Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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19/10/2012
Abstract
In controtendenza rispetto al diffuso scetticismo e al facile entusiasmo che circonda a seconda dei casi il principio di precauzione, questa analisi propone una ricostruzione critica di tale principio a partire dalla grammatica ordinaria della nozione di pre-cauzione e dall’idea di senso comune che “(pre)cautelarsi sia meglio che curare”. In un’ottica quindi critico-costruttiva, il principio di precauzione è analizzato muovendo dalle nostre comuni percezioni e intuizioni pre-analitiche circa i rischi. Lo studio, traendo anche esempio e insegnamento dalla storia, illustra i presupposti filosofico-antropologici e la dimensione etico-filosofica del principio, discutendo la visione della natura e dell’uomo che sta alla base delle sue versioni sia più esigenti sia minimali.

Sommario: 1. Il problema della gestione dei rischi e l’idea “Better Safe than Sorry” - 2. Atteggiamenti nei confronti del rischio e percezione dell’incertezza - 3. Le “misure precauzionali” non sono una novità: alcuni esempi storici - 4. PP e responsabilità verso le generazioni future - 5. Natura (naturale) vs. natura umana

1. Il problema della gestione dei rischi e l’idea “Better Safe than Sorry

All over the world, there is increasing interest in a simple idea for the regulation of risk: the Precautionary Principle. Simply put, the principle counsels that we should avoid steps that will create a risk of harm; until safety is established through clear evidence, we should be cautious. In a catchphrase: Better safe than sorry [1]. Con queste parole, Cass R. Sunstein critica l’impiego generalizzato in ambito giuridico nazionale e internazionale del principio di precauzione (di seguito per brevità ‘PP’) inteso come principio giuridico che stabilisce, genericamente, che cautelarsi contro i rischi sia meglio che affrontarli quando si materializzano. Secondo l’opinione comune, come noto, il PP è infatti proprio un principio di gestione dei rischi, specialmente di quelli legati alla tecnologia moderna che mettono a repentaglio l’ambiente, intendendo per ‘ambiente’ tutto ciò che riguarda la vita di ogni essere vivente sul Pianeta Terra.

L’ambito di applicazione del PP è non solo potenzialmente o negli auspici dei suoi sostenitori, ma anche di fatto, nella realtà giuridica attuale, amplissimo: copre intere materie e settori tra loro assai eteronei, oltre a una moltitudine di situazioni specifiche.

Passando in rassegna le materie e le situazioni a cui si applica il PP possiamo ricordare per esempio: i componenti delle plastiche e derivati come il bisfenolo A [2], i giocattoli in generale [3] e in particolare i preparati pericolosi come i ftalati presenti nei giocattoli e negli articoli di puericultura [4], la salute dei bambini [5], gli alimenti [6], le sostanze usate per la confezioni dei prodotti alimentari come lo ITX [7], i prodotti messi in commercio [8], i pesticidi [9], i biocidi [10], i prodotti fitosanitari [11], particolari sostanze attive come il procimidone [12] e il fenarimol [13], e il flusilazolo [14], sostanze chimiche come il creosoto [15], i neonicotinoidi per la concia del mais [16], gli organismi geneticamente modificati (OGM) [17], i farmaci e i vaccini [18], la encefalopatia spongiforme bovina [19], i contagi emotrasfusionali [20], le infezioni in odontostomatologia [21], gli xenotrapianti [22], le esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici [23], le radiazioni non ionizzanti [24], le radiofrequenze [25], gli elettrodotti ad altissima tensione [26], l’uso dei telefoni cellulari [27], le nanotecnologie [28], la geoingegneria [29], lo sfruttamento delle fonti energetiche alternative o energie rinnovabili [30], la gestione dei rifiuti (industriali e non) [31], i limiti alla circolazione del traffico [32], gli inquinanti organici persistenti [33], la messa in sicurezza, la bonifica e il ripristino dei siti inquinati [34], lo scarico di acque risultanti dall’estrazione di idrocarburi [35], l’inquinamento marino da scarico di rifiuti in mare [36], gli impianti petroliferi costieri [37], le emissioni in atmosfera di impianti e attività [38], i sistemi di pescicoltura [39], l’esercizio della pesca con il sistema a strascico e/o volante [40], le biotecnologie [41], la clonazione animale, la zootecnia [42], la conservazione delle specie animali [43], in particolare di quelle in via di estinzione [44], la protezione e l’ impiego dei corsi d’acqua interfrontalieri e i laghi internazionali [45], l’aria [46], l’acqua, il suolo, le risorse biologiche marine [47], l’antropizzazione del Pianeta [48], i cambiamenti climatici [49], la protezione dello strato di ozono dell’atmosfera [50], la riduzione della diversità biologica [51], il patrimonio culturale [52], le armi tossiche e batteriologiche [53], le sostanze e l’inquinamento radiottivo [54], ecc.

Nei documenti giuridici nazionali e internazionali, ufficiali e non, e nelle giurisprudenze nazionali e sovra-nazionali, il PP è dunque considerato un principio funzionale a tutelare gli habitat naturali, il paessaggio, la flora e la fauna animale [55] (esseri umani esclusi) e in generale l’ambiente e gli ecosistemi del Pianeta Terra [56], per un verso; la salute umana [57] e il benessere degli individui oggi viventi e di quelli che verranno [58], per altro verso. Generalmente si ritiene che esso costituisca una garanzia per le generazioni future e i loro diritti e consenta un impiego delle risorse in linea con uno sviluppo sostenibile dell’economia mondiale [59].

Una enunciazione molto nota del PP, richiamata da numerosi altri documenti, è il principio 15 della Rio Declaration on Environment and Development del 1992 secondo cui “In order to protect the environment the Precautionary Approach shall be widely applied by states according to their capabilities. Where there are threats of serious or irreversible damage, lack of full scientific certainty shall not be used as a reason for postponing cost-effective measures to prevent environmental degradation [60]. Secondo questa accezione, la mancanza di certezze (scientifiche) non può giustificare l’inazione di fronte a rischi di danni seri o irreversibili. Questa è una accezione tutto considerato ristretta del PP. Altri documenti normativi e molti studi e applicazioni del PP muovono da una nozione più lassa. Una enunciazione usuale e minimale del PP è che, quando si versa in condizioni di incertezza, è necessario anticipare le cautele contro pericoli o rischi di danni potenziali, quindi anche se non si sa, e comunque prima di scoprire, se una determinata attività possa essere fonte di danno.

Per analizzare il PP conviene muovere da questa accezione più lassa, che è quella più prossima alla grammatica ordinaria della parola pre-cauzione. Una cautela infatti è di per sé una misura preventiva nei confronti di un pericolo. Di conseguenza, il prefisso pre- ripete qualcosa che già è espresso dal sostantivo. Una pre-cauzione è per così dire una prevenzione nella prevenzione. Come noto, il PP trae origine proprio dalla convinzione che la sola prevenzione non basta in tutti casi e in alcune circostanze occorre/si vuole qualcosa di più: storicamente il PP è nato per giustificare una ulteriore anticipazione della prevenzione rispetto al principio di prevenzione [61].

L’idea che sia preferibile neutralizzare o ridurre i rischi anziché aspettare che si materializzino è senza dubbio un’idea di senso comune, che però per il senso comune non è sempre segno di buon senso. Sovente, gli studiosi del PP ritengono che essa faccia presa effettivamente sulle nostre intuizione ordinarie in merito a ciò che è giusto o è bene fare in situazioni di rischio. Invece, un esame minimamente accurato delle varie attitudini che ciascuno di noi manifesta nelle diverse situazioni rischiose in cui deve scegliere se ed eventualmente come agire mostra che intendere il PP in questo senso generico è poco convincente anche secondo il senso comune. Insomma non è vero che pensiamo ordinariamente che, ogniqualvolta vi sia un rischio, sia più sensato prevenire che curare ed è altrettanto falso che, rispetto a tutti i rischi, crediamo segno di buon senso seguire una regola giuridica avente questo contenuto.

Peraltro, l’idea di senso comune che sia preferibile neutralizzare o ridurre i rischi, anziché attenderne la realizzazione viene frequentemente tradotta in un precetto: “se c’è un rischio, non agire!”, che è evidentemente impraticabile come precetto generale relativo a ogni scelta d’azione in condizioni di rischio. Visto che nessun individuo è mai assolutamente al riparo dai rischi, un precetto quale “se c’è un rischio, non agire!” costringe a una perdurante inazione, è di fatto troppo esigente e come tale irrealistico. Il precetto di non agire d’altra parte non è l’unica forma di cautela pensabile e attuabile nei confronti di un rischio e l’idea di senso comune che sia meglio neutralizzare o ridurre i rischi anziché aspettare che si materializzino di per sé non implica una regola cautelare avente questo contenuto.

Il monito di Sunstein citato all’inizio rappresenta dunque un buon punto di partenza per discutere sul PP. Faccio riferimento al pensiero di questo studioso, evidentemente, non perché egli sia l’unico ad avere formulato i rilievi accennati (anche se è uno di coloro che li ha espressi più chiaramente) [62]. Prendo le mosse dalle parole di Sunstein perché, diversamente da altri studiosi, oltre a criticare la concezione ingenua del PP poc’anzi esposta, propone di intraprendere una strada alternativa. Molto spesso il PP è considerato solo una formula a effetto priva di contenuti: esprimono efficacemente questo diffuso scetticismo nei confronti del PP, per esempio, Andrew Jordan e Timothy O’Riordan secondo cui “the application of precaution will remain politically potent so long as it continues to be tantalizingly ill-dened and imperfectly translatable into codes of conduct, while capturing the emotions of misgiving and guilt” e “the precautionary principle is vague enough to be acknowledged by all governments regardless of how well they protect the environment [63].

Al contrario, Sunstein si sforza di indirizzare la sua analisi in senso costruttivo: la proposta, da cui anche io muoverò, è di analizzare il PP in connessione al concetto di rischio e ai modi in cui gli individui percepiscono e valutano i rischi.

Solo una volta dissipati alcuni principali fraintendimenti sul concetto di rischio propri delle analisi e teorie del PP, si può infatti esaminare fruttuosamente la questione del suo campo e dei suoi modi di applicazione. Solo una volta chiarito cosa intendiamo per rischio e di quali rischi vogliamo occuparci, ci si può domandare se ed eventualmente in quali modi è possibile e/o opportuno adottare il PP quale regola giuridica. Solo a questa condizione minimale (cioè necessaria, anche se non sufficiente) il PP può essere una regola giuridica che guida le scelte di politica del diritto dei legislatori e delle autorità ammnistrative, una regola di giudizio per i giudici e di conseguenza un criterio di comportamento per i singoli individui.

2. Atteggiamenti nei confronti del rischio e percezione dell’incertezza

Dunque, è necessario precisare come gli individui decidono relativamente ai rischi. Al riguardo le teorie volte a spiegare le scelte in condizioni di incertezza impartiscono alcune lezioni importanti.

Per tutti, infatti, un rischio, quale che sia lo specifico concetto di rischio accolto, involge un profilo di incertezza. Un evento particolare come per esempio il pranzo in un nuovo ristorante può avere esiti variabili dato che potrà risultare più o meno gradito: la scelta se andare in uno anziché un altro nuovo ristorante è rischiosa poiché il nuovo cliente non può sapere prima quale sarà l’esito del pranzo. In condizioni di incertezza un problema di decisione quale “scelgo A, B o C?” può essere definito in base alle alternative di scelta (A), (B), (C), ai possibili effetti o conseguenze di ciascuna alternativa e alle rispettive probabilità di verificazione (nell’esempio (A), (B), (C) rappresentano i tre ristoranti mai prima visitati dal nostro immaginario cliente e tra cui egli deve decidere).

Una teoria principale che si propone di spiegare come gli individui decidono in condizioni di incertezza è il modello della utilità attesa [64]. Si parla di utilità attesa perché nel caso di scelta in condizioni di incertezza l’utilità di ciascuna alternativa è, nel lessico della teoria della probabilità, un valore atteso cioè ottenuto ponderando l’utilità di ciascuna alternativa per la sua probabilità di verificazione. Immaginiamo un promotore che deve scegliere se organizzare o no un concerto all’aperto: se piovesse non si terrebbe il concerto e perderebbe 5 € dovendo pagare comunque il complesso musicale, se non piovesse si terrebbe il concerto e ricaverebbe dalla vendita dei biglietti 15 € (Ricavo – Costo = Guadagno = 10 €). La probabilità che piova il giorno prefisso è pari al 30 % e perciò quella che non piova è pari al 70%. L’utilità attesa della “alternativa-non-pioggia” si calcola come segue: [Pr(non-pioggia) X Valore(non-pioggia)] = [0,7 X 10 €] = 7 €; l’utilità attesa della “alternativa-pioggia” si calcola invece come segue: [Pr(pioggia) X Valore(pioggia)] = [0,3 X (-5 €)] = -1,5 €. Il guadagno e la perdita tra cui il promotore deve decidere ammontano rispettivamenta a 7 € e 1,5 €. Il valore atteso che è dato dalla somma delle utilità di ciascuna alternativa è pari perciò a 7 € + (-1,5 €) = 5,5 €.

A base del modello della utilità attesa vi sono alcuni assiomi predefiniti: 1) assioma della transitività per cui se preferisco A a B e B a C, allora tra C ed A preferirò A; 2) assioma della cancellazione per cui se ad A e B seguono, con eguale probabilità, effetti identici (X1) e (X2), questi non influiscono sulla scelta tra A e B; 3) assioma della dominanza per cui se A è preferibile a B rispetto a una dimensione e indifferente rispetto a ogni altra, allora A sarà preferito a B (ad es. se due pacchetti azionari A e B sono eguali per prezzo, mercato di riferimento, taglio minimo di sottoscrizione e diversi solo per società di gestione, A è gestito dalla società W e B dalla società J, se preferisco J, sceglierò B); 4) assioma dell’invarianza per cui la decisione non varia a seconda di come confronto le alternative (ad es. l’ordine in cui prendo in considerazione le dimensioni e gli effetti). Gli assiomi rappresentano i criteri di scelta razionale secondo il modello. Perciò la scelta di un individuo che si conforma agli assiomi può essere descritta in funzione delle utilità attese delle varie alternative per quell’individuo.

Bisogna tenere conto che questo è un modello teorico che non dice come di fatto gli individui decidono, definisce solo dei criteri in base ai quali analizzare come di fatto si è deciso o si decide: è stato evidenziato da tempo che gli individui di fatto non rispettano gli assiomi sopra citati [65].

Anzitutto, gli individui sono tendenzialmente avversi al rischio [66]. Immaginiamo di dover scegliere se lanciare o no una moneta sapendo che se uscisse croce dovremmo pagare 1 € e se invece uscisse testa guadagnaremmo 1 €. Calcolando come sopra l’utilità attesa delle due alternative “non-croce” (testa) e “croce” avremo: [Pr(non-croce) X Valore(non-croce)] = [0,5 X 1 €] = 0,5 € e [Pr(croce) X Valore(croce)] = [0,5 X (-1 €)] = - 0,5 €. Poiché ho il 50% di probabilità di guadagnare 1 $ e il 50 % di probabilità di perdere 1 €, il valore atteso della scelta è pari a zero: la somma dei due valori calcolati [Pr(non-croce) X Valore(non-croce)] e [Pr(croce) X Valore(croce)] è infatti [0,5 X 1 €] + [0,5 X (-1 €)] = 0,5 € + (-0,5 €) = 0. Una situazione di questo tipo è denominata di fair bet (“puntata equa”): la fairness sta nel fatto che tanto si può perdere quanto si può guadagnare (in termini matematici, il valore atteso è pari a zero). Una persona è avversa al rischio se, in un caso simile, preferisce astenersi dal puntare cioè avere di sicuro 0 $, anziché giocarsi la possibilità, con equale probabilità di vittoria e di sconfitta, di perdere o di vincere una stessa somma [67].

Gli studi sulle decisioni in contesti di incertezza mostrano che l’avversione al rischio delle persone modifica sotto vari profili le loro scelte. Le persone tendono a sopravvalutare le perdite o cambiamenti negativi e a sottostimare i guadagni o cambiamenti positivi: valutano per esempio più negativamente perdere 100 di quanto valutino positivamente guadagnare 100; conseguentemente, di fronte a una scelta che potrebbe portare alla modificazione di un certo stato di cose, senza sapere se il cambiamento sarà positivo o negativo, tendono a non vedere le possibili variazioni positive, mentre si rappresentano distintamente le possibili variazioni negative. Si pensi per esempio agli OGM di cui si discutono moltissimo i rischi per la salute anzitutto umana e quasi per nulla le possibilità di aumento della produzione agricola mondiale allo scopo di ridurre la fame [68]. Inoltre, la sopravvalutazione e la sottostima sono maggiori nel caso di situazioni incerte a cui non si è abituati, sicché si tende a trascurare i rischi che comunemente si corrono e a dare peso invece a quelli nuovi: nelle aree sismiche, preoccupa meno il rischio di terremoto che l’esposizione ai campi elettromagnetici. Anche tra i rischi comuni e quelli nuovi, poi, le attitudini al rischio delle persone non sono omogenee; ci sono rischi che vengono in mente più facilmente e si ritengono più prossimi di altri: ad esempio, i rischi connessi all’uso degli aerei sembrano essere percepiti come maggiori e suscitare una propenesione alla cautela più significativa che quelli connessi agli improvvisi cambiamenti climatici (ondate estive di caldo torrido, gelate invernali, alluvioni).

Si usa distingere tra due approcci principali al rischio: uno in termini di probabilità statistica e uno in termini di probabilità soggettiva [69]. Nel primo caso, la probabilità di un dato evento ad esempio che una casa bruci per un incendio è calcolata sulla base del rapporto tra la serie di fenomeni “case bruciate” censiti nel passato in un certo contesto e tutte le case presenti in quel contesto (l’insieme delle case costituisce la popolazione o campione statistico). Se nel quartiere Y che conta 1000 case si rileva che nell’anno X ne bruciano 13, la probabilità d’incendio sarà pari a 1,3%. Nel secondo caso, anziché usare rilevazioni passate, ci si riferisce alle percezioni e previsioni delle persone circa cosa potrà o no accadere; per esempio, si stimerà con quale probabilità il cliente di un nuovo ristorante apprezzerà il pranzo consumato, confrontando il menù del nuovo ristorante con quello dei ristoranti di cui è abituale avventore (tenendo conto sia del tipo di piatti e sia del loro prezzo), esaminando il tipo di servizio (al tavolo o self-service), la rapidità del servizio, ecc.

Distinguere questi due approcci al rischio aiuta a capire perché le persone tendono a considerare determinate situazioni come rischiose o no anche sulla base di fattori diversi dalla loro probabilità di verificazione calcolata in termini statistici. Così, tra i casi che esigono un approccio precauzionale, si usa mettere in prima linea eventi statisticamente isolati come le “grandi catastrofi ecologiche” (il naufragio delle petroliere Amoco Cadiz, Prestige, i casi Bophal 1984 e Seveso 1976, le perdite di materiale radioattivo di Three Mile Island e Chermobyl) [70], mentre si presta meno attenzione ai rischi diffusi nello svolgimento delle attività quotidiane e abituali come ad esempio quelli connessi ai metalli con cui si fanno le pitture di uso comune [71].

Di fatto, la probabilità che si verifichi una perdita, qualcosa di negativo, che si giudica spiacevole, è solo uno dei fattori che concorrono a determinare l’attitudine nei confronti del rischio: si pensi all’attenzione ridottissima che si presta ai rischi legati agli interferenti endocrini, sostanze esogene che alterano la funzionalità del sistema endocrino [72]. Non bisogna dunque confondere il rischio (calcolato in termini di probabilità statistica) che a qualcuno accada un dato evento negativo con la percezione soggettiva del rischio, cioè il senso di panico o paura associato all’eventuale verificarsi di tale evento: per esempio, “c’è un divario abissale tra il rischio oggettivo di un attentato terrorista (calcolato … in base alla frequenza degli attentati del passato) e il panico che esso suscita”; “quando un evento è saliente, ossia può essere facilmente isolato all’interno di una classe di eventi simili, quando è incerto il suo verificarsi nel futuro, quando il suo impatto emotivo è elevato, si tende appunto a sopravvalutare la probabilità della sua evenienza” [73].

Peraltro, a volte le persone inclinano a minimizzare la possibilità che la propria azione abbia conseguenze infauste e a concentrarsi solo su di essa, per così dire, “costi quel che costi!”, come nel caso dell’uso degli agenti anabolizzanti, considerati doping dal CIO e da altre organizzazioni sportive internazionali e nazionali [74]. L’esempio del doping è particolarmente interessante, perché per un verso gli sportivi che fanno uso di sostanze dopanti decidono (delibratamente) di correre un rischio (in più) per la propria salute, ma nella maggior parte dei casi agiscono adottando misure precauzionali (selezionando le diverse sostanze, misurando i dosaggi, prendendo contro-misure nei limiti del possibile, etc.). Il doping si scopre infatti perlopiù nei casi eclatanti in cui, venendo meno ogni precauzione, si verificano decessi o altri eventi infausti o comuque l’uso diventa abnorme e quindi più facilmente individuabile.

Anche quando le persone si rappresentano gli effetti delle proprie azioni, inclinano comunque a minimizzarne alcuni e a concentrarsi su altri come nel caso del fumo di sigarette che è a tutti noto che nuoce alla salute.

Oltre a ciò, malgrado spesso si affermi il contrario, è un non senso parlare di percezione “sociale” o “collettiva” dei rischi. La percezione del rischio è una questione genuinamente individuale, benché influenzata da una vasta gamma di fattori sociali, culturali e antropologici. Il che spiega perché più individui possano manifestare atteggiamenti analoghi o quasi identici nei confronti del rischio e perché sia possibile registrare, con riferimento a una certa cerchia di invidui, talune convergenze e tendenze riguardo ai rischi, e allo stesso tempo ciascuno – pur trovandosi in situazioni di fatto simili – possa, in determinate ipotesi, essere persuaso dell’esistenza di rischi per gli altri inesistenti o sottovalutare/sopravvalutare i rischi rispetto alla media degli altri individui [75].

Quando si ragiona di rischio, non si può prescindere dalla certezza che il futuro, dal punto di vista del presente, è incerto, e che però ciò che accadrà nel futuro – inclusa la verificazione di danni – dipende anche dalle decisioni e dalle aspettative e valutazioni che si compiono nel presente. Il concetto stesso di rischio e in particolare di rischio di danno implica una comparazione tra due situazioni una presente e una futura, che si stima sarà peggiore della prima.

Sotto questo profilo, a ragione N. Luhmann evidenzia che quando si parla di rischio (di danno) si assume implicitamente che i (possibili) danni futuri siano correlati alle situazioni e decisioni attuali in maniera contingente ed è proprio tale contingenza che consente a ciascuno di operare differenti valutazioni dei rischi [76]. Perciò specialmente quando i rischi vengono valutati dando rilevanza a un orizzonte temporale molto ampio non è inusuale concepire il rischio come il rovescio negativo della possibilità. Peraltro, non vi è corrispondenza biunivoca tra dimensione temporale dei rischi e percezione della loro maggiore/minore gravità: il fatto che un rischio sia considerato come remoto o invece prossimo a volte può preoccupare di meno o di più, a seconda dei tipi di rischio e della condizioni in cui si trova di fatto l’agente. Perciò, se da un canto, come spiegano i cultori della psicologia cognitiva, tendenzialmente nel decidere le persone sovrastimano i costi presenti e sottostimano i benefici più immediati, mentre valutano in modo opposto i costi e i benefici relativi a decisioni collocate nel futuro (si parla sovente di effetto “Sure vs. Unsure Loss”), d’altro canto, tali percezioni possono cambiare e la tendenza si può anche invertire, ad esempio, per effetto del peso relativo dei costi e dei benefici in ciascuno dei due casi e del rapporto tra i costi/benefici presenti e futuri [77].

Il problema della definizione del rischio accettabile da parte di una data collettività in un certo spazio-temporale è evidentemente legato anche a queste considerazioni. A tutto ciò va aggiunto che l’ambito elettivo del PP è, storicamente e per comune opinione, quello dei rischi tecnologici [78], cioè legati alla tecnologia moderna [79] che si presume mettano a repentaglio l’ambiente umano [80]. L’atteggiamento nei confronti del rischio, che viene in gioco con riguardo al PP, dipende pertanto anche da come si concepiscono la tecnologia e l’ambiente e in primo luogo l’interazione tra gli esseri umani e il Pianeta. Spesso chi auspica un uso ampio del PP muove dall’idea che la natura sia essenzialmente benevola e, se non statica, perlomeno stabile e che siano le attività umane a rompere gli equilibri naturali e a porre a rischio la vita animale e vegetale sul Pianeta. Questa idea è connessa a una critica serrata allo sviluppo e diffusione delle nuove tecnologie e al loro impiego specialmente da parte dei Paesi occidentali altamente industrializzati ma dimentica che i cosiddetti equilibri naturali sono intrinsecamente dinamici e soggetti a cambiamenti più o meno repentini e radicali. Notoriamente la storia dell’evoluzione delle specie biologiche è scandita in ere geologiche il cui avvicendarsi coincide per convenzione con episodi di estinzione di massa delle specie viventi [81].

Bisogna dunque analizzare i diversi atteggiamenti delle persone verso il rischio e come è concepito l’impatto delle attività umane sul Pianeta se si vuole capire perché la richiesta di applicazione del PP non segue il grado di diffusione e la dimensione dei rischi contro cui ci si intende cautelare e non è considerato indispensabile per gestire molti rischi che abitualmente corriamo (connessi per esempio ai decoloranti e tinture per capelli, smalti, vernici, solventi, colle), mentre lo è rispetto alla diffusione di nuovi prodotti alimentari, fitosanitari o medici e all’uso indutriale, alimentare, medico delle scoperte scientifiche più recenti.

3. Le “misure precauzionali” non sono una novità: alcuni esempi storici

La storia insegna che il problema della gestione dei rischi non è una questione giuridica esclusiva del mondo moderno. Anche nel passato le autorità politiche dovettero decidere se ed eventualmente quali rischi affrontare e con quali misure, ad esempio se con decisioni e discipline generali o atti specifici; furono adottate cautele anche in assenza di prove circa la possibilità che un evento negativo potesse verificarsi e, viceversa, si accantonò la possibilità più o meno alta di eventi negativi in favore di valutazioni diverse.

Le epidemie di peste e di colera per esempio sono state considerate per molti secoli tra i fenomeni più rischiosi per la vita umana, anzitutto per l’alto grado di mortalità da esse provocato. Dalla letteratura apprendiamo che, oltre a essere considerate come enormemente rischiose, peste e colera furono valutate in modo assai negativo: senza distinzione di ceto e di censo, furono reputate dei veri e propri flagelli e sovente dei castighi divini. Anche la guerra è sempre stata un fenomeno molto rischioso: sebbene non abbiamo dati sufficienti per costruire statistiche affidabili, i documenti storici a nostra disposizione mostrano che nelle battaglie e conflitti militari che si susseguirono in Europa tra i secoli XV e XIX, combattendo morirono moltissime persone, sia in termini relativi sia in termini assoluti, forse poco meno di quelle che nello stesso lasso di tempo persero la vita per le epidemie di peste e colera [82]. Eppure in molti casi la guerra non fu percepita come un flagello, perlomeno non dalle classi al potere, nobili ed ecclesiastici, né tantomeno come qualcosa che si dovesse evitare a tutti i costi. Se guardiamo al secolo XI ad esempio, da un lato, abbiamo le campagne militari organizzate o sponsorizzate dai Papi per riconquistare il Santo Sepolcro in cui morirono molti soldati cristiani e musulmani e, dall’altro, il fuoco di sant’Andrea, di san Marcello, di sant’Antonio o d’Inferno, tutti nomi che indicano l’ergotismo (convulsivo e cancrenoso), una malattia a cui spesso seguiva la morte degli infermi di cui abbiamo notizia a partire dal 1089 e contesualmente alla prima Crociata [83].

Per molto tempo non si conobbero le cause delle epidemie, ad esempio di peste e colera, non vi furono cure efficaci e fu praticamente impossibile prevederne l’insorgere; quando veniva diagnosticata la presenza di sintomi che normalmente ma del tutto misteriosamente erano connessi a tali epidemie, si escogitavano varie forme di contenimento del rischio di contagio. Giovanni Boccaccio racconta che nel 1348, quando arrivò la peste nella città di Firenze, “non valendo alcuno senno né umano provedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da oficiali sopra ciò ordinati e vietato l’entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazion della sanità, né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate, in altre guise a Dio fatte dalle divote persone … né consiglio di medico né virtù di medicina alcuna pareva che valesse o facesse profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse o che la ignoranza de’ medicanti (de’ quali, oltre al numero degli scienziati, così di femine come d’uomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse e per consequente debito argomento non vi prendesse, non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra ‘l terzo giorno … morivano”. Nacquero svariate ipotesi sulle ragioni e i modi per risolvere la situazione: considerando la peste come un rimprovero verso i costumi smodati e lussuriosi, alcuni credettero di poter riacquistare la salute o di sfuggire al contagio conducendo una esistenza parca e specialmente seguendo abitudini alimentari frugali, altri predicarono viceversa che l’unica cautela per sopravvivere fosse farsi beffe della pestilenza e godere di ogni genere di sollazzo [84]. In ogni caso, per cautelarsi contro le epidemie si usò spesso compiere processioni che come oggi sappiamo sono micidiali occasioni di contagio.

Ancora nei secoli XVI e XVII gli studiosi, compresi i medici e i fisici, erano convinti che la peste fosse dovuta a miasmi e umori, cioè all’aria resa corrotta e infetta ad esempio “per una malaugurata e infelice congiunzione degli astri, per esalazioni di acque paludose, per eruzione di vulcani, per condizioni di sporcizia e fetidume, per le esalazioni provenienti [da cose e corpi putrefatti o in via di putrefazione]” [85]. Tuttavia, i numerosi trattati di medicina scritti nel Seicento sulla peste mostrano che non era affatto chiaro quale fosse la terapia corretta per evitare il contagio. Per esempio, secondo i trattati di Matteo Naldi Regole per evitare il contagio e di Gregorio Rossi De peste, ambedue scritti in occasione della epidemia che colpì Roma nel 1656, la cautela contro la peste è di tipo psicologico: evitare di essere tristi e timorosi nei confronti della malattia e di avere pulsioni sessuali; secondo il De restituenda salubritate agri romani che nel 1630 Giovanni Battista Doni scrisse per Papa Urbano VIII, bisogna evitare l’aria particolarmente umida e densa tipica dei luoghi non soleggiati; nel trattato Regola da preservarsi in sanità in tempi di sospetto di peste del 1630 del fisico Marcantonio Ciappi si raccomanda l’uso di fiori nelle abitazioni, specialmente rose, viole e mirto la cui fragranza avrebbe allontanato l’aria infetta[86].

Com’è noto, ci volle molto tempo perché fosse scoperta la reale causa della peste e delle altre epidemie letali come il colera e il tifo. Con particolare riferimento al colera, ad esempio, nella prima metà dell’Ottocento in Inghilterra l’idea condivisa dalla comunità medica era che anch’esso fosse causato da miasmi, più precisamente dai fumi o i gas venefici che passavano attraverso i pertugi delle condotte interrate dell’acqua o di altre vie di scarico, esalavano dai pozzi d’acqua e dai sepolcri o salivano dalle cantine o altri luoghi interrati in cui si usava stivare il cibo. Il trattamento usualmente praticato durante le numerose epidemie di colera che colpirono Londra nel corso del XIX consistette di salassi, lassativi, oppio, menta e brandy [87]. L’idea che il colera fosse causato da germi patogeni non fu accolta dalla comunità medica e scientifica fino agli anni Sessanta dell’Ottocento quando lo scienziato e chimico francese Louis Pasteur dimostrò con un esperimento che la malattia era dovuta a microscopici organismi. Fu poi nel 1884 il microbiologo tedesco Robert Koch a scoprire, isolare e coltivare il bacillo del colera noto col nome di vibrio cholerae [88]. Queste scoperte furono precedute da alcuni studi, molti dei quali pubblicati, che furono tuttavia considerati inattendibili. Si ricordano soprattuto le ricerche compiute dal Dr. John Show a partire dal 1831. Il dr. Show notò che l’epidemia di colera scoppiata quell’anno non aveva colpito i minatori che lavoravano nei cunicoli più profondi dove non c’erano condotte di acqua e pozzi; al dottore sembrò strano che i minatori non fossero stati contagiati: lavorando in un posto simile, senza nemmeno l’acqua per lavarsi le mani, il colera avrebbe dovuto prosperare. Recrudenze del colera negli anni successivi indussero il dr. Show a meditare sul fatto che i primi sintomi nei pazienti infetti fossero problemi digestivi. Se la teoria dei miasmi fosse stata corretta e dunque il colera si fosse sviluppato per via aerea, i primi sintomi avrebbero dovuto riguardare l’apparato respiratorio, non quello gastro-intestinale. Il dr. Show sottopose alla comunità medica londinese senza successo la propria ipotesi che il colera fosse dovuto a microrganismi che crescevano e si riproducevano nelle sostanze alimentari e nell’acqua. Quando nel 1954 scoppiò un’altra epidemia di colera in città, i sospetti e gli studi del dottore si concentrarono sulle pompe dell’acqua circostanti il fiume Tamigi: Il 6 settembre, avanzò al Boards of Guardians l’esigenza di rimuovere al più presto una pompa sita in Broad Street attorno alla quale aveva riscontrato l’infezione di molti cittadini. I membri del Board non furono persuasi della spiegazione offerta dal dr. Show ma accolsero lo stesso la sua richiesta di rimozione della pompa quale misura, per così dire, precauzionale. La ragione ufficiale della misura fu comunque che attraverso di essa si diffondevano i miasmi causa del colera.

Da questi esempi si possono trarre alcuni insegnamenti.

In primo luogo, oltre a confermare che la gestione dei rischi per la salute e la vita umana non è certo un problema nuovo delle società contemporanee, questi esempi storici mostrano che diversamente da quanto spesso si suggerisce la tecnologia moderna non è alla radice di tutti i rischi che corriamo quotidianamente. A parte il fatto che ancora oggi ci sono la guerra ed epidemie con valori di mortalità altissimi come la malaria, nel passato come oggi, ci sono molte altre fonti di rischio per la vita umana non dipendenti dalle ultime scoperte scientifiche contro cui in genere si reclama cautela: tipicamente, lo ripeto, OGM, xenotrapianti, campi elettromagnetici, ecc. [89]. Mettendo da parte i rischi generati dai fenomeni naturali come ad esempio gli tsunami, pensiamo ai trattamenti cosmetici, abbronzanti, profumi, ecc. rispetto a cui solo eccezionalmente si esigono misure precauzionali.

In secondo luogo, le decisioni con cui le autorità politiche si sono occupate dei rischi per la salute e la vita umana si sono sempre legate per un verso a considerazioni di senso comune, perciò alle diverse attitudini che gli individui ordinariamente manifestano nei confronti del rischio; per l’altro verso, alle conoscenze tecniche o scientifiche a disposizione. La novità di oggi dunque non è l’esistenza di rischi e nemmeno il fatto che tentiamo di affrontarli, bensì la dimensione delle conoscenze su cui possiamo basare la decisione se agire o no in modo precauzionale ed eventualmente quali cautele adottare. Perciò ho ricordato alcuni palliativi e teorie mediche che sono stati creduti come efficaci per più secoli e oggi risultano fantasiosi ai nostri occhi: dalle cautele psicologiche a quelle floreali o relative alle abitudini alimentari. Oggi le credenze del passato appaiano stravaganti per lo sviluppo della ricerca scientifica moderna e la sua crescente applicazione tecnologica: infatti, la tecnologia, oltre a generare rischi come molto altro, sostenta economicamente la ricerca e la alimenta sottoponendole problemi pratici e fornendo i mezzi tecnici per risolverli. In questo modo oggi sappiamo qualcosa di più del passato circa cosa rischiamo.

In terzo luogo, non sempre gli individui sono avversi al rischio e anzi alcuni individui o gruppi di individui, per le ragioni più varie (nel caso delle guerre, ad es., ragioni politiche, economiche, religiose), non si rappresentano o comunque sminuiscono i rischi connessi alle proprie scelte. Ma quale che sia l’avversione o la propensione verso i vari tipi di rischio e le ragioni della diversa percezione, affrontare o non affrontare i rischi ha comunque un costo. Se si continua a fare ciò che si fa, si sostiene il costo delle possibili perdite o danni che si potrebbero verificare; se si decide di modificare in tutto o in parte le scelte prese, c’è il costo delle misure che si prendono al fine di evitare le possibili perdite o danni. Peraltro, poiché la scelta di adottare o no una misura precauzionale avviene in condizioni di incertezza, è solo possibile ma non certo che essa effettivamente riduca o annulli il rischio. Potrebbe risultare inutile o persino controproducente. Cioè potrebbe essere più alto o più incerto il costo delle misura precauzionale che il beneficio, in termini di riduzione del rischio, che da essa si trae. Perciò, è cruciale analizzare attentamente il rischio che s’intende affrontare e decidere, prima ancora che quale misura precauzionale adottare, se adottarne qualcheduna. Anche questa analisi del rischio costa in termini di tempo, risorse umane impiegate, capitali investiti, ecc. Ripensando alla rimozione della pompa di Broad Street, forse si può immaginare che fu rimossa malgrado il perdurante scetticismo per le opinioni del dr. Show, perché, tutto considerato, era un onere minimo a cui verosimilmente non sarebbero seguiti grossi inconvenienti.

In quarto luogo, affinché le misure precauzionali funzionino e riducano effettivamente il rischio di danno, spesso devono essere adottate da più parti in maniera organizzata e sistematica: questo è evidentissimo nel caso degli esempi precedenti della peste e del colera dove di fatto il rischio è contagioso, cioè ciascun individuo è un portatore di rischi nei confronti degli individui della propria specie ed eventualmente di altre (Boccaccio racconta che anche gli animali venivano contagiati). Ma questi esempi sono solo un’ipotesi particolare: si pensi alle discussioni odierne sulla riduzione delle emissioni di elementi inquinanti che si ritiene contribuiscano al riscaldamento del Pianeta [90]. In breve, c’è sempre la possibilità che qualcuno benefici delle cautele altrui, senza impegnarsi direttamente. Anche questa possibilità è un rischio e ha un costo. Abitualmente si usa l’espressione free-riding per indicare l’atteggiamento non cooperativo tra coloro che sono soggetti agli stessi rischi.

Infine, un provvedimento o una decisione che non riducono affatto i rischi (i fiori, la vita morigerata o peccaminosa contro la peste) possono essere adottati sulla base di ragioni precauzionali e, viceversa, un provvedimento o una decisione che riducono i rischi possono essere adottati per ragioni diverse, per esempio poiché allo stato delle conoscenze non sono nemmeno congetturabili ragioni precauzionali: George Rosen ricorda che “il programma dei riformatori sanitari [inglesi del sec. XIX] fosse basato in larga misura su teorie errate e che quando invocavano soluzioni appropriate lo si faceva solitamente per ragioni sbagliate” [91]. Le ragioni precauzionali a sostegno di una decisione o di un provvedimento non vanno insomma confuse con la sua efficacia a ridurre, minimizzare o eliminare il rischio.

4. PP e responsabilità verso le generazioni future

In genere si ritiene che il PP abbia preso forma negli anni Settanta e Ottanta del ‘900 col nome di Vorsorgeprinzip nella politica del diritto ambientale della Repubblica federale tedesca e specie a seguito della nota vicenda della distruzione della Foresta nera ad opera delle piogge acide [92] che ebbe vasta risonanza nella opinione pubblica e tra i movimenti ambientalisti. Solitamente, si collocano in area tedesca anche le matrici culturali del PP, ricavando il modo attuale di concepire il PP dalle riflessioni filosofiche e sociologico-antropologiche di Hans Jonas (Das Prinzip Verantwortung. Versuch einer Ethik für die technologische Zivilisation del 1979) e Ulrich Beck (Risikogesellschaft. Auf dem Weg in eine andere Moderne del 1986) [93].

Sullo sfondo di queste vicende storiche e culturali il PP viene analizzato di solito da punti di vista differenti. Le dimensioni di analisi che vengono proposte più di frequente sono le dimensioni etica, scientifica, economica, politica, e giuridica [94].

Dal punto di vista etico, il PP viene indagato anzitutto con riferimento alle implicazioni planetarie e intergenerazionali dei rischi tipici delle moderne società tecnologiche (per intenderci, le nostre, dell’Occidente industrializzato). Si parla di implicazioni planetarie e intergenerazionali a indicare che i rischi presenti in tali società (e secondo i critici creati da tali società) investono non solo noi, ma tutti gli esseri umani, inclusi i posteri ossia le cosiddette generazioni future [95], nonché ogni altro essere vivente e ogni ecosistema e clima del Pianeta. In sintesi la critica dei sostenitori del PP è che in tali società lo svolgimento delle attività umane, specialmente di quelle economiche, risponde meramente a un criterio di razionalità tecnico-scientifica, come tale cieco rispetto alle conseguenze delle attività stesse. Queste ultime avrebbero conseguenze tendenzialmente negative, non calcolabili e possibilmente irreversibili. In particolare, per un verso, le attività d’impresa sarebbero esercitate secondo una razionalità strumentale mezzo-fine avendo come fine esclusivo la massimizzazione del profitto, a costo di sacrificare altri beni o valori come l’ambiente e la salute umana: si ricorda ad esempio il caso della catastrofe umana ed ecologica di Bhopal. Per l’altro verso, nelle moderne società tecnologiche si attribuirebbe alla scienza l’ultima parola nelle questioni etiche e politiche. Applicare il PP permetterebbe di correggere o perlomeno di circoscrivere queste tendenze. Esso permetterebbe di contemperare esigenze economiche ed esigenze ecologiche e di salute imponendo alle imprese di considerare tra i propri costi le esternalità negative (inquinamento dell’aria, idrico, terrestre) [96] e altresì di considerare le acquisizioni scientifiche come solo uno dei fattori del giudizio etico e politico su quale vita vogliamo condurre e pensiamo che coloro che verranno desidereranno.

In questo approccio olistico, il principio di precauzione è più che altro una formula di sintesi con cui si mettono insieme una serie di problemi molto spinosi e niente affatto omogenei.

Incominciamo dalle questioni della irreversibilità e della incalcolabilità delle conseguenze delle attività tipiche delle moderne società tecnologiche. Possiamo affermare che tali conseguenze sono possibilmente irreversibili mentre non si può dare per certo, come spesso si fa, che esse siano non-reversibili: a rigore, infatti, se le conseguenze non sono calcolabili neppure la (ir)reversibilità si può calcolare.

La convinzione da cui si muove è che il PP permetta di preservare come intatte, se non persino di ampliare, le possibilità di scelta di domani, che cioè permetta alle generazioni future di compiere le proprie scelte a prescindere da ciò che sceglie la generazione attuale (cioè noi oggi) oppure come se le generazioni future potessero scegliere oggi (al nostro posto). Questa convinzione presuppone ma non spiega perché oggi, grazie al PP, saremmo in grado di calcolare qualcosa che in assenza del principio non siamo in grado di valutare e come sia possibile individuare il cosiddetto status quo, cioè lo stato del mondo in cui oggi viviamo come distinto da ogni altro, passato e futuro. Il concetto di generazioni future è una nozione attraente ma, purtroppo, solo di comodo, perché gli uomini nascono e muoiono istante dopo istante per cui in nessun istante il genere umano è composto dagli esseri viventi di cui è composto nell’istante precedente e in quello successivo. Per giunta, così come non c’è una generazione attuale e una o più generazioni future, non ci sono nemmeno stati del mondo precisamente identificabili in maniera tale da decidere di conservarne uno, anziché un altro o di ritornare a vivere in uno, anziché in un altro. L’idea che l’applicazione del PP permetta di preservare come intatte, o persino di ampliare, le possibilità di scelta di domani e in questo modo risolvere il problema della irreversibilità e della incalcolabilità delle conseguenze delle nostre azioni come operatori economici e privati è una illusione con la quale si cerca di diminuire la percezione delle responsabilità delle scelte individuali e pubbliche. Così, ad esempio un problema come quello del debito (pubblico) non si è considerato per lungo tempo, e comunque anche oggi è considerato solo in maniera incostante e superficiale, come un principale problema di rischio intergenerazionale. La realtà è che ogni nostra azione od omissione, anche la più risibile, concorre in qualche modo a formare l’insieme di scelte d’azione che saranno a disposizione dei posteri, senza però sapere se ed eventualmente in che misura essi potranno modificarlo. Non siamo in grado di prevedere il futuro e il PP non può modificare questo fatto semplice ma fondamentale e può essere utile solo nella misura in cui non lo ignoriamo.

5. Natura (naturale) vs. natura umana

Un’altra questione particolarmente delicata circa il PP è il rapporto tra uomo o società e natura. Non solo molti gruppi ambientalisti ma anche più riflessioni filosofiche o socio-antropologiche, rifacendosi ai lavori di Jonas e Beck, presentano il PP come lo strumento col quale ricomporre “l’antitesi tra natura e società”. Questa antitesi è quasi un caposaldo della tradizione filosofica sul PP [97] e ha riscontro anche nelle sue prime applicazioni nella versione del Vorsorgeprinzip, il quale avrebbe dovuto far sì che in tutte le scelte di politica legislativa si tenesse presente “il punto di vista della componente ecologica” nel tempo [98]. Ma è evidente che l’ecologia non ha un punto di vista proprio. E’ all’uomo (non alla natura o all’ambiente) che interessa l’ambiente o, meglio, mantenere – per un certo periodo e a date condizioni – un ambiente con le caratteristiche e qualità desiderate. L’alternativa fra approcci antropocentrici e approcci eco-centrici è una falsa alternativa, perché presuppone un Pianeta Terra in cui si possa nettamente individuare ciò che è umano ma non animale. Ma l’uomo non è un entità artificiale. Se è vero che gli individui (i.e. le loro credenze e i loro desideri) sono un prodotto storico-culturale, nondimeno dal punto di vista biologico l’uomo odierno (specie homo sapiens; sotto-specie homo sapiens sapiens) è un animale e gli uomini stanno a contatto stabilmente con gli individui della propria (sotto)specie non solo nel momento della riproduzione, come gli individui di molte altre specie viventi. L’uomo è un animale sociale ma sono altrettanto sociali le api e le formiche [99].

Esaminando le riflessioni filosofiche sul PP, in alcuni casi si ricava che l’antitesi tra natura e società è in realtà una contrapposizione tra visioni antropologiche e filosofiche. La natura sarebbe il nome con cui si indica una visione dell’uomo e del mondo in cui la portata delle azioni umane è definita una volta per tutte e determinata, sicché è immediatamente identificabile cosa sia bene per ogni uomo. La società sarebbe il nome con cui si indica una visione dell’uomo e del mondo in cui le azioni umane possono essere nocive nel breve e/o nel lungo termine, senza peraltro che sia possibile prevederne precisamente gli effetti siano essi positivi o negativi.

Ciò considerato, affermare che il PP permette di comporre l’antitesi tra natura e società è un modo mascherato di sostenere che gli stili di vita e i tipi di organizzazione attualmente in uso dovrebbero essere modificati a favore di stili di vita e tipi di organizzazione diversi: più naturali, autentici, genuini [100]. Non si precisa mai però quali aspetti della vita dell’uomo di oggi non riflettono questa pretesa autenticità e genuinità. Un suggerimento per capire cosa l’uomo odierno avrebbe di “poco” naturale e “troppo” sociale si trae dal fatto che la contrapposizione tra natura e società è fatta quasi sempre, lo ricordo, con specifico riguardo a come vive organizzato nelle società occidentali altamente tecnologiche. Ciò che non è genuino insomma è lo sviluppo della moderna tecnologia, cioè la crescente applicazione delle innovazioni scientifiche specialmente nelle attività produttive.

Nelle versioni più sofisticate si distingue la tecnologia moderna (per intenderci dalla rivoluzione industriale in poi) dai tipi di tecnologia propri delle epoche storiche precedenti. Sempre, infatti, l’uomo ha adoperato una tecnologia, non solo nel Medioevo e nell’antichità ma anche nella preistoria: la cosiddetta rivoluzione neolitica altro non è che il passaggio da una forma di tecnologia ad un’altra, da quella legata alla caccia e raccolta a quella legata alla coltivazione più o meno stabile della terra. Diversamente dal passato, tuttavia, oggi l’uomo avrebbe a disposizione una tecnologia capace di mettere in dubbio e porre fine del tutto alla perpetuazione della vita degli esseri umani, degli altri animali e dei vegetali sul Pianeta. In ciò, per esempio Jonas individua il fondamento (etico) della responsabilità di ciascun individuo nei confronti delle cosiddette generazioni future [101]. A questo estremo rischio della fine della vita sul Pianeta Terra è agganciata pure la necessità di adottare il PP. Sennonché si può considerare la catastrofe totale come “un collasso del mondo morale e politico quale lo conosciamo” e ci si può domandare se in una situazione simile vengano meno “gli stessi presupposti che ci consentono di adoperare e applicare i concetti basilari del linguaggio morale, quali obbligo, colpa, responsabilità, merito, biasimo” [102].

Se si va al fondo di questo esperimento mentale della catastrofe totale, ci si rende conto che, al contrario di quanto in genere si sostiene, esso non conduce affatto a una applicazione generalizzata del PP. L’idea che il fondamento (etico) del PP sia di evitare il rischio che la vita animale e vegetale perisca, insomma la distruzione in senso proprio del Pianeta, porta a una applicazione estremamente circoscritta del principio. Esso verrebbe in rilievo solo nel caso estremo di catastrofe totale.

Invece, negli indirizzi di pensiero più catastrofisti e anti-tecnologici, con l’argomento del rischio di catastrofe si ritiene di giustificare una applicazione a tutto campo del PP relativa a ogni rischio (anche non catastrofico). Si pretende cioè di giustificare la concezione iniziale riassunta nella formula “better safe than sorry” per cui di fronte a qualsivoglia rischio si deve essere cauti, meglio ancora non agire, concezione che è esattamente opposta a quella appena vista.

Prendendo a prestito due espressioni di S.M. Gardiner, possiamo chiamare queste due concezioni del PP rispettivamente “concezione ultraminimale” e “concezione ultraconservatrice [103]. Per indicare esplicitamente la cautela solo contro i danni catastrofici si parla anche di catastrophic harm principle. Un esempio tipico di catastrofe planetaria è la collisione tra il Pianeta Terra e grandi asteroidi o comete. Questa eventualità non è un’invenzione della cinematografia e letteratura di fantascienza dal momento che, come noto, gli studi geologici documentano più collisioni nel corso delle ere geologiche alcune delle quali catastrofiche come quella di 3,47 miliardi di anni fa di cui c’è traccia nelle attuali rocce africane e australiane[104]. Diversamente da quanto avviene nelle trame cinematografiche (per esempio in Deep Impact la spedizione spaziale Messiah evita la totale estinzione della vita sul Pianeta riducendo in frammenti la cometa Wolf-Biederman tramite armi nucleari), nella realtà non ci si cautela affatto contro il rischio di collisione, né si ritiene necessario a tale fine il PP e ancor meno si è disposti a valutare se una idonea misura di precauzione potrebbe essere sviluppare il potenziale nucleare e implementare dotazioni nucleari capaci di distruggere asteroidi o comete giganti.

Dunque, le varie versioni del PP si basano su modi diversi di concepire la natura (naturale) e la natura umana e in particolare le scelte umane. Primo, c’è l’alternativa se agire o no in via precauzionale; secondo, c’è l’alternativa se sia precauzionale agire o non agire. Normalmente queste due alternative sono presentate sia come una questione individuale del singolo individuo, sia nell’ottica collettiva delle specie viventi o di sue artificiali partizioni: per esempio, la specie umana, come distinta da ogni altra specie animale e vegetale, o le cosiddette generazioni future [105]. Ma, in realtà, ogni scelta è individuale; sono gli effetti o conseguenze sull’ambiente di ciascuna scelta che si cumulano con gli effetti o conseguenze delle altre scelte (proprie e altrui, presenti e future). Piuttosto, occorre considerare che la scelta precauzionale (di agire in un senso o in un altro o di non agire) può essere più o meno responsabile e più o meno razionale in base a una certa concezione della responsabilità dell’individuo e della razionalità delle sue scelte. E’ significativo che nei dibattiti sul PP le responsabilità e la razionalità delle scelte precauzionali vengano presentati come un problema di “razionalità ecologica”. Questa nozione nasconde in realtà due problemi principali distinti. Un primo problema è la falsa idea che la natura (naturale) sia sostanzialmente una entità teleologicamente orientata, mentre siamo noi ad avere fini o scopi e a privilegiarne alcuni a scapito di altri in base ai nostri desideri e alle preferenze per certi valori. Il secondo problema è appunto il contemperamento dei rischi e dei costi ecologici con gli altri valori rilevanti per i diversi individui. I costi della precauzione sono una “voce di bilancio” come sono altre voci di bilancio (difesa, sanità etc.) i cui costi vanno comparati. La tesi che “la tutela della salute umana e dell’ambiente deve prevalere su qualsiasi altra considerazione” [106] è un’aspirazione impraticabile e che di fatto non viene praticata. E’ evidente infatti che non si possono tutelare la salute umana o l’ambiente in sé e per sé e che adottando misure cautelari a favore della salute di alcuni o di certe situazioni ambientali si avranno meno risorse e si potranno tutelare un po’ meno ed eventualmente anche mettere (più) a rischio la salute di altre persone o altre situazioni ambientali.

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Note

[1] C.R. Sunstein, The Paralyzing Principle. Does the Precautionary Principle Point Us in Any Helpful Direction?, in Regulation, 2002-2003, pp. 31-37, spec. p. 31. Vedi anche Id., Laws of Fear: Beyond the Precautionary Principle, Cambridge UP, Cambridge 2005.

[2] Cfr. Dir. 2011/8/UE che modifica la dir. 2002/72/CE per quanto riguarda le restrizioni d’impiego del bisfenolo A nei biberon di plastica.

[3] Cfr. art. 39 Dir. 2009/48/CE sulla sicurezza dei giocattoli attuata con D.Lgs. 11 aprile 2011, n. 54.

[4] Cfr. Dir. 2005/84/CE concernente il ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri relative alle restrizioni in materia di immissione sul mercato e di uso di talune sostanze e preparati pericolosi (ftalati nei giocattoli e negli articoli di puericultura), recepita in Italia con D.M. 20 marzo 2008.

[5] Cfr. Dichiarazione di Parma su “Ambiente e Salute”, a conclusione della Quinta Conferenza Ministeriale Ambiente e Salute “Proteggere la salute dei bambini in un ambiente che cambia”, Parma, 10-12 marzo 2010.

[6] Cfr. Reg. 178/2002/CE, che stabilisce i principi e i requisiti generali della legislazione alimentare, istituisce l’Autorità europea per la sicurezza alimentare e fissa procedure nel campo della sicurezza alimentare. In dottrina, vedi ad es. E. Al Mureden, I danni da consumo di alimenti tra legislazione di settore, principio di precauzione e responsabilità civile, in Contratto e impresa, 2011, fasc. 6, pp. 1495-1527; G. De Francesco, Dinamiche del rischio e modelli d’incriminazione nel campo della circolazione di prodotti alimentari, in Rivista di diritto agrario, 2010 fasc. 1, pt. 1, pp. 3-34.

[7] Cfr. ad es. allerta Comunitaria del dicembre 2005 sulla presenza di IsopropilThioXantone (ITX) nel latte liquido per l’infanzia. L’ITX è un fissatore dell’inchiostro utilizzato sulle confezioni di Tetra pak.

[8] Cfr. art. 107 “Controlli sulla sicurezza dei prodotti”, D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206.

[9] Cfr. D.Lgs. 14 agosto 2012, n. 150 di attuazione della Dir. 2009/128/CE che istituisce un quadro per l’azione comunitaria ai fini dell’utilizzo sostenibile dei pesticidi; Dec. 1600/2002/CE che istituisce il VI programma comunitario di azione in materia di ambiente, e promuove un quadro normativo comune per un utilizzo sostenibile dei pesticidi, tenendo conto del PP.

[10] Cfr. Reg. (UE) n. 528/2012 relativo alla messa a disposizione sul mercato e all’uso dei biocidi.

[11] Il PP è considerato implicito nell’Accordo del 1994 sulle misure sanitarie e fitosanitarie appartenente all’Allegato I A dell’Accordo istitutivo del WTO (Uruguay Round Agreement), vedi spec. art. 5.7 secondo cui “In cases where relevant scientific evidence is insufficient, a Member may provisionally adopt sanitary or phytosanitary measures on the basis of available pertinent information, including that from the relevant international organizations as well as from sanitary or phytosanitary measures applied by other Members. In such circumstances, Members shall seek to obtain the additional information necessary for a more objective assessment of risk and review the sanitary or phytosanitary measure accordingly within a reasonable period of time”.

[12] Un fungicida dicarbossimidico riconosciuto come distruttore endocrino. Cfr. Dir. 2006/132/CE.

[13] Un fungicida citotropico translaminare. Cfr. Dir. 2006/134/CE.

[14] Una sostanza attiva componente di prodotti fitosanitari. Cfr. Dir. 2006/133/CE.

[15] Il 1° maggio 2013, a seguito di una decisione della Commissione europea, entreranno in vigore più severe restrizioni all’uso industriale del creosoto, una sostanza chimica considerata tossica e cancerogena, utilizzata ad es. nelle traversine in legno delle ferrovie, nei pali della luce e nelle recinzioni. Il creosoto non potrà più essere immesso sul mercato UE, tranne che in caso di specifica autorizzazione. L’uso del creosoto nei prodotti di consumo è vietato dal 2003. La nuova decisione modifica la Direttiva concernente l’immissione sul mercato dei biocidi.

[16] Cfr. Decreto del Ministero della salute, 25 giugno 2012, di proroga, a tutela delle api, della sospensione cautelativa dell’autorizzazione all’impiego di sementi trattate con prodotti fitosanitari contenenti le sostanze attive clothianidin, thiamethoxam, imidacloprid e fipronil.

[17] Cfr. L. Marini, OGM, precauzione e coesistenza: verso un approccio (bio)politicamente corretto?, in Rivista giuridica dell’ambiente, 2007, fasc. 1, pp. 1-15; G. Calasso, Il principio di precauzione nella disciplina degli OGM, Giappichelli, Torino 2006; CGCE, sez. II, 26 maggio 2005, causa C-132/03 Ministero della Salute c. Codacons e Federconsumatori avente ad oggetto una domanda pregiudiziale in tema di indicazione nella etichettatura di prodotti alimentari destinati alla prima infanzia della presenza di materiale derivato da OGM.

[18] Ad es. per la prevenzione dell’influenza A(H1N1), vedi Senato della Repubblica, Interrogazione a risposta immediata del 7 aprile 2010, seduta n. 356, in http://www.salastampa.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1346_allegato.pdf.

[19] Cfr. ad es. CGCE, sez. III, 12 gennaio 2006, causa C-504/04, Agrarproduktion Staebelow GmbH c. Landrat des Landkreises Bad Doberan su una domanda pregiudiziale proposta dal Verwaltungsgericht Schwerin (Germania), in relazione al Reg. (CE) n. 999/2001 recante disposizioni per la prevenzione, il controllo e l’eradicazione di alcune encefalopatie spongiformi trasmissibili. Non menziona il principio di precauzione il successivo Reg. 2008/746/CE che modifica l’allegato VII del regolamento predetto del 2001.

[20] Cfr. ad es. U. Izzo, La precauzione nella responsabilità civile: analisi di un concetto sul tema del danno da contagio per via trasfusionale, CEDAM, Padova 2004.

[21] Cfr. www.quadernidellasalute.it/download/download/7-gennaio-febbraio-2011-quaderno.pdf; S. Petti, A. Polimeni, The Rationale of Guidelines for Infection Control in Dentistry: Precautionary Principle or Acceptable Risk?, in Infection Control and Hospital Epidemiology, 2010, vol. 31, no. 12, pp. 1308-1310.

[22] Cfr. ad es. F.B. Giunta, Prudenza nella scienza versus prudenza della scienza? In margine alla disciplina dei trapianti e degli xenotrapianti, in Diritto pubblico, 2003, fasc. 1, pp. 157-183.

[23] Cfr. ad es. Legge quadro 22 febbraio 2001, n. 36 sulla protezione dalle esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici; F. Merusi, Dal fatto incerto alla precauzione: la legge sull’elettrosmog, in Il Foro amministrativo, I, 2001, pp. 221-228.

[24] Cfr. ad es. M.C. Nanna, Principio di precauzione e lesioni da radiazioni non ionizzanti, ESI, Napoli 2003.

[25] Cfr. ad es. Decreto del Ministero dell’ambiente, 10 settembre 1998, n. 381, Regolamento recante norme per la determinazione dei tetti di radiofrequenza compatibili con la salute umana.

[26] Cfr. ad es. G. Licitra, N. Colonna, Applicazione del principio di precauzione nel caso di elettrodotti ad altissima tensione, Atti del convegno “Dal monitoraggio degli agenti fisici sul territorio alla valutazione dell’esposizione ambientale”, 29-31 ottobre 2003, Villa Gualino, Torino, pp. 33-36.

[27] Cfr. ad es. Parere del Consiglio superiore di sanità su possibili rischi da uso non appropriato dei telefoni cellulari, Comunicato n. 226, 28 novembre 2011; E. Al Mureden, I danni da uso del cellulare tra tutela previdenziale e limiti della responsabilità del produttore, in Responsabilità civile e previdenza, 2010, fasc. 6, pp. 1392-1423.

[28] Cfr. ad es. I. Lincesso, Nanotecnologie e principio di precauzione, in Danno e responsabilità, 2010, fasc. 12, pp. 1093-1103.

[29] Cfr. ad es. K. Elliott, Geoengineering and the Precautionary Principle, in International Journal of Applied Philosophy, Vol. 24, Issue 2, 2010, pp. 237-253; S. Nespor, La geoingegneria. in Giornale di diritto amministrativo, 2011, fasc. 2, pp. 214-227.

[30] Cfr. ad es. P. Costantino, VIA e fonti energetiche rinnovabili: nella giurisprudenza amministrativa una chiave di lettura del rapporto tra impatto ambientale e realizzazione di impianti eolici, in Diritto e giurisprudenza agraria, alimentare e dell’ambiente, 2010, fasc. 11, pt. 2, pp. 704-705; E. Oliviero, Valutazione di impatto ambientale ed energie rinnovabili, in Rivista giuridica dell’edilizia, 2009, fasc. 2, pt. 1, pp. 381-388.

[31] Cfr. ad es. articoli. 178, 179, 208 D.lgs. 3/4/2006, n. 152, come sost. dal D.Lgs. 3 dicembre 2010, n. 205; in dottrina, vedi ad es. B. Dentamaro, F. Iervolino, La disciplina comunitaria dei rifiuti. Vecchia e nuova normativa a confronto, in Rivista italiana di diritto pubblico comunitario, 2010, fasc. 1, pp. 359-369.

[32] Cfr. ad es. Decreto del Ministero dell’ambiente, 21 aprile 1999, n. 163, Regolamento recante norme per l’individuazione dei criteri ambientali e sanitari in base ai quali i sindaci adottano le misure di limitazione della circolazione, provvedimento abrogato dalla lettera p) del comma 1 dell’art. 21, D.Lgs. 13 agosto 2010, n. 155.

[33] La Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti (POP) del 2001 (da ultimo modificata nel 2009) mira, in base al PP, alla loro eliminazione, in condizioni di sicurezza, o alla diminuzione della loro produzione e uso. La Convenzione attualmente riguarda dodici POP prioritari, ma è in progetto l’estensione ad altre sostanze. Essa richiama espressamente l’art. 15 della Dichiarazione di Rio. L’Unione Europea è parte della Convenzione: cfr. Dec. 2006/507/CE del 14 ottobre 2004, relativa alla conclusione, a nome della Comunità europea, della Convenzione in parola.

[34] Cfr. ad es. F. Fonderico, “Rischio” e “precauzione” nel nuovo procedimento di bonifica dei siti inquinati, in Rivista giuridica dell’ambiente, 2006, fasc. 3-4, pp. 419-432; ex plurimis, Decreto del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, 11 agosto 2006, per la nuova perimetrazione del sito di bonifica di interesse nazionale dell’area industriale di Milazzo.

[35] Cfr. art. 104, 3° co., D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152.

[36] Cfr. Convention on the Prevention of Marine Pollution by Dumping Wastes and Other Matter, Londra, 13 novembre 1972, e la successiva risoluzione “The Application of a Precautionary Approach in Environmental Protection”, emanata a conclusione del 14° Consultative Meeting del 1991 e l’ulteriore protocollo firmato a Londra il 7 novembre 1996.

[37] Cfr. ad es. F. Merusi, V. Giomi (a cura di), Principio di precauzione e impianti petroliferi costieri: atti del Convegno di studi di Livorno, Villa Letizia, 17 settembre 2010, Giappichelli, Torino 2011.

[38] Cfr. ad es. art. 271, D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152.

[39] Cfr. ad es. FAO’s Guidelines on the Precautionary Approach to Capture Fisheries and Species Introduction (6-13 giugno 1995, Lysekil, Svezia), in cui, muovendo dal presupposto che manca una perfetta comprensione dei meccanismi causali relativi ai cambiamenti nei sistemi di pescicoltura e che tali cambiamenti sono lentamente reversibili e di difficile controllo si sollecita un approccio precauzionale nel senso dell’elaborazione di previsioni prudenti. Questo documento è richiamato da molti altri tra cui, ad esempio, il Code of Practice on the Introduction and Transfer of Marine Organisms elaborato nel 2004 dall’International Council for the Exploration of the Seas.

[40] Cfr. ad es. Decreto Ministeriale delle politiche agricole alimentari e forestali, 14 luglio 2011, che impone l’arresto temporaneo obbligatorio delle unità autorizzate all’esercizio della pesca con il sistema a strascico e/o volante.

[41] Cfr. ad es. Protocollo di Cartagena sulla Biosicurezza (29 gennaio 2000, Montreal) alla Convention on Biological Diversity del 1992: “In accordance with the precautionary approach – si legge – the objective of this Protocol is to contribute to ensuring an adequate level of protection in the field of the safe transfer, handling and use of living modified organisms resulting from modern biotechnology that may have adverse effects on the conservation and sustainable use of biological diversity, taking also into account risks to human health, and specifically focusing on transboundary movements”.

[42] Cfr. ad es. C. cost., 3 novembre 2005, n. 406, che dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 1 e 2 della L.Reg. Abruzzo 1 aprile 2004, n. 14, disposizioni urgenti in materia di zootecnia.

[43] Cfr. ad es. L. 6 febbraio 2006, n. 66, di adesione della Repubblica italiana all’Accordo sulla conservazione degli uccelli acquatici migratori dell’Africa - EURASIA.

[44] Nel 1994 il PP è stato esplicitamente incorporato tra i criteri per compilare la liste delle specie in via d’estinzione dalla nona Conferenza CITES (App. Res. Conf. 9.24).

[45] Cfr. ad es. Convention on the Protection and Use of Transboundary Watercourses and International Lakes, Helsinki, 1992. L’art. 2 delle General Provisions stabilisce che le parti, nell’adottare misure di prevenzione, controllo e riduzione degli impatti trasfrontalieri collegati alle attività umane che si svolgono nel proprio territorio, devono seguire il PP, “by virtue of which action to avoid the potential transboundary impact of the release of hazardous substances shall not be postponed on the ground that scientific research has not fully proved a causal link between those substances, on the one hand, and the potential transboundary impact, on the other hand” (lett. a) comma 5).

[46] Ricordiamo per esempio la legislazione ambientale degli anni Settanta e Ottanta della Repubblica federale tedesca a protezione della salubrità dell’aria (BundesImmissionsschutzgesetz del 15 marzo 1974; Bundesnaturschutzgesetz del 20 dicembre 1976), uno dei primi contesti di apparizione del PP. U. Izzo, op. cit., p. 28-35; D. Amirante, Il principio precauzionale tra scienza e diritto. Profili introduttivi, in Dir. gest. amb., 2001, p. 16 ss..

[47] Cfr. ad es. art. 3, all. V Protection and Conservation of the Ecosystems and Biological Diversity of the Maritime Area (22-23 luglio1998, Sintra - Portugal), alla Convention for the Protection of the Marine Environment of the North-East Atlantic del 1992; G. Garzia, La tutela delle risorse biologiche marine: profili generali e sua applicazione allo spazio costiero adriatico, in Rivista giuridica dell’ambiente, 2009 fasc. 5, pp. 775-793.

[48] Cfr. ad es. M.L. Bellotti, Applicazione in Antartide del Protocollo di Madrid - Il principio di precauzione: una necessaria applicazione all’impatto della presenza umana nel continente antartico, in Gazzetta ambiente, 2007, fasc. 5, pp. 130-140.

[49] Cfr. ad es. art. 3.3, Conferenza quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, 9 maggio 1992.

[50] Ad es., il preambolo del Protocollo di Montreal del 16 settembre del 1987 intitolato On Substances that Deplete the Ozone Layer afferma che le parti si sono “determined to protect the ozone layer by taking precautionary measures to control equitably total global emissions of substances that deplete it, with the ultimate objective of their elimination on the basis of developments in scientific knowledge, taking into account technical and economic considerations”.

[51] Cfr. ad es. Dec. 93/626/CE, relativa alla conclusione della Convenzione sulla diversità biologica firmata a Rio de Janeiro nel giugno 1992. Chi si occupa del PP usa retrodatare a tale momento l’adozione del PP come principio a cui l’azione comunitaria deve ispirarsi non solo in materia ambientale. In vero né il testo della decisione né la Convenzione lo mezionano espressamente, ma i numerosi accenni alla necessità di prevenire il pericolo fanno propendere per la sua individuazione implicita.

[52] Cfr. ad es. art. 3-ter, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152.

[53] Cfr. ad es. art. 2, Convention on the Prohibition of the Development, Production and Stockpiling of Bacteriological (Biological) and Toxin Weapons and on Their Destruction sottoscritta a Londra, Mosca e Washington il 10 aprile 1972, entrata in vigore il 26 marzo 1975: “Each State Party to this Convention undertakes to destroy, or to divert to peaceful purposes, as soon as possible but not later than nine months after entry into force of the Convention, all agents, toxins, weapons, equipment and means of delivery specified in article I of the Convention, which are in its possession or under its jurisdiction or control. In implementing the provisions of this article all necessary safety precautions shall be observed to protect populations and the environment” .

[54] Cfr. ad es. World Charter for Nature adottata il 28 febbraio 1982 dall’Assemblea Generale dell’ONU con la Risoluzione n. 37/7.

[55] Cfr. ad es. art. 300, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 e Dir. 2004/35/CE sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale.

[56] La Multilateral Convention on Biological Diversity, conclusa a Rio de Janeiro il 5 giugno 1992, all’art. 2 definisce ‘ecosystem’ come “dynamic complex plant, animal and micro-organism communities and their non-living environment interacting as a functional unit”.

[57] Cfr. ad es. art. 301, D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152; Dec. 1350/2007/CE che istituisce un secondo programma d’azione comunitaria in materia di salute (2008-2013).

[58] Su questo solco, le istituzioni e le autorità e agenzie europee danno una lettura estensiva dell’art. 191 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) (ex art. 174 TCE) secondo cui “1. La politica dell'Unione in materia ambientale contribuisce a perseguire i seguenti obiettivi: - salvaguardia, tutela e miglioramento della qualità dell'ambiente, - protezione della salute umana, - utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali, - promozione sul piano internazionale di misure destinate a risolvere i problemi dell'ambiente a livello regionale o mondiale e, in particolare, a combattere i cambiamenti climatici. 2. La politica dell'Unione in materia ambientale (…) è fondata sui principi della precauzione e dell'azione preventiva, sul principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all'ambiente, nonché sul principio «chi inquina paga». Omissis.”.

[59] La Dichiarazione di Bergen del 1990 sullo sviluppo sostenibile fatta propria dai 55 membri dell’ECE stabilisce che “In order to achieve sustainable development, policies must be based on the precautionary principle. Environmental measures must anticipate, prevent and attack the causes of environmental degradation. Where there are threats of serious or irreversible damage, lack of full scientific certainty should not be used as a reason for postponing measures to prevent environmental degradation ”.

[60] Il testo della Dichiarazione è richiamato, inter alia, per esempio dalla Dichiarazione della Commissione Politiche regionali dell’Assemblea delle Regioni d’Europa, adottata a Napoli il 28 novembre 2002, in vista del Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile, tenutosi poi a Johannesburg dal 26 agosto al 4 settembre 2002.

[61] I rapporti tra principio di prevenzione e PP sono notoriamente controversi e variamente declinati in seno alle diverse teorie. Le alternative principali paiono le seguenti: o si propone di intendere l’uno come il genus e l’altro come la species; oppure si distingue tra l’uno e l’altro associando il principio di prevenzione alle situazioni di pericolo e il PP alle situazioni di rischio; oppure ancora si concepisce il PP come un criterio-guida generale, e considera la prevenzione un criterio orientativo relativo all’attuazione delle cautele. Sul tema vedi ad es. F. Santonastaso, Libertà di iniziativa economica e tutela dell’ambiente. L’attività d’impresa tra controllo sociale e mercato, Giuffrè, Milano 1996.

[62] Per altri riferimenti vedi ad es. di recente J.B. Wiener (ed.), The Reality of Precaution: Comparing Risk Regulation in the United States and Europe, RFF press, Washington 2011; K.H. Whiteside, Precautionary Politics: Principle and Practice in Confronting Environmental Risk, The MIT Press, Cambridge Mass. 2006; I.M. Goklany, The Precautionary Principle: A Critical Appraisal of Environment Risk Assessment, Cato Inst., Washington, D.C. 2001; F. De Leonardis, Il principio di precauzione nell’amministrazione di rischio, Giuffrè, Milano 2005.

[63] A. Jordan, T. O’Riordan, The Precautionary Principle in Contemporary Environmental Policy and Politics, in Protecting Public Health and the Environment: Implementing the Precautionary Principle, ed. by C. Raffensberger, J. Tickner, Island Press, Washington, D.C. 1999, pp. 15-35, spec. p. 15 e p. 32. Maniesta apprezzabile anti-scetticismo e compie uno sforzo costruttivo anche L. Butti, The Precautionary Principle in Environmental Law: neither Arbitrary nor Capricious if Interpreted with Equilibrium, Giuffrè, Milano 2007.

[64] Si veda per esempio J.M. Perloff, Microeconomics. Theory and Applications with Calculus, Pearson, Boston 2008, pp. 573-596 e H.R. Varian, Microeconomia, Cafoscarina, Venezia 1998, pp. 202-218. Naturalmente, quello dell’utilità attesa è solo uno dei modelli. Esso deriva dalla estensione a opera di J. von Newmann e O. Morgenstern del modello standard del calcolo dell’utilità al caso del calcolo delle utilità in condizioni di incertezza. Come chiarisce J. Perloff, op. cit., p. 571, “we can measure the risk [involved in a decision making under uncertainty] in many different ways. One approach is to look at the degree by which actual outcomes vary from the expected value”. In questo modo possiamo mostrare “how people’s taste for risk affects their choice among options (investments, career choices, consumption bundles) that differ in both value and risk. If people made choices to maximize expected value, they would always choose the option with the highest expected values regardless of the risk involved. However, most people care about risk in addition to the expected value. Indeed, most people are risk adverse – they dislike risk – and will choose bundle with higer risk only if its expected value is substantially higher than that of a less-risky bundle” (p. 573).

[65] Due testi basilari sul punto sono D. Kahneman, A. Tversky, Prospect Theory: An Analysis of Decision under Risk, in Econometrica, Vol. 47, No. 2, 1979, pp. 263-292 e Id., The Framing of Decisions and the Psycology of Choice, in Science, Vol. 211, No. 4481, 1981, pp. 453-458.

[66] Tendenzialmente, non sempre: si pensi per esempio agli sport estremi o ai soggiorni di vacanza all’insegna del rischio noti come extreme adventure holidays nell’intraprendere i quali in genere si manifesta propensione, anziché avversione al rischio.

[67] J.M. Perloff, Microeconomics., cit., p. 574.

[68] I.M. Goklany, Precaution without Perversity: A Comprehensive Application of the Precautionary Principle to Genetically Modified Crops, in Biotechnology Law Report, Vol. 20, No. 3, 2001, pp. 377-396.

[69] Si veda per esempio G. Landenna, Fondamenti di statistica descrittiva, Il Mulino, Bologna 1994, pp. 15-57. Inoltre, J. M. Perloff, Microeconomics, cit., p. 568.

[70] Cfr. Comitato Nazionale per la Bioetica, Il principio di precauzione: profili bioetici, filosofici, giuridici, 18 giugno 2004, p. 3. Il documento muove dal concetto di rischio ma non distingue tra percezione soggettiva dei rischi e criteri di misurazione oggettiva dei rischi.

[71] Per es. vedi il dossier di A. Citterio, Una storia di colori. I pigmenti, un settore in evoluzione sempre più attento ai problemi di ecocompatibilità, e salute, in Green. Periodico mensile d’informazione del Consorzio Interuniversitario Nazionale La Chimica per l’Ambiente, No. 3, 2007, in www.incaweb.org/green/n0003/pdf/05_citterio_18-29.pdf.

[72] In Italia il Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita ha emanato un documento nel 2010 sulla esposizione a interferenti endocrini in cui dà conto dei risultati di un gruppo di lavoro di esperti (cfr. http://www.governoitaliano.it/biotecnologie/documenti.html). Il documento richiama a più riprese il PP inteso come “comportamento prudenziale … di fronte a rischi percepiti come reali, ma al momento, di impossibile quantificazione”. Le indicazioni sono di “utilizzare le evidenze scientifiche per programmare strategie di prevenzione e comunicazione del rischio; in primo luogo vanno promossi gli attuali interventi di prevenzione su larga scala, quali la iodoprofilassi, affinché possano a breve raggiungere livelli di efficienza e di efficacia ottimali, realizzando così (a scopo per ora precauzionale) una azione protettiva anche verso possibili effetti avversi dovuti all’esposizione a IE”.

[73] Così A. Pintore, Le due torri. Diritti e ai tempi del terrore, in Filosofia giuridica della guerra e della pace. Atti del XXV Congresso della Società italiana di filosofia del diritto Milano e Courmayeur, 21-23 settembre 2006, a cura di V. Ferrari, FrancoAngeli, Milano 2008, pp. 279-310, spec. p. 287. Per spiegare tutto ciò si usa fare ricorso ai concetti di availability heuristic e di probability neglect.

[74] Cfr. J.-F. Bourg, J.-J. Gouguet, The Political Economy of Professional Sport, Edward Elgar Publ. Lmt, Cheltenham 2010, pp. 227-228.

[75] Sottolineare la dimensione individuale del rischio non significa che non vi sia alcuno spazio per un’idea in qualche senso oggettiva del rischio: in questo senso pare invece orientato ad es. F. Stella, Giustizia e Modernità. La protezione dell’innocente e la tutela delle vittime, Giuffrè, Milano 2003, p. 587-589.

[76] Cfr. N. Luhmann, Risk. A Sociological Theory, transl. by R. Barrett with a new introd. by N. Stehr, G. Bechmann, Aldine Transaction, New Brunswick 2008.

[77] Cfr. ad es. N. Ostrander, A Warning Signal that Justifies Precautionary Chemical Regulation: Exploitation of the Availability Heuristic by Economically Motivated Actors, in Buffalo Environmental Law Journal, Vol. 18, No. 2, 2011, disponibile on-line all’indirizzo http://ssrn.com/abstract=2010666.

[78] Storicamente, in quanto tra le prime manifestazioni del PP, nella versione tedesca del Vorsorgeprinzip, si ricorda l’Atomgesetz del 1959 in relazione al quale si può ricordare la decisione del Bundesverfassungsgericht nel caso Kalkar (8 ottobre 1978) in cui i giudici affermano che in una situazione di incertezza sulla convenienza dell’impiego di certe tecnologie la scelta spetta in primo luogo agli organi politici e ammettono il rilascio dell’obbligatoria autorizzazione all’esercizio soltanto ove “sia stata adottata la precauzione necessaria secondo lo stato della scienza e della tecnica nei confronti dei danni derivanti dalla installazione e dalla messa in servizio dell’impianto”(§ 7, 2° e 3° comma, AtG). A. Gragnani, Il principio di precauzione come modello di tutela dell'ambiente, dell’uomo, delle generazioni future, in Rivista di diritto civile, 2003, II, pp. 9-45; spec. pp. 19-20.

[79] Il PP riguarderebbe perciò anzitutto il rischio tecnologico, anche se non è ben chiaro cosa si debba intendere per ‘tecnologia’ in questo contesto. Nei dibatitti sul PP non esiste una definizione e concezione univoca della tecnologia e anche i tentativi di classificazione delle varie tesi in campo tracciano distinzioni che lasciano indefinito il concetto di base di tecnologia. Così, ad es., si è proposto di definire il rischio tecnologico nei tre modi seguenti: “l’insieme delle conseguenze negative potenzialmente derivanti dall’uso della tecnologia, indipendentemente dagli attori coinvolti”; oppure “le conseguenze potenziali della produzione industriale, senza riguardo al tipo di tecnologia impiegata”; infine, “i rischi ambientali, senza riguardo all’origine di questi ultimi” (N. Misani, S. Pogutz, and A. Tencati, Tecnologia e comunicazione nella gestione del rischio ambientale, in G. Forestieri, A. Gilardoni (a cura di), Le imprese e la gestione del rischio ambientale, EGEA, Milano 1999, p. 22).

[80] Cfr. ad es. Dichiarazione delle Nazioni Unite alla Conferenza sull’Ambiente Umano, Stoccolma, 5-16 giugno 1972. E’ il primo documento mondiale che riconosce la protezione dell’ambiente in sé considerato e, sebbene non menzioni il PP, è giudicato uno dei primissimi esempi di approccio precauzionale da parte della comunità giuridica internazionale.

[81] Vedi S.J. Gould, Wonderful Life. The Burgess Shale and the Nature of History, W.W. Norton&Company, New York-London 1989; Id., Redrafting the Tree of Life, in Proceedings of the American Philosophical Society, Vol. 141, No. 1, 1997, pp. 30-54; B. Chiarelli, Dalla natura alla cultura. Principi di antropologia biologica e culturale, I, Evoluzione dei primati e origine dell’uomo, Piccin-Nuova Libraria, Padova 2003.

[82] E’ particolarmente difficile elaborare statistiche relativamente al passato, ma anche oggi non è semplice come mostra il Nationalmaster, in http://www.nationmaster.com/ , il quale si occupa di raccogliere e diffondere statistiche di fonti ufficiali, e mette in guardia che le proprie statistiche “are derived from official causes of death detailed on certificates of death by each country. Rather than being a true indicator of the number of deaths attributed to a particular cause, mortality statistics reveal more about a particular country’s reporting processes ” (corsivo mio). Se confrontiamo, ad es. con riferimento a uno stesso anno, il 2004, i dati della moralità nelle operazioni di guerra e quelli dovuti a Diphtheria , ambedue ricavati dallo Statistical Information System della World Health Organisation, scopriamo che ci sono stati rispettivamente in: Colombia, 147 e 2 morti; Perù 4 e 2, Venezuela 4 e 1, Georgia 3 e 1, Germania 2 e 1, Sud Africa 2 e 1, Moldova 1 e 1, Corea del sud 1 e 1, Kyrgyzstan 1 e 2, Brasile 1 e 5, Usa 1 e 1. Alcuni dati circa la mortalità in guerra si possono trovare in http://www.correlatesofwar.org/ . Sulle statistiche oggi eseguite si veda per tutti: http://data.un.org/ . Alcune statistiche delle epidemie di peste nella Toscana del XVII si leggono in Appendice a C.M. Cipolla, Cristofano e la peste, Il Mulino, Bologna 1976, pp. 81-104.

[83] Cfr. M.-J. Imbault-Huart, Il mal degli ardenti, in J. Le Goff e J.-C. Sournia (a cura di), Per una storia delle malattie, Dedalo, Bari 1986, pp. 195-196. Per notizie sulle crociate vedi ad es. http://www.thomasmadden.org/articles.html

[84] G. Boccaccio, Introduzione alla Prima Giornata, Decameron, a cura di V. Branca, con correzioni di N. Sapegno, Utet, Torino, 1956; Le Monnier, Firenze, 1951-1952.

[85] Cfr. C.M. Cipolla, Miasmi ed umori. Ecologia e condizioni sanitarie in Toscana nel Seicento, Il Mulino, Bologna 1989, p. 14. Per esempio, Domenico Panarolo nel Trattato utile per la sanità Aerologia, Discorso dell'aria del 1642 indicò come cause della pestilenza vapori, fumi, nebbie, acque stagnati, veleno dei serpenti, esalazioni dei cadaveri. I miasmi furono considerati all’origine non solo della peste ma anche di altre malattie contagiose come il tifo. Al tempo vi furono critici della teoria dei miasmi come per esempio Giovanni Alfonso Borelli che studiò le epidemie di febbre tifoide che provocarono una elevata mortalità in Sicilia dal 1646 al 1648. Dall’opera Delle cagioni de le febbri maligne della Sicilia negli anni 1647 e 1648 stampata nel 1649, si ricava che egli attribuiva le febbri epidemiche alla esalazione di “semi” patogeni inorganici diffusi dai venti che penetrando nel sangue provocavano squilibri nell’organismo. Negli stessi anni Athanasius Kircher propose di esaminare i cadaveri degli infetti per esaminarne i tessuti alla ricerca di “semi di peste” (cfr. http://www.francescoredi.it/ ).

[86] Cfr. S. Barker, Poussin, Plague and Early Modern Medicine, in The Art Bulletin, Vol. 86, No. 4, 2004, pp. 659-689. “This use of floral perfumes to protect against plague explains why, for example, the motif of strewing roses in the air was used to symbolize the extinction of pestilence in seventeenth-century religious imagery. … violets and roses were among the crops grown by the pharmacy of Rome’s Hospital of Santo Spirito to provide ingredients for many important drugs”. Ciò è documentato dal “Conto della Reverenda Camera Apostolica delle robbe servite per li lazzarette di S. Pancratio e Casaletto di Pio V, 1656,” Archivio di Stato, Roma, MS Camerale II Sanita, busta 6 (ress.), 4 .

[87] Cfr. D. Vachon, Doctor John Snow Blames Water Pollution for Cholera Epidemic, Part one and Part two, in http://www.ph.ucla.edu/epi/snow.html .

[89] In ordine al dibattito italiano sugli OGM, per es., si veda G. Calasso, Il principio di precauzione nella disciplina degli OGM, cit.; sui campi elettromagnetici, per es., si veda N. Olivetti Rason, C. Colaluca, A. Giovanazzi, M. Malo, A. Perini (a cura di), Inquinamento da campi elettromagnatici, CEDAM, Padova 2002 e P. Vecchia, Il principio di precauzione per i campi elettromagnetici: giustificazione ed efficacia, consultabile all’indirizzo www.galileo2001.it/materiali/news/04_02_19_relazione_vecchia.pdf

[90] Si pensi alle discussioni che hanno accompagnato il Protocollo di Kyoto. Sul problema del riscaldamento globale si veda per esempio B. Lomborg, L’ambientalista scettico. Non è vero che la Terra è in pericolo, Mondadori, Milano 2003, pp. 261-329.

[91] G. Rosen, Historical Trends and Future Prospects, in G. McLachlan, T. McKeown (eds.), Public Health, Medical History and Medical Care: A Symposium of Perspectives, Oxford UP, Oxford 1971, e C.M. Cipolla, Miasmi ed umori, cit., p. 17 e ss.

[92] L’effetto della pioggia (più) acida sulle foreste e sugli ambienti acquatici è discusso tra gli scienziati; l’acidità è data dalla percentuale di SO2 cioè di solfuro di dioxite tra le sostanze componenti il vapore acqueo nell’atmosfera. Si veda per es. http://reports.eea.europa.eu/environmental_issue_report_2001_22/en/issue-22-part-10.pdf in cui si ricordano le varie misure precauzionali adottate dal 1952 agli anni Novanta in Europa per ridurre la percentuale di solfuro di dioxite nell’atmosfera e http://www.sv.uio.no/mutr/publikasjoner/rapp2002/Rapport48.html in cui si discutono i casi della morte delle foreste in Germania e Norvegia. In materia di protezione delle foreste, non menziona perlomeno in modo espresso il PP il Report of the United Nations Conference on Environment and Development (Rio De Janeiro, 3-14 June 1992), Annex III, Non-Legally Binding Authoritative Statement of Principles for a Global Consensus on the Management, Conservation and Sustainable Development of all Types of Forests.

[93] Opere tradotte: H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civilità tecnologica, a cura di P.P. Portinaro, Einaudi, Torino, 2002; U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, a cura di W. Privitera, Carocci, Milano, 2004, rist.

[94] Cfr. ad es. S. Grassi, Prime osservazioni sul ‘principio di precauzione’ come norma di diritto positivo, in Diritto e gestione dell’ambiente, 2, 2001, p. 37; R. Von Schomberg, R., The Precautionary Principle and its Normative Challenges, in E. Fisher, J. Jones, R. von Schomberg. (eds.), Implementing the Precautionary Principle: Perspectives and Prospects, Edward Elgar, Cheltenham 2006, pp. 19-42.

[95] Per inciso, H. Jonas non è stato il primo filosofo, nemmeno nel secondo Novecento, a parlare specificamente del problema della responsabilità intergenerazionale. Ricordo in particolare, oltre all’opera A Theory of Justice di J. Rawls del 1971, il saggio di J. Narveson, Utilitarianism and New Generations, in Mind, Vol. 76, No. 301, 1967, pp. 62-72. Sul tema vedi ad es. R. Bifulco, Diritto e generazioni future. Problemi giuridici della responsabilità intergenerazionale, FrancoAngeli, Milano 2009.

[96] L’inserimento del PP nel Trattato istitutivo dell’UE del 1992 fu caldeggiato anzitutto proprio dalla Germania preoccupata che il costo dei protocolli e standard ambientali imposto alle proprie imprese potesse ridurne la capacità concorrenziale rispetto alle imprese degli altri Stati membri: cfr. A. Jordan, T. O’Riordan, The Precautionary Principle in Contemporary Environmental Policy and Politics, cit., pp. 15-35; vedi anche gli altri saggi del volume, nonché  il volume collettaneo P.G. Harris (eds.), Europe and Global Climate Change: Politics, Foreign Policy and Regional Cooperation, Edward Elgar Publ. Ltd, Cheltenham 2007.

[97] F.B. Giunta, Il diritto penale e le suggestioni del principio di precauzione, Criminalia, 2006, pp. 227-247, sottolinea che “nella sua dimensione filosofica, come nella sua tradizione giuridica, il principio di precauzione ambisce a reagire alla deriva nichilista di un normativismo privo di scopi e di un individualismo libertario … e segnatamente con riguardo al rapporto tra uomo e ambiente, la presa di distanza dalla tradizione antropocentrica, in favore di un’etica della conservazione” (p. 228); alla base del suo successo vi sarebbe dunque un atteggiamento di anti-antropocentrico alimentato da una “euforia della conservazione” ed una “apologia della precauzione” verso o meglio contro i rischi derivanti anzitutto dalle innovazioni tecnologiche (p. 230 e 231).

[98] F. Santonastaso, op. cit., p. 167.

[99] Si veda L. Formigari, La scimmia e le stelle, a cura di N. Merker, Editori Riuniti, Roma 1981; M.B. Casiddu, La comunicazione animale, in http://medicina-chirurgia.uniss.it/MaterDiD/LogGlotComunicazione_animale.pdf

[100] F.B. Giunta, Il diritto penale e le suggestioni del principio di precauzione, cit., p. 232 sintetizza efficacemente questa posizione col seguente precetto: “agisci in modo tale che le conseguenze della tua azione siano compatibli con la permanenza di una autentica vita umana sulla terra”.

[101] Il nesso fra PP e principio di responsabilità è sottolineato sovente ancorché si registrino voci critiche. G. Scherillo, Sul principio di precauzione nella scienza e nella tecnica dubbi e/o certezze, in Dir. gest. amb., 2001, p. 115 ss.; a p. 123 si legge: “L’affermarsi del principio di precauzione ha escluso quel principio morale, invocato nel corso degli ultimi due decenni, noto come principio di responsabilità, per riprendere l’espressione di Hans Jonas. Questo autore – che già allora guardava con preoccupazione alle tecnologie nucleari e genetiche – ammetteva, tra le possibili soluzioni etiche, l’abbandono del progetto, mentre l’attuale principio di precauzione prevede la possibilità di differirlo o di regolamentarne l’uso”.

[102] A. Pintore, op. cit., pp. 294-295.

[103] S.M. Gardiner, A Core Precautionary Principle, in The Journal of Political Philosophy, Vol. 14, No. 1, 2006, pp. 33-66. L’“Ultraconservative Precautionary Principle” stabilisce precisamente “Ban any activity that one has any reason whatsoever to suspect might pose any harm whatsoever”. L’“Ultraminimal Precautionary Principle” si può invece esprimere così: “We accept the need to act in a precautionary manner in exactly one case: we should cross our ngers (or just worry) in the situation where there is a probability of 99.9% that the world is going to end immediately due to this experiment ”.

[104] Per es., D.R. Lowe, G.R. Byerly, F. Asaro, F.J. Kyte, Geological and Geochemical Record of 3400-Million-Year-Old Terrestrial Meteorite Impacts, in Science, Vol. 245, No. 49211, September 1989, pp. 959-962; M. Shwartz, Scientists Confirm Age of the Oldest Meteorite Collision on Earth, Stanford Report Online, August 22, 2002 in

http://news-service.stanford.edu/news/2002/september11/impactor-911.html

[105] D. Wiggins, The Presidential Address: Nature, Respect for Nature, and the Human Scale of Values, in Proceedings of the Aristotelian Society, Vol. 100, 2000, pp. 1-32, spec. pp. 7-8, osserva che “the human scale of values is not uniformly human centred” e sostiene che “in thinking about ecological things we ought not to (and we do not need to pretend) that we have any alternative, as human beings, but to bring to bear upon ecological questions the human scale of values. The evaluations that the human scale enables us to make of past, present and possible states of the earth are conditioned through and through not only by our own peculiarly human needs and interests but also by the cognitive and affective history of our kind”.

[106] Così la Risoluzione del PE in data 14 dicembre 2000 sulla comunicazione della Commissione sul ricorso al principio di precauzione.