Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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01/05/2006

L’etimologia del termine italiano partito, participio passato di uso sostantivato, rivela nella nostra lingua prospettive altre rispetto la relativa voce latina pars. Se infatti le "partes" di Cornelio Nepote, pur alludendo all’interezza del corpo civico celano un’unitaria coscienza di sé, il nostro vocabolo implica già nella scelta del modo e del tempo verbale un’idea di separazione. L’azione dello scindersi è compiuta una volta per tutte nel “partito”, appunto scisso. Una tale frantumazione, politica o meno, parrebbe del tutto irrisolvibile – e non dobbiamo stupirci a pensare che l’uso e il senso di parcellizzazione in questa parola tarda si approfondiscano in età comunale, quando a dirsi “partiti” sono le risoluzioni di organi collegiali locali (e con loro, in senso quindi lato, le strette adunanze che le hanno prese). Il destino del termine “partito” diviene così col tempo paradossalmente in ciò affine a quello di ogni “decisione” (decidere quale "de-caedĕre", tagliar via/ concludere) da questo raggiunta: entrambe le voci indicano una vedovanza da un contesto maggiore, entrambe si risolvono in una risoluzione, non necessariamente la migliore (decidere ricorda anche "de-cadĕre", cadere giù).

Un «partito politico» è, ai nostri giorni, una formazione sociale con un fine preciso, sia questo oggettivo come la realizzazione di un programma; sia questo soggettivo, se si auspicano benefici e interessi per una piccola comunità interna al partito stesso o che con esso faccia causa comune. Un simile grado di elevata qualità pubblica distingue il partito tanto da tipologie associative del passato (fazioni, consorterie, cricche e camarille) del resto pronte a intervenire in modo diretto sulla gestione del potere, quanto da altre forme organizzative attuali quali i movimenti, i clubs e i gruppi di pressione.

La complessità del tessuto storico, economico e sociale contemporaneo, con compositi processi di divisione del lavoro e di formazione delle decisioni politiche, è alla base delle varie forme che hanno assunto man mano i partiti politici moderni. La prima di esse è quella dei «partiti dei notabili», nati a metà XIX secolo allorché erano sempre più pressanti domande partecipative, prima borghesi e poi di masse di lavoratori. Il Reform Act del 1832, allargando nel Regno Unito il suffragio ai ceti commerciali emergenti, infranse l’omogeneità fra "whigs" e "tories": si consentì l’accesso in parlamento a nuovi deputati comunque appartenenti a ranghi sociali elevati.

La coeva creazione di «circoli elettorali», per altro del tutto scollegati dai propri rappresentanti istituzionali, responsabili solo di fronte alla propria morale e non a chi loro tribuì fiducia, risultò però esempio di strutture organizzative politiche moderne, pur se di esigue dimensioni e funzionanti esclusivamente in occasione delle tornate elettorali.

Gli ulteriori profondi mutamenti dovuti all’industrializzazione europea, oltre a fare del proletariato il naturale bacino di approvvigionamento per la forza-lavoro, ne generarono di pari passo rivendicazioni. Moti spontanei di protesta, cellule operaie, punti d’organizzazione e movimenti sociali si evolsero fintanto che nacquero nell’ultimo quarto dell’Ottocento, sotto la forma dei "partiti socialisti", i partiti dei lavoratori, i cosiddetti «partiti organizzativi di massa» (o «di apparato»): in Germania nel 1875, in Spagna nel 1879, in Italia nel 1892, nel Regno Unito nel 1900 e in Francia nel 1905. Organigrammi di personale specializzato e appositamente retribuito per provvedere agli interessi dei salariati – gli onerosi orari di lavoro impedivano una concreta partecipazione della base operaia ad attività politiche e organizzative costanti e impegnative – e la necessità di una continua azione formativa da svolgersi nelle fabbriche e negli spazi sociali comportarono non solo l’introduzione dell’inedito sistema di "quote" da fornire regolarmente per garantire una reale efficienza e autonomia del coordinamento così istituito, ma la precisa codificazione di una rete di presenza territoriale. Sezioni locali con periodici incontri raccolsero le esigenze dei lavoratori e promossero iniziative di capillare sensibilizzazione e proselitismo, scegliendo le proprie guide interne e i rappresentanti ai livelli superiori del partito. Le "federazioni" accorpavano e armonizzavano, entro limiti regionali o in occasione di votazioni, le istanze della base operaia; alla "direzione centrale", costituita dai "delegati" delle varie sezioni inviati a un periodico "Comitato nazionale", spettava invece elaborare le linee-guida entro cui si muovessero quelle iniziative sociali e politiche. Una fitta rete di apparati ausiliari (cooperative, servizi di assistenza sindacale, stamperie, case di accoglienza) rientrava pertanto in un’ottica di mobilitazione e utilità comuni che avrebbero dovuto promuovere, assieme a consapevolezza e cultura civile inedite, nuove regole di convivenza sociale.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il quadro partitico europeo mutò ancora. La diffusione nel nostro continente di un suffragio totalmente o quasi universale coincise con un’ulteriore crescita dei partiti di apparato e col tentativo dei partiti di notabili prima di contrastarne il successo e poi di imitarne i modi. I «partiti elettorali di massa», che ricalcavano infatti l’organizzazione delle strutture associative operaie, si distinguono da queste per più fattori: non essere manifestazione di un determinato strato sociale; non proporre un nuovo modello statale; raccogliere elettori anziché risvegliare una qualsivoglia coscienza politica. La loro ideologia in gioco, impiegata per poter contare su ampie basi di consensi, si rivelerà alla fine duttile e vaga, benché strumentalmente proficua: prese di posizione nette si evitarono sia per non alienarsi parte dell’elettorato, sia perché un certo metamorfismo politico sarebbe stato indispensabile per potere conseguire, in diverse zone geografiche e presso diversi ranghi sociali, successi elettorali.

Ai nostri giorni, un processo continuo di trasformazioni strutturali ha interessato sia i partiti di apparato che i partiti elettorali di massa, tanto da far nascere partitici " sistemi misti " dove sussiste una pericolosa indifferenziazione fra i vari tipi di forme parlamentari e di proposte politiche. «Partiti pigliatutto» sembrano occuparsi ormai soltanto di raggiungere la maggiore rappresentanza camerale possibile, eludendo programmi e intenti di trasformare la società, mobilitazioni popolari e interessi generali. L’integrazione delle folle operaie nel mondo piccolo borghese – nonché la scomparsa nei ceti umili di istanze rivoluzionarie e una certa assimilazione nei consumi e nella fruizione culturale – ha progressivamente spento la volontà di esigere riconoscimento per la propria particolarità di soggetti sociali, causando disinteresse verso una partecipazione politica attiva e generale. La stessa necessità, infine, di un "professionismo" che nella politica tenga dietro alla complessità di situazioni amministrative e governative costantemente più dettagliate, ha allontanato l’interesse popolare dalle istituzioni e ha impedito che una vasta e nuova alfabetizzazione politica con gli anni si instaurasse; appelli e richieste di singoli livelli della comunità vengono ormai messi sotto silenzio in nome di un più generico "interesse nazionale".

Tipologicamente, l’esperienza democratica può però assumere varie forme. In origine, infatti, la dhmokrat…a ateniese implicava una vera partecipazione dei cittadini alla vita istituzionale e militare della pÒlij , come esplicita l’etimo stesso di tale parola; ma se quella ristretta cerchia civica permetteva allora modelli di «democrazia diretta» con l’attribuzione immediata al corpo elettorale di alcuni poteri decisionali o esecutivi, le nazioni moderne affidano a differenti complessi di norme giuridiche la possibilità per il popolo di accedere al governo dello Stato. L’esperienza della «democrazia indiretta» (o rappresentativa), per esempio, consentiva e consente a rappresentanti scelti dai cittadini di fare le loro veci in specifici meccanismi assembleari, mentre in ogni «democrazia decentrata» (o pluralista) sono società intermedie politiche se non i singoli individui ad avere, secondo degni e utili interessi globali, la facoltà di intervenire nell’orientamento della politica statale.

Nel nostro specifico, la Costituzione della Repubblica Italiana disciplina e garantisce così, secondo i seguenti istituti, ognuno di tali modi di partecipazione:

a) ‘democrazia diretta’ – i referenda costituzionali, quelli abrogativi di leggi e quelli concernenti creazioni o modifiche territoriali di comuni; le petizioni;

b) ‘democrazia indiretta’ – l’elezione di deputati e di senatori che, nelle Camere da loro stessi composte, attribuiscono o negano al Governo fiducia, facendosi così latori dei propri elettori; il Capo dello Stato, quale insostituibile collegamento fra la comunità sociale che lo ha espresso e le più alte istituzioni della Repubblica; la facoltà presidenziale di sciogliere i rami parlamentari; la tutela delle minoranze; la pluralità negli organi elettivi comunali, provinciali e regionali;

c) ‘democrazia decentrata’ – i sindacati che, con il diritto di sciopero o in nome di un contratto collettivo di lavoro, possono tutelare gli interessi delle rispettive categorie di imprenditori o di lavoratori; i partiti politici di cittadini che, così associati in essi, concorrono democraticamente a determinare la politica della nazione; i gruppi di pressione economica, politica, religiosa, culturale o professionale che, con varie discipline formali, tentano di far trionfare i propri interessi; le «società intermedie» (famiglie, circoli culturali e politici, comunità religiose o scolastiche, etc.) in cui si concretizza la libera espressione democratica dei singoli; l’«associazionismo spontaneo» quale mezzo sollecito e talora convulso per manifestare insoddisfazione verso la dirigenza politica o per ottenere, presso apparati governativi altrimenti sordi, un immediato accoglimento delle proprie istanze.

Fra siffatti e numerosi mezzi partecipativi ai pubblici poteri, lo strumento di elezione per vincere il distacco fra governanti e governati e per consentire non solo che l’azione statale sia conforme alle esigenze sociali, ma anche che prontamente il popolo possa manifestare il proprio volere (pur se in contrasto con le decisioni dell’esecutivo), sono i partiti politici. Associazioni queste di individui con in comune una prospettiva "di parte" riguardo gli interessi di una intera comunità statale, esse devono alla varietà di interessi e di formazione culturale e sociale degli aderenti, all’intimo patrimonio ideologico, alle finalità politica e alla stabilità delle strutture organizzative la peculiarità del proprio essere. La varietà e la molteplicità delle loro Weltanschauungen sono state, non a caso, principio imprescindibile per i nostri Padri Costituenti, allorché il diritto di associarsi in essi (art. 49: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale») è stato ritenuto complemento alla più generale libertà associativa (art. 18: «I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale»); l’affermazione di tali facoltà non realizza tuttora però un effettivo tipologico riconoscimento costituzionale dei partiti quali specifici soggetti giuridici in sé e per sé, ma li qualifica invero come entità particolari, aventi sì diritti - benché non soggettive.

Regolamenti disciplinano all’interno di ogni partito le norme per restarne iscritti e, se il mancato rispetto di queste significa esserne allontanati, è comunque libera scelta di ogni cittadino il potersi segnare o meno in queste associazioni, senza che il proprio plenum ius politico venga diminuito. Sistemi infatti bipartitici come l’americano o pluripartitici come quello italiano, a differenza di quelli monopartitici, non intendono discriminare le varie scelte dei singoli individui, a patto che non violino precise norme dello Stato: non a caso lo stesso spirito pluralistico della nostra Costituzione vorrebbe tanto mantenere inviolata la possibilità di chiunque nell’aderire o meno a un’aggregazione partitica, quanto permettere che simili forme associative siano espressione di un vivo e diffuso interesse verso la res publica. Il triste fenomeno di monopolizzazione dell’intera area della politica per mano dei partiti, negli aspetti interni e abnormi delle loro «correnti» e in quelli esterni e preclari della «lottizzazione» e del «sottogoverno» dello Stato, è stato ripetutamente oggetto d’accusa sia da parte dell’opinione pubblica che degli stessi giuristi; correttivi non è agevole individuarne, visti gli stretti nodi ove vanno a serrarsi assieme dispotismo di potentati, forza dei gruppi di pressione, egoismi di categoria, connivenze di beneficiati e inanità dei comuni cittadini. Una normativa ben definita sul sistema di finanziamento politico potrebbe depotenziare certi interessi o contribuire – assieme a controlli statali circa le attività esterne partitiche e circa la democraticità interna dei sistemi con cui tali associazioni scelgono la propria nomenclatura o designano propri i candidati alle elezioni – a restituire una vera rappresentatività a questi istituti: la sfiducia generale, che vede quotidianamente operare dei «partiti di occupazione» anziché dei «partiti di ispirazione», e che riconosce avvilito il Parlamento dinanzi alle linee dirigenziali del potere esecutivo, si palesa nella sempre maggiore autorità assunta a livello consultivo e propositivo dai sindacati.

Questi progressivamente hanno eroso altrui ambiti di azione e, in assenza di una chiara legge sindacale peraltro prevista dall’articolo 39 della Costituzione, si sono fatti i primi interlocutori del Governo – assieme a enti pubblici per lo più previdenziali – soprattutto in campo economico: pur divergendo in sostanza dai partiti politici (non a caso è incompatibile un mandato parlamentare con una carica sindacale; gli uni hanno una visione socio-politica, realizzando al governo i propri propositi; gli altri badano a un quadro socio-economico, concertando con l’esecutivo le proprie intenzioni e semmai sostenendole con scioperi e accordi assieme ai poteri statali) i sindacati li hanno sostituiti nel compito di mediazione fra la base e il Consiglio dei Ministri, fra l’economia di Stato e l’economia di mercato.

Il complesso degli innumerevoli problemi che la più recente storia dei partiti conosce rende ragione dei diffusi segni di sfiducia oggi affioranti da parte della società civile e li segnala agli occhi dei degli studiosi quale evidente iato fra collettività di popolo ed élites politiche e partitiche. Parafrasando Temistocle Martines, la stessa presenza prima di movimenti sociali e poi di unioni e leghe che affrontino, con radicalità ormai desueta alle formazioni di partito, singoli grandi temi (ambiente, lavoro, pace, emarginazione, sottosviluppo, integrazione), è indice delle difficoltà di quei decisori politici nell’esercitare una propria specifica funzione al di là della mera gestione dell’esistente e al di là delle vuote rivisitazioni di un patrimonio ideologico, ormai demitizzato e banalmente equiparatosi. La sfida che i partiti del nuovo secolo dovranno raccogliere sarà quindi quella di rigenerarsi, di suscitare dibattito non solo nell’ambito della propria nomenclatura, ma nel contesto intero dello Stato in cui operino. In aderenti, oppositori e semplici curiosi. Statuto, programma e carta dei principi non potranno più porsi quali teoremi apodittici. Andranno calati nella molteplicità delle esigenze contemporanee ed essere poi essi stessi in grado di reinterpretare in modo unitario le altrimenti dispersive «domande politiche» popolari. La «funzione» di trasmettere tali richieste al livello decisionale degli organigrammi e quella, a essa complementare, di mutare i propri rappresentanti in voce viva di chi li ha eletti, rappresenteranno col tempo il discrimine lungo il quale si deciderà non solo l’evoluzione delle forme partitiche, ma il senso stesso e incontrovertibile delle istituzioni democratiche.