Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

DOCUMENTI
RECENSIONI
INTERVISTE
ARCHIVIO
FORUM
Articolo
13/03/2013
Abstract
L'articolo vuole essere una sintesi della storia della storiografia italiana sulla "questione cattolica" nel Partito comunista italiano. Dai primi contributi degli anni Cinquanta - viziati da punti di vista spesso parziali e dalla pressoché totale assenza di documentazione consultabile - fino agli ultimi anni Settanta - quando necessità politiche contingenti resero obbligata una riflessione più seria e approfondita - la storiografia italiana si è sovente soffermata su questa tematica. La "questione cattolica" nel Pci, infatti, è rientrata da subito a pieno titolo fra gli elementi basilari della ricostruzione politica del dopoguerra e, di conseguenza, tra gli aspetti fondanti della riflessione storico-culturale del Paese. Ripercorrerne la storia della storiografia equivale, dunque, ad un’analisi delle peculiarità specifiche e dei presupposti ideologici – non avulsi da limiti e storture – attraverso cui la cultura italiana si é confrontata, paragonata e a volte, scontrata con essa.

La “questione cattolica” é stata sempre al centro della politica e della elaborazione del Partito comunista italiano. Si tratta di una centralità che si fonda sull’acquisizione, divenuta definitiva almeno a partire dalla metà degli anni Trenta, che il problema storico e politico posto dalla presenza cattolica nella società italiana si era venuto progressivamente caratterizzando come uno specifico fattore nazionale, come elemento essenziale per la definizione di una politica di trasformazione della società italiana. Tuttavia, è solo con la «svolta di Salerno» e la costruzione del «partito nuovo» che i comunisti italiani usciranno da una dimensione sostanzialmente propagandistica ed entreranno in una fase di più ricca elaborazione teorica e più incisiva iniziativa politica. Le innovazioni apportate rispetto al tradizionale bagaglio ideologico-politico sono duplici: da un lato, appariva ormai pura utopia progettare una dissoluzione dell’impalcatura ecclesiastica (e della stessa Chiesa cattolica), precedentemente ritenuta condizione indispensabile per la liberazione delle masse contadine cattoliche[1]. Nessuno spazio era possibile dilatare tra chierici e semplici – la cui unità di fondo era stata anzi sempre mantenuta, garantita e difesa dalla Chiesa – e dunque ogni costruzione di un legame diretto con le masse cattoliche non poteva che svolgersi in un clima per quanto possibile nuovo e disteso con i vertici vaticani, certo mai contro o in alternativa ad essi. Tanto più che anche le previsioni di molti autorevoli antifascisti, tra cui lo stesso Togliatti, circa una forte ondata di anticlericalismo che avrebbe colpito la Chiesa cattolica in seguito al passato legame col regime, si rivelarono del tutto errate e prive di fondamento: la Chiesa uscì rafforzata dal ventennio fascista[2]. In secondo luogo, fra i vertici comunisti del secondo dopoguerra, provati dall’esperienza del regime e della sconfitta delle forze operaie, vi era pure la consapevolezza che occorresse abbandonare definitivamente posizioni ideologiche troppo nette e radicali – che avrebbero pericolosamente isolato il partito – a vantaggio di una presa di coscienza più matura e adeguata di tutti i dati reali della situazione. In sostanza, si ravvisò come definitiva e necessaria una sempre maggiore attenzione alla contingenza della situazione storica, e dunque alle diverse opportunità politiche che di volta in volta si presentavano al partito, rispetto alle stesse elaborazioni tattiche delle strategie politiche che non a caso rimasero spesso volontariamente teoriche. Una sintesi efficace di queste due acquisizioni è offerta da Franco Rodano in un intervento dell’aprile del 1947, in cui scrive: «La  politica comunista si esplica, ed oggi in forme sempre più precise e più chiare, come una grande e profonda azione di rinnovamento democratico integrale. In questo ambito, essa offre di continuo ai valori, alle energie, alle organizzazioni religiose la possibilità di cooperare a questa opera immane di liberazione dell’uomo. Essa offre altresì, per la gradualità stessa e il senso vivo di responsabilità con cui viene realizzando questa opera, nuove forme e nuovi istituti, in cui possono garantirsi, corrispondentemente ai tempi mutati e alle condizioni obiettive modificatesi, le giuste esigenze di indipendenza e di libertà della Chiesa»[3].

L’analisi della questione cattolica nel PCI si inserisce sullo sfondo più complesso dei rapporti tra cattolici e comunisti nel secondo dopoguerra, a sua volta parte integrante del generale contesto della ricostruzione storico-politica del paese. Un ambito di ricerca vasto e articolato sul quale esiste un ampio numero di lavori storiografici, impossibile in questa sede da esaminare nella sua interezza. Ci si limiterà, pertanto, a considerare quelli maggiormente significativi nell’indirizzare l’analisi e il campo di lavoro[4].

Quantunque ormai superato dalla elaborazione storiografica successiva, l’intervento di Piero Melograni su “Passato e Presente”[5] riveste un ruolo importante nella ricostruzione della politica comunista verso il mondo cattolico, trattandosi della prima sintesi analitica elaborata sul tema. Il suo merito è quello di aver dischiuso un varco storiografico in questo settore, aprendo la strada a future e più complesse riflessioni. Nel lavoro sono evidenti alcune lacune documentarie che ne inficiano la ricostruzione – l’autore si serve quasi esclusivamente di fonti a stampa (né poteva essere altrimenti nel 1958, anno di pubblicazione del saggio) – che tuttavia non ostacolano la formulazione di giudizi utili e meritevoli di ulteriori approfondimenti. L’analisi della politica comunista verso i cattolici viene inserita sullo sfondo degli equilibri delle forze politiche e sociali esistenti nel Paese e sui loro mutamenti nel corso del tempo: la spiegazione dell’iniziativa comunista di un patto di unità d’azione con le forze cattoliche – scrive infatti Melograni – va ricercata soprattutto in un determinato equilibrio di forze che ancora sussisteva, benché fosse destinato a cadere in un breve volger di tempo. Nell’Italia liberata, infatti, l’organizzazione politica dei cattolici non costituiva ancora la forza predominante, quale più tardi divenne, mentre continuavano a svolgere un ruolo primario la monarchia, gli ambienti tradizionalmente legati ad essa, e quanto sopravviveva della vecchia classe dirigente liberale; gruppi, questi ultimi, interessati quanto meno alla restaurazione dell’ordine politico prefascista, ove ad essi sarebbe stato riservato il controllo della cosa pubblica, mentre i comunisti i socialisti e gli stessi cattolici si sarebbero dovuti accontentare di una posizione subordinata»[6].

La comune avversione alle tradizionali forze reazionarie sarebbe all’origine dell’iniziativa di Togliatti di voler elaborare una strategia unitaria verso i cattolici, allora non ancora forza predominante nel paese. La politica cattolica dei comunisti, tuttavia, variò al successivo mutare dei rapporti di forza nazionali e internazionali, e in special modo quando, in seguito all’indebolimento e poi alla caduta della monarchia, la Chiesa fu investita del ruolo storico di farsi centro di raccolta delle forze conservatrici italiane. Fin quando la monarchia fu in carica, essa stessa svolgeva un ruolo primario nel contribuire «a creare un equilibrio di forze nel quale la sua funzione precisa rimaneva ancora quella di costituire un centro di conservazione rivale del Vaticano». Con la caduta dei Savoia, invece, i conservatori nostrani sarebbero stati tutti naturalmente sospinti verso la Chiesa, al fine di trovare in essa la difesa conveniente contro l’estendersi del movimento socialista. Un tale ravvicinamento tra forze un tempo ostili, sarebbe stato ora favorito sia “dalla accresciuta potenza della Chiesa – la sola organizzazione che fosse uscita rafforzata da tanti sconvolgimenti – sia dalla rinunzia della borghesia a proseguire un’azione anticlericale e antireligiosa, che nei tempi passati aveva raggiunto punte assai avanzate[7]. Il progressivo indebolimento della monarchia e il conseguente rafforzamento della Chiesa avrebbero così creato le condizioni per un’alleanza fra quest’ultima e le forze reazionarie nazionali, rendendo ardua e antistorica – e per questo votata al fallimento – la strategia togliattiana. Se tali erano le condizioni, infatti, il PCI si era orientato verso un’opzione irrealizzabile: esso «chiedeva alla Chiesa di rinunciare a questa sua missione storica, di non intervenire cioè contro il movimento comunista, ora ricorrendo a blandizie e concessioni, ora facendosi forte della sua influenza»[8].

Tra la fine del 1946 e l’inizio dell’anno successivo, con il presunto riassestarsi delle strutture economiche tradizionali e la pressione esercitata dagli avvenimenti internazionali si giunse, secondo l’autore, alla irreversibilità del processo di ripresa delle correnti conservatrici italiane. Tali correnti erano ormai in cerca di una maggiore e più consistente stabilità, consapevoli di non poter diventare una reale forza di governo senza legarsi ad una larga base di massa. Dal momento che la scissione di Palazzo Barberini aveva mostrato che il grosso del Partito socialista rifuggiva da posizioni socialdemocratiche e restava saldamente legato al Partito comunista con il patto di unità d’azione, “soltanto le grandi masse cattoliche avrebbero potuto costituire il perno di una efficace politica conservatrice, e fu appunto in quei giorni, tra la fine del 1946 e i primi del 1947, che tutto un complesso di circostanze raccolsero attorno ad un medesimo programma i gruppi conservatori della borghesia e della Chiesa, le organizzazioni cattoliche, e il partito democratico cristiano[9].

L’analisi di Melograni – che pure, ponendo costante attenzione al rapporto di forze esistenti, evidenzia un punto affatto marginale ai fini di una approfondita comprensione – appare tuttavia viziata da un’impostazione troppo rigida e schematica, in cui la Chiesa viene dipinta in blocco come una realtà al totale servizio delle forze capitaliste, di cui il PCI può solo prendere atto. Tutto ciò, oltre ad eludere sfumature e differenze di non poco valore presenti fra le forze cattoliche, non aiuta a rendersi conto né delle effettive condizioni e delle diverse dinamiche interne al Partito comunista, né delle motivazioni originarie alla base della nuova strategia togliattiana verso i cattolici. Proprio la mancanza di un approfondimento di queste motivazioni appare il limite maggiore dello studio di Melograni.

Nel contesto del “dialogo” degli anni post-conciliari e della svolta legata alla strategia del “Compromesso storico”, e sulla scia degli studi di Bedeschi e Casula incentrati sull’esperienza del movimento dei cattolici comunisti[10] –  entrambi pubblicati nei primi anni Settanta – i lavori sul tema si fanno progressivamente più numerosi e di crescente interesse. Il maggiore distacco dal tempo degli eventi descritti nonché la maggiore disponibilità di materiale archivistico a disposizione degli studiosi, hanno permesso la comparsa di saggi spesso di grande valore. A fare da battistrada alla metà del decennio è il saggio di Gianni Riccamboni – Partito comunista e mondo cattolico[11] – anticipatore del momento di più intensa vivacità degli studi sul tema, quale sarà quello degli anni immediatamente successivi. Il lavoro, utile opera di sintesi, abbraccia un arco di tempo che va dagli anni Venti agli anni Settanta del Novecento, e forse proprio a causa di tale ampiezza si limita ad una descrizione degli eventi più significativi senza entrare dettagliatamente nel merito di quasi nessuno di essi.

Fu tra il 1977 e il 1978 che la storiografia sulla questione cattolica nel PCI durante la rinascita post-fascista si fece più acuta e approfondita. Fra i lavori di questo periodo, un posto di primo piano lo occupano senza dubbio i risultati cui è giunto Pier Giorgio Zunino[12]. La tesi centrale di Zunino è incentrata sull’impossibilità di guardare a Gramsci e Togliatti secondo una linea di continuità: “non vi è pressoché nulla, almeno in positivo che leghi il Togliatti del 1944 al militante di Ordine Nuovo, il quale, alla stregua di Gramsci, ritiene ormai imminente il disfacimento dell’apparato ecclesiastico”[13]. Più che alla svolta di Salerno – secondo l’autore – è al 1934-35 che occorre volgere lo sguardo per cogliere il momento più significativo per la determinazione dell’atteggiamento comunista verso i cattolici[14]. E’ infatti attorno alla metà degli anni Trenta che il PCI, abbandonata la prospettiva gramsciana mirante allo smembramento del tessuto cattolico e all’assorbimento degli strati popolari, viene ad assumere il mondo cattolico e il fattore religioso come elementi permanenti della realtà italiana.

Nei primi mesi del 1944 le valutazioni dei comunisti sui cattolici oscilleranno sostanzialmente tra due poli: la certezza che senza una politica che riesca ad aggregare le masse cattoliche l’Italia passerà dal giogo nazifascista a quello angloamericano, da un lato, e il timore quando non la consapevolezza, dall’altro lato, che la rotta lungo cui si muove l’apparato cattolico sia già stata tracciata e conduca inevitabilmente verso uno stato conservatore e autoritario. Ma se, nella coscienza di Togliatti, la Chiesa sarà uno dei fattori di conservazione con cui il movimento antifascista dovrà fare i conti – si chiede Zunino – in quale modo i comunisti dovranno rapportarsi ad essa? Forse con uno scontro frontale? Zunino esclude con forza questa ipotesi: «no di certo – scrive – per il PCI si tratta, invece, di tallonare le forze che si temono di più, incalzandole e stimolandone le contraddizioni interne, per quanto possibile. Solo così sarà possibile tentare di neutralizzarne – almeno in parte – gli influssi negativi»[15]. Con la svolta di Salerno, d’altronde, la prospettiva unitaria del PCI investirà direttamente e ufficialmente anche il partito democristiano, con lo scopo di collegarsi con i gruppi meno retrivi presenti nella compagine cattolica per dar loro ossigeno e stimolarli a una presenza più incisiva. Secondo l’autore, «non è difficile ravvisare nell’impostazione togliattiana soprattutto il tentativo di imbrigliare, e proprio attraverso un’alleanza complessiva con la DC, certi settori assai conservatori della società italiana che si riconoscevano nel partito di De Gasperi. Si trattava di togliere spazio politico a chi opponeva alla resistenza una semplice restaurazione dell’Italia di sempre, facendo si che fossero le stesse componenti democristiane non reazionarie ad entrare in conflitto con costoro. Ciò avrebbe permesso di allargare il fronte realmente antifascista e, al contempo, avrebbe consentito di non subire per intero la pressione dei conservatori»[16].

Proprio la presenza di forti elementi conservatori nella società italiana, cementati e rafforzati dalla presenza della Chiesa, appare il leit motiv evidenziato da Zunino nella sua ricostruzione. Scopo del partito diventava in tal modo togliere margine d’azione a queste forze: dal momento che, viste le mutate condizioni, questo fine era impossibile da raggiungere attraverso una contrapposizione ad esse[17], occorreva «giungere ad una stretta alleanza che rappresentasse prima di tutto una forma di condizionamento e di controllo del più pericoloso punto di riferimento della destra italiana»[18]. L’alleanza con la DC e i cattolici, giudicati da Zunino come un unicum sostanzialmente omogeneo, sarebbe stata così funzionale al partito per condizionare e controllare, nei limiti del possibile, la Chiesa cattolica, evitando che essa diventasse il centro di raccolta delle forze reazionarie del paese.

L’analisi di Zunino appare complessivamente un passo avanti notevole nell’approfondimento di questo tipo di tematiche. Dalla sua lunga ricostruzione si nota con evidenza quanto si sia raffinata e articolata nel tempo la strategia dei comunisti italiani verso i cattolici, divenendo progressivamente più attenta e comprensiva delle mutate condizioni storiche del momento. Trattando un arco di tempo ultraventennale, inoltre, essa ha permesso anche degli accostamenti e dei paralleli – come quello tra Gramsci e Togliatti – difficilmente rintracciabili in un’ottica più limitata e circoscritta.

Un apporto essenziale agli studi sul tema è stato offerto anche dalle riflessioni di Pietro Scoppola. Nel 1977 lo storico romano dà alle stampe La proposta politica di De Gasperi, con il quale si inserisce autorevolmente nel dibattito storiografico allora assai vibrante. È un lavoro incentrato in modo preminente sull’azione politica e la figura umana del leader democristiano, del quale si intendono evidenziare aspetti e contenuti ritenuti poco approfonditi dalla storiografia che l’autore stesso definisce «neomarxista»[19]. Gli apporti fondamentali recati dalle interpretazioni di Scoppola sono sostanzialmente due: da un lato, la sottolineatura della natura fondamentalmente tattica e strategica che spingeva i comunisti italiani verso una collaborazione con i cattolici. Non vi era nessun sostanziale mutamento di giudizio di Togliatti e dei comunisti verso la religione – «rispettata tatticamente ma destinata a cadere nel processo di liberazione e nel quadro di un’egemonia nuova della classe operaia” – ma anzi la loro strategia guardava alla Chiesa “come ad una forza della quale si doveva cercare l’appoggio per la sua capacità di presa sulle masse popolari, o almeno la neutralità» [20]. Fatto che, d’altro canto, nulla avrebbe tolto alla lungimiranza delle innovazioni introdotte da Togliatti, che restavano anzi «estremamente significative rispetto alla tradizione del comunismo internazionale»[21] ed aprivano spiragli nuovi e importanti per la vita democratica nazionale. Dall’altro lato, Scoppola pone l’attenzione sul punto di vista degli interlocutori cattolici, evidenziando cosa abbia significato per la DC l’avvio dalla strategia togliattiana. La collaborazione con le forze democratiche aventiniane, infatti, faceva senz’altro parte del patrimonio politico ereditato da De Gasperi dall’esperienza prefascista; ma questa collaborazione poteva essere minacciata da una rinascita di anticlericalismo come possibile contraccolpo dell’appoggio dato dalla Chiesa al regime. De Gasperi temeva la rinascita di un anticlericalismo tale per cui i cattolici, faticosamente usciti, nel primo dopoguerra, dall’isolamento politico legato alla lunga stagione dell’intransigenza, rischiavano di trovarsi nuovamente isolati nel secondo dopoguerra. Una politica di eventuale sostegno da parte della Chiesa alle vecchie forze legate al regime avrebbe accentuato questo pericolo. A partire da queste premesse, secondo l’autore, «i comunisti si offrivano come insperati alleati: la loro disponibilità a collaborare con la Democrazia cristiana era essenziale per spezzare ogni pregiudiziale anticlericale delle altre forze democratiche»[22]. Dunque, non solo De Gasperi non avrebbe semplicemente accettato in modo passivo la collaborazione con le sinistre, attendendo il momento opportuno per estrometterle dal governo – come sostanzialmente descritto da buona parte della storiografia azionista e «neomarxista», tesa ad identificare il leader DC come l’espressione del ristabilimento delle forze conservatrici in Italia e dunque come il tradimento degli ideali resistenziali – ma egli avrebbe avuto anzi tutto l’interesse a continuare tale collaborazione, almeno fin quando ciò fosse stato possibile. Tanto più che, secondo Scoppola, il rapporto coi comunisti aveva un altro significato, tanto per De Gasperi quanto per la nascente democrazia italiana: «una collaborazione fra partito dei cattolici – scrive – per sua natura interclassista, e i partiti della classe operaia, ivi compreso il partito comunista, poteva apparire opportuna nella fase di rinascita della democrazia italiana»[23], in quanto una larga intesa tra classi e ceti sociali diversi poteva offrire una solida base ad una democrazia fondata sul consenso.

Dunque, secondo l’autore, la necessaria sottolineatura della natura tattica della politica comunista non riduce la notevole importanza rivestita dalla proposta unitaria togliattiana, che anzi acquista maggior peso e incisività se considerata in connessione con la politica di De Gasperi e l’apporto offerto alla rinascita democratica nazionale[24]. Proprio l’aver posto in relazione la strategia di Togliatti con la politica democristiana e la nascita della democrazia italiana risulta essere il maggior punto di forza della riflessione di Scoppola. Da notare, oltretutto, il suo tentativo di procedere, in sede storiografica, alla separazione tra “questione democristiana” e “questione cattolica” – allora considerate in modo unitario dal Partito comunista – presupposto fondamentale per sciogliere alcuni nodi di fondo nella strategia comunista verso il mondo cattolico.

Fra i numerosi lavori di C. F. Casula, una trattazione a sé merita il contributo su L’unità con la DC nella linea togliattiana[25], edito dalla rivista «Il Mulino» nel dicembre 1978. Lo studio si occupa espressamente della politica di Togliatti verso il partito della Democrazia cristiana – ponendo in ombra tanto la religione quanto la complessità del mondo cattolico nel suo insieme – e ciò in considerazione della centralità che aveva il partito unico dei cattolici nella strategia comunista: era in esso, infatti, che si raccoglieva quella massa di contadini e ceti medi urbani verso cui il PCI da sempre guardava. Nel lavoro si coglie un’attenzione costante ad approfondire le ragioni della linea che il leader del PCI propone e realizza dopo il suo rientro in Italia. Non senza resistenze e diffidenze, interne ed esterne al Partito – scrive al riguardo Casula – Togliatti «si propone come obiettivo immediato di scongiurare il pericolo che la grave crisi apertasi nell’estate del 1943 precipiti, senza alcuna possibilità di controllo effettivo da parte dell’antifascismo organizzato, nella rottura dell’unità dello stato e nella perdita dell’indipendenza della nazione da un lato, nella anarcoide disintegrazione del tessuto sociale dall’altro»[26]. Questa è la prospettiva per la quale lavorano forze reazionarie e conservatrici che vanno dal governo inglese alla Curia romana, all’istituto monarchico, ed «in questa prospettiva le possibilità legali e materiali di presenza e direzione politica, del Partito comunista, in primo luogo, ma non solo di esso, vengono se non del tutto eliminate, certo pesantemente ridotte»[27]. Per il successo di un simile progetto era necessaria la mediazione politica dei partiti espressione pressoché piena ed esclusiva delle masse popolari: «di qui – conclude Casula – per il partito di Togliatti l’indispensabile incontro con il partito democristiano e l’intesa con il Partito socialista, sulla base del convergente interesse al superamento (…) della perniciosa separazione-contrapposizione fra pays réel e pays legal, che aveva pesantemente caratterizzato e condizionato la storia dello stato unitario»[28].

Dall’analisi di Casula si può anche notare come, per il PCI, l’interesse per la Chiesa – preminente quando la DC ancora non era stata ufficialmente investita del ruolo di partito unico dei cattolici – diventi progressivamente secondario quando il partito di De Gasperi inizia a rappresentare la gran parte dell’universo politico e sociale cattolico, per poi riprendere spazio quando le pressioni anticomuniste esercitate dalla gerarchia minacciano non solo di interrompere la politica unitaria di governo ma anche di danneggiare apertamente il PCI[29]. In altre parole, se si esclude la prima fase, il clero e la Chiesa interessano il Partito comunista in funzione del suo rapporto con la Democrazia cristiana; non a caso, prudentemente, i comunisti eviteranno in ogni modo di inserirsi in ogni tipo di disputa filosofica o religiosa.

Gli anni Settanta si chiudono con la pubblicazione del lavoro di Andrea Riccardi, Roma «città sacra?»[30], attraverso cui, con un’analisi capillare e certosina della situazione religiosa e sociale della Roma del dopoguerra, si evidenzia la lontananza e il distacco della città (e con essa della nazione) dai principi e dalla morale cattolica. La posizione di debolezza della Chiesa è ritenuta uno dei motivi principali della sua chiusura al mondo esterno, e dunque una delle chiavi di volta con cui giudicare la difficoltà, se non l’impossibilità, nella realizzazione della strategia unitaria togliattiana. «Era la stessa vita sociale della capitale – scrive Riccardi – a confermare la Chiesa nelle sue preoccupazioni per il futuro: l’immoralità diffusa, la prostituzione, la pubblicità ad un tipo di costumi sessuali propri della società americana, erano sintomi di un disgregarsi della società cristiana, proprio mentre pareva rinascere l’anticlericalismo e si andava rafforzando il peso politico delle sinistre»[31]. Un grado di insicurezza che negli ambienti vaticani veniva accentuato dal paragone con la Roma fascista, in cui si riteneva dominasse un altro genere di ordine pubblico. Così, mentre per la prima volta nella storia d’Italia si affermava l’egemonia politica del partito cattolico, si assisteva anche al disgregamento della presa sociale e religiosa del cattolicesimo, di cui la Chiesa appariva sempre più come “preoccupata” spettatrice. Proprio all’interno di questa apparente paradossale situazione vanno inseriti tanto i timori ecclesiastici per un’affermazione del comunismo, quanto le critiche della Chiesa a De Gasperi per una «politica democristiana che appariva incerta rispetto alle esigenze ecclesiastiche di aggredire direttamente la disgregazione sociale e morale con leggi più severe, e di contrastare più decisamente l’avanzata dei partiti della sinistra»[32]. I riferimenti di Riccardi alla politica comunista verso i cattolici sono volti dunque a sottolineare l’enorme difficoltà, teorica prima ancora che pratica, di un accordo tra di essi, trattandosi in sostanza di uno scontro tra due civiltà antagoniste, tra due visioni del mondo contrapposte e inconciliabili. La forza dei comunisti, specie a Roma, «era giudicata dagli ambienti ecclesiastici un fatto intollerabile (…). Lo scontro con il PCI era nella logica dei fatti, e la rinuncia ad una conflittualità con esso veniva giudicata dal mondo ecclesiastico quasi la premessa della eliminazione della Chiesa, come gli avvenimenti dell’Europa occupata dai sovietici parevano far presagire»[33]. Non a caso, una costante attenzione dell’autore viene dedicata proprio alle condizioni della Chiesa nei paesi socialisti: «nel dibattito tra Chiesa e PCI – scrive – ha largo spazio il confronto sulle condizioni di vita dei cattolici nell’Europa orientale, su cui la stampa cattolica insiste puntualmente. Era questo un tema che non poteva non suscitare notevole imbarazzo nel partito comunista per la contraddizione tra le sue affermazioni sulla libertà religiosa ed il legame con i partiti dell’Europa orientale»[34].

[1] Sull’atteggiamento del PCI verso i contadini nel dopoguerra cfr. S. Tarrow, Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno, Einaudi, Torino 1973.

[2] Cfr. al riguardo le significative considerazioni di Pietro Scoppola in La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico. 1945-1996, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 105 e ss. «L’aiuto alle popolazioni durante l’occupazione tedesca – scrive Scoppola – il rifugio offerto ai perseguitati, che Federico Chabod ha paragonato all’opera svolta dalla Chiesa ai tempi delle invasioni barbariche, non bastano a spiegare il grande prestigio della Chiesa all’indomani della liberazione, se non si tiene conto anche del fatto che la Chiesa ha dato una risposta ad una crisi di identità diffusa nella società italiana: a Roma visibilmente la figura carismatica di Pio XII si è sostituita a quella del duce. Risultarono smentite e anzi rovesciate le previsioni degli antifascisti: non solo Palmiro Togliatti o Gaetano Salvemini, ma anche gli esuli popolari negli anni della «conciliazione» e del massimo accordo fra la Chiesa e il regime avevano previsto, nel dopo fascismo, il contraccolpo di una forte ondata di anticlericalismo. Avvenne il contrario: la Chiesa si trovò spontaneamente a svolgere il ruolo di garante della società civile in Italia e di punto di riferimento morale di larghi strati popolari. Lo stesso superamento morale del fascismo non sarebbe stato possibile senza l’apporto della Chiesa».

[3] F. Rodano, L’art. 7, in «Rinascita», aprile 1947, p. 77., cit. anche in F. Malgeri, La stagione del centrismo. Politica e società nell’Italia del secondo dopoguerra (1945-1960), Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, p. 67.

[4] Altri lavori saranno menzionati in nota così da rendere nei limiti del possibile più completo il quadro bibliografico di riferimento.

[5] P. Melograni, Comunisti e cattolici (note sulla politica del PCI negli anni 1944-1947), in «Passato e Presente», settembre-ottobre 1958, pp. 587-614.

[6] Ivi, p. 590. Questo è il motivo, scrive poco dopo l’autore in merito alla nomina di De Gasperi alla presidenza del Consiglio, per il quale «Togliatti aveva salutato l’avvenimento come un successo della democrazia e del progresso, perché ciò significava tra l’altro, rompere una volta per sempre quella specie di tradizione reazionaria che tendeva ad escludere dalla direzione del governo, in Italia, gli uomini di determinati partiti, come il partito della democrazia cristiana, o quello comunista, o quello socialista», cfr. Ivi, p. 613.

[7] Ivi, p. 597. L’ipotesi secondo cui l’avvento al potere di De Gasperi e l’appoggio della Chiesa alla DC da questi (faticosamente) ottenuto abbiano rappresentato una brusca accelerazione del processo di restaurazione nel Paese, viene tenacemente combattuta da Pietro Scoppola nella sua importante riflessione su De Gasperi. Contestando le tesi di quella che chiama la storiografia azionista e neomarxista (Franco Catalano, Enzo Piscitelli, Lamberto Mercuri, Antonio Gambino ecc.), Scoppola rifiuta questa concezione sostenendo non solo che De Gasperi non fu affatto l’uomo della restaurazione, ma che anzi a partire dalla formazione del suo primo governo «il rischio di una brusca involuzione della democrazia italiana, nel momento stesso in cui muoveva i suoi primi passi, era scongiurato: alla inevitabile presenza ed influenza degli americani il nuovo governo offriva un sicuro punto di riferimento democratico evitando il pericolo che essi cercassero punti di appoggio nelle vecchie forze prefasciste; il consenso della Chiesa veniva sottratto al richiamo delle rinascenti forze di destra e orientato verso un partito come la Democrazia cristiana legata ai partiti della sinistra da un’intesa di governo; la collaborazione dei partiti popolari, nonostante le difficoltà che incontrava quotidianamente, rappresentava un fatto nuovo e senza precedenti nella storia del paese. La sinistra italiana per la prima volta affrontava responsabilità di governo», cfr. P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, Il Mulino, Bologna 1977, in particolare i cap. IV e V. Piero Craveri, nella sua più recente biografia su De Gasperi, si pone in una prospettiva ancora diversa. Per lui l’alternativa determinata dall’avvento alla guida del governo del leader DC non fu quella tra rivoluzione e restaurazione, «ma tra una nozione spuria di rivoluzione ed una classica di democrazia, come premessa necessaria ad un rinnovamento profondo della vita pubblica in Italia». Secondo Craveri, a fronte di una democrazia intesa non come il prevalere delle idee democratiche ma come egemonia dei partiti di massa, quale quella che aveva in mente Togliatti, De Gasperi avanzava un’idea integra del concetto di democrazia, e non confondeva tra istituzioni rappresentative della democrazia e politica popolare dei partiti di massa. Egli, in altre parole, «avrebbe tenuto fermo il principio di maggioranza senza concessione alcuna a quello dell’egemonia del partito o dei partiti tra loro coalizzati». Cfr. P. Craveri, De Gasperi, Il Mulino, Bologna 2006, pp. 193 e ss.

[8] P. Melograni, Comunisti e cattolici (note sulla politica del PCI negli anni 1944-1947), cit., p. 597.

[9] Ivi, p. 604.

[10] Mi riferisco in particolare ai lavori di L. Bedeschi, Cattolici e comunisti. Dal socialismo cristiano ai cristiani marxisti, Feltrinelli, Milano 1974, e di C. F. Casula, Cattolici-comunisti e sinistra cristiana (1938-1945), Il Mulino, Bologna 1976. Accenno qui brevemente alle differenti interpretazioni di Casula, Zunino e Botti sull’esperienza dei cattolici comunisti, in special modo per quanto concerne il loro rapporto con il PCI. Mentre per Casula, nella complessa strategia che i comunisti portano avanti dopo la svolta di Salerno, la creazione di un partito cattolico di sinistra è uno dei tre fronti su cui essa si articola (insieme e in parallelo all’apertura del partito ai singoli cattolici e alla ricerca di un’intesa con la DC e, per quanto possibile, di rapporti cordiali con la gerarchia ecclesiastica), secondo Zunino «non vi è momento nell’intera parabola del gruppo dei cattolici comunisti in cui ai capi del PCI non appaia evidentissima la difficoltà di inserire pienamente nella loro strategia verso il mondo cattolico una presenza come quella di Rodano e Ossicini». Cfr. P. G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana, II, Il Mulino, Bologna 1977, pp. 181-182. Per Botti, invece, entrambi questi contrastanti giudizi sembrano peccare di approssimazione, per eccesso il primo e per difetto il secondo, e non risultano pertanto pienamente soddisfacenti. Casula attribuirebbe alla politica del PCI verso i cattolici comunisti la dignità di un “terzo fronte”, sorvolando la pressoché costante subordinazione di esso al secondo e vero fronte: quello della politica di alleanza con la DC. Zunino invece, non sembrerebbe sottolineare adeguatamente il ruolo che il PCI assegnava ai cattolici comunisti all’interno della strategia di avvicinamento alla DC. Cfr. A. Botti, Religione, questione cattolica e Dc nella politica comunista (1944-1945), Maggioli, Rimini 1981.

[11] G. Riccamboni, Partito comunista e mondo cattolico, in Religione e politica: il caso italiano, ed. Coines, Roma 1976.

[12] P.G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana (1919-1939), Il Mulino, Bologna 1975; Id, La questione cattolica nella sinistra italiana, cit.

[13] Cfr Ivi, p. 103.

[14] Stesso giudizio è espresso da Ernesto Ragionieri, La storia politica e sociale, in Storia d’Italia, vol. IV, Dall’unità a oggi, III, Einaudi, Torino 1976, p. 2373.

[15] P. G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana, II, p. 58.

[16] Ivi, p. 102.

[17] Tale contrapposizione sarebbe impossibile a realizzarsi, tra gli altri motivi, anche per la debolezza negli altri settori della sinistra immediatamente riscontrata dai vertici del PCI. Scrive Zunino: «Appare un dato sul quale non sempre si riflette con la dovuta attenzione, e cioè che il terreno, se si prescinde dai cattolici e dai comunisti, appare quasi deserto. I rapporti che giungono ai centri dirigenti comunisti non a caso sono concordi nel segnalare accanto allo sviluppo dell’azione dei cattolici, le contraddizioni e la lentezza che caratterizzano gli altri settori della sinistra. In effetti, socialisti e azionisti, alla prova dei primi passi organizzativi, già lasciano trapelare la debolezza della loro trama organizzativa, denunciando apertamente il fatto che una intransigente politica di fronte potrebbe contare su di un supporto poco più che nominale da parte loro», cfr. Ivi, p. 78.

[18] Ibidem.

[19] Cfr. la nota 7 supra.

[20] P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, cit., p. 278 e ss.

[21] Ibidem.

[22] Ibidem.

[23] Ivi, p. 280.

[24] A tal proposito, Augusto Del Noce – in un articolo intitolato De Gasperi e il comunismo e pubblicato su «Il Tempo» il 26 giugno 1977 – accuserà espressamente Scoppola di aver messo l’accento in modo ossessivo sulle deboli tracce di una apertura di De Gasperi al comunismo, dando per scontate invece le innumerevoli e «troppo note» dichiarazioni anticomuniste del leader trentino. Secondo Del Noce, l’avversione di De Gasperi e dell’intero cattolicesimo italiano al comunismo era un fatto sostanziale, che traeva origine «in principi metafisici e religiosi, o nell’idea di un totalitarismo necessariamente intrinseco al comunismo». Per il filosofo cattolico, storicizzando il tema del rapporto di De Gasperi con il comunismo, Scoppola lascia intendere che in condizioni mutate una qualche forma di collaborazione sarebbe di nuovo possibile. In tal modo Scoppola utilizzerebbe per fini politici contingenti la ricerca storica. Un giudizio ideologico e filosofico sul comunismo, invece, quale quello che propone Del Noce, smorzerebbe sul nascere ogni possibile collaborazione essendo per principio impossibile. Su questo acceso confronto di idee, oltre al citato articolo di Del Noce, cfr. la risposta di Scoppola nella lunga nota num. 1 al cap. VI in La proposta politica di De Gasperi, cit., pp. 326-327. Al di là dei contenuti della polemica, il vivace scambio di vedute tra Scoppola e Del Noce appare interessante dal nostro punto di vista in quanto mostra come, negli anni Settanta, i numerosi studi sulla questione cattolica nel PCI siano stati inevitabilmente condizionati dalla ricerca degli equilibri di quegli anni e dalle vicende ad essi conseguenti.

[25] C. F. Casula, L’unità con la Dc nella linea togliattiana (1943-1945), in “Il Mulino”, n.6, dicembre 1978, pp. 900-921.

[26] Ivi, p. 905.

[27] Ibidem.

[28] Ibidem.

[29] Scrive Casula: «L’intervento della Chiesa, oltre a condizionare pesantemente, in senso conservatore, la politica della Democrazia cristiana e a pregiudicare la crescita, e con essa alla lunga anche l’esistenza stessa del Partito della Sinistra cristiana, finisce per creare dei seri problemi per lo sviluppo del Partito comunista stesso, almeno in quanto Partito nuovo. Non solo infatti si ostacola l’afflusso ad esso di lavoratori ed intellettuali cattolici, tentando di renderne la permanenza quantomeno conflittuale, ma soprattutto oggettivamente si mira a sospingere i comunisti su posizioni di arroccamento ideologico e di settarismo politico ed organizzativo, ancora, oltretutto, ben presenti all’interno della base e del gruppo dirigente», cfr. Ivi, p. 914.

[30] A. Riccardi, Roma «città sacra?». Dalla conciliazione all’operazione Sturzo, Vita e Pensiero, Milano 1979. Dello stesso autore cfr. anche A. Riccardi, Il “partito romano”. Politica italiana, Chiesa cattolica e Curia romana da Pio XII a Paolo VI, Morcelliana, Brescia 2007 (2 ed). In questo testo (del 1983 e rieditato nel 2007) viene analizzata la “destra cattolica”, cioè quello stretto reticolo di rapporti tra alcuni esponenti della gerarchia vaticana (card. Ottaviani e mons. Ronca fra tutti) e alcuni esponenti politici democristiani, nonché i condizionamenti da questi effettuati sulla politica moderata di De Gasperi, compreso il rapporto da tenere coi comunisti.

[31] A. Riccardi, Roma «città sacra?», cit., p. 288.

[32] Ivi, p. 300.

[33] Ivi, p. 326.

[34] Ivi, p. 339. Sui rapporti tra Vaticano e Mosca cfr. A. Riccardi, Il Vaticano e Mosca. 1940-1990, Laterza, Roma-Bari 1993. Sulla politica religiosa in URSS cfr. il recente studio di A. Roccucci, Stalin e il patriarca. La Chiesa ortodossa e il potere sovietico, Einaudi, Torino 2011.