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19/10/2012
Abstract
L’economia italiana sta attraversando un periodo di forte recessione, ma non sono ancora visibili segnali d’inversione del ciclo. Al di là delle motivazioni economico-finanziarie alla base della crisi, un’attenta analisi della demografia imprenditoriale evidenzia alcuni segnali incoraggianti, a partire da quella capacità di adattamento e cambiamento che è propria di alcuni settori del nostro tessuto imprenditoriale. Dietro i flussi continui di nuove iscrizioni ai registri delle imprese, che avvengono anche in risposta ad esigenze (più o meno “sane”) di auto-impiego, è possibile riconoscere, spesso come protagonisti, tanti stranieri. Tra il 2005 e il 2011 si registra infatti un aumento del 48,7% dell’imprenditoria dei “nati all’estero”

Premessa

A fronte di un peggioramento del quadro internazionale l’andamento dei principali indicatori congiunturali italiani costringe a spostare in avanti le previsioni di svolta ciclica: se nel 2011 la variazione del Pil era stata dello 0,4%, il 2012 si avvia a chiudere con una contrazione del 2,4% [1] e una perdita di oltre 130mila posti di lavoro [2]. Parallelamente cala la domanda totale interna (-4,8%) e calano anche gli investimenti (-8,8%).

Se però analizziamo l’andamento demografico dell’imprenditoria italiana nel suo complesso (Tab.1) scorgiamo una lieve tenuta del sistema: a fronte di 6.110.074 di aziende iscritte, nel 2011 si sono avute 391.310 nuove iscrizioni e 341.081 cessazioni, con un saldo positivo di 50.229.

 

Tab.1. Andamento demografico delle imprese italiane. Anni 2005- 2011

Da un’analisi più approfondita risulta tuttavia che i tassi di crescita complessivi sono in continuo calo (Fig. 1), ma tale calo è dovuto prevalentemente alle ditte individuali (che pur rappresentando nel 2011 il 64,7% delle iscrizioni complessive hanno inciso per il 73,3% sulle cessazioni totali) e all’andamento assolutamente negativo delle imprese artigiane, che risultano più strutturalmente vincolate alle deboli dinamiche della domanda interna e hanno risentito, sempre nel 2011, di un saldo negativo pari a 6.317 unità.

Fig.1. Andamento demografico delle imprese italiane. Tassi di crescita*. Anni 2005-2011

 

Ad un’analisi settoriale, sempre nel 2011, i segmenti maggiormente colpiti dalla crisi sono stati l’agricoltura (-18.922), il manifatturiero (-3.137), e il trasporto e magazzinaggio (unico segmento del terziario caratterizzato da una perdita di consistenza, pari a 375 unità):  ciò è dovuto sia a fenomeni selettivi che di concentrazione. Rispetto allo scenario fin qui delineato nel proseguo del lavoro analizzeremo i dati (spesso in controtendenza) dell’imprenditoria straniera.

A fronte dei tassi di crescita in calo relativi all’imprenditoria italiana appena delineati, il dato forse più rilevante è che tra il 2005 ed il 20011 s’è verificato un aumento  del numero dei titolari e dei soci d’impresa stranieri di circa il 50% (Tab.2).

Tab.2. Titolari e soci di impresa stranieri iscritti nei registri

           delle Camere di commercio. Anni 2005-2011

 

In effetti secondo uno studio [3] del 2010 dell’IRPET ((Istituto Regionale Programmazione Economica Toscana) per gli imprenditori stranieri la scelta dell’auto-impiego si configura spesso come strategia contro la disoccupazione determinata dalla teoria dello svantaggio [4] (su cui ci soffermeremo maggiormente più avanti), secondo la quale le difficoltà di accesso al lavoro dipendente, la scarsa conoscenza della lingua e credenziali educative difficilmente riconosciute, determinano la tendenza a rifugiarsi nel lavoro indipendente, a basso contenuto tecnologico e innovativo, senza che ciò contribuisca in modo duraturo e sano allo sviluppo e all’integrazione degli stranieri.

Il quadro sull’imprenditoria straniera

Negli studi condotti sino ad oggi oggetto d’analisi è sempre stata la persona, mentre nel lavoro presente si prende in considerazione l’imprenditoria. Solo a partire dallo scorso anno (primo trimestre 2011) infatti, stante anche la notevole evoluzione del fenomeno, il Sistema camerale ha provveduto a migliorare le analisi finalizzate alla quantificazione e qualificazione delle imprese straniere, oltre a proseguire nella consueta opera di rendicontazione delle persone detentrici di cariche.

Per imprese straniere si intendono dunque le imprese il cui controllo e la cui proprietà siano partecipate prevalentemente da persone non nate in Italia. Nello specifico, per misurare il grado di partecipazione straniera nelle imprese vengono mutuati i principi stabiliti per la definizione di imprenditoria femminile (legge 215/92, Azioni positive per l’imprenditoria femminile, art. 2, e successiva Circolare n. 1151489 del 22/11/2002, art. 1.2 Ministero Attività Produttive).

Sulle 6.110.074 imprese registrate in Italia nel 2011, ben 454.029 (pari al 7,43%) sono condotte da stranieri (ovvero da soggetti nati all’estero). Ma il dato più significativo è che il 94% di queste è a esclusiva conduzione straniera, ovverosia non sono presenti italiani nel capitale sociale (Fig.2).

Fig.2.  Imprese attive in Italia e imprese straniere. Anno 2011

Fonte: ns rielaborazione su dati Fondazione Leonessa - Infocamere [5].

Per “Forte conduzione straniera” s’intende:

nel caso di Società di persone e cooperative quote detenute da soggetti non nati in Italia superiore al 60% del capitale

nel caso di società di capitali  che la somma tra la % di cariche straniere e la % di quote straniere sia >100%;

per le altre forme giuridiche è sufficiente che il 60% + 1 degli amministratori sia straniero;

 Per “Conduzione maggioritaria” è sufficiente il  50%+1 delle quote o che la somma tra la % di cariche straniere e la % di quote straniere  sia >  133%:

Colpisce tuttavia come ben il 66,6% di esse sia costituito da ditte del tipo individuale, il 17,2% da società di persone e il restante 16,2% da società di capitali. In sostanza le imprese condotte da stranieri sono particolarmente attive nel commercio 156mila aziende (34,4% del totale), nelle costruzioni (125mila unità, paril al 27,5% del totale) e dai servizi (89mila unità produttive, pari al 19,7% del totale).

I dati risultano assai più interessanti se li raffrontiamo con l’imprenditoria italiana: nell’edilizia su 100 imprese circa il 14% è condotto da imprenditori stranieri. Nel commercio la percentuale scende al 10,1%, seguita da alberghi e ristoranti (7,7%) e dalla manifattura (6,3%).

Per quanto riguarda i paesi di provenienza sono quattro le nazionalità che concentrano l’imprenditoria straniera in italia [6]: oltre la metà dei titolari di impresa stranieri infatti proviene da soli quattro paesi: Marocco (16,5%), Romania (15,1%), Cina (14,6%), Albania (10,0%).

Fig.3. Distribuzione dei titolari di impresa stranieri secondo i paesi di provenienza

La distribuzione territoriale

La distribuzione geografica dell’imprenditoria straniera riflette il dualismo economico che caratterizza l’economia italiana [7] (Tab.3):

il 78,30% dei titolari di impresa stranieri risiede nell’Italia Centro-settentrionale

il 76,7% dei titolari di impresa stranieri risiedono in sei regioni (la sola Lombardia ne ospita il 18,9%, contro l’11,2% del Lazio e il 10% della Toscana)

l’indice di imprenditorialità assoluto (calcolato come numero di imprese condotte da stranieri in rapporto al totale imprese attive) mostra che nella Toscana circa l’11% delle imprese attive è condotta da stranieri, seguono il Friuli  (9,5%) e la Liguria (9,4); colpiscono i risultati particolarmente bassi della Puglia (3,9%).

Tab.3. Distribuzione territoriale Imprese condotte da stranieri e

           Indice di imprenditorialità assoluto delle imprese straniere. Anno 2011

Un altro raffronto interessante è quello relativo all’indice di imprenditorialità relativo, calcolato rapportando il numero di imprese condotte da stranieri sul numero di stranieri residenti. In sostanza si analizza il grado di imprenditorialità all’interno dell’universo costituito dai soli stranieri residenti, regione per regione.

I risultati sono piuttosto eclatanti: in Sardegna conduce un’impresa 1 straniero su 5, seguono il Molise (19%), l’Abruzzo (16%), la Sicilia e la Puglia (rispettivamente 15%). Gli indici più bassi si registrano al centro e soprattutto al nord: Umbria (6,60%), Trentino Alto Adige (6,75%), Valle d’Aosta (7, 30%), Veneto (7,55).

Evidentemente nelle regioni in cui l’indice relativo è più alto devono esserci una serie di fattori di contesto che agevolano e in alcuni casi obbligano all’auto-imprenditorialità, tra cui certamente la minore possibilità di trovare lavoro come dipendenti.

Tab. 4. Stranieri residenti e Indice di imprenditorialità assoluto delle imprese straniere.

            Anno 2011

In effetti da un semplice raffronto nel 2011 tra i tassi di disoccupazione [8] registrati in Italia dall’Istat e gli indici di imprenditorialità relativi (ovvero calcolati sul numero di stranieri residenti) rileviamo una sensibile correlazione e numerose altre informazioni (Tab.5) :

a fronte di alti tassi di disoccupazione corrispondono sempre alti tassi di imprenditorialità, ma è vero anche il contrario, ossia a fronte di bassi tassi di disoccupazione corrispondono bassi tassi di imprenditorialità

le 6 regioni che presentano tassi di disoccupazione a due zeri sono tra le prime regioni per indice di imprenditorialità relativo e sono tutte collocate nel sud Italia

le regioni con gli indici di imprenditorialità relativa maggiori non corrispondono a quelle con gli indici assoluti (misurati sul totale delle imprese attive) ed anzi le differenze tra questi due indici si fanno più marcate nelle posizioni alte della tabella; se a questo associamo i dati sulla popolazione straniera residente, in rapporto % sulla popolazione residente totale, scopriamo che proprio in quelle regioni la presenza straniera è più esigua.

Tab.5 Correlazione tra Tassi di disoccupazione e Indici di imprenditorialità delle imprese straniere.

          Anno 2011

In sostanza viene confermata la teoria dello svantaggio anticipata in premessa: lo straniero è naturalmente orientato all’auto imprenditorialità in presenza di milieu ostili, scarsamente attrattivi, anche dal punto di vista occupazionale, come dimostrano le nostre elaborazioni.

Vere nuove imprese e imprenditoria straniera

Il quadro delineato sin’ora non è completamente esaustivo, e rischia peraltro di essere fuorviante, in quanto non tiene conto del fatto che, nello stock delle imprese attive che sino ad ora abbiamo preso a riferimento, ce ne sono molte la cui iscrizione nel registro è causata semplicemente da eventi di tipo amministrativo: una nuova impresa infatti può nascere per trasformazione o scorporo da un’impresa preesistente, o può essere cessata, liquidata, fallita o sospesa nel corso dell’anno stesso di nascita.

I dati relativi alle “vere” nuove imprese , e che fanno riferimento quindi a quelle imprese prive di legami significativi con altre imprese preesistenti, sono rilevati dall’ Osservatorio Unioncamere sulla demografia delle imprese.

Le ultime rilevazioni disponibili (anni 2007-2010) delineano un quadro piuttosto dinamico, soprattutto se mettiamo a raffronto i dati complessivi con i dati relativi alle imprese straniere, ovvero quelle imprese nelle quali il controllo è esercitato in tutto o in parte da persone nate all’estero (Tab.6):

in generale le “vere” nuove imprese sono meno del 50% del totale delle imprese iscritte e questo vale per tutti gli anni oggetto della rilevazione (colonna b); dunque più della metà delle imprese iscritte sono imprese liquidate, sospese, cessate o nate per trasformazione, scorporo, ecc. da imprese esistenti

i dati relativi all’imprenditoria straniera ci dicono che la % di vere nuove imprese condotte da stranieri è superiore al 60% del totale (colonna g), a dimostrazione di una maggiore vivacità effettiva;

in tutti e 5 anni della rilevazione risulta che 1 “vera” nuova impresa su 5 è creata da stranieri (colonna e);

le fluttuazioni anno per anno sono maggiormente accentuate rispetto ai dati analizzati in premessa (che riguardavano tutte le imprese attive), e delineano una generale contrazione della natalità imprenditoriale, in particolare nel 2009(-9,77%), anno “nero” anche l’imprenditoria straniera (-7,17%) (colonne c ed f);

Tab.6. Iscrizioni “vere” nuove imprese e imprenditoria straniera

Conclusioni

Nel contesto di crisi attuale, con tassi di disoccupazione in crescita e scarse previsioni di nuove assunzioni, incentivare il lavoro autonomo e imprenditoriale, anche degli stranieri, può rappresentare un “driver” per lo sviluppo e la crescita dell’intero sistema produttivo.

Non bisogna tuttavia sottovalutare le difficoltà che comporta il percorso imprenditoriale, specialmente per quanto riguarda il versante creditizio e di mercato. Il rischio è quello di aggravare la principale malattia del sistema Italia, il “nanismo imprenditoriale”, come la definì l’Istat in un celebre rapporto dedicato alla competitività nell’ormai lontano 1999.

 Già nel 2006 l’ISFOL [9] dimostrava che le imprese con titolare straniero assumono spesso il carattere di “imprese aperte”, ossia attività che si collocano in mercati concorrenziali, in settori labour intensive, dove l’origine straniera può essere gestita strategicamente come risorsa nell’organizzazione della struttura, per esempio nel trovare lavoro subordinato a basso costo e disposto ad una grande flessibilità.

Se a questo sommiamo il fatto che, come dimostrano i dati analizzati in precedenza, la scelta dell’auto-imprenditorialità è - obtorto collo - l’unica scelta possibile in un sistema sovente caratterizzato da vere e proprie forme di discriminazione nell’accesso al lavoro, spesso accentuate da altre difficoltà legate ad una scarsa padronanza della lingua locale e ad un capitale educativo limitato o  poco spendibile, allora l’auto-imprenditorialità degli stranieri non sarà un volano di crescita dell’economia, né forse un elemento di integrazione.  

Il rischio piuttosto è quello dell'auto-esclusione  in imprese-ghetto che possono portare, come dimostrano diversi studi condotti in paesi con una più lunga storia d’immigrazione alle spalle, anche ad una sorta di segregazione professionale” [10].

Peraltro, come dimostrano diversi studi [11], gli immigrati sono i più colpiti durante le fasi di flessione del mercato del lavoro: di solito hanno una minore tutela contrattuale, svolgono più frequentemente lavori che presentano un carattere temporaneo, e inoltre lavorano in settori ciclicamente più sensibili (in effetti i settori più colpiti in quest’ultima crisi sono stati il manifatturiero e le costruzioni, dove gli immigrati risultano sovra-rappresentati).

Ci auguriamo dunque che il policy maker intervenga in quest’ambito in ottica sistematica, non certo con sussidi diretti o a pioggia, ma attraverso un approccio sistematico che tenga conto delle caratteristiche demografiche attuali del fenomeno, e che contempli ad esempio:

fornitura di risorse o strumenti destinati ad erogare microcrediti a sostegno dello sviluppo dell’imprenditorialità singola e/o associata

strumenti di orientamento ai cittadini stranieri sulla legislazione e sulle procedure amministrative per la creazione di un’impresa

corsi di formazione per gli operatori dei servizi all’immigrazione

corsi di formazione per gli stessi immigrati (sia di alfabetizzazione che tecnici)

 

Note e bibliografia

[1] Scenari Economici. Centro Studi Confindustria. Settembre 2012. N. 15

[2] Rapporto Unioncamere, Maggio 2012

[3] Michele Beudò, Francesca Giovani e Teresa Savino, 2008, “Dal lavoro alla cittadinanza: l'immigrazione in Toscana”. IRPET (Istituto Regionale per la Programmazione Economica della Toscana),.

[4] Ambrosini M. (2004), “Gli immigrati nelle attività indipendenti, interpretazioni a confronto”,  Working Paper Crocevia, Novembre, Genova: Forum internazionale ed europeo di ricerche sull'immigrazione.

[5] “Le imprese condotte da stranieri: il grado di imprenditorialità degli stranieri nelle aziende”. Fondazione Leone Moressa, Agosto 2012

[6] Rapporto del Centro Studi CNA su dati InfoCamere, presentato a Roma il 4 luglio 2012, in un convegno dal tema "L’impresa etnica nel periodo della crisi".

[7]   Dati elaborati sulla base del Rapporto annuale 2012 - La situazione del Paese, dati Movimprese 2012, dati Fondazione Leone Moressa 2012.

[8] Rapporto Istat 2012

[9] V. Ribeiro Corossacz; Laj S, 2006, - Imprenditori immigrati: il dibattito scientifico e le evidenze empiriche dell'indagine ISFOL - Monografie sul Mercato del lavoro e le politiche per l'impiego n.7/, ISFOL)

[10] Jones T. e McEvoy D. (1992), “Ressources ethnique et égalité des chances: les entreprises indo-pakistanaises en Grande Bretagne et au Canada”, in Revue européenne de migrations internationales, Vol.8, n.1

[11] Rapporto Oecd,  “International Migration Outlook, Special focus: managing labour migration

beyond the crisis”, Oecd, Paris, 2009