Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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15/11/2013
Abstract
L’Ottocento fu protagonista di due mitologie: Idealismo e Positivismo. Entrambe, con il loro tentativo di neutralizzare il lato irrazionale della vita e riducendo la ragion critica a ragion strumentale, utile a garantire un ordine idealizzato, senza sfumature, generarono un uomo altrettanto idealizzato, immemore del suo rapporto col mondo e coi suoi stessi prodotti, scienza in primis. I filosofi del Circolo di Vienna del primo Novecento diagnosticheranno i pericoli insiti in questa frattura proponendo una nuova idea di scienza che sia, come da progetto iniziale – quello della modernità –, al servizio della vita dell’uomo, e non della scienza stessa.

Al cospetto di una crisi generalizzata che attanagliava l’Europa intera, il ruolo della filosofia di primo Novecento era quello di prescrivere un antidoto efficace a un uomo ammalato di ragion strumentale e progresso. Il riconoscimento di questo guasto esistenziale ebbe come primo risultato l’imporsi nelle coscienze dei filosofi di un diverso atteggiamento vitale, di un’opposizione, una resistenza radicale al propagarsi della crisi. Il Circolo di Vienna e il suo positivismo logico, la fenomenologia husserliana e il neokantismo cassireriano – per citare solo alcune “filosofie della crisi” (qui tratteremo solo della prima) – vanno tutte in questa direzione, anche se con fini particolari differenti e altrettante differenti metodologie razionali. Vi è però un tratto comune: la riappropriazione attitudinale della modernità, riconosciuta nel suo massimo furore operativo nell’Illuminismo settecentesco. È in questo periodo che l’uomo “nuovo”, il borghese, riuscì a convogliare, manifestare e rendere concretamente produttivi gli slanci di quattro secoli di lotta per l’emancipazione della dignità umana dal carcere teologico e feudale. La rottura rinascimentale col Medioevo fu l’apparire per la prima volta sulla scena della storia umana di un uomo conscio e desideroso della sua nuova libertà – ricostruzione storica inevitabilmente inficiata dall’idealizzazione che l’entusiasmo post-romantico attribuì al suo modello filosofico –, volto ad un’interpretazione empirica della natura e delle sue leggi e alla libera espressione della capacità creativa di cui solo lui nel mondo sembra portarne peso e privilegio. Uomo, dunque, caratterizzato e guidato da una ritrovata ragione, costretta per secoli ad un’inversione intimistica impegnata alla razionalizzazione dell’irrazionale – trasfigurazione che ha tratti in comune con la “deriva” ottocentesca. La sintesi illuministica e le sue rivoluzioni politico-sociali apparsero come un progresso inevitabile che il nuovo modo di approcciarsi alla realtà dell’uomo europeo – l“uomo copernicano” – e la conseguente applicazione della tecnica alle esigenze umane, orientarono verso il miglioramento delle condizioni di esistenza degli uomini, interpretato come un ritorno a quell’età dell’oro probabilmente mai esistita. A separare il vigore anti-crisi delle filosofie di primo Novecento dall’ottimismo illuminista si frappongono, però, il XIX secolo e le sue due “mitologie” – Idealismo e Positivismo.

Diagnosi e terapia

Vienna, eletta in seguito alla caduta dell’Impero asburgico centro artistico-culturale tra i più vivaci e rigogliosi del continente, ritrovava in alcuni suoi esponenti lo stimolo alla rivolta: una strenua opposizione al dilagante Idealismo metafisico e allo Spiritualismo irrazionale, nonché al Positivismo assolutista fautore, suo malgrado, dell’incomunicabilità tra le varie discipline. Otto Neurath, Rudolf Carnap e Hans Hahn (il Circolo di Vienna) con il loro “manifesto” del ’29 – La concezione scientifica del mondo – proclamarono aperta una nuova rivoluzione scientifica. Il ruolo di protagonista venne affidato, appunto, alla ragione. Una ragione capace di ricucire gli strappi positivistici nell’instaurazione di un linguaggio comune depurato da residui teologico-metafisici. I fini dei viennesi possono essere riassunti nell’empiricizzazione e logicizzazione del mondo e nella ricomposizione di una scienza unificata con la relativa enciclopedizzazione del sapere. Da un lato la modernità entra in gioco nel riproporre l’empirismo di stampo anglosassone, il sensismo francese e gli studi di logica di Leibniz (da poco tornati alla luce), dall’altro nell’interesse posto al ruolo dell’Encyclopédie di d’Alembert e Diderot, sfociante in una riappropriazione degli aneliti comptiani – e dunque “meno moderni” – di un’unificazione delle scienze.[1] Il riferimento del gruppo di ricerca viennese al Positivismo – venne etichettato come neopositivista, ma anche neoempirista o empirista logico) – voleva significare una comunanza con la rigida istanza antimetafisica e rigorosamente scientifica del Positivismo ottocentesco, sebbene il concetto di scienza, e quindi di razionalità, ottenesse qui una qualificazione maggiormente critica, distante dalle presunte certezze promulgate dalle scienze positive; oltre che un’attenzione all’aspetto logico del linguaggio scientifico, trascurato in passato.

«Nella scienza non si dà ‘profondità’ alcuna; ovunque è la superficie […] Tutto è accessibile all’uomo e l’uomo è la misura di tutte le cose»[2]. L’accezione sofistica di queste frasi rimanda a un particolare modo di interpretare la relatività conoscitiva, quella positivistica: il mondo è razionalmente e interamente sussumibile dalle razionalità scientifiche umane. Il sapere è relativo in quanto dominio prettamente umano, non occultante trascendenza alcuna. Il metodo scientifico dev’essere esteso a tutti gli ambiti del sapere, e ciò che non gli è riducibile risulta semplicemente privo di senso. Il debito con Ludwig Wittgesntein – ascrivibile insieme al maestro Bertrand Russell alla corrente neopositivista – risiede nel candido assunto che qualsiasi proposizione metafisico-religiosa sia per definizione insensata giacché non suscettibile di verifica empirica e fattuale (principio di verificazione o di significazione)[3], è cioè una pseudo-proposizione. Le religioni, l’Idealismo, lo Spiritualismo, l’etica e tutte le metafisiche in quanto tali sciorinerebbero argomentazioni insensate, accostando tra loro parole inaccostabili. Trascendono la verificabilità umana e ciò le pone fuori da ogni logica accettabile. Tali manifestazioni “trascendentali” sono per Carnap «il bisogno dell’uomo di esprimere il proprio sentimento della vita»[4] non apportante alcuna conoscenza, anzi incapace di una vera comunicazione tra uomini, imprigionati nella loro privata torre d’avorio. L’empirismo logico elimina linearmente dal suo campo di ricerca ogni pseudo-proposizione mettendo in atto un serrato processo di purificazione logica – dunque attraverso l’analisi logica del linguaggio che portò Neurath a parlare di “fisicalismo”[5] – per “decontaminare” anche il linguaggio scientifico dai residui teologico-metafisici.                      

L’enfasi posta sulla necessità della collaborazione e interazione tra le singole aree di ricerca, e quindi tra i vari studiosi e scienziati specializzati, colloca i neopositivisti in quella traiettoria interpretativa tendente ad un recupero del modello moderno. Fu infatti tale “stagione” a programmare la possibilità di una tecnica a servizio dell’uomo, di un equilibrio sistematico funzionale alle prerogative umane: «la concezione scientifica del mondo è al servizio della vita, che la recepisce»[6]. Il fine ultimo appare così l’eudaimonia sociale e non il progresso smisurato. Certo, il benessere sociale aumenta mediante l’avanzamento tecnico, ma è necessario acquisire coscienza dei limiti e pericoli ad esso legato.

La nuova ragione si esime dallo schiudere certezze universali. La ragion strumentale eidetica dei positivisti – trasfigurazione di un concetto di ragion critica dolorosamente raggiunto dalla modernità (seppur non sempre rispettato) – identifica il mondo nei suoi stessi limiti offuscando l’interconnessione tra i nuovi traguardi della ricerca. La scienza positivistica viaggia su un solo binario con destinazione progresso – risulta logico, per il positivista, che l’umanità finalmente entrata in possesso del “codice della vita” debba mantenere il proprio compito diluendo ogni enigma ormai decifrabile, non potendo così arrestare il proprio glorioso incedere; la giustificazione della marcia trionfale del progresso è tutta racchiusa nella fisima della fatalità connaturata all’uomo di ri-appropriarsi di ciò che è suo. Ma la razionale possibilità umana di incanalare ad ordine scientifico il reale non deve significare il pieno dominio di Natura e Verità, né deve illudere gli uomini di aver infine scovato la fonte dell’eterna giovinezza del Romanzo di Alessandro. La concezione scientifica del mondo vuole configurarsi come un’interpretazione funzionale del reale, e proprio perché interpretazione sarà veicolata da una ragion critica costantemente operante e passibile di revisione. Interpretazione strumentale nel senso di possibilità umana di “piegare”, nei limiti dell’armonia necessaria ai fini della vita umana e animale, il mondo alle proprie esigenze; l’orizzonte rimane sempre quello del miglioramento della condizione umana. Non che la scienza sia l’unico sentiero – la Verità –, ma sicuramente quello che sino ad ora si è rivelato più funzionale alla nostra crescita.

Le scienze devono interagire tra loro, comunicare, scambiarsi vicendevolmente informazioni utili al proprio progetto – e per ciò appare necessario un linguaggio logico comune scevro di termini non significanti – in vista del benessere sociale, non direttamente connesso alle dinamiche del mercato capitalista. I progressi tecnico-scientifici necessitano dell’intervento preventivo di una ragion critica che vagli i pro e contro di una loro possibile propagazione sociale e applicazione alla vita concreta dell’uomo. Non è accettabile, ad esempio, stanziare centrali termonucleari nei pressi di coste note per i loro maremoti disastrosi. La Terra non è dell’uomo, è per l’uomo, nel senso che lo accoglie. Solo la scienza è dell’uomo, e, in quanto strumento umano, deve rispettare i limiti nei quali attua.

Ma che significa collaborare? Che, ad esempio, l’avanzamento in un particolare ambito di ricerca possa esser d’aiuto nella risoluzione di un’aporia verificatasi in un campo differente; che i metodi di una certa disciplina, se più funzionali, possano essere accolti e integrati da altre e viceversa. Le scienze non sono materie infallibili e immediatamente desumibili dal reale; attuano a partire da principi convenzionali perseguendo e approssimandosi all’interpretazione dello stralcio di realtà assegnatosi. Tutti gli aiuti “esterni” saranno ben accetti.

Le ore contate della filosofia

Neurath, il compilatore più fervido ed entusiasta de La concezione scientifica del mondo, auspicava addirittura (con qualche reminiscenza comptiana) l’eliminazione del termine filosofia a favore di scienza unificata. A che serve la filosofia se è la scienza ormai a superarla nella decodificazione strumentale del reale? Il suo anelito unificatore, che trovava complicità nel collega Carnap, ebbe parziale esaudimento con la pubblicazione a Chicago nel 1938 dell’Enciclopedia internazionale della scienza unificata.[7] Infatti, alcuni viennesi, tra cui appunto Neurath e Carnap, in seguito alle celebri complicazioni europee premonitrici del secondo conflitto mondiale, emigrando negli Stati Uniti d’America, incontrarono favore e accoglimento da parte di esponenti di correnti filosofiche qui autonomamente sviluppatesi – una fra tutte: il Pragmatismo (forse meglio strumentalismo) deweyano.

Si diceva “parziale esaudimento” dell’anelito neurathiano considerando il prematuro interrompimento del progetto dovuto alle crescenti divergenze interne. Un’ideale scienza in costante sviluppo, integratrice dei risultati dei vari campi specifici e promulgatrice di una maggior educazione scientifica dell’uomo, presupponeva tuttavia metodologie differenti e sovente in contrasto fra loro. Il metodo fisicalistico dell’ideatore del programma Neurath, evidentemente, non soddisfaceva le istanze dei collaboratori di area non viennese dell’iniziativa, interessati al recupero di un ruolo più consistente della filosofia. La radicalità perseguita da una cospicua componente del Wiener Kreis fu da alcuni indirettamente tacciata di univocità interpretativa del reale e, quindi, di un’allarmante deriva regressiva verso un sistema astrattamente e assolutamente ordinato di matrice positivistica.

Ai rappresentanti del neoempirismo viennese va indubitabilmente riconosciuto il merito di aver contrapposto alla degenerazione contemporanea un metodo alternativo – valutato qui eludendo dalle sue possibili insufficienze metodologiche – e potenzialmente benefico per il ricompattamento di un sistema profondamente minato.     

Meglio Socrate

La resistenza interna alle mire neurathiane – in circostanze altre rispetto alla discussione sull’Enciclopedia – fu inaspettatamente sostenuta dal maestro Moritz Schlick, al quale fu inizialmente dedicato il “manifesto” del ‘29. L’avventata proposta di Neurath, rivelatasi come una drastica riduzione di autonomia e utilità della filosofia, o addirittura come estremo saluto al vecchio amore per la saggezza – deperito e infecondo nell’enucleare nuove prospettive e dare risposte alle crescenti domande dell’uomo contemporaneo –, fu aspramente criticata da Schlick, assertore di una soglia filosofica operativa chiarificatrice degli enunciati del linguaggio. A detta del filosofo berlinese non è possibile prescindere dall’attività filosofica, giacché in sua assenza l’uomo non saprebbe distinguere il senso delle proprie azioni.[8] La filosofia è la detentrice dei significati, o meglio lo strumento col quale va indagato il senso che l’uomo conferisce o vuole conferire alle varie proposizioni, e dunque, posto che il linguaggio “preannunci” l’azione, al suo agire, alla vita concreta.[9] Neurath potrà proclamare quanto crede l’inutilità della filosofia, ma nel momento in cui si volgerà all’interpretazione delle proposizioni (sgombrate da residui insignificanti) tornerà a far uso di essa nel cogliere in queste il senso applicabile alla condizione umana. Non è sufficiente un linguaggio logico “perfetto”, serve anche un metro di giudizio col quale distinguere il positivo dal negativo, il fecondo dallo sterile o dal marcio. Chiamarlo buon senso o capacità critica non fa differenza, tutte le accezioni ricadranno inequivocabilmente nella “madre” filosofia.

Brillante e sorprendente è il ricorso schlickinao alla figura di Socrate, colui che per primo in Occidente riconobbe l’importanza della filosofia nel cogliere i significati degli enunciati per una “buona” condotta morale degli uomini – e con ciò potremmo riconoscere nel filosofo ateniese l’iniziatore dell’attitudine critica della ragione. Senza un metodo chiarificatore si permarrebbe in uno stato di estrema problematicità, il quale, anche con l’intervento della filosofia, non verrebbe del tutto annichilito, ma comunque estremamente ridotto sulla base di criteri valutativi argomentabili.[10] I benefici e malefici apportati dalle varie concezioni morali susseguitesi nella storia non mostrano la vittoria della filosofia in senso positivo, ma la sua vittoria come strumento – l’unico – atto a sciogliere i nodi del reale e pianificare una possibilità di condotta. Fatto sta che nel momento in cui l’attività filosofica assume le sembianze della ragione, perdendosi in essa, diviene inaccettabile poterne prescindere.

L’inoppugnabilità del principio di verificazione, dallo stesso Schlick teorizzato, non subirà contraccolpi, ma dovrà forzatamente convivere con l’essenzialità di un operare filosofico dedito ad una chiarificazione ulteriore e ultima del contenuto semantico degli enunciati.

Neurath elimina la filosofia dal suo orizzonte conoscitivo soltanto a parole, non riuscendo in definitiva a sbarazzarsi di essa.

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Note

[1] L’unificazione delle scienze non fu assunto distintivo della modernità, non essendo, questa, terreno di specializzazione tale da far emergere quest’esigenza.

[2]Hans Hahn, Otto Neurath, Rudolf Carnap, Wissenschaftliche Weltauffassung. Der Wiener Kreis, «Veröffentlichungen des Vereines Ernst Mach», Artur Wolf Verlag, Wien 1929; trad. it. a cura di S. Tugnoli Pattaro, La concezione scientifica del mondo. Il Circolo di Vienna, Laterza, Roma-Bari 1979, cit., pp. 7, 75.

[3] Oltre che da Wittgesntein il principio di verificazione fu teorizzato da Schlick, il fondatore del Circolo di Vienna, a cui Neurath e compagni dedicarono La concezione scientifica del mondo.

[4] Rudolf Carnap, Überwindung der Metaphysik durck logishe Analyse der Sprache; tr. it. Il superamento della metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio, in Il neoempirismo, Torino 1978; cit., p. 529.

[5] L’estensione del linguaggio della fisica a ogni campo del sapere scientifico, omologazione funzionale alla comunicazione tra le scienze. Vedi Rudolf Carnap, Die physikalische Sprache als Universalsprache der Wissenschaft (Il linguaggio della fisica come linguaggio universale della scienza), 1931. Il fisicalismo neurathiano non fu unanimemente condiviso dai neopositivisti.

[6] Hans Hahn, Otto Neurath, Rudolf Carnap, La concezione scientifica del mondo, cit., p. 99.

[7] Di questo progetto venne pubblicato solamente il primo volume, in parte a causa dell’incombere della Seconda Guerra Mondiale, e in parte per l’eterogeneità dei fini dei vari partecipanti (tra i quali si annoverano, oltre a Neurath e Carnap, Dewey, Russell, Bohr e Morris). La riduzione neurathiana della filosofia a mera “filosofia analitica” non venne unanimemente accolta, anzi duramente criticata (cfr. più avanti il pensiero di Schlick).

[8] Vedi Moritz Schlick, Fregen der Ethik (Discorsi di Etica), Wien 1930.

[9] Il confine tra assegnare un significato e decodificarlo risulta incommensurabilmente labile, come del resto la maggior parte delle questioni umane, e perciò difficilmente argomentabile.

[10] Su questo argomento vedi Nicola Abbagnano, La filosofia dei secoli XIX e XX, in Storia della filosofia, Utet, Torino, 1993; voce Schlick,  pp. 385-386.