Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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01/07/2013
Abstract
Secondo la nozione sviluppata da John Harris è da considerare persona l’individuo che dimostri la capacità di concepire se stesso in differenti tempi e luoghi e che sia capace di desiderare di fare esperienza di una vita a cui assegna un valore. Tale concezione viene analizzata ricostruendone la genesi, chiarendo quali criteri sottendono le scelte effettuate. L’elaborazione teorica di Harris viene posta a confronto con altre due formulazioni contemporanee, sviluppate rispettivamente da Peter Singer e Vittorio Possenti. Nell’ultima parte sono stati approfonditi criticamente due concetti che emergono dalla descrizione di Harris della persona e che sono ad essa collegati, ossia i concetti di potenzialità e pre-persona.

1. Sulla nozione di persona
Rintracciare una definizione del termine persona ed esplicitarne l’accezione d’uso costituisce un passaggio fondamentale in bioetica. Definire il modo in cui si ricorre a tale termine è utile a circoscrivere l’insieme degli enti ai quali ci si riferisce utilizzandolo. Questo chiarimento si rende inevitabile per quanti non ritengano che la persona debba coincidere automaticamente e semplicemente con quanto viene indicato da altri termini, quali uomo o essere umano, e riservi questi ultimi all’individuazione di una specie. Questa è una precisazione che ha sicuramente un valore in termini di chiarezza argomentativa, in quanto il dibattito sul termine persona non riguarda tanto il campo della semantica quanto la funzione di criterio per il giudizio su quali enti includere o escludere, fra chi ha un valore che lo rende il titolare di un’esistenza da tutelare e chi non lo ha. Per la grande maggioranza degli attori coinvolti, alla persona corrisponde uno status da cui derivano determinate garanzie e diritti (sia sul piano morale che giuridico). Il punto sembra che sia piuttosto ben centrato, senza tanti giri di parole, da Mary Warnock che così si esprime al riguardo: «The question ‘is he a person’ is only another way of asking ‘may I do what I like with him?’».[1] In quanto, sostanzialmente, con il termine persona s’intende una forma di vita di cui ci si sente moralmente responsabili.

Chi considera i termini uomo, essere umano e persona intercambiabili fra loro ha apparentemente un concetto più ampio della nozione di persona poiché vi include tutti gli esseri umani e, secondo le varianti, anche tutto quanto è biologicamente umano ai vari stadi evolutivi.[2] Contrariamente, molti dubitano che sia opportuno considerare persona o anche essere umano il materiale biologico che risulta dalla fecondazione dell’uovo da parte dello spermatozoo.[3] Sarebbe meno fazioso parlare di una forma di vita umana (in quanto il materiale organico di cui si parla è biologicamente umano e vivo) che, secondo gli argomenti addotti, si può decidere o meno di investire di determinate tutele.

La concezione di chi vorrebbe garantire le varie forme di vita umana appare più ampia in quanto abbraccia più enti umani rispetto a quella che fra questi opera una selezione. Difatti, coloro che operano tale selezione, rifiutano, ritenendola aprioristica e parrocchiale, la scelta di far coincidere la persona con l’essere umano e con le varie forme di vita umana, e riducono di conseguenza il numero di esseri umani che possono essere considerati persone. Occorre però tenere conto di un altro fattore. Non necessariamente i criteri selettivi devono essere applicati solo alla specie Homo sapiens. Anche altri esseri viventi, non appartenenti alla nostra specie, possono essere considerati persone qualora riescano a soddisfare determinati criteri, spostando il discorso su un piano di valutazione delle individualità, e delle loro manifestazioni, piuttosto che sulla loro specie o il loro tipo.

Le posizioni all’interno del dibattito sulla persona sono estremamente varie, tuttavia, non è mia intenzione rendere conto di tutte in questa sede. Il presente lavoro è incentrato, infatti, sulle riflessioni del filosofo inglese John Harris. Ricordare alcune di queste posizioni sarà utile per comprendere la collocazione di Harris all’interno del dibattito stesso. A tale scopo sarà utile ricordare la distinzione operata da Eugenio Lecaldano fra una nozione semplice ed una nozione complessa del termine persona.[4] Lecaldano introduce tale distinzione, significativamente, in riferimento alla discussione sulla liceità e sui limiti della sperimentazione sugli embrioni umani. Egli pone le concezioni che assumono che sia legittimo attribuire la nozione di persona a partire dalla constatazione di elementi biologici (come il risultato della fecondazione) sotto l’etichetta di una nozione semplice di persona. Tali concezioni pongono il termine persona nel campo dell’ontologia, osserva Lecaldano, ritenendo più o meno implicitamente che tale nozione possa essere ricondotta a ciò che è. Queste posizioni vengono criticate, a mio giudizio giustamente, dall’autore. Utilizzando lo schema appena delineato, la nozione semplice di persona ci permette di cogliere quanto sostenuto, ad esempio, da Salvino Leone, il quale ritiene che l’embrione sia già un uomo in atto (il che significa che è assimilabile alla persona) la cui materia ha una forma accidentale che è destinata a mutare.[5] Un altro esempio può essere rappresentato dagli argomenti di Norman Ford, per il quale l’individuo umano (da tutelare come se fosse una persona) ha inizio con la comparsa della stria primitiva nell’embrione.[6] Ciò che hanno in comune queste ed altre elaborazioni è che tentano di ridurre e far coincidere la nozione di persona con una sostanza metafisica o con dei tratti biologici tipici della specie. Secondo Lecaldano ogni tentativo di definire la persona a partire da un elemento considerato essenziale sarà sempre fatalmente esposto a paradossi da cui, aggiungo io, faticosamente potrà difendersi se non con dei ricorsi autoreferenziali che difficilmente potranno risultare persuasivi per chi non condivide lo stesso terreno di partenza ed appartenenza.

Lecaldano indica allora come preferibili quegli approcci che possono essere fatti ricadere sotto l’etichetta, e con questo giungiamo a Harris, di una nozione complessa di persona. Questa nozione rimanda alla scelta di un insieme di caratteristiche ritenute idonee per soddisfare le esigenze da cui sorge il bisogno di una nozione articolata di persona. Si tratta principalmente di esigenze di tipo etico e giuridico, su una linea che tradizionalmente viene fatta risalire a John Locke. Ciò che in questo modo viene fatto è esprimere un rifiuto di quelle prospettive che ritengono che una nozione soddisfacente di persona possa essere rintracciata sulla base di una ricerca empirica o di pura astrazione filosofica su ciò che è.

Neanche John Harris prescinde dalle considerazioni svolte da Locke, il quale critica il concetto di persona come sostanza, facendolo piuttosto dipendere dalle manifestazioni di quella che possiamo definire l’identità personale. Nelle sue formulazioni sul concetto di persona, emerge una combinazione di autocoscienza e razionalità, sempre, si noti, con un accento sul motivo e sull’utilità di una tale nozione: «[persona] è un termine forense, inteso ad attribuire le azioni e il loro merito; e perciò appartiene solo agli agenti intelligenti, suscettibili di una legge, e di felicità e infelicità».[7] Il livello di razionalità richiesto è piuttosto basso, appena sufficiente all’individuo per considerare se stesso come il medesimo essere pensante in tempi e luoghi differenti. Per Locke l’autocoscienza consiste semplicemente nella consapevolezza del ragionamento. Secondo Harris, Locke è arrivato sufficientemente in là per distinguere le persone dalle altre creature. Difatti le parole con cui Harris giunge a descrivere la nozione di persona non sono affatto dissimili:

«To value its own life, a being would have to be aware of itself as an independent centre of consciousness, existing over time with a future that it was capable of envisaging and wishing to experience. Only if it could envisage the future could a being want life to go on, and so value its continued existence».[8]

La descrizione fornita da Harris della persona può essere definita di tipo funzionalistico-attualistico, ossia la persona è riconosciuta a partire dalla presenza, in atto e non potenziale, di determinate caratteristiche e qualità ritenute rilevanti. Si noti che questi tratti (non necessariamente delle peculiarità, ossia delle caratteristiche tipiche e singolari) sono funzionali anzitutto al riconoscimento, alla constatazione della persona, più che alla sua definizione. Il concetto sviluppato dall’autore è suscettibile di dare vita ad una categoria, virtualmente interspecifica, che può aumentare o diminuire il numero di coloro che raggruppa adattandosi, per esempio, alle differenti prospettive che i progressi tecnologici e scientifici immettono nel dibattito sociale.

La versione antagonista è quella che può essere ricondotta al pensiero personalista-ontologico, la quale, appunto, ricerca una definizione sostanziale e non solo funzionale della persona. Come rilevato da Vittorio Possenti i pensatori riconducibili a questa impostazione di pensiero filosofico cercano di cogliere il proprium della persona, cercano di giungere ad una definizione reale e non solo nominale o basata sull’individuazione di determinate caratteristiche.[9] Una descrizione della persona come quella proposta da Harris viene ritenuta perciò, da chi aderisce all'impostazione di pensiero personalista-ontologico, non adeguata.

Secondo questa prospettiva critica, le definizioni funzionalistiche della persona falliscono nello scopo che si prefiggono, ossia quello di fornire una definizione della persona, poiché non colgono la persona in quanto essere. La ragione di questa mancanza potrebbe risiedere nell'errore concettuale di confondere la persona con le sue manifestazioni, cioè la personalità. Personalità che, chiaramente, non è la persona, ma la manifestazione di quest’ultima sul piano operativo, sensibile, di determinate abilità di cui è capace la persona, la quale rimarrebbe non colta. L’approccio personalista-ontologico presuppone l’esistenza e la possibilità di conoscere un’ipostasi metafisica, e per autori come Harris, il grande limite è che fallisce nel compito di descrivere positivamente, appunto, la sostanza essenziale della persona.

2. La nozione di persona in John Harris
In ‘The value of life’ due sono le strategie contemplate da John Harris per tentare di scoprire cosa è che rende un individuo una persona.[10]

La prima strategia consiste nel rintracciare le differenze che appaiono rilevanti fra persone ed altre creature, da cosa si può cioè far discendere un differente valore. Occorre immediatamente notare che l’autore ha già presente, al momento di iniziare la propria ricerca, il paradigma di persona di cui vuole giungere a cogliere e descrivere i tratti rilevanti. Si può ritenere che la strategia proposta poggi su un’argomentazione circolare, una sorta di fallacia a priori, una petitio principii, per cui egli giunge a descrivere i tratti che ritiene rilevanti per il riconoscimento della persona tentando di rilevarli a partire da un ente che ha già giudicato come una persona, un ente già in possesso quindi di quei tratti che lui deve conoscere e selezionare. Non ritengo questo problema particolarmente invalidante per la strategia proposta, l’apparente aporia del ragionamento può essere risolta in termini alquanto semplici. Da questa difficoltà trae origine anche una critica di Anne Maclean che,[11] in risposta, ha portato Harris ad ammettere senza imbarazzo di aver utilizzato l’uomo adulto nel pieno possesso delle proprie facoltà come paradigma della persona, poiché lui, così come chiunque altro, lo ritiene tale.[12] Mi chiedo se poteva essere altrimenti. Per comprendere quali sono le caratteristiche di un ente A che lo caratterizzano e lo distinguono da altri enti B, C e D, appare sensato porre un confronto fra l’ente oggetto dell’indagine con gli altri enti per tentare di comprendere se ci siano delle differenze e, qualora ci siano, di che tipo e di quale intensità. Dall’analisi del confronto possono emergere differenti visioni ed interpretazioni di A, forse anche che non vi sono tratti distintivi decisivi rispetto a B, C e D, che dunque possono essere a lui accomunati. Se invece dal confronto emergono delle differenze che vengono valutate come rilevanti, si hanno dei motivi per distinguere A dagli altri enti. Chiaramente, lo stesso potrebbe emergere per B o D.

Questa strategia conduce Harris a ritenere che ciò che distingue le persone dalle altre creature è la capacità di concepire se stessi come gli stessi esseri pensanti nel tempo; in linea con il pensiero di Locke la persona è caratterizzata da un livello di razionalità non eccessivamente raffinato per cui l’individuo può concepire se stesso in un tempo futuro, così da poter desiderare, e dare un valore al proprio desiderio, di rimanere in vita. Questo livello è, secondo Harris, raggiunto solo dagli uomini, ma non è da intendersi come una prerogativa della specie umana che non possa appartenere ad altre specie o ad altre forme di vita.

La seconda strategia di Harris per riconoscere la persona si concentra non tanto sulle differenze fra persone ed altri esseri, quanto sul tentare di cogliere cos’è che rende la vita degna di valore.

L’autore ammette che è impossibile definire cosa vi sia di importante nella vita, di fondamentale nell’esistere e persistere che debba essere tutelato. Questo non perché non esiste una risposta, ma perché ce ne sono troppe. È evidente che per l’autore il valore di una vita degna può essere rintracciato solo a livello individuale, in una prospettiva per cui ognuno dà valore alla propria vita per motivi che possono essere differenti dai motivi degli altri. L’abilità di assegnare tale valore alla propria esistenza e quindi di giungere a comprendere che lo stesso valga per gli altri è ciò che accomuna le persone e le distingue dalle altre creature.

Quindi per Harris una persona è un essere che è capace di dare valore alla propria vita. Rispondendo alla seguente domanda l’autore giunge ad affinare il concetto: perché è sbagliato uccidere le persone? Principalmente perché le si privano permanentemente di ciò che dà loro la possibilità di dare valore alle proprie vite.

Le due strategie palesemente convergono: per essere capace di valutare la sua stessa vita, un essere deve essere consapevole che c’è una vita da valutare, la qual cosa richiede un certo livello di autocoscienza, per cui l’individuo è capace di concepire se stesso come se stesso in differenti tempi e luoghi, e desiderare di continuare così a vivere la vita a cui egli assegna un valore.

Il concetto di persona elaborato da Harris ha almeno due pregi: da un lato spiega perché chi è persona è il titolare di una vita che ha un valore e rende intelligibile la differenza morale tra chi lo è e chi non lo è; dall’altro lato rende possibile, in linea di principio, distinguere le persone dalle non-persone.

3. Confronto con altre concezioni della nozione di persona
Procedo ad un confronto con la concezione di persona elaborata da altri autori. Ricorro a questo scopo ai contributi di un autore che può essere ritenuto vicino a Harris, ossia Peter Singer, e di Vittorio Possenti che può invece essere considerato più lontano dalla sua impostazione.

Singer e Harris sono filosofi molto vicini al pensiero utilitarista. Entrambi, riflettendo sui tratti rilevanti della persona, si sono spinti ben al di là della tradizionale visione della sacralità della vita (umana), rintracciando il valore delle esistenze individuali nell’aspetto biografico piuttosto che in quello biologico.

Lo spostamento del valore dal mero fatto di appartenere alla specie umana agli aspetti biografici, al vissuto e alle possibilità di fare esperienza cosciente del futuro, ha portato Harris a rifiutare, in quanto mal formulate, le domande che d’abitudine guidavano la riflessione bioetica sulle questioni di inizio e fine vita, ossia ‘quando inizia la vita?’ e ‘quando finisce la vita?’. Queste sono state sostituite con delle più appropriate «When does life begin to matter morally?» e «When does life cease to matter morally?».[13]Singer, da parte sua, è giunto nella propria riflessione a individuare e proporre di sostituire quelli che ritiene i comandamenti della vecchia morale con dei nuovi enunciati. Fra questi, ha sostituito il vecchio «non toglierti mai la vita e cerca sempre di evitare che lo facciano altri» con «rispetta il desiderio delle persone di vivere e morire».[14] Per entrambi gli autori la persona rappresenta un nucleo autonomo. Rispettarne la vita significa rispettarne i desideri e le preferenze, incluso quello di terminare di vivere.

Anche per Singer, come per Harris, il riconoscimento della persona passa per il possesso di determinate abilità, piuttosto che per la sua costituzione biologica o essenziale, ed anch’egli ricorda Locke, riservando un ruolo centrale all’autocoscienza razionale. Singer è però ben conscio e soprattutto più preoccupato rispetto a Harris, il quale invece individua nel linguaggio la caratteristica più significativa per riconoscere una persona, della difficoltà di rilevare una forma di linguaggio attraverso cui una persona possa esprimersi come tale. Per Singer dunque, affinché un essere sia considerato una persona e venga conseguentemente investito di particolari tutele, è sufficiente esibire anche una sola di queste quattro caratteristiche:

1)      «A rational and self-conscious being is aware of itself as an extended body existing over an extended period of time»;

2)      «It is a desiring and plan-making being»;

3)      «It contains as a necessary condition for the right to life that it desires to continue living»;

4)      «Finally, it is an autonomous being».[15]

I primi tre punti sono di derivazione utilitarista e appartengono anche alla visione del valore della vita delle persone di Harris, il quarto punto è fondamentale anche per Harris e non è strettamente di origine utilitarista, ma piuttosto kantiana.[16] Il modo in cui entrambi gli autori vi ricorrono si discosta però da Kant.[17] L’autonomia indica la capacità di scegliere, di prendere delle decisioni e di agire sulla base di queste. Si lega ai punti precedenti in quanto l’importanza riservata all’autonomia non significa che questa abbia una funzione strutturale nella costruzione di un sistema, non è cioè nell’economia del loro pensiero una condizione necessaria per l’imporsi della legge morale. L’autonomia è piuttosto da intendersi come un elemento costitutivo del benessere della persona, alla negazione ed alla frustrazione del quale un elemento essenziale di ciò che dà valore alla vita di ogni persona viene meno.

Nonostante le molte somiglianze, gli esiti a cui le concezioni dei due autori giungono marcano una distanza molto maggiore di quanto non si possa immaginare ad un primo passaggio. Per Harris le uniche persone attualmente esistenti sono gli esseri umani, sebbene non tutti gli esseri umani siano considerati delle persone. Rimangono esclusi l’embrione, il feto, il neonato e l’infante fino all’emergere dei tratti che denunciano la presenza della persona. Harris non definisce, e difficilmente potrebbe, il momento esatto in cui questo passaggio si verifica e si affida perciò al concetto di pre-persona. Sono allo stesso modo non-persone tutti gli esseri umani che risultino, geneticamente o incidentalmente, incapaci di concepirsi e di poter desiderare di continuare a vivere. Non sono, per Harris, persone neanche gli animali non umani. La sua concezione di persona può virtualmente includere anche gli animali, ma di fatto li esclude tutti.

Il concetto elaborato da Singer invece esclude dal novero degli enti a cui estendere le tutele riservate alle persone gli infanti, i portatori di gravi deficienze cognitive, ma include quegli animali non umani che possono essere descritti dalla sua concezione (da almeno un punto) di persona: tutti coloro cioè che sono consapevoli della propria esistenza nel tempo e che sono capaci di avere desideri e progetti per il futuro e che non ricercano solo l’appagamento dei desideri primari, come i neonati e gli animali inferiori.

Il fatto che Harris faccia coincidere di fatto la persona con l’essere umano in possesso delle proprie facoltà e ricorra al concetto di pre-persona per estendere la tutela agli infanti, mentre Singer non ricorre a questo espediente e ritiene più meritevole di tutela la vita di alcuni animali, poniamo le grandi scimmie, rappresenta una differenza non secondaria. Harris esclude dalla tutela riservata alle persone, e anzi considera a disposizione (pur con le dovute raccomandazioni per evitare sofferenze inutili ad esseri senzienti, concetto ribadito nel più recente ‘Pigs and principles: the use of animals in research’[18]) delle persone, una serie di esseri che per Singer andrebbe invece investita di queste tutele. Considero il fatto che Harris non assegni agli animali altro che un generico diritto alla non maleficenza, mentre Singer si esprime nei termini di un vero e proprio diritto alla vita, una differenza estremamente rilevante.

Nella seconda parte di questo articolo la nozione di persona sviluppata da Harris viene confrontata con quella di Vittorio Possenti e viene dedicato uno spazio critico ai concetti di potenzialità e pre-persona.

Note

[1]Warnock, M. "In Vitro Fertilisation: The Ethical Issues (II)." Philosophical Quarterly (1983). 33(132): 238-249.

[2]Pietro, M. L. D. and E. Sgreccia Procreazione assistita e fecondazione artificiale tra scienza, bioetica e diritto. Editrice La Scuola, Brescia, 1999.
P.George, R. and C. Tollefsen Embryo. A defense of human life. Doubleday, New York, 2008.

[3]Persson, I. "Two claims about potential human beings." Bioethics (2003). 17(5-6): 503-516.
Mori, M. La fecondazione artificiale. Laterza, Bari, 1995.

[4]Lecaldano, E. Bioetica. Le scelte morali. Editori Laterza, Roma - Bari, 1999. Pp.229-230.

[5]Leone, S. Nuovo manuale di bioetica. Città nuova, Roma, 2007. P.77.

[6]Ford, N. M. Quando comincio io? Baldini & Castoldi, Milano, 1997.

[7]Locke, J. Saggio sull'intelletto umano. Laterza, Bari, 1972. P.353.

[8]Harris, J. The Value of Life. Routledge & Kegan Paul, New York, 1985. P.18.

[9]Possenti, V. "Il concetto di persona nel pensiero personalista-ontologico." http://www.portaledibioetica.it

[10]Harris, J. The Value of Life. Routledge & Kegan Paul, New York, 1985.

[11]Maclean, A. The Elimination of Morality. Routledge, London - New York, 1993.

[12]Harris, J. "The elimination of morality." Journal of Medical Ethics (1995). 21: 220-224.

[13]Harris, J. The Value of Life. Routledge & Kegan Paul, New York, 1985.P.8.

[14]Singer, P. Ripensare la vita. il Saggiatore, Milano, 2000.

[15]Singer, P. Practical Ethics. Cambridge University Press, Cambridge, 1979. Pp.78-84.

[16]Hymers, J. "Not a Modest Proposal: Peter Singer and the Definition of Person." Ethical Perspectives (1999). 6: 126-138.

[17] In termini kantiani si parla di ‘autonomia morale’ per indicare la capacità di imporre la legge morale a se stessi. Con ‘autonomia personale’ invece si intende un tratto della persona, una condizione del suo essere per cui l’individuo è libero di esprimersi relativamente ad ogni aspetto dell’esperienza, e non solo relativamente agli obblighi morali. La posizione di Harris è fondamentalmente centrata su questo secondo modo di interpretare e dare importanza al concetto di autonomia.

[18]Harris, J. Pigs And Principles: The Use of Animals in Research. Cutting Through the Surface. T. Takala, P. Herrisone-Kelly and S. Holm. Rodopi, Amsterdam - New York, 2009. 135-142.