alessio Leggiero, in questo suo saggio, mostra la radice dell’oblio ecclesiale di Vincenzo Gioberti e propone una lettura teologica molto attuale.

Ho sul tavolo un gustoso articolo di Jorge Mario Bergoglio, Il pluralismo teologico, e l’opera prima di un giovane studioso dal titolo un po’ pretenzioso, Il Gioberti frainteso. Mi sono chiesto cosa mai accomuni Gioberti e Papa Francesco, forse l’origine piemontese? Sfogliando le pagine di Alessio Leggiero, mi è parso di cogliere una idea comune, capace di travalicare l’antigesuitismo del secondo (autore del noto e velenoso Il Gesuita moderno) e la distanza diacronica che pone il primo in dialogo con l’eccedenza del postmoderno. Bergoglio nel suo saggio, risalente al 1984 e pubblicato dalla Civiltà Cattolica del 21 febbraio 2015, affronta l’attuale questione della necessaria unità di confessione della fede accanto a un pluralismo teologico. Egli, valorizzando la riflessione di Hans Urs von Balthasar, afferma che la comprensione della fede conosce innumerevoli gradi di profondità sinfonicamente accordati nella puntuale inesauribilità del mistero cristiano. Due passaggi in particolare avvicinano Bergoglio a Gioberti: la necessaria ulteriorità del dogma rispetto al tentativo ideologico di addomesticarlo e il sano pluralismo generato dal moto centripeto ed esodale dei molti verso l’Uno. Il centro identitario del credente per entrambi è la Chiesa e in essa Cristo, (che Gioberti declina, secondo la logologia del suo tempo, quale “Idea [scil. Logos] umanata”). 

La spiccata omonimia tra Cristo e Idea ricorrente nei testi di Gioberti, gli costò la taccia, tutt’ora strisciante, di panteista. La monografia di Leggiero mette in luce l’infondatezza di questa accusa, mostrando la radice di quello che, a suo parere, fu il grave fraintendimento dei censori. Il Gioberti frainteso, attraverso la figura narrativa della mise en abyme delineata da Lucien Dällenbach, legge, in modo convincente, la segmentazione dei “tanti Gioberti”, prodotti dalla recezione storiografica, come un cruciale fraintendimento delle intenzioni e dei postulati giobertiani. A giudizio di Leggiero le opere del francescano Giovanni Maria Caroli e dei gesuiti Serafino Sordi, Carlo Maria Curci, Matteo Liberatore «ebbero un impatto devastante sulla condanna dell'Opus omnia giobertiana», avvenuta il 14 gennaio 1852 attraverso un anomalo pronunciamento congiunto della Congregazione dell'Indice e del Sant'Uffizio. Leggiero sottolinea che l’inclusione nell’index librorum proibitorum del 22 gennaio 1852 non fu accompagnata da precisi pronunciamenti dottrinali e da nessuna censura teologica. Si trattò, pertanto, di una condanna ingiusta.

Il lettore avvezzo, pur convintosi della tesi di Leggiero, deve porsi, tuttavia, l’inquietante domanda sulla fecondità filosofica e teologica di Gioberti in questo tempo di rilancio della laicità e di conversione del retrivo statalismo clericalista. Apertis verbis, è da chiedersi: cosa ha da dire Gioberti alla Chiesa di Papa Francesco? Il nostro giovane autore, a suo modo, tra le righe, offre non pochi spunti di riflessione nel terzo capitolo “Rivelazione e ragione nella ermeneutica giobertiana della modernità”.

Gioberti professava una filosofia universalizzante, en-ciclopedica, capace di intrecciare attorno al filo madre della Rivelazione quel sapere moderno che pretese di emanciparsi dalla fede e dalla Chiesa. «Egli - scrive Leggiero - al razionalismo moderno, che mirava a delegittimare e decentrare la teologia, ha opposto una concezione prismatica del cattolicesimo, basata sull’accordo della ragione con la fede» (pag. 146). Il Torinese vaticinò quel rinnovamento cattolico che oggi consuona con la riforma romana di Bergoglio. Egli, in contrasto con l’angusto e coevo verticismo curiale, assegnava principalmente al laicato l’arduo compito ermeneutico di rileggere, secondo il canone leriniano, l’antico nel nuovo al fine di sanare in radice il panteistico ritorno al paganesimo dell’età moderna. Si tratta di un necessario rovesciamento di prospettiva, una rivoluzione, capace di “abbattere i bastioni” e porsi a frontiera del sapere scientifico e anti-religioso; ovvero una «visione ancipitale della storia» che rilegga «la corsa moderna verso il futuro» a partire dalla plurale declinazione dell’unica verità.

Secondo Gioberti - che si appellava a una “nuova laicità” per superare i pregiudizi oppositivi dell’integrismo ad intra e ad extra - essa si doveva palesare in una politica ispirata dai principi evangelici e fondata da una solida filosofia della Rivelazione.

Il papa gesuita sta proponendo, attraverso il celebre slogan della “Chiesa in uscita”, un processo di conversione e di attenzione al sapere dinamico, non dogmatico per autorità, sempre aperto. Un pensiero incompleto. Dalle pagine di Leggiero, mi è parso, emerga una prospettiva compatibile dalla sponda giobertiana.

A. Leggiero, Il Gioberti  frainteso. Sulle tracce della condanna, Aracne, Roma 2013, pp. 263, 16,00.