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Recensione
16/02/2015
Abstract
Tra i molteplici percorsi e temi che “Il futuro come fatto culturale” di Arjun Appadurai suggerisce, la recensione ne insegue anzitutto il metodo e l’etica, alla cui luce l’autore propone di rinnovare la riflessione antropologica e non solo.

Esclusione sociale, diritti; finanziarizzazione dell’economia, valore sociale dei beni; speculazione immobiliare, difesa del suolo pubblico; violenza, speranza: l’ultimo lavoro dell’antropologo Arjun Appadurai – una collezione di saggi in parte inediti, in parte riproposti – si articola lungo tutte le grandi questioni che segnano, come da sottotitolo, la condizione globale.

Forte delle proprie origini in uno dei Paesi del mondo, l’India, dove questa condizione ha generato e genera le più acute contraddizioni, l’autore si spinge a interpretare anche ciò che per la nostra comune sensibilità occidentale sembra insondabile.

Perché nelle guerre contemporanee la violenza si scatena con tanto accanimento contro i corpi di quanti sono ritenuti nemici? Non era così in passato, o almeno, non laddove arrivava la nostra consapevolezza, guidata dai nostri occhi. È il “lato scandaloso” della postmodernità (p.119), secondo Appadurai, che si manifesta là dove la forma degli Stati nazione collide con i flussi della finanza globale e gli abitanti della terra assistono al graduale dissolvimento delle proprie certezze sociali e culturali.

La dimensione locale, che ai primi interpreti della globalizzazione era sembrata l’avamposto contro l’omogeneizzazione dei mercati e la globalizzazione stessa, sotto la lente dell’etnografia non sembra confinabile entro il perimetro di geografie, storie, società ritenute differenti: del resto, gli scambi, il superamento dei confini sociali e culturali tra i popoli hanno scandito l’intera storia dell’umanità.

Si è invece rivelata, più dinamicamente, come il repertorio delle “condizioni di possibilità” a partire dalle quali individui e gruppi fanno esperienza di sé e costruiscono il proprio futuro.

È su questo repertorio che la globalizzazione ha inscritto il grande mutamento di cui siamo oggi testimoni, arricchendolo oltre ogni misura e tuttavia polarizzando tra quanti possono accedere a condizioni al rialzo e quanti invece sono avviluppati in dinamiche al ribasso.

Al centro della riflessione di Appadurai non vi è però l’Europa, e solo tangenzialmente gli Stati Uniti, dove pure l’antropologo ha maturato la propria carriera accademica fino a diventare uno dei massimi esponenti dei cultural studies. In questo senso il libro riserva al lettore un esercizio di decentramento non scontato: il riferimento all’India, oltre a essere esteriore laddove fornisce i casi concreti a sostegno dell’interpretazione, si coglie nella peculiare visione del mondo e di persona che li sottende, soprattutto quando si tratta del rapporto tra politica e violenza. Ne sono esempio il capitolo dedicato a Gandhi (pp. 101-117), in cui la figura e l’azione del Mahatma vengono ricondotte alle proprie matrici storiche e religiose, ben distanti dalle letture a uso e consumo occidentale; i paragrafi sulla “chirurgia politica” inflitta nelle guerre contemporanee (pp.130-138) e sull’“umanità di scarto” che resiste e si organizza nelle baraccopoli di Mumbai (pp. 166-170).

E se questo esercizio fosse oggi imprescindibile al nostro pensiero?

Potremmo lasciarci suggerire dai luoghi della terra dove l’emergenza è esperienza quotidiana che il conflitto non è anomalia, interruzione più o meno momentanea dell’ordine sociale, ma l’esito, fatalmente penetrato al fondo di molte società, della sistematica svalutazione delle persone comuni, in termini di risorse sociali e culturali (pp. 115-116).

Qui si inserisce l’antropologia, quella disciplina sociale che pur modificando nel tempo i propri paradigmi, si è sempre interessata anzitutto “del lento movimento del quotidiano” (p. 392), lasciando però finora la pertinenza della riflessione sul futuro alle scienze economiche, naturali, alla statistica, e dunque a tecniche previsionali il cui impianto è astratto dalle concrete capacità umane di ripresa, di resistenza e di critica. Ecco quindi la necessità di sottrarre il pensiero sul futuro all’ “etica della probabilità”, “quei modi di pensare, sentire e agire che sfociano in ciò che Ian Hacking ha chiamato ‘la valanga dei numeri’… [e che] in genere sono collegati alla crescita del capitalismo dell’azzardo” (p. 405).

Cosa pensare di fronte all’ingegneria finanziaria che scommette sui disastri attraverso i cat bond, le “obbligazioni catastrofe”? La risposta di Appadurai sta nell’ “etica della possibilità”, “quei modi di pensare, sentire e agire che ampliano gli orizzonti della speranza, espandono il campo dell’immaginazione, generano maggiore equità […], allargano gli spazi di una cittadinanza informata, creativa e critica (ibid.).

Da parte sua l’antropologia – e non solo, perché secondo l’autore la ricerca tout court dovrebbe essere riconosciuta alla stregua di un diritto umano (pp. 369-389) – deve disporsi a rilevare e interpretare le “idee di vita buona” che animano e orientano gli individui e le società, e la capacità di aspirare, ovvero la “capacità di navigazione” (p. 397) grazie alla quale le componenti più svantaggiate delle società fanno fronte alle logiche dell’emergenza e della catastrofe con quella “disciplina della pazienza” che sa convertire “l’aspettare che” in “aspettare di” (p. 172): la chiave di volta, secondo Appadurai, per “strategie fondate sulla speranza” (p. 166).

A. Appadurai, Il futuro come fatto culturale. Saggi sulla condizione globale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2014, pp. 444, euro 29.