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10/04/2018
Abstract
Grazie alla scienza, quella vera, sappiamo che le razze umane non esistono. Malgrado ciò, molte persone continuano a credere che tra esseri umani - specie se appartenenti a popoli diversi - vi siano differenze biologiche molto rilevanti. Ho scritto e desidero dedicare questo articolo soprattutto ai giovani perché capiscano, proprio in questo momento storico che sta vivendo la drammaticità dell'intensificarsi dei flussi migratori, che lo stereotipo delle distinzioni razziali e le conseguenti gerarchie e discriminazioni non hanno alcun senso.

James Watson, biologo statunitense, e Francis Crick, fisico inglese, il 25 aprile 1953 pubblicarono su Nature, una tra le più prestigiose riviste scientifiche del mondo, un  articolo nel quale annunciarono di avere scoperto, con la collaborazione di Maurice Wilkins, biologo molecolare neozelandese naturalizzato britannico,la struttura del DNA, il vettore della informazione genetica.

Il primo modello attendibile della molecola del DNA venne realizzato, come ammesso dallo stesso Crick,sulla base dei dati della fisica inglese Rosalind Franklin che per prima aveva fotografato ai raggi X la molecola del DNA. Malgrado ciò, la brillante scienziata venne ignorata dagli accademici svedesi che decisero di conferire il premio Nobel nel 1962 a Watson, Crick e Wilkins. Rosalind Franklin che nel 1958 aveva perso la vita a soli 36 anni a causa di un cancro delle ovaie probabilmente provocato dalla sua professione nella quale metteva una tale carica di entusiasmo da farle trascurare le necessarie cautele, non venne ricordata neanche nel corso della cerimonia di consegna del premio.

DNA è l’acronimo di DeoxyriboNucleicAcid, cioè Acido Desossiribonucleico che prende il nome dal desossiribosio, lo zucchero che fa parte della sua molecola.

Secondo il modello di Watson, Crick e Wilkins, la molecola del DNA è paragonabile a una doppia elica avvolta intorno al medesimo asse. Questa doppia elica è come una scala a pioli con ciascun piolo, ciascuno scalino, formato da una coppia di sostanze azotate che, per via di un comportamento chimico da alcali, si definiscono basi e vengono indicate come: A (adenina), C (citosina), G (guanina), T (timina).

A si accoppia soltanto con T e C soltanto con G. Le coppie sono perpendicolari all’asse e, dal momento che hanno dimensioni identiche, garantiscono un diametro costante alla doppia elica.

L’ossatura verticale, i montanti della scala sono formati dallo zucchero desossiribosio che si alterna a molecole di fosfato, un composto del fosforo. I pioli si legano al desossiribosio oppure al fosfato.

Le due eliche sono differenti per sequenza e composizione delle basi ma sono complementari cosicché la sequenza di una catena è del tutto determinata da quella della catena opposta.

La combinazione di una base azotata con lo zucchero o con il fosfato costituisce il nucleotide. Pertanto la doppia elica del DNA è formata da due catene di nucleotidi avvolte intorno al medesimo asse.

Le caratteristiche e le differenze riscontrabili nel mondo dei vegetali e nel mondo degli animali dipendono da quello che viene definito “patrimonio genetico” o genoma. Il termine indica l’insieme dei cosiddetti “geni”, raggruppamenti di nucleotidi ordinati in sequenza, sostanzialmente segmenti di DNA di lunghezza variabile in relazione al numero dei componenti. I geni della molecola del DNA umano sono circa tre miliardi in tutto.

Il nostro organismo è fatto da miliardi di cellule, la molecola del DNA si trova all’interno del nucleo di ciascuna cellula protetto dai cromosomi, strutture microscopiche a forma di bastoncelli.

I cromosomi del nucleo cellulare sono 46. Di questi, 44 formano 22 coppie di autosomi numerati da 1 a 22 sulla base della grandezza e della forma.

Ai rimanenti due non è stato attribuito alcun numero, sono i cromosomi sessuali e sono stati definiti X e Y.

Gli individui di genere femminile hanno 2 X, quelli di genere maschile hanno 1 X e 1Y.

Autosomi e cromosomi sessuali hanno funzioni differenti: gli autosomi intervengono nella determinazione di caratteri biologici e fisiologici e non contengono informazioni genetiche per la caratterizzazione sessuale dell’individuo di cui invece sono portatori i cromosomi sessuali X e Y.

Tutte le cellule dell’organismo possiedono dunque un corredo di 46 cromosomi. Fanno eccezione gli oociti, prodotti dalle ovaie e gli spermatozoi, prodotti dai testicoli. Queste cellule si definiscono gameti ed hanno 23 cromosomi dei quali 22 sono autosomi, e un solo cromosoma sessuale che può essere X oppure Y.

Quando uno spermatozoo feconda un oocita si forma lo zigote (cioè l’uovo fecondato) nel quale il numero di cromosomi si ripristina, passando da 23 a 46 (23 ereditati dal padre + 23 ereditati dalla madre). Se il nuovo individuo genetico eredita 1 cromosoma X dalla madre e 1 cromosoma X dal padre è di genere femminile (XX), mentre è di genere maschile (XY) se eredita 1 X dalla madre ed 1 Y dal padre.

Ciascun individuo pertanto è collegato con le generazioni che lo hanno preceduto mediante i due gameti che ha ricevuto dai genitori, e con le generazioni successive mediante i gameti che, insieme al partner, trasmetterà ai propri figli.

La sequenza con cui i nucleotidi si succedono lungo la doppia elica del DNA determina tutta la biologia di un organismo, le caratteristiche e le peculiarità morfologiche visibili e, sebbene parzialmente, anche quelle psicologiche e temperamentali, in sostanza ogni aspetto della identità biologica di un individuo.

Il compito di ogni gene, come la scienza ha chiarito oramai da alcuni decenni, consiste nel “codificare” cioè nel portare le istruzioni necessarie alla formazione di una proteina specifica.

Le proteine sono i costituenti fondamentali del nostro corpo, sono diverse e consistono in una sequenza più o meno lunga di amminoacidi legati tra loro. Uno specifico gene trasmette tutte le informazioni utili alla costruzione di una specifica proteina: la scelta degli amminoacidi tra quelli presenti nel citoplasma delle cellule dove avviene la sintesi, l’ordine con cui si devono disporre nella molecola e, infine, il tipo di legame che ciascun amminoacido deve stabilire con l’amminoacido che lo segue e con quello che lo precede in modo che la struttura risulti stabile ed efficace. Geni regolatori, sulla base di segnali provenienti dalla cellula stessa oppure dall’esterno,controllano che il processo abbia luogo in determinate cellule di quel preciso tessuto, con tempi e modi opportuni.

I geni pertanto contengono le istruzioni per compiere una determinata funzione biologica.

Nel 1990 negli Stati Uniti venne avviato il Progetto Genoma o HGP (Human Genome Project), uno tra i più grandiosi ed impegnativi progetti di ricerca in campo biologico, con lo scopo di scoprire la sequenza e la posizione dei geni nel DNA umano.

Il Progetto Genoma ha comportato uno straordinario sforzo collaborativo internazionale, anche in termini economici, al quale hanno contribuito scienziati, tecnici, Università ed Enti statali e privati, e quell’enorme impegno è stato premiato dalla scoperta della intera sequenza nucleotidica del Genoma Umano. 

Sequenziare il DNA significa indagare per scoprire l’ordine, la sequenza appunto, dei componenti lungo la sua molecola costituita da miliardi di nucleotidi .

La lettura di tutto il genoma significa scoprire le competenze specifiche di ciascun gene o di gruppi di geni, comporta un impegno in termini di tempi, forze e finanziamenti pressoché titanico ed è per forza di cose ancora parziale. Ma si deve andare avanti, poiché scoprire tutto ciò che è scritto nel nostro DNA, pezzettino per pezzettino, equivale a conoscere la nostra complicatissima biologia e la nostra identità.

Per esempio, consideriamo la nostra morfologia: uno specifico gene istruisce sulla forma del viso, un altro gene controlla la grandezza del naso, un altro ancora la forma degli occhi etc.

Altri geni potrebbero renderci particolarmente suscettibili di ammalarci di gotta o di diabete, oppure decideranno se svilupperemo allergie e così via.

Questo stesso principio vale per tutti gli esseri viventi, vegetali compresi. É comunque molto raro che una qualsivoglia caratteristica o una qualsiasi funzione biologica, normale o patologica che sia, venga controllata da un solo gene poiché è davvero improbabile che questo lavori in completo isolamento.

É probabile che i responsabili di un complesso di caratteri siano invece raggruppamenti di geni, a volte una molteplicità di gruppi che interagendo determinano le nostre specificità.

Sulle nostre tipicità, più che dalla eredità biologica, una influenza decisiva viene esercitata dall’ambiente inteso come l’insieme di tutto ciò che è esterno al corpo (dove è cresciuto, di cosa si è nutrito, di quali malattie ha sofferto, quali esperienze e persino quali studi ha fatto), che può accentuare oppure sbiadire e persino annullare peculiarità e caratteri governati da più geni.

L’OSSIMORO DELLA BIOLOGIA: COSÌ UGUALI, COSÌ DIVERSI

Come già detto, lo zigote si è formato dall’incontro e dalla fusione di un oocita materno con uno spermatozoo paterno. Il passo successivo è la generazione di cellule figlie mediante processi nel corso dei quali il DNA della cellula madre, lo zigote, viene copiato e ciascuna delle due cellule figlie avrà il proprio DNA identico a quello di partenza e così via per più e più volte fino al raggiungimento del numero di cellule programmato.

Durante il processo di copiatura della sequenza dei nucleotidi possono verificarsi spontaneamente degli errori del tutto casuali detti mutazioni con effetti trascurabili oppure rilevanti a seconda del tipo di errore e della posizione occupata dal nucleotide mutato nella doppia elica del DNA.

Le mutazioni sono, oltre che assolutamente casuali, anche molto rare ma possono rappresentare un danno più o meno grave per l’organismo, tanto che la nostra biologia è attrezzata per controllare ed eventualmente correggere le copie del DNA appena prodotte. Malgrado ciò, degli errori potrebbero sfuggire e con il tempo accumularsi.

Ciascuno di noi ha un patrimonio genetico assolutamente unico ad eccezione dei gemelli monozigotici che sono identici in quanto generati da una unica cellula fecondata da un solo spermatozoo, un solo zigote in sostanza che prematuramente si è diviso in due cellule identiche dalle quali si sono formati due embrioni identici.

Eppure anche nei patrimoni genetici di due gemelli identici sono state riscontrate differenze, sebbene davvero pochissime.

É rilevante invece che tra il genoma di un individuo e quello di un altro individuo preso a caso siano state osservate differenze in qualche milione di nucleotidi, ma solamente poche con qualche effetto.

Siamo individui molto simili ma nel contempo siamo diversi l’uno dall’altro.

MUTAZIONI BUONE E MUTAZIONI CATTIVE

Le mutazioni possono dunque non aver alcun effetto sulle funzioni biologiche di un organismo,mentre molte, anzi la maggioranza, sono svantaggiose dal momento che, modificando in maniera sfavorevole una determinata funzione, producono danni come la riduzione della fertilità o causano addirittura la morte del portatore prima che raggiunga l’età della riproduzione .

Nel caso in cui una mutazione dovesse invece favorire la vita biologica di un organismo nell’ambiente in cui vive, aumentandone la fertilità e allungandone la vita, viene definita vantaggiosa e molto probabilmente verrà trasmessa alle generazioni successive.

Le mutazioni sono sicuramente casuali e rare e la selezione naturale favorisce quelle utili ed elimina quanto più possibile quelle svantaggiose, mantenendo in modo automatico la loro frequenza ad un livello opportuno e migliorando di conseguenza la capacità degli organismi di adattarsi alle molteplici e diverse forme dell’ambiente.

Per queste ragioni le mutazioni geniche e la selezione naturale devono essere considerate le cause principali della evoluzione biologica.

Un lampante esempio di adattamento all’ambiente è il colore della pelle, un carattere morfologico ben visibile che si presenta diverso in relazione al clima e al tipo di alimentazione.

Le popolazioni che, spostandosi dalle regioni della fascia equatoriale della Terra verso quelle del Nord intorno al circolo polare artico, nel corso dei millenni sono andate incontro ad una riduzione della pigmentazione e la loro pelle è divenuta via via sempre più chiara. É ragionevole pensare che lo stesso sarebbe capitato ai gruppi umani che dalla fascia equatoriale si fossero spostati verso il continente antartico che sembra non sia mai stato abitato permanentemente da popolazioni umane, né lo è adesso salvo che dalle persone, circa 1000 in inverno che aumentano a circa 5000 in estate, le quali risiedono nelle oltre ottanta stazioni di ricerca scientifica.

La pelle scura può essere considerata la regola nelle aree molto soleggiate dove l’irraggiamento solare è forte. Il colore bruno respinge le radiazioni ultraviolette (UV) proteggendo così la pelle dai danni che queste provocano (le neoplasie sono tra i più temibili), nel contempo però ostacola la sintesi cutanea di vitamina D.

La vitamina D è indispensabile per l’assorbimento del Calcio e del Fosforo al livello dell’intestino garantendo così un normale sviluppo dell’apparato scheletrico, cioè delle ossa, e previene patologie come il rachitismo e l’osteomalacia.

La gran parte della vitamina D si forma grazie all’azione svolta dai raggi UV su una provitamina, un precursore della forma attiva della vitamina stessa prodotto dalle cellule della pelle,mediante un processo di sintesi fotochimica che funziona in modo ottimale soltanto sulla pelle chiara.

É verosimile che chi abitava regioni del pianeta particolarmente soleggiate avesse assunto una colorazione scura, certamente protettiva, ma abbia potuto vivere e riprodursi includendo nella propria alimentazione carni, uova, pesci ricchi di lipidi come i salmoni e le aringhe, tutti alimenti questi dove la vitamina D si trova abbondante e nella sua forma attiva.

Sono trascorsi periodi di tempo molto lunghi, certamente dell’ordine di millenni, perchè gli effetti delle mutazioni casuali e della selezione naturale si rivelassero vantaggiosi per l’adattamento ottimale alle condizioni dell’ambiente.

É ovvio che avere la pelle scura nelle regioni del Nord dove il sole non è certo forte e l’irraggiamento è scarso avrebbe rappresentato uno svantaggio.

Lì la selezione naturale ha favorito la pelle chiara, quindi coloro che producevano una scarsa quantità di melanina, permettendo in questo modo ai raggi UV di raggiungere gli strati profondi della cute per la sintesi fotochimica della vitamina D.

Gli Eschimesi o Inuit sono una popolazione di origine mongola di circa 40.000 persone che abitano l’estremo Nord della Terra. Il colore della loro pelle tende al giallo-olivastro, gli occhi hanno le iridi molto scure, i capelli sono neri. La loro pigmentazione rappresenta una eccezione a quelle latitudini che si spiega con il fatto che non è stato necessario che la selezione naturale favorisse tra loro tipi chiari dal momento che la loro dieta abituale, quasi del tutto priva di vegetali, è da sempre a base di carni di pinnipedi come le foche e di cetacei come le balene, oltre che di pesci ricchi di vitamina D.

La loro è certamente una alimentazione sbilanciata dal momento che è un concentrato di proteine e di acidi grassi omega-3, malgrado ciò gli Inuit non sembrano soffrire di patologie derivanti da quel regime alimentare che comunque  ha consentito loro di sopravvivere in un ambiente così estremo, utilizzando al meglio le risorse alimentari alle quali possono accedere anche oggi nelle condizioni ostili in cui si trovano.

L’assenza di rilevanti patologie causate da quel tipo di alimentazione si spiega con una scoperta fatta recentemente dai genetisti i quali hanno notato nei patrimoni genetici degli Inuit numerose mutazioni nel gruppo di geni che controllano il metabolismo degli acidi grassi (mutazioni analoghe sono state osservate in appena il 2 % degli Europei).

Queste mutazioni risalirebbero a circa 20.000 anni fa, all’epoca dell’ultima glaciazione, negli Inuit modificano il metabolismo dei lipidi riducendo la formazione di acidi grassi omega-3 e omega-6 che compensa la loro notevole quantità assunta con la alimentazione abituale. La modificazione dell’equilibrio degli acidi grassi influisce a sua volta sul metabolismo e sulla fisiologia di questo popolo.

L’adattamento al clima ha comportato inoltre effetti morfologici ben visibili; la forma a fessura degli occhi che li protegge dal vento forte e gelido, il naso stretto con narici lunghe che consentono all’aria inspirata, fredda e secca, di riscaldarsi e umidificarsi prima di arrivare ai polmoni e nel contempo ostacolano la dispersione veloce del calore generato dal metabolismo corporeo insieme all’aria espirata.

La corporatura massiccia, il tronco allungato, gli arti corti, mani e piedi piccoli, una altezza media compresa tra 152 e 163 cm, la testa voluminosa, la faccia larga e paffuta per via di uno spesso pannicolo adiposo, sono tutte caratteristiche dovute all’adattamento darwiniano.

In conclusione, per la colorazione della pelle come per altri caratteri morfologici, la popolazione umana, insediandosi in diverse aree del pianeta, si è andata via via differenziando nel corso del tempo adattandosi al meglio alle condizioni ambientali grazie a mutazioni geniche casuali che, quando sono state favorite dalla selezione naturale, hanno prodotto un’ampia gamma di caratteristiche del corpo e della faccia.

LA SCIENZA E I PRE-GIUDIZI. RAZZA, PUREZZA DELLA RAZZA, RAZZISMI

Siamo portati a pensare che tra gruppi umani le differenze nel patrimonio genetico siano rilevanti poiché abbiamo l’abitudine di considerare quasi esclusivamente le caratteristiche esterne e ben visibili dei corpi che,come già detto,si modificano in risposta al clima grazie alla spinta selettiva e adattativa e, sebbene coinvolgano una piccola frazione del codice genetico, spesso ci inducono a credere che siano collegate in qualche maniera alle centinaia di migliaia di differenze geniche che si rivelano nella biologia e nei comportamenti e non certo nell’aspetto.

La convinzione che esista un nesso tra caratteri somatici esteriori e differenze nei patrimoni ereditari è assolutamente priva di conferme scientifiche ed è anche pericolosa poiché può generare gravi tensioni e sfociare nell’idea di superiorità o inferiorità di interi popoli, come anche nella convinzione che la superiorità di un popolo si spiegherebbe con la cosiddetta “purezza della razza”.

Luigi Luca Cavalli-Sforza è uno scienziato italiano, una autorità indiscussa nel campo della evoluzione genetica del genere umano grazie ai suoi fondamentali studi e ricerche compiuti tra l’Italia, nelle Università di Pavia, Parma e Milano, e gli Stati Uniti, in particolare alla Stanford University della California, dove ha insegnato per circa quarant'anni.

Lo scienziato osserva: «La specie cui appartengono tutte le popolazioni umane è unica, quella di Homo sapiens. I gruppi che formano una popolazione umana costituiscono un continuum. Le migrazioni hanno infatti creato una continuità genetica perfetta ; geni, popoli e lingue si sono diffusi ovunque.

Le differenze genetiche si possono osservare in individui presi a caso più che tra popolazioni dove rappresentano una piccola percentuale. Le differenze all’interno di gruppi che hanno in comune tratti fisici visibili (corporatura, statura, colore della pelle, degli occhi, dei capelli etc.) sono pressoché identiche a quelle che si riscontrano tra i diversi gruppi.

Le differenze tra i singoli individui appartenenti al medesimo gruppo sono sicuramente più rilevanti di quelle, davvero modeste, che possono essere osservate tra gruppi diversi».

Ignorare, non conoscere o peggio non voler conoscere la storia del genere umano, ritenere falsi o errati i dati scientifici attualmente disponibili, credere che il gruppo umano del quale si è parte sia il migliore tra tutti i gruppi, significa appartenere ad una cultura ascientifica e rappresenta un grave errore che nasce dal non dare alcuna rilevanza alla enorme complessità e varietà della popolazioni umane.

Questo atteggiamento facilita l’affermarsi di idee, oltre che del tutto errate ed arbitrarie, molto pericolose in quanto ottimo brodo di coltura di intolleranza e xenofobia, predittivo di violenze e di razzismi.

La parola razza ha una etimologia poco chiara: potrebbe derivare dai termini latini radix = radice o ratio = genere, oppure dall’arabo raz che significa origine, principio, natura o dal francese haraz che vuol dire allevamento di cavalli.

Il Dizionario di Antropologia Zanichelli a cura di Francesco Remotti e Ugo Fabietti dà della parola razza la definizione seguente: «Insieme di individui della medesima specie riconducibili ad uno stesso tipo fisico, il quale si distingue da molti altri tipi appartenenti alla medesima specie».

Nel corso della storia diversi personaggi illustri viaggiarono, conobbero e descrissero popoli e usanze.

Molti di loro classificarono piante e animali, compreso l’uomo, secondo gerarchie e criteri diversi.

Tra questi Erodoto di Alicarnasso, V secolo a.C. nelle «Storie» narra delle imprese belliche compiute dai Greci e dai Persiani con ampie digressioni di carattere squisitamente antropologico riguardanti geografia, usi e costumi, riti, religioni, tipi di società di diversi popoli.

Pensiamo anche a Plinio il Vecchio, I secolo d.C., con il suo Systema Naturae o a Carl Nilsson Linnaeus, medico, botanico e naturalista svedese che nel secolo XVIII riunì le specie in base a caratteristiche morfologiche condivise, ottenendo la prima classificazione dei viventi.

George Louis Leclerc, conte di Buffon, nella sua «Histoire Naturelle» del 1749 ipotizzò che all’origine delle differenze delle popolazioni ci fossero clima, cibi, stili di vita, malattie e mescolanze continue tra gruppi umani diversi.

Attribuì all’ambiente le diversità culturali e, scegliendo caratteri morfologici ben evidenti, classificò le diverse comunità secondo una gerarchia basata su un criterio di bellezza arbitrario.

Secondo il conte di Buffon, i “bianchi” erano dotati di una bellezza superiore a quella riscontrabile negli individui di “pelle scura” che definì più vicini alla “animalità”.

É evidente che Buffon, pur essendo un eccellente naturalista, formulò teorie sul genere umano le quali, del tutto prive di dati scientifici, risentivano fortemente dei pregiudizi dell’epoca.

Fu il filosofo Immanuel Kant nel XVII secolo a riconoscere la fondamentale importanza di osservazioni e dati scientifici nell’intento di classificare i gruppi umani e le loro diversità.

Nel 1859 venne pubblicato il libro «L’Origine della Specie» di Charles Darwin e nel 1871 «L’Origine dell’Uomo».

Nella sua teoria sulla evoluzione, Darwin sosteneva che tutte le specie viventi, compresa quella umana, andassero incontro nel tempo a modificazioni lente e graduali con la formazione di specie vegetali ed animali nuove, diverse geneticamente dai progenitori comuni, che risultavano meglio adattate alle diverse condizioni dell’ambiente nel quale vivevano. Secondo lo scienziato inglese gli individui che raggiungono l’età della riproduzione sono quelli che si sono adattati con successo alle condizioni di un ambiente specifico.

L’idea di diversità razziale su base genetica è stata smentita dalle ricerche di molti eminenti genetisti tra i quali Cavalli-Sforza secondo il quale la diversità biologica nell’ambito di ciascuna popolazione è elevatissima (più del 90 %), mentre le popolazioni sono molto simili le une alle altre (93 %) con caratteristiche antropometriche molto vicine per via delle migrazioni che hanno favorito la mescolanze tra gruppi, soprattutto quando abitano zone climatiche molto simili.

Ciò dimostra che tutte le etnie (termine dal significato molto ampio che, secondo il Devoto-Oli indica «aggruppamenti fondati sulla comunità o sulla forte affinità di caratteri fisico-somatici, culturali, linguistici e storico-sociali»), derivano da un piccolo gruppo di antenati i quali hanno trasmesso ai loro discendenti una grande frazione del patrimonio genetico di base comune, mentre appena il 7% dell’intero genoma è responsabile delle differenze somatiche tra le etnie.

Gli organismi in sostanza e si trasformano attraverso le generazioni e il termine che indica il cambiamento la trasformazione è evoluzione.

Grazie ai paleontologi, agli archeologi, ai geologi, ai genetisti la scienza ha potuto accertare che tutti gli uomini viventi hanno come antenati progenitori i componenti di una piccola tribù di qualche migliaio di individui che vivevano nell’Africa orientale prima di 100.000 anni fa o anche prima, secondo i più recenti ritrovamenti fossili in Israele. Quegli uomini e quelle donne, riproducendosi, superarono il cosiddetto “limite di sopravvivenza” nei luoghi di origine le cui risorse non erano più sufficienti per la loro sopravvivenza,di conseguenza cominciarono a spostarsi e a colonizzare con successo tutte le aree del pianeta fuori dal continente africano.

Mescolando i propri geni con quelli delle popolazioni con le quali venivano in contatto, avevano dato origine a generazioni di individui con caratteristiche diverse aumentando così la varietà dei tipi esistenti in un arco di tempo valutato in 60-70 mila anni.

Come si può facilmente intuire una popolazione con più tipi genetici ha più possibilità di superare le criticità legate ai cambiamenti ambientali. Per esempio, se appare una nuova patologia che provoca molti morti in una comunità in cui gli individui hanno genomi differenti, è molto probabile che ci sia qualcuno che resiste all’attacco di quella malattia o dei suoi vettori e che, sopravvivendo, potrà trasmettere alla sua discendenza la propria caratteristica genetica vantaggiosa e i suoi figli potranno, a loro volta, trasmetterla ai propri e così di seguito.

Abbiamo detto prima che è fondamentale liberarsi dai pre-giudizi e non sottovalutare la complessità della biologia poiché si possono aprire le porte ai razzismi.

Cosa si intende per razzismo? Secondo il vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli, Razzismo è «ogni tendenza psicologica o politica suscettibile di assurgere a teoria o di essere legittimata dalla legge, che fondandosi sulla presunta superiorità di una razza sulle altre o su un’altra, favorisca o determini discriminazioni sociali o addirittura genocidio».

Secondo il vocabolario della lingua italiana Treccani, razzismo è «ideologia, teoria e prassi politica e sociale fondata sull’arbitrario presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente “superiori” destinate al comando, e di altre “inferiori” destinate alla sottomissione e intesa, con discriminazioni e persecuzioni contro di queste e persino con il genocidio, a conservare la “purezza” e ad assicurare il predominio assoluto della pretesa “razza superiore”.

In generale, la parola razzismo indica il complesso di manifestazioni e atteggiamenti di intolleranza originati da profondi e radicati pregiudizi sociali ed espressi attraverso forme di disprezzo ed emarginazione nei confronti di individui o gruppi appartenenti a comunità etniche e culturali diverse, spesso ritenute inferiori».

Nel corso della storia la maggioranza delle etnie ha dovuto subire atteggiamenti derivati da intolleranza e discriminazioni, oltre che persecuzioni vere e proprie, volti a rinsaldare il gruppo umano di appartenenza contro stranieri, soprattutto se di carnagione scura, comunque diversi e ritenuti inferiori.

La Storia ci insegna che gli incontri tra popoli e culture diverse sono stati per lo più violenti, soprattutto dove era negato il principio di eguaglianza tra gli individui e non si riconoscevano pari diritti a chi faceva parte di etnie diverse identificabili, oltre che da poche caratteristiche morfologiche, anche da culture, credenze, religioni, costumi etc. differenti da quelli propri.

Il razzismo, anzi i razzismi, hanno sempre sostenuto la suddivisione della popolazione umana nelle cosiddette “razze” tra le quali,come già detto, la razza bianca è stata sempre considerata nettamente superiore a tutte le altre.

Le teorie razziste si sono materializzate precocemente nella discriminazione religiosa. Quella nei confronti degli Ebrei era già diffusa prima della nascita di Cristo ed è continuata nei paesi cristiani dove gli ebrei venivano accusati di deicidio, erano vittime di persecuzioni, vivevano completamente emarginati e inoltre erano ritenuti responsabili di terribili epidemie,come quella di peste che colpì l’Europa nel XIV secolo.

Forme di discriminazione e intolleranza erano presenti anche nella Grecia classica e nell’Impero romano. I Greci, permeati di filosofia aristotelica, consideravano gli schiavi come esseri del tutto irrazionali in contrapposizione agli “uomini nati liberi per natura”.

Per i Romani erano barbari gli stranieri (la parola barbaro deriva dal suono ba ba ba che i Romani attribuivano agli idiomi che non conoscevano e quindi non capivano) che venivano visti come esseri inferiori, selvaggi e rozzi e tuttavia non sono mai stati discriminati in base al colore della pelle.

Tra la prima e la seconda guerra mondiale, l’intolleranza, il disprezzo, la paura, il sospetto e la violenza, insomma il razzismo nei confronti di particolari minoranze, ebrei, zingari, neri, omosessuali etc. raggiunse il suo massimo sviluppo.

Attualmente, tutta l’Europa è colpita da un’ondata di xenofobia montante che si palesa con la demonizzazione dei migranti, specialmente se provenienti dal continente africano, accusati di essere approfittatori e ladri che rubano anche  lavoro e risorse, nulla più che delinquenti capaci di macchiarsi di ogni efferatezza. Tutto questo è effetto di xenofobia, vera e propria paura dello straniero,di chi non si conosce, del diverso di cui non si capiscono le intenzioni, mista a faciloneria,incultura e disprezzo per la memoria.

EVOLUZIONE CULTURALE

Nel momento attuale sulla Terra siamo 7,5 miliardi e l’ONU prevede che nel 2030 il nostro pianeta sarà abitato da 8,5 miliardi di esseri umani.

Lo straordinario sviluppo demografico dell’Uomo moderno si deve soltanto in parte attribuire alla evoluzione biologica, cioè alla trasmissione di caratteri ereditari dai genitori ai figli poiché per gran parte è effetto della cosiddetta evoluzione culturale, cioè della trasmissione delle conoscenze non soltanto da una generazione a quella successiva, dagli anziani ai giovani, ma da un individuo ad un altro o anche a più individui.

La biologia e i suoi processi, mutazioni geniche e selezione naturale, hanno consentito alla nostra specie di adattarsi agli ambienti più diversi, tuttavia il vero propellente dell’ubiquità della presenza umana sono state le idee nuove, le tecniche, le innovazioni utili che hanno favorito l’adattamento e che hanno potuto diffondersi grazie allo sviluppo della comunicazione linguistica.

Il linguaggio scritto e parlato ha infatti reso possibili comunicazioni e scambi anche complessi e variegati, favorendo la nascita di sistemi sociali che si sono evoluti differenziandosi per la necessità di vivere nell’ambito di popolazioni con un numero di membri costantemente in crescita.

Mentre la evoluzione biologica è per così dire “verticale” e come tale piuttosto rigida e lenta poiché la trasmissione dei caratteri genetici va da una generazione all’altra, la evoluzione culturale, la trasmissione della cultura, è verticale solo in parte, mentre per la gran parte è orizzontale, di conseguenza è meno rigida e più veloce della evoluzione biologica.

Facendo ricorso ai mezzi tecnologici oggi disponibili - radio, televisioni, stampa, reti informatiche - una qualsiasi novità di qualsiasi tipo può essere trasmessa e diffusa in tempi davvero brevissimi a moltissime persone, dal momento che ciascuno di noi fa parte di un network di relazioni sociali bidirezionali.

La cultura è l’insieme dei contributi di singoli individui. Questo insieme può rimanere così com’è oppure modificarsi, in ogni caso non potrà che esercitare una profonda influenza sui modi di essere di ciascuno e sulla comunità della quale è parte.

La cultura è fatta di idee che vengono generate dal cervello e si “riproducono” quando un cervello le comunica ad altri cervelli che le apprendono, le acquisiscono, le elaborano e, a loro volta, le diffondono.

La cultura si fonda sulla comunicazione, spesso è un fenomeno volontario, consapevole di andare verso una direzione ben precisa ed ha uno scopo ben determinato.

La cultura è il più potente strumento di adattamento a disposizione della nostra specie poiché si evolve e ci permette di controllare la nostra biologia che costantemente viene influenzata da innovazioni culturali, ad esempio farmaci, strumentazioni, tecnologie etc.

L’uomo moderno è riuscito ad adattare l’ambiente alle proprie esigenze; è riuscito a creare habitat artificiali mediante interventi spesso assai azzardati e irrispettosi degli equilibri naturali, rendendosi responsabile del destino di migliaia di specie viventi.

Rispettare l’ambiente, anzi gli ambienti, e le popolazioni grandi o piccole che siano, con le loro culture differenti dalla nostra, deve rappresentare sempre un obiettivo fondamentale per ciascuno e per le comunità. Soltanto così è possibile lasciarsi alle spalle l’idea della diversità come un pericolo che ci allarma, mentre invece può rivelarsi una straordinaria occasione per ampliare i nostri orizzonti.

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