Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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15/03/2012
Abstract
L'uomo contemporaneo, almeno quello dei Paesi avanzati, vive in un eterno presente: su twitter, facebook, smartphone (e gli altri mass media, naturalmente) tutto accade adesso, qui ed ora. Si sta perdendo la prospettiva sia temporale (presente-passato) sia la distanza. In questo eterno presente si smarrisce un po' anche la nostra identità, costruita nei secoli attraverso la parola e gli scritti che ci raccontavano le storie e la storia che ci aveva portato ad essere quello che siamo. Che cos'è l'io oggi? C'è un approccio non strettamente psicologico a questa domanda? E si può arrivare a una risposta senza incontrare l'altro, senza metterci in relazione e in discussione? Husserl nelle sue Meditazioni Cartesiane rovescia la questione: per trovare l’io ho bisogno dell’altro.

L’information technology corre sempre più veloce ed è sempre più pervasiva. Ci sono piattaforme informatiche-high-frequency trading - che vendono o acquistano milioni di titoli azionari in 0,22 secondi. Un sms informa un romano di quello che in quel momento sta accadendo a Pechino, New York o Tokio, in qualche secondo. La rivoluzione egiziana è stata vissuta in diretta da Twitter e dalle telecamere di Al Jazeera. Lo spettatore della tv araba e il follower erano anche loro lì, in piazza Tahrir. Un ragazzo su Facebook chatta contemporaneamente con un amico brasiliano, uno greco, uno islandese. E lo fa dal pc nella sua stanza, in strada o in treno con l’i-Pad o lo Smarphone. Di esempi se ne potrebbero fare altre decine, ma una cosa è chiara: con internet le distanze di spazio e di tempo si sono annullate, il web è un costante presente, un perenne qui e adesso. Si discute molto se tutto ciò rappresenti un ampliamento della democrazia (intesa nell’accezione più ampia) oppure sia una ulteriore evoluzione della società dello spettacolo, che secondo Guy Debord ha cinque caratteristiche principali: «[…] il continuo rinnovamento tecnologico; la fusione economico-statale; il segreto generalizzato; il falso indiscutibile; un eterno presente»[1].

Le discussioni sono destinate a continuare a lungo: internet è troppo recente per essere stato già vivisezionato in ogni singolo aspetto e troppo polimorfo per essere contenuto e chiuso in una definizione. Nell’eterno qui e adesso, anche i rapporti umani diventano virtuali. In una chat, chiunque può inventarsi l’identità che preferisce ed entrare in contatto con decine di utenti che si sono costruiti profili fasulli, diversi da quelli reali. Le identità possono essere decine, cambiare giorno per giorno. Senza la dimensione del tempo, senza una distanza dagli avvenimenti che permetta una qualche riflessione, anche la soggettività sembra perdersi. L’identità che fino a pochi decenni fa si costruiva sulla storia e sulle storie degli individui che si incontravano fisicamente, si sta sgretolando? Nella società contemporanea dominata dall’information technology, dall’industria dello spettacolo, dai mass-media, la domanda da porsi è: l’uomo interattivo è per ciò stesso intersoggettivo?

E ancora: che cosa diventa l’io su Internet? Per rispondere alle domande ci possono essere d’aiuto le riflessioni del filosofo Edmund Husserl contenute nel volume Meditazioni Cartesiane[2] del 1931. Nello scritto, Husserl traccia un percorso esplicito che mostra come l’epoché - sospensione del giudizio - agisca nel portare l’uomo alla certezza di sé stesso, del suo corpo proprio e del suo mondo, ovvero come si passa dallo stadio chiamato “solipsismo”[3], fino all’incontro con l’altro-da-sé e al conseguente approdo al mondo di validità universali, la Lebenswelt (mondo della vita), ovvero allo stadio dell’intersoggettività[4].

La piattaforma virtuale è molto diversa da quella del mondo reale per la mancanza di due elementi fondamentali: lo spazio e il tempo. Non si vuole affermare che un input lanciato nella rete non occupa una data e un luogo ben preciso della storia del mondo, bensì che la pratica interattiva dell’uomo contemporaneo è senza spazio-tempo. Dove siamo quando navighiamo su Internet? In un eterno presente, senza storia, spesso senza aver presente lo scopo delle nostre azioni. Se tutto ciò avvenisse consapevolmente, come precisa volontà del soggetto umano di andare alla ricerca dei suoi atti coscienziali originari, potremmo dire di trovarci al cuore dell’epoché fenomenologica husserliana. Ciò non avviene però, e tutto l’incantesimo che accade nel mondo virtuale non si accompagna ad una profonda conoscenza di sé che porta ad un’intima scoperta dell’ego cogito e dell’alter-ego (come avviene nelle Meditazioni cartesiane), ma ad un profondo isolamento. Siamo nel Nulla della Storia infinita, il celebre romanzo di Michael Ende.    

Per individuare almeno un possibile percorso che porti dall’interattività - la terra del nulla - all’intersoggettività, bisognerà capire come avviene l’autentico incontro tra l’io e l’altro. Se si vuole seguire il pensiero husserliano, ci si deve inserire all’interno della pratica fenomenologica: il soggetto per trovare prima di tutto sé stesso deve astenersi dal giudizio attuando il dubbio radicale cartesiano che ingloba anche se stesso, ed eliminare così ogni pre-concetto su ciò che riguarda il suo corpo, la sua esistenza ed il mondo in cui vive.

«Questo universale porre fuori valore (“inibire”, “porre fuori gioco”) ogni presa di posizione di fronte al mondo oggettivamente dato e, in special modo, ogni presa di posizione quanto all’esistenza (concernente l’esistenza, l’apparenza, l’esser-possibile, l’esser-presunto, l’esser-probabile e simili), oppure, come suol dirsi, questa epoché fenomenologica, questa messa entro parentesi del mondo oggettivo, tutto ciò non ci pone di fronte a un mero nulla».[5]

Ed ecco che si riscontra la prima grande differenza, per ora solo annunciata, tra l’interattività e l’intersoggettività[6]. L’esercizio dell’epoché fenomenologica non ci pone di fronte a un mero nulla, l’io non si trova in un mondo virtuale dimentico di se stesso, senza spazio e tempo, in quanto l’astensione dal giudizio fenomenologica «[…] è il metodo radicale e universale con il quale io colgo me stesso come io puro assieme alla mia propria vita di coscienza pura, nella quale e per la quale è per me l’intero mondo oggettivo, nel modo appunto in cui esso è per me»[7].

L’orizzonte delle possibili esperienze che può fare un soggetto trascendentalmente ridotto[8] di se stesso è aperto e può estendersi all’infinito. Arriva a comprendere anche la possibilità, che resta a livello del solipsismo solo immaginata, di esperienze corrispondenti a quelle del soggetto trascendentale: «Il fatto che per me v’è una natura, un mondo di cultura, un mondo umano con le sue forme sociali ecc., vuol dire che vi sono per me delle possibilità di esperienze corrispondenti - esperienze che io posso sempre mettere in atto ed eseguire liberamente secondo una certa maniera sintetica di procedere, sia che io realmente abbia o non abbia l’esperienza di tali oggetti».[9]

Questa ricchezza di possibilità immaginative di altri mondi-possibili, di altri microcosmi coscienziali simili all’ego cogito rappresenta un limite per la conoscenza fenomenologica di un soggetto che si trova isolato nel suo solipsismo.

Si presenta quindi il problema della validità oggettiva di un metodo che rimane immanente al soggetto singolo e isolato.

È nella quarta meditazione cartesiana che Husserl si domanda appunto: «[…] come può tutto questo gioco, che si produce nell’immanenza del vivere coscienziale, ottenere significato oggettivo? Come può l’evidenza (la clara et distincta perceptio) pretendere di essere qualcosa di più di un mio carattere coscienziale?».[10] Dopo aver ottenuto l’autocertezza di sé stesso, ed essere quindi approdati al piano della soggettività trascendentale, ci si porrà il problema di uscire dal solipsismo, dopo che le precedenti riduzioni hanno ridotto “l’altro” al “proprio”, e in genere il mondo alla sfera della mia coscienza: Come l’ego incontrerà l’alter-ego? Come il solus ipse potrà incontrare l’altro da sé?

Il problema viene risolto con la constatazione del fatto che: «Il mio ego datomi apoditticamente, l’unico ego che io debba porre come esistente in maniera assolutamente apodittica, non può a priori essere un ego che ha esperienza del mondo se non in quanto si trova in comunità con altri a lui simili, in quanto è un membro di una società di monadi che è orientata a partire da lui».[11]

Davanti ad un identico paesaggio due distinti “io” avranno sicuramente percezioni diverse dell’unico panorama; eppure, il fatto che il primo “io” possa sostituirsi al secondo “io” occupandone la posizione, scambiandosi di posto, e ugualmente stare innanzi al medesimo orizzonte, e tramite l’empatia sperimentarne gli stessi stati d’animo, questa semplice situazione testimonia che: «Può darsi quindi solo un'unica comunità monadica, quella di tutte le monadi coesistenti in realtà effettiva, quindi non può esserci che un unico mondo oggettivo, un unico tempo oggettivo, un solo spazio oggettivo, una sola e unica natura; anzi deve darsi, dato che in generale in me sono costituite delle strutture che implicano ancora l’esserci-assieme delle altre monadi, questa sola e unica natura».[12]  Si è approdati all’ultima tappa della riduzione trascendentale, quella dell’intersoggettività. L’esperienza immanente aperta all’inizio dall’epoché fenomenologica, deve divenire trascendentale e per far questo deve tematizzare anche l’alter-ego costituentesi, come ogni fenomeno esterno, nella sfera dell’ego-cogito. È nella quinta meditazione cartesiana intitolata proprio: Scoperta della trascendentale sfera d’essere come intersoggettività monadologica che si assiste alla costituzione di un mondo intersoggettivo: «[…] io esperisco in me, entro il mio vivere coscienziale trascendentalmente ridotto, il mondo insieme agli altri; il senso di questa esperienza implica che gli altri non siano quasi mie formazioni sintetiche private, ma costituiscano un mondo in quanto a me estraneo, come intersoggettivo, un mondo che c’è per tutti e i cui oggetti sono disponibili a tutti».[13] A questo punto, con il costituirsi della Lebenswelt, ovvero del mondo comune a tutta l’umanità, si può riconoscere l’essere inteso come «autocoscienza che impregna ogni scienza vera e propria responsabile di se stessa»[14] o ancora come «autoriflessione universale»[15]. Sempre nel contesto delle Meditazioni cartesiane è interessante notare che la sfera dell’alter-ego, come già dice la parola stessa, si costituisce all’interno dell’ego-cogito, prende valore da esso: «Il secondo ego non è semplicemente presente, datoci autenticamente, ma è costituito come “alter-ego”, ove quest’ego incluso nella espressione alter ego sono proprio io stesso nel mio proprio essere. L’altro, per il suo senso costitutivo, rinvia a me stesso; l’altro è rispecchiamento di me stesso e tuttavia esso non è propriamente un rispecchiamento, un analogo di me stesso, né addirittura un analogo in senso comune».[16]

È  importante soffermarsi sulla frase finale di quest’ultima citazione. Si è visto, infatti, come l’altro-da-me (l’alter-ego) si costituisca primariamente nella sfera del solus-ipse. Husserl però precisa a questo proposito che l’altro non è un analogo dell’io in senso comune, che vorrebbe dire rimanere isolati nella sfera del solipsismo senza mai effettivamente porsi in una dimensione intersoggettiva, ma è dapprima un estraneo che viene a sconvolgere gli equilibri del soggetto fenomenologico che si è ricostituito e ritrovato grazie all’epoché, e che si imbatte in tanti estranei che hanno una differente vita di coscienza, e che a loro volta hanno messo tra parentesi i loro pre-giudizi su se stessi e sul mondo che li circonda per poi riottenerli autenticamente seguendo le tappe della fenomenologia. Verrebbe da chiedersi: chi avrà la meglio in tale scontro? E, successivamente, come avviene la pacificazione?

Queste domande agli occhi di Husserl sono frutto di un pensiero ingenuo che non ha compreso il monito della fenomenologia. Quel che serve è, infatti, un cambio di prospettiva rispetto al comune modo di intendere l’intersoggettività. Affidandoci ancora una volta alla quinta meditazione cartesiana di Husserl: «L’ego è quindi, dapprima, delimitato nel suo essere proprio e nei suoi momenti costitutivi, non solo per quel che riguarda i vissuti, ma anche per le unità di valore che sono da lui inseparabili; così riguardato e articolato, esso deve dar luogo al problema della possibilità per il mio ego, di costituire, al di dentro della sua appartenenza qualcosa di veramente estraneo, in una attività che ha per titolo “esperienza dell’estraneo”».[17]

La difficoltà, anche solo immaginativa, di una tale esperienza per l’uomo di oggi che pure vive in un mondo globalizzato, dove l’interculturalità è ormai un dato di fatto, è un indice importante circa l’urgente attualità della questione intersoggettiva pensata da Husserl nel 1931. Quanto il mondo virtuale ci abbia allontanato da un genuino incontro con l’altro e quanto, parallelamente, la pratica dell’interattività, isolandoci in una turris eburnea senza spazio e tempo, ci abbia fatto mancare l’esperienza dell’estraneo e di conseguenza l’approdo all’intersoggettività, è qualcosa su cui bisognerebbe riflettere profondamente.

Bibliografia

Edmund Husserl, Meditazioni cartesiane, trad.it. a cura di Filippo Costa, Bompiani, Milano 1997. Titolo originale: Cartesianische Meditationen und Pariser Vorträge, hrsg. S. Strasser, 2. Auflage, Husserliana, Band I, Martinus Nijhoff, Haag 1963.

Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini e Castoldi, Milano 1997. Titolo originale: La Société du spectacle, Èditions Champ Libre, Paris 1971.

* Double Ph.D. Candidate presso la Albert-Ludwigs-Universität Freiburg (Husserl-Archiv) e l’Università degli Studi di Milano.

[1] Guy Debord, Commentari alla società dello spettacolo in La società dello spettacolo, Baldini e Castoldi, Milano 1997, p. 196.

[2] Edmund Husserl, Meditazioni cartesiane, trad.it. a cura di Filippo Costa, Bompiani, Milano 1997.

[3] Esposto nella prima meditazione cartesiana intitolata: La via verso l’ego trascendentale.

[4] Stadio raggiunto ed esplicitato nella quinta meditazione cartesiana che si intitola: Scoperta della trascendentale sfera d’essere come intersoggettività monadologica.

[5] Op. cit., p. 54.

[6] Stadio che l’ego cogito, in questa fase dell’esegesi husserliana, non ha ancora raggiunto.

[7] Ibidem.

[8] Ovvero che ha attuato l’epoché fenomenologica, o riduzione trascendentale, come è anche definita da Husserl.

[9] Op. cit., pp. 100-101.

[10] Op. cit., p. 106.

[11] Op. cit., p. 156.

[12] Op. cit., p. 157.

[13] Op. cit., p. 115.

[14] Op. cit., p. 171.

[15] Ibidem.

[16] Op. cit., p. 117.

[17]Ibidem..