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26/01/2012

Il lungo scritto che segue fu pubblicato dalla prestigiosa rivista liberale «Nuova Antologia» nel giugno 1891, a poco meno di un mese dalla diffusione dell’enciclica Rerum novarum di papa Leone XIII (15 maggio).

L’autore, Ruggiero Bonghi, è di certo tra le personalità culturali e politiche più interessanti dell’Ottocento italiano.

Bonghi fu propriamente un laico, se per laicità si intende il costume della temperanza intellettuale che si pone di fronte alle cose con un atteggiamento informato all’uso critico della ragione e non al solo pregiudizio. Una eccezionalità, dunque, nella travagliata storia d’Italia, attraversata da conflitti ideologici, campanilistici, da faziosità estreme che, tuttavia, per la miseria di talune contingenze, spesso divengono estremismi per prudenza.

Uomo di studi letterari e filosofici – celebre è la sua traduzione della Metafisica di Aristotele - Bonghi ebbe importanti relazioni con Alessandro Manzoni e Antonio Rosmini, con i quali condivise la necessità della fondazione culturale dell’agire politico.

Fu relatore della Legge delle guarentigie, ministro dell’Istruzione, docente in diverse università e sostenne la prospettiva dell’impegno dei cattolici nella vita politica nazionale quale indispensabile condizione per la pacificazione post-unitaria nazionale. Una posizione, questa, di notevole coraggio in un momento di lacerazione profonda: una lacerazione che prese il nome di “questione romana”.

In questo «roveto ardente» Bonghi si distinse – come si vedrà anche in molti passaggi – per la ricerca di una riconciliazione tra la costruzione liberale e l’opposizione cattolica.

«Di Leone XIII – egli scrive - anche i nemici del Papato dovranno dire ch’egli val meglio e piú di molti dei suoi predecessori».

L’enciclica Rerum novarum – prosegue - è la «parola forse piú grave di quante [il Pontefice] ha pronunciato sinora, sí per la quistione che tratta [...] e sì per quello che egli ne dice, col fine non meno di temperare l’ardore del contrasto, che di proporre, nella larghezza del suo intelletto, e nella serenità del suo spirito, i mezzi di sciogliere il contrasto stesso».

Nel trentennio attraversato dal pontificato leoniano risiedono gli elementi per comprendere a fondo la storia politica e sociale di tutto il Novecento italiano. La grave “questione sociale”, agitata e denunciata con forza dal nascente movimento operaio socialista, rivelò tutti i limiti, le incrinature, le ombre dell’Italia dei notabili nata dal Risorgimento. Un’Italia unita e informata alle moderne - anche se ancora giovani - libertà, ma innervata dalla piaga dell’ingiustizia sociale.

Ed ecco che la Chiesa di Roma intervenne ora moderando, ora frenando o colpendo, ora promovendo un’istanza nata al suo stesso interno: la necessità di intrecciare il cattolicesimo alla democrazia.

La Rerum novarum di Leone XIII, di fatto, stabilisce un’apertura politica alle istanze sociali, che, al contempo, tiene salda la necessità delle libertà economiche.

La temperie culturale dell’epoca si esprimeva con uno stile letterario molto distante dalle ponderate righe di Bonghi. La Chiesa era la «Lupa vaticana», «coltello piantato nel cuore dell’Italia», mentre lo status quo liberale era altrettanto bersagliato dalla pubblicistica cattolica.

Il nascente movimento socialista, che si andava sempre più diffondendo, dal canto suo vide una «strutturale e disgraziata» alleanza tra la borghesia risorgimentale e la Chiesa.

Bonghi cerca di muoversi su questo terreno accidentato con razionalità, argomentando: di fatto, tendendo una mano verso le tesi di Leone XIII pur mettendo in evidenza alcune “incompletezze” dell’enciclica sul rapporto tra capitale, lavoro e proprietà.

Resta comunque al centro la questione del proletariato, il vero nuovo protagonista del secolo, insieme alla libertà; la nuova classe sociale verso la quale il socialismo è diretto che, proprio per questo, impensierisce non poco l’ordine liberale e la compagine ecclesiale che, ad esso, era da sempre pastoralmente rivolta.

Ed è proprio nel socialismo, nella sua versione massimalista, che Bonghi, pur riconoscendone alcuni pregi, avverte il vero nemico. Un nemico verso il quale usa toni sdegnosi che spezzano inaspettatamente l’andamento stilistico del testo, rendendolo più politico. Parla di «veleno», di «mostro contro cui il Pontefice ha impugnato la penna» e incita la Chiesa a non rivolgersi ai popoli con la sola raffinata eleganza del testo scritto e con metodi rigidamente e gerarchicamente ecclesiastici, per non rimanere inascoltata.

*   *   *

LEONE XIII E IL SOCIALISMO

Ruggiero Bonghi*

I.

Il Pontefice non è venuto meno al suo obbligo. Di Leone XIII, anche i nemici del Papato ‑ poiché non credo che n’abbia lui - dovranno dire, ch’egli val meglio e più di molti dei suoi predecessori, e soprattutto de’ più recenti, in ciò, che ha creduto parte dell’ufficio suo presentare alla società spirituale che regge, e a quella altresì che, o non ha mai riconosciuta l’autorità Pontificia, o prima o poi le si è ribellata o gli si va ribellando ora, non sentenziando solo, ma ragionando, un sistema di dottrine, tratto dalle intime viscere della religione di cui è capo, e tale, a parer suo, da ravviare le società civili, combattute oggi tra fini e desiderii fondamentalmente opposti. Sarà studio di grande interesse il raccoglier i tratti di queste dottrine, e mostrarne l’armonia, e contraporli a’tratti di dottrine diverse e discordi; e congetturare con imparziale animo, a quali deva sorridere l’avvenire, da quali le società civili possano aspettarsi, se non salute addirittura, almeno una complessione men cagionevole. Ma questo studio non m’è lecito far qui; giacchè richiama l’attenzione dei miei lettori e la mia, l’ultima parola, che il Pontefice ha fatto sentire al mondo, parola forse la più grave di quante ha pronunciate sinora, sì per la quistione che tratta, la più ardente di quante oggi dilacerano le menti e i cuori delle varie classi, e sì per quello che egli ne dice, col fine non meno di temperare l’ardore del contrasto, che di proporre, nella larghezza del suo intelletto, e nella serenità del suo spirito, i mezzi di sciogliere il contrasto stesso.

II.

Le lettere encicliche de conditione opificum, che portano la data del 15 maggio 1891, ma sono state lette dal pubblico divise in tre parti e pubblicate in tre numeri consecutivi dall’Osservatore Romano dal 19 al 21 maggio, non sono dirette al popolo cattolico, ma alla gerarchia ecclesiastica, dai patriarchi a’vescovi. Sicché da questi dev’essere la parola Pontificia trasmessa a’beneficiati minori, a’parroci, a’laici. E’ naturale, che questa parola non sia quella di nessun linguaggio vivente ora: bensì morto da gran tempo, e vivente solo quando la Chiesa nasceva.

I vescovi dell’orbe cattolica parlano ciascuno la lingua del paese, onde sono natii; non hanno di comune, se non una lingua che nessun di essi parla, ma che tutti devono intendere, se vogliono intendere i libri sacri della lor religione. Così la Chiesa cattolica ha essa sola trovato e mantiene, nella lingua, in cui il Pontefice ragiona e comanda, un vincolo umano e generale, superiore a’vincoli nazionali e particolari. Si riflette in questo uso stesso, che pare accidentale ed estrinseco, l’intrinseco sentimento della sua universalità e del suo poggiare più alto. E d’altra parte, nell’intestazione stessa delle sue lettere, il Pontefice mostra quanto, nella Chiesa ch’egli governa, sia essenziale che la trasmissione della dottrina sia guarentita dall’autorità propria di chi la trasmette; cosicché la Chiesa dove riputarsi ordinata a più gradi per modo, che l’autorità discenda dall’uno all’altro, e ciascuno senta verso quello che gli soprasta, tanta riverenza e fede, quanta è quella per cui alla sua volta è riverito e creduto da quello che gli sottostà. Mi è piaciuto così di notare due pensieri che mi sono occorsi alla mente, quasi nel vestibolo del ragionamento papale e prima di entrarvi. Giova, mi pare, riguardare di tratto in tratto questa società religiosa cattolica, così diversa dalle nostre civili.

III.

Lo scritto del Pontefice ha anche questo di proprio, che non vi si vede nessun segno di fretta. Porta chiare le vestigia d’una ponderazione lenta, calma, sicura. Noi, laici, governi o governati, non sogliamo più viver così. Libri, articoli, decreti, leggi paion tutti opere di gente, ch’è incalzata alle spalle. Facciamo tutto, come l’oggi fosse soltanto nostro, e ci dovesse sfuggire il domani. Diciamo quello che basta o ci par che basti all’ora presente, al bisogno presente nostro o di altri. Nessuno parla con autorità, anzi nessuno crede di sé che parli o possa parlare così. Il Pontefice, invece, parla, come persona, che non ha punto luogo a dubitare, che gran tratta di gente creda alla sua parola, e insegni dietro lui ciò ch’egli insegna. Si è potuto per molto tempo affermare che la sicurezza d’esser seguito e l’obbedienza supina nel seguire sieno due mali; addormentino più che sveglino gli spiriti; mentre il cozzo delle opinioni che genera il libero contrasto, sia scienza e vita. Può essere; ma può essere anche, che quella sicurezza non sia cieca, ma piena di luce; e quella obbedienza non sia supina; e d’altra parte, l’esperienza non prova che quel libero contrasto non produca con qualche buon frutto, anche molti frutti amari. Giudicherà l’avvenire; ché nessuno oramai è così audace da presumere di sapere di certo che mai deva essere. Per ora, senza digredire di nuovo, mi rimetto per una seconda volta in via, ed entro ad esporre, che cosa il Papa dica su una quistione, della quale non v’è altra oggi più ardua, intricata e contesa.

IV.

Le ragioni umane della contesa, che s’aggiungono a quelle della natura perenne o presente delle cose, il Pontefice non le nasconde a sé o agli altri. «E’ causa difficile a spedire a termine, e non vuota di pericoli. E’ arduo, di fatti, misurare i diritti e i doveri, nei quali bisogna che si contengano gli uni verso gli altri gli agiati e i proletari, quelli che dànno la cosa [1]e quelli che dànno l’opera.

Ed è pericolosa tenzone, come quella che da uomini turbolenti, e astuti è di tratto in tratto sviata e usata a pervertire il giudizio del vero e a concitare a sedizione la multitudine. Come che sia, vediamo apertamente, che tutti consentono in ciò, che agli uomini dell’infima classe si debba provvedere alacremente e opportunamente, trovandosene una massima parte indegnamente ridotta a misera e calamitosa sorte». La difficoltà e il pericolo della gara non sgomentano il Pontefice; la coscienza dell’ufficio apostolico l’avverte, ch’egli vi deve prender parte, perchè spicchino i principii, col cui aiuto si ponga fine alla zuffa, nel modo che la verità e l’equità richiedono.

Serba, dunque, egli il vero e l’equo tra gl’interessi contendenti e le voglie nemiche; e com’è proprio del cristianesimo, non scompagna la considerazione di quest’interessi e voglie dalle qualità degli animi nei quali nascono. Se gli uomini fossero buoni, come la religione di lui vuole che sieno, tutti i disordini e i contrasti delle società umane cesserebbero. Dove l’ordinamento fosse manchevole o la legge difettosa, la bontà dell’uomo supplirebbe. Ma qui nasce una dimanda, che il Pontefice non già schiva ma non tratta. Perchè dopo diciotto secoli di cristianesimo l’uomo è tuttora così cattivo, che la sua condizione morale deva dare oggi frutti così acerbi, in questo rispetto delle relazioni sociali, che forse non ne ha visti di peggiori il paganesimo?

Il Pontefice si contenta di assegnare alcuno ragioni del dissidio pericoloso di cui intende ragionare: ma forse non son tali che bastino a spiegarlo. A lui pare, che la fonte di tutto il male stia nella distruzione delle corporazioni d’arti e mestieri perpetrata il secolo scorso: di qui mancata ogni difesa agli operai; di qui succeduto, che venissero consegnati solitarii e indifesi alla inumanità dei padroni e alla sfrenata cupidigia dei concorrenti, inacerbite dal venir meno della fede religiosa, e dall’essere via via spogliate di ogni influenza e suggerimento di essa le instituzioni e le leggi. E «ha cresciuto, dice, il male l’usura vorace, che, più volte condannata dal giudizio della Chiesa, continua sotto altra specie ad esser esercitata da uomini avidi e acri al guadagno: e vi si aggiungono così la intrapresa dei lavori come i commerci di ogni cosa ridotti nelle mani di pochi, per modo che opulenti e straricchi pochissimi hanno imposto un giogo quasi servile alla moltitudine infinita dei proletari». Son parole, di certo, gravi e di cui i proletari devono riputarsi molto più soddisfatti che non i padroni. A favore di questi, di fatti, non è presentata nessuna scusa; i danni di quelli sono soltanto rilevati. Non è accennato neanche quanta mutazione nelle relazioni tra gli uni e gli altri, sia stata cagionata dalla mutazione accaduta nei metodi e nei mezzi delle industrie; che è riuscita fatale a tanti padroni, se ne ha arricchito altri, ed ha forzato i padroni sopravvisuti alla lotta, a creare opificii enormi e non mai più visti al mondo, nei quali è per necessità tutta loro la facoltà dell’occupare chi ha bisogno di lavorare per vivere, e chi ha bisogno, non sa più nessun mestiere che basti a sè stesso, ma solo un briciolo di mestiere, di cui non ha nessun uso, se non in compagnia di tutti gli altri aggiogati ad esso in­sieme con lui; e così, chi occupa, come chi è occupato, sono sog­getti a vicende di fortuna e di sfortuna, che ben di rado si possono prevedere per modo, che con quelle si correggano a tempo e si curino queste. A ogni modo, il Pontefice in questo proemio si mostra ben vicario di Cristo; e par di ripetere le dolci parole: Fate che i poveri vengano a me.

Ma quando se gli ha raccolti intorno, fa lor sentire per la prima una parola, che molti di loro sono ora eccitati a respingere. Inculca ad essi il rispetto della proprietà privata, e ne afferma il diritto. Nega, che il male possa esser sanato, come i socialisti pretendono, coll’accomunare le proprietà private e commetterne l’amministrazione a’rettori del Comune o dello Stato. I socialisti ‑ parola già in italiano brutta che deforma il bel latino del Papa ‑ possono obbiettare, che non tutti sostengono ciò che il Papa afferma dottrina di tutti. Ma sarebbe obbiezione vana. Non si può pretendere, che il Papa nella sua enciclica toccasse di tutti i sistemi socialisti, che già son molti, e più saranno; bastava che si rivolgesse a quello ch’è proprio di tutti. Ora, è ben tale l’accomunare tra tutti i membri della società, in maggiore o minor misura, tutto quello o molta parte di quello, che ora è posseduto a parte da ciascheduno.

Leone XIII usa una dottrina vecchia a confermare e stabilire il diritto di proprietà; ma non senza qualche raggio di pensiero nuovo. Ritiene che l’origine di esso stia nel lavoro. Causa o fine del lavoro è acquistare qualcosa in proprio; il lavoro è mezzo dell’acquistarlo. Nessuno lavorerebbe se dovesse disperare di possedere nulla mai; e non mai nulla si possederebbe, se non per aver lavorato coll’intento di venirne in possesso. «Sicché, se colla tenuità della spesa uno risparmi qualcosa a se medesimo, e il frutto della parsimonia sua, perchè possa custodirlo più sicuramente, lo collochi in un campo, di certo cotesto campo niente altro è, che il suo salario stesso rivestito di altra forma, o quindi il fondo ch’egli si è comprato, sarà per essere tanto in poter suo, quanto il salario procuratogli dal suo lavoro». Non si può dire con più esattezza; e si può anche ammettere, che ogni ulteriore estensione di fondo, che sia l’effetto della buona amministrazione di quello acquistato col primo risparmio, non è punto meno legittima del primo acquistato. Ma il difficile è rispondere a due obbiezioni, che il Papa trascura: l’una è questa: ha davvero tutta la proprietà origine nel lavoro? E il valore della proprietà cresce solo per opera del proprietario e non ancora per effetto d’influssi diversi, di cause varie, che non dipendono da lui, che non hanno nulla a che fare con lui, ma da cui pure egli trae vantaggio?

Ma, se qui si può nell’Enciclica avvertire una lacuna non pic­cola, merita d’essere rilevata un’osservazione, che non mi pare d’aver letta altrove, sulla perennità necessaria e intrinseca della proprietà. «L’uomo, vi si dice, comprendendo innumerabili cose colla sua ragione, e congiugnendo e connettendo colle cose presenti le fu­ture, ed essendo padrone lui delle sue azioni, perciò, sotto la legge eterna, sotto la potestà di Dio che governa ogni cosa provvidissi­mamente, egli governa sè da sè stesso colla provvidenza del consi­glio suo: per la qual cosa è in potestà sua eleggere quelle cose che giudichi massimamente adatte a fare il suo meglio così nel pre­sente, come nel rimanente tempo. Di dove consegue, che all’uomo bisogna che appartenga la dominazione così dei frutti terreni, come della terra stessa: giacchè egli vede che dalla fecondità della terra gli si forniscono le cose necessarie nel futuro. Hanno i bisogni di ciascun uomo come ritorni perpetui, per modo, che soddisfatti oggi, imperino del nuovo per il domani. Sicché deve la natura aver dato all’uomo alcuna cosa stabile, e che gli rimanga in per­petuo, di dove egli possa aspettarsi una perennità di sussidio.

Ora, una perennità di tal sorte nessuna cosa la può offerire, se è vie­tato di farlo alla terra colla fecondità sua». Se non che, anche qui, se l’argomento metafisicamente par bello, ed è amabile idea­lità quella che trae dalla natura dell’intelligenza dell’uomo la na­tura perenne della proprietà, sorgono nel mio pensiero, come sorgeranno anche nella mente di altri, due dubbi: il primo: sol’acquisto della terra per effetto del lavoro che l’uomo vi spende non ha termine per sua natura, perchè mai le violente mutazioni politiche hanno mutato i proprietari della terra tante volte? Il se­condo: perchè essendo la proprietà di più specie, e la mobiliare soverchiando ora in quantità la immobiliare di gran lunga, si crede averla legittimata in tutte le sue forme, quando si è dimostrata legittima solo nella prima?

Ma se su questo punto del fondamento del diritto di proprietà e della perennità di quello dell’appropriazione della terra l’enciclica par manchevole, a me riesce affatto sodisfacente in ciò che dice della famiglia. La descrive, come una prima cellula sociale, cui devono appartenere di necessità alcuni diritti e doveri, che non dipendono punto dallo Stato, quae minime pendeant a repu­blica: dottrina inconcussa della Chiesa. Ed è vera la conferma del diritto di proprietà privata che ne trae, il quale assegnato da na­tura, come s’è detto dianzi, alle singole persone «si trasferisce di necessità nell’uomo che è capo della famiglia; anzi di tanto è più valido que1 diritto, quanto più cose abbraccia la persona umana nella convivenza domestica. E’ santissima legge di natura, che il padre di famiglia suffraghi di vitto e di ogni sussidio quelli ch’egli ha procreato; e la natura stessa gli mette nell’animo di volere, a’figliuoli suoi, come a quelli che rifanno e in qualche modo pro­lungano la persona paterna, procurare e apparecchiare di che pos­sano nel dubbioso corso della vita difendersi dai colpi della fortuna». E’ naturale, che, dietro questo concetto della famiglia, il Pontefice restringa i diritti dello Stato rispetto a essa più che non so­gliono fare i professori di diritto civile; pure non li nega. Meritano di esser citate le sue parole. «Volere che l’impero civile penetri ad arbitrio suo sino all’intimo delle cose, è grande e pernicioso orrore. Certo, se per avventura alcuna famiglia versi in somme difficoltà di cose ed inopia di consiglio, sicché da sè non possa a nessun patto trarsene fuori, è retta cosa che in tanta enormità venga in aiuto il potere pubblico; giacchè le singole famiglie son pure una cotal parte della città»[2]. Davvero questo primo caso legittimo d’intervento dello Stato non è ben chiaro; ma è ben chiaro il secondo. «E in pari modo, se mai tra le pareti domestiche sia sorto un turbamento dei diritti rispettivi, la potestà pubblica vendichi a ciascuno il diritto suo; giacchè questo non è un rapire a sè i diritti dei cittadini, ma munirli e raffermarli con giusta e debita tutela. Però è necessario che qui si fermino coloro i quali reggono le cose pubbliche; la natura non tollera, che oltrepassino questi confini. La patria potestà è cosiffatta, che non possa dallo Stato essere nè estinta nè avvilita, giacché ha pari e comune principio colla stessa vita umana. I figliuoli sono qual­ cosa del padre, e come una amplificazione della persona paterna, e se vogliamo parlar propriamente, non essi di per sè, ma per la comunanza domestica, in cui son generati entrano nella società civile e ne fanno parte. E per questa stessa causa, che i figliuoli sono naturalmente qualcosa del padre, prima che acquistino l’uso del libero arbitrio, stanno sotto la cura dei genitori[3]. Sicché i Socialisti, che, tenuta da meno la provvidenza dei genitori, vi surrogano la provvidenza dello Stato, fanno cosa contro la giustizia naturale e dissolvono la compagine delle cose».

V.

Così difese e salvate la proprietà e la famiglia, fondamenti incrollabili della società umana, il Pontefice entra a parlare delle autorità dalle quali si può e si deve aspettare rimedii al male: e prima della Chiesa. Qui rivendica nobilmente e alteramente l’ufficio suo. «Affrontiamo, dice, l’argomento con fiducia, e con pienezza di diritto, giacchè si tratta di cosa, a cui non si ritroverà nessun risultato degno di approvazione, se non chiamate in aiuto la religione e la Chiesa. Ora, essendo la custodia della religione e di quelle cose, che sono in potestà della Chiesa, un ufficio soprattutto nostro, avremmo aria di averlo trascurato tacendo.» Forse ad altri Pontefici il tacere sarebbe piaciuto meglio, giacchè il silenzio può essere interpretato da ciascuno a suo modo: e chi non s’è compromesso per nessuna opinione, può sperare che ogni opinione lo favorisca. Ma è segno di nobile animo e di alto intelletto in Leone XIII, che a lui il silenzio non piaccia; e veda connesso coll’alta autorità di cui è rivestito, il dovere di adoperarla a ravviare le menti, nel modo che a lui pare che richieda la salute di tutti. E non v’è punto luogo a meravigliarsi ch’egli creda necessario l’intervento della Chiesa nelle maggiori questioni sociali presenti; sarebbe strano se credesse altrimenti: e d’altronde nessuno può con sicurezza affermare il contrario. Ciò che è più notevole, è che a lui non pare che la Chiesa basti da sola. «Richiede, dice, una così gran causa, l’opera e lo sforzo di altri; dei rettori dello Stato, dei padroni e ricchi, e infine di quegli stessi in favor dei quali si combatte, dei proletari; però questo affermiamo senza nessun dubbio, che, postergata la Chiesa, i conati degli uomini riusciranno vani. Di fatti, la chiesa è quella che trae dall’Evangelo le dottrine, per la cui virtù o si può comporre addirittura la tenzone o di certo farla, tolta l’asprezza, più molle; ed essa stessa è quella che tende coi suoi precetti non a istruire la mente soltanto, ma a regger la vita e i costumi dei singoli  cittadini; che la condizione stessa dei proletari volge al meglio con più instituzioni utilissimamente introdotte; che vuole e richiede che i consigli e le forze di tutti gli ordini si coordinino a ciò, che alle ragioni degli artefici si provveda il più che si può, convenevolmente: e stima che a questo, certo con modo e misura, devono essere adoperate le leggi stesse e l’autorità dello Stato».

Il Pontefice offre, dunque, a mitigare e frangere le dottrine e le proscrizioni socialiste, l’opera della Chiesa, ed invita lo Stato a cooperare insieme con essa. Crede che alla Chiesa spettino le prime parti; ma non vuole quanto a sè, che tra la Chiesa e lo Stato i socialisti sieno, come dice uno dei più celebri scrittori loro, il tertius ridens. E s’intende che non si riferisce ad altra chiesa che alla cattolica; ma forse in cuor suo non esclude nes­suna delle cristiane; quando anche creda che l’opera di nessuna possa essere così efficace come della cattolica, e le altre cristiane non gli  paiano nè del pari disposte nè del pari potenti. I socialisti stessi non son tutti di un parere rispetto all’atteggiamento che lor convenga tenere rispetto alla Chiesa o al Cristianesimo; ma al più e quella e questo paiono alleati dei lor nemici, e non che al figliuolo di Dio o al suo vicario, neanche a Dio stesso lasciano un posto.

Questa è forse la quistione la più grossa. L’ateismo fa strage nelle classi operaie, ed è accaduto ormai questo, che le plebi, se non delle campagne, almeno delle città, sono le più ribelli a qualunque autorità religiosa e spirituale. L’Iddio, a cui nome questa parla, è confederato col capitale, e il lavoro non ha, a parer loro, più aspro e tenace avversario di loro. Cotesto Iddio è vissuto durante secoli, nei quali, senza riposo, il povero ha avuto il peggio; se devono venir secoli durante i quali il povero deva godere, la prima necessità è questa: abolire Iddio, ch’è stato la più gran parte, il più costante appoggio e congegno di un passato nefasto. Può essere, che alla Chiesa cattolica spettino, nella cura di così nuova malattia quelle prime parti che il Papa dice; noi non glielo vogliamo negare. Ma quale speranza c’è egli che queste plebi miscredenti ascoltino la sua voce? Chi le riconduce, chi le ravvia? Se la miscredenza loro è recisa, violenta, valgono meglio le ipocrisie della borghesia e della aristocrazia? Non vogliamo dire che le plebi sieno miscredenti o le borghesie e le aristocrazie ipocrite tutte; ma non si meritano così tristi qualificazioni una gran parte, una maggior parte forse di queste e di quelle, soprattutto, ch’è peggio, nei paesi cattolici? Si può confessare piangendo, ma non si può non confessare. L’atroce sentenza, che la religione fosse cosa buona per le plebi, e non per le classi più elette ed elevate, è caduta addosso a queste che la pronunciavano. Le plebi, almeno in gran numero, sono state le prime a discredere fieramente, apertamente quello che le altre discredevano in segreto, copertamente; e poiché hanno inteso, che le si pregavano di credere per comodo altrui, si sono affrettate a non credere; perchè è disceso nell’animo loro il sospetto, che un interesse umano, e non una verità divina, esigeva l’assenso del loro intelletto e i dolori della lor vita. Pure il Papa continua sicuro: e mostra a’socialisti «quanto in ogni aspetto sia diverso uomo da uomo, e quanto fondamentalmente si opponga alla natura stessa e riuscirebbe nocivo il voler uguagliare gl’infimi a’sommi, e come sia legge a tutti il lavoro, proclamata da Dio, e infine non vi sia per essere nessun termine mai alle rimanenti acerbità della vita quaggiù, giacché i mali conseguenti al peccato sono aspri a tollerare, duri, difficili; ed è necessario che accompagnino l’uomo sino all’estremo della vita. Sicché patire e soffrire è umana cosa: e sperimentino pure e tentino gli uomini checché lor piaccia, incommodi di questo genere non si potranno per nessuna forza, per nessun’arte svellere affatto dall’umano consorzio. Se v’hanno di quelli che professano di poterlo, che alla misera plebe promettono una vita sciolta da ogni dolore e molestia e ripiena di quiete e di voluttà perpetua, oh, costoro la dànno ad intendere al popolo, e macchinano una frode, che sarà per produrre una volta o l’altra mali maggiori dei presenti. Ottimo è guardare le cose umane così come sono, e cercare insieme i modi che apportino alleggerimento ai mali».

Ma prima medicina è ravviare le menti; e primo errore, che vi si è introdotto, è la credenza, che l’ordine dei ricchi sia per sè inimico a quello dei poveri; dove è appunto il contrario, giacchè essi si compiono l’un l’altro, l’uno ha bisogno dell’altro: ché non può la cosa stare senza l’opera, né l’opera senza la cosa, o, a dirlo come usa, abbisogna al capitale il lavoro e al lavoro il capitale.

Qui invoca la religione cristiana, come influenza morale a temperare e mutare una disposizione morale; e mostra quanto sia adatta a rappaciare insieme i doviziosi e i proletari, inculcando agli uni e agli altri i lor doveri rispettivi.

E Dio volesse, che gli uni e gli altri adempissero quelli, che il Pontefice prescrive loro con ferma mano. Devono, dic’egli, i proletarii, l’opera, che hanno liberamente e con equità pattuita, «integralmente e fedelmente compirla; non danneggiare in nessun modo le cose, non offendere la persona dei padroni; persino nella difesa delle proprie ragioni astenersi dalla violenza, nè mai darle colore di sedizione; nè mescolarsi con uomini rotti al vizio, che millantano smodate speranze e ingenti promesse, cagione prossima di vana penitenza e di rovina di fortune. E devono i padroni da parte loro non tenere gli artefici in luogo di schiavi e riputare equo di rispettare in essi la dignità della persona, pur nobilitata da quello che si chiama cristiano carattere. Le arti lucrose se s’ascolti la ragione della natura, se si ascolti la cristiana filosofia, non fanno vergogna all’uomo, anzi gli son di decoro, per­ché gli forniscono onesto modo di sostentare la vita; veramente turpe in quella vece e inumano è abusare degli uomini come di cose a fine di lucro, nè tenerli da più di quanto valgono di nervi e di robustezza. E similmente è prescritto che si deva nei proletari tener conto della religione e dei beni dell’animo, e perciò spetti ai padroni far che l’artefice attenda ad atti di pietà per un sufficiente spazio di tempo; non darlo preda ai lenocinii della corruttela e alle attrattive del peccare, nè trarlo via a nessun patto dalle cure domestiche e dallo studio della parsimonia; occorre non imporre più lavoro di quanto possano sopportare le forze, nè di genere, che discordi coll’età e col sesso. Fra i maggiori doveri, poi, sopravanza questo: dare il giusto a ciascuno. Di certo, son parecchie le cause, che vanno considerate, perché la misura della mercede sia equamente stabilita; ma in genere i doviziosi e i signori ricordino, che premere gl’indigenti e i miseri per averne profitto, e trar lucro dall’inopia altrui, non lo permettono i divini, non gli umani diritti. Frodare, d’altronde, chi si sia della debita mercede è grande colpa che grida vendetta al cielo. Ecco la mercede degli operai ch’è stata frodata da voi, grida; e il lor grido è entrato negli orecchi del signore Sabaoth[4] .

Per ultimo, devono i doviziosi aversi guardia religiosamente di non far danno in nessun modo ai risparmi dei proletari, nè con la violenza nè con inganno nè con arti usuraie; e ciò tanto più ch’essi non sono muniti abbastanza contro i torti e le prepotenze, e la lor sostanza quanto più esile, tanto è a ritenere più santa ».

Ha ragione il Papa di dire, che queste norme di condotta degli operai e de’ padroni basterebbero, ove fossero seguite, a ricomporli in pace. Sarebbe forse più esatto il dire, che sarebbero bastate a non inimicarli, ove fossero state seguite. D’altronde il Papa non crede, che la Chiesa abbia adempiuto tutto il dover suo col ricordarle. Bisogna, ancora, alzare gli animi a verità più alte e aprire all’uomo la vista dei veri destini. «Intendere veracemente e apprezzare le mortali cose non possiamo, se l’animo non riguardi un’altra vita, e questa immortale; tolta la quale perirebbero subito le forme e le vere nozioni dell’onesto; anzi tutta quanta quella università di cose si volgerebbe in un arcano impenetrabile a qualunque investigazione umana.» Ora questa persuasione dell’altra vita, che è domma cristiano, svela agli occhi del cristiano il valore e il concetto delle ricchezze, e di quello che sia e dove stia la felicità dell’uomo. «Sicché si tengano i fortunati per ammoniti, che dovizie non portano vacuità di dolore, nè per nulla giovano alla felicità nell’evo sempiterno, anzi piuttosto nuocono[5], e devono essere di terrore ai doviziosi le minaccie di Gesù insolite;[6] e si debba rendere un giorno conto severissimo a Dio delle lor fortune. Quanto all’uso delle sostanze stesse è dottrina eccellente e di massimo momento, quella cui la filosofia accennò, ma la Chiesa condusse a intera perfezione, e fece che non fosse oggetto solo di cognizione, ma norma di costumi. Della qual dottrina il fondamento è in ciò, che il giusto possesso del denaro va distinto dal giusto uso di esso. Possedere dei beni in privato è diritto naturale dell’uomo; e usare di questo diritto, soprattutto quando si viva in società, non solamente è legittimo, ma affatto necessario. E lecito, che l’uomo possieda del proprio; ed è altresì necessario all’ umana vita.[7] Ma però quando si domandi, quale debba essere l’uso dei beni, la Chiesa, senza punto dubitare, risponde: quanto a ciò, l’uomo non deve ritenere le cose esterne, come proprie, ma come comuni, perché, cioè dire, uno ne faccia parte agli altri alla franca nelle necessità loro. Sicché l’apostolo dice: prescrivi ai ricchi di questo secolo… che distribuiscano, partecipino facilmente».[8]

«Certo, a nessuno si comanda di venire in aiuto degli altri, con quello che occorra agli usi necessari così suoi come dei suoi: anzi neanche donare agli altri ciò di cui abbisogni egli stesso a mantenere quello che si convenga alla persona e che gli si addica: dappoiché nessuno deve vivere sconvenevolmente.[9]  Ma quando si sia accordato abbastanza al bisogno e al decoro, è dovere, di quello che sopravanza, gratificare gl’indigenti. Quello che soverchia, datelo in elemosina[10]. Non son doveri questi di giustizia, ma di carità cristiana, che, di certo, non s’ha diritto di richiedere per azione di legge: ma alle leggi e ai giudizi degli uomini antecede la legge e il giudizio di Cristo Iddio, che inspira in molti modi la consuetudine del largire: più beata cosa è dare che ricevere[11]; e la beneficenza conferita o negata a’poveri egli sarà per giudicarla come conferita o negata a lui. Quello che faceste di bene a qualcuno di codesti minimi fratelli miei, lo faceste a me[12]. Delle quali cose la somma è questa: chiunque ha ricevuto in dono da Dio una maggior copia di beni o sieno corporali od esterni o sieno dell’animo, averli ricevuti per questa causa, che gli adoperi, a perfezione di sé e del pari, come ministro della provvidenza divina, a utilità degli altri.

Chi dunque ha talento, abbia soprattutto a cuore di non tacere; chi ha affluenza di beni, vegli di non lasciarsi intorpidire nelle larghezze di misericordia; chi ha un’arte con cui sì sostenta, studii a tutt’uomo di parteciparne l’uso e l’utilità col prossimo[13]».

Son diciotto secoli, che il Cristianesimo ripete agli uomini questo suo concetto delle lor relazioni. Leone XIII ne trova la tradizione nella bocca dei suoi antecessori e la trasmette ai suoi successori.

Ha fede inconcussa, che sarà proclamata dalla sede ch’egli occupa, sinchè la Chiesa Romana duri, e durerà, nel suo parere, in eterno.

Ed è certo un sublime concetto codesto cristiano: è pieno di senso di realità e sovrabbonda d’idealità. Non nega nessuna delle necessità naturali; afferma legittime le disuguaglianze che la natura dà e che nessuna volontà o artificio di uomo cancella; ma, pur lasciandole, le annulla mediante una trasformazione morale dell’uomo. Tu sarai ricco; ma devi farti povero. Ciò che ti soprabbonda è tuo, come ciò che ti bisogna, ma devi tu volere che cessi di esser tuo e parteciparlo altrui. La natura delle cose resti qual’è: non si può disfarla; non si può vincerla dove si annida e si accampa, ma l’uomo può elevarsi sopra essa, e coll’animo vincerla dove non può giungere. Questa elevazione è mezzo e suggello di perfezione morale. La disuguaglianza necessaria nell’ordine naturale tra uomo e uomo, è sopraffatta nell’ordine morale. E lo sforzo di sopraffarla perfeziona chi lo tenta, se è causa di sollievo a quelli in cui favore è tentata. La disuguaglianza diventa ragione di bene, di un bene, che un’uguaglianza tra uomo e uomo non sarebbe in grado di produrre mai, giacchè questa non ecciterebbe nè richiederebbe nessuna virtù di sacrificio o di carità, quella la chiede e la chiama, le dà fine e oggetto. E se le leggi potessero introdurre nel mondo quell’uguaglianza, che dalla natura non è data, non farebbero bene, ma male; giacchè, sin dove riuscirebbero, toglierebbero stimolo e pascolo a quelle relazioni tra gli uomini, che più li nobilitano e gli elevano: che più sorgono nella purità dei loro animi e gli stringono in una comunità di sentimento, che fa di tutti, sto per dire, una persona sola.

E il Papa illustra il concetto dalla parte dei poveri, come ha fatto da quella dei ricchi.

«Coloro che mancano, egli dice, dei beni di fortuna, sono dalla Chiesa ammaestrati, che per giudizio di Dio, non si deve riputar obbrobriosa la povertà, nè arrossire perchè il vitto si procuri col lavoro». E ciò confermò coi fatti Cristo Signore, che pur essendo ricco si fece mendico[14]. per la salute degli uomini; e pur essendo figliuolo di Dio e Dio egli stesso, volle parere ed essere reputato figliuolo di fabbro; anzi non ricusò di consumare gran parte della vita nel lavoro da fabbro. Non é egli fabbro costui, il figliuolo di Maria![15] Chi guarda la divinità di cotesto esempio, intendo tanto più facilmente, che la vera dignità ed eccellenza dell’uomo è posta nei costumi, cioè nella virtù; e la virtù è a’mortali un patrimonio comune, che possono procurarsi del pari infimi e sommi, ricchi e proletari; nè la mercede della beatitudine eterna toccherà a niente altro che alla virtù e a’meriti, in chiunque si ritrovino. Anzi alla gente più misera pare la volontà di Dio più propensa: giacchè Gesù Cristo chiama beati i poveri[16]; invita amorosissimamente a sé, per ragion di conforto, chiunque si trovi in travaglio e lutto[17]; principalmente gl’infimi e i vessati a torto abbraccia con carità. Per la cognizione delle quali cose facilmente è depresso nei for­tunati l’animo tumido, e sollevato nei disgraziati l’animo accasciato; gli uni son piegati a dolcezza, gli altri a modestia. Così l’inter­vallo agognato della superbia diventa più corto, nè sarà difficile a conseguire, che congiunto amichevolmente le destre, le volontà dei due ordini, si accoppino.

E mi si lasci continuare a trascrivere alcune altre parole del Papa, giacchè mi sono soavi, e se ne leggono di soavi così poche oggi. «Cotesti due ordini, aggiunge, se obbediscono a precetti cri­stiani, non li congiungerà solo l’amicizia, ma per soprappiù un amore fraterno. Giacché sentiranno ed intenderanno, che tutti addirit­tura gli uomini son procreati da un comune genitore, Iddio; tutti tendono al medesimo fine dei beni, che è Iddio stesso, il quale può dotare soltanto di eterna ed assoluta beatitudine e gli uomini e gli angeli; e tutti e ciascuno sono stati redenti per beneficio di Gesù Cristo, e vendicati a dignità di figliuoli di Dio, sicché sono stretti da un’affinità fraterna così tra sè come con Cristo Signore, primogenito tra molti fratelli. Ancora i beni della natura, doni della grazia divina, appartengono in comune e promiscuamente all’universo genere umano, e nessuno, che non sia indegno diventa diseredato dei beni celesti. Se figliuoli, eredi anche; eredi di Dio, coeredi di Cristo[18].

E anche qui è sublime e profondamente sociale il concetto cristiano; giacchè accomuna la società umana tutta quanta, anzi l’umana colla divina; e confonde gioie e dolori dei singoli uomini in un accordo, in cui gioie e dolori si equilibrano insieme. Molti, moltissimi ora, durano fatica a credere in cotesto Gesù, l’unto del Signore, figliuolo di Dio, figliuolo dell’uomo; e chiamano anche questa una mitologia. Ma n’esce, di certo, un’armonia mirabile di tutto l’universo; un’armonia di amore, di concordia, di pace.

Se questo intreccio di sentimenti e d’idee è falso, bisogna dire, che l’accordo intimo e largo non attesta nè prova la verità di quello in cui cade. A ogni modo è certo che in una società perfettamente e veracemente cristiana i contrasti che turbano oggi le società nostre e minacciano di dilacerarla più tardi, o non sorgerebbero o si attutirebbero. Ma perchè non sono ancora perfettamente e veracemente cristiane le società nostre? Il Cristianesimo, forse, che al nascere oltrepassava moralmente di gran lunga la società dei suoi tempi, e ai giorni nostri non solo continua a fare il medesimo, ma addita loro un’alta mèta, deve essere riputata anch’essa una utopia, giacchè è mèta non possibile a raggiungere nè nel pensiero, nè nell’azione, nè ora, nè poi ?

VI.

Nell’enciclica, che espongo, il più notevole è questo, che lo scrittore innamorato, com’egli è, della sua religione e della sua Chiesa pure non se ne inebbria, nè crede, ch’esse debbano e possano bastare sole alla difficile impresa. Anzi le chiede aiuto dalla podestà laica. Vuole che ciascuna autorità, qualunque sia la sua fonte, cooperi per la sua parte; e dopo detto quanto si può aspettare dalla Chiesa, cerca quanto si deve aspettare dallo Stato; e non dallo Stato, come accidentalmente si trova costituito qua e là, ma quale deve essere. Ne riproduce da sue encicliche anteriori alcuni tratti. Devono i rettori delle città provvedere in genere con leggi e instituzioni alla prosperità privata e pubblica; e di questa i principali mezzi sono la probità dei costumi, una retta e ordinata costituzione della famiglia, il mantenimento della religione e della giustizia, una moderata imposizione insieme a un’equa ripartizione degli aggravii pubblici, gl’incrementi delle arti e del commercio, un’agricoltura fiorente, ed altri mezzi di questo genere, i quali, «quanto più sono promossi, tanto più i cittadini saranno per viver meglio e più felicemente.» E il fine di questa azione per parte dei rettori della città debb’essere così di giovare a tutti gli ordini della cittadinanza, come soprattutto ai proletari; il che è bene a ragione; giacchè «lo Stato deve aver cura di tutti in comune.» E il Papa aggiunge  a questa una verissima sentenza: «Quanto maggior copia di comodità proverrà da questa general provvidenza, tanto meno occorrerà sperimentare altre vie a salute degli operai.» Il che vuol dire, che l’eccesso dei bilanci degli Stati, e la strettezza della privata che ne consegue, non sono una delle minori cause della quistione operaia e sopratutto dell’acerbità sua.

Non seguirò l’enciclica nelle sagaci considerazioni, che espone circa i diritti dei proletarii nello Stato, non diversi da quelli dei ricchi e l’obbligo di giustizia di mantenerglieli. Vuole nella società diverse classi e non le stesse in tutte le funzioni che vi son chiamate ad esercitare; ma «l’equità comanda che il potere pubblico si prenda cura del proletario, perchè di ciò che conferisce al comune vantaggio, percepisca egli stesso una parte, perchè accasato, vestito, salvo possa tollerare la vita meno duramente. Di dove segue, che si debba promuovere le cose tutte, che possono giovare in qualsiasi modo alla condizione degli operai. La qual cura tanto è lontana del nuocere ad alcuno, che piuttosto giovi a tutti; giacchè non essere per ogni modo miseri quelli dai quali provengono beni così necessarii, è del massimo interesse dello Stato».

Pero il Pontefice, pur chiamando in aiuto lo Stato, non vuole che oltrepassi certi limiti. In genere quali questi limiti devano essere, non è detto nè, pare, pensato da lui molto distintamente. E’ nella tradizione della Chiesa di respingere una soverchia ingerenza dello Stato in ogni parte della vita pubblica; ed è naturale così, giacchè questa ingerenza s’è in troppi casi sviluppata a suo danno. Perciò non c’è punto luogo a maravigliarsi che Leone XIII, appena invocato lo Stato, soggiunga: «non è cosa retta, che il cittadino, la famiglia siano assorbiti dallo Stato; ed è equo, che a quello e a questa sia lasciata facoltà di operare con libertà, purché sia salvo il bene comune, e senza danno di alcuno.»

La qual sentenza nei generali è vera; ma non basta a definire sin dove l’azione dello Stato legittimamente si estenda. Forse questa incertezza nella mente del Pontefice tra la necessità della cooperazione dello Stato da una parte e la ripugnanza a lasciarlo invadere dall’altra, ha reso men chiari alcuni dei suoi consigli o suggerimenti dell’ultima parte dell’enciclica.

In genere egli vuole che l’ autorità delle leggi intervenga quando accadano scioperi: quando presso gli operai si rallentino i naturali nessi della famiglia: quando sia violata negli operai la religione non lasciando loro abbastanza tempo ad adempiere i doveri della pietà; o nelle officine sieno messi a pericolo i costumi per la promiscuità dei sessi, o per altri allettamenti; e i signori opprimano gli operai con iniqui obblighi, o con patti non compatibili colla persona e la dignità umana; o si danneggi la lor salute con lavoro esorbitante. E’ un largo campo, si vede, aperto all’autorità del legislatore; ma il Papa s’affretta a soggiungere: la legge non deve assumere di avanzarsi più in là di quello che richiede la cura dei mali o la rimozione del pericolo. Questo, a ogni modo è stato riputato per lungo tempo il limite, che le dottrine liberali ponevano all’azione dello Stato, e parecchie pongono, ancora; ma si sa che oggi, almeno in parte, ne prevalgono altre, le quali vogliono che lo Stato non solo impedisca, ma provveda; e Leone XIII, che pare essersi ascritto alla prima, dove restringe l’azione dello Stato, pare invece tenere per la seconda, dove dichiara in genere, ciò che crede, gli si deva e gli si possa ragionevolmente chiedere.

Come che sia, egli intende, che dalle sue belle generalità deve pure scendere a’particolari, se vuol dare alle sue parole un’efficacia grande. E lo fa; ma la prima cosa che gli par d’inculcare, è questa: che sia intanto mantenuto l’ordine. «Intervenga l’autorità dello Stato, e messo il freno agli agitatori, allontani da’costumi degli operai le arti corruttrici, dai padroni legittimi il pericolo della rapina.»

E quanto agli scioperi, se ammette che lo Stato dove studiarne e rimuoverne le cause, pure vuole che li prevenga e li proibisca, giacchè nocciono non solo ai padroni e agli operai, ma ai commerci e all’utilità di tutti; oltrechè mettono a risico la tranquillità pubblica.

L’azione coattiva e repressiva del potere pubblico termina qui; e ora seguono nello scritto del Pontefice i provvedimenti che gli chiede in favore degli operai. E il primo è l’osservanza dei giorni festivi: la quale egli dice necessaria non solo per riposare il corpo dal lavoro, ma per dar tempo all’anima di sollevarsi a più alte cure che non sono le quotidiane e volgari della vita, nello spirabile aere dell’idea religiosa e dell’al di là della vita.

Però con questo non è provvisto abbastanza alla tutela dei beni del corpo ed esterni nell’operaio. Quanto a questi, «la principal cosa è, sottrarre cotesti miseri alle sevizie di uomini cupidi che per lucro abusano delle persone come di cose, smodatamente. Di certo, ri­chiedere tanto prodotto, che l’animo per soverchio di lavoro se n’ebetisca, e il corpo soccomba alla fatica, non la giustizia, non l’umanità lo sopporta.

Nell’uomo, come tutta la natura sua, così la sua virtù produttiva è circoscritta in certi confini, dai quali non può uscire. Si acuisce bensì coll’esercizio e coll’uso, ma però con questa legge che di tratto in tratto smetta di operare e riposi. Circa il lavoro quotidiano, dunque, è a studiare, che non si prolunghi per più ore di quello che permettono le forze. Se non che, quanti biso­gna che sieno gl’intervalli del riposo, si deve giudicare dal vario genere del lavoro, dalle circostanze dei tempi e dei luoghi, dalla stessa salute degli operai.

Il lavoro di quelli la cui opera consiste nel tagliare le pietre dalla roccia, o nello scavare il ferro, il rame od altre cose di questo genere, nascoste, profonde, quanto è più grave e dannoso alla salute, tanto più vuol essere compensato colla brevità del tempo. Si deve aver riguardo altresì alle stagioni dell’anno; giacchè non di rado lo stesso genere di opera è in una stagione facile a tollerare, in un’altra o tollerare non si può o non senza gran difficoltà.

Infine, quello che può fare e provarsi a fare un uomo maturo d’anni e ben valido non è equo pretenderlo da una donna o da un fanciullo.

Anzi circa a’fanciulli è da aver molta guardia, che l’officina non li prenda, prima che l’età abbia abbastanza consolidato l’ingegno, l’animo.» Sicché il Pontefice s’accorda con quelli che vogliono regolato per autorità dello Stato il lavoro delle donne, dei fanciulli e persino degli adulti.

E poi tocca del salario. Dice a ragione che sia cosa di gran momento il parlarne; e ch’è necessario intendere rettamente, perchè non si pecchi nè di qua né di là. «Si dice: la misura del sa­lario è determinata con libero consenso; sicché il padron della cosa, pagata la mercede pattuita, sembri avere sciolta la sua promessa, né più dovere nulla; e allora soltanto si operi ingiustamente, quando o il padrone ricusi il prezzo integro o l’artefice tutta la opera cui si sia obbligato; e non ci siano quindi altre cause per cui la potestà politica debba intervenire, se non questo che ciascuno abbia ciò che gli spetta. Però a questa argomentazione un retto giudice delle cose non assentirà nè facilmente nè in tutto, giacchè non è da ogni parte perfetta; vi manca una considerazione del maggior momento. Lavorare è questo: operare a fine di procurare le cose, le quali sien necessarie ai vari usi della vita e alla con­servazione di sè: nel sudore del tuo volto tu ti ciberai dei pane. Sicché due caratteri ha il lavoro nell’uomo, insiti da natura; cioè ch’esso è personale, giacchè la forza operante aderisce alla persona, ed è in tutto propria di quello da cui è esercitata, e per la cui utilità è nata: di poi, ch’esso è necessario, per ciò che il frutto del lavoro abbisogna all’uomo per conservare la vita; e conservarla, lo comanda la stessa natura delle cose, alla quale si deve soprattutto obbedire. Ora, s’e’ si guardi meramente da quell’aspetto, ch’esso è personale, non è dubbio che all’operaio s’appartenga in­tero il diritto di determinare la misura della mercede più strettamente del bisogno; giacchè com’è per voler suo, che dà l’opera, così si può per voler suo contentare di una mercede del­l’opera o tenue o nulla. Ma si deve giudicare affatto altrimenti, se col rispetto della personalità si congiunge quello della necessità, che si può separare da quella nel pensiero, ma non nel fatto. Ri­manere effettivamente in vita, è comune dovere di ogni singola persona, ed è scelleraggine venirvi meno. Di qui nasce necessaria­mente il diritto di procacciarsi quello di cui si sostenta la vita; il che agl’infimi non è fornito so non dalla mercede procurata col lavoro. Sia pure, dunque, che l’operaio ed il padrone concordino nella stessa sentenza, e in particolare nella misura del salario: ci sottostà sempre qualcosa, che deriva da naturale giustizia, qual­ cosa maggiore e più rispettabile della libera volontà dei contraenti, cioè che bisogna che la mercede non sia impari al nutrimento dell’operaio, sobrio, s’intende, e ben costumato. Che se l’operaio costretto dalla necessità o mosso dalla paura di un male peggiore accetta un patto più duro, il quale egli debba, pur suo malgrado, accettare perchè gli è imposto dal padrone o dall’intraprenditore, cotesto è subire una violenza contro cui la giustizia protesta».

Il ragionamento, come si vede, è sottile, e forse non è in tutto chiaro; ma quello che importa, è la conclusione per cui è trovato; e questo è che il salario non può essere in tutto e solo determinato dal patto tra l’operaio e il padrone; giacchè esso non è in tutto realmente libero. V’ ha qualcosa che sta al di sopra del patto, e che lo coarta. Ma ecco che il Pontefice par pentito di chiamare lo Stato ad esercitare questa forza di coercizione; di fatti, continua: «Non per tanto in queste e simili cause quali in ogni genere di mestiere son le seguenti: quante ore ci si deva lavorare, quali cautele si devano usare soprattutto nelle officine a preservazione della salute, sarà da preferire ‑ perchè il magistrato non vi s’ingerisca meno o opportunamente, essendo in ispecie cosi varie le circostanze delle cose, dei tempi, dei luoghi, ‑ che tali giudizii si riservino a’collegi[19], o si trovi altra via per la quale le ragioni dei mercenarii sian salve e lo Stato, ove occorra, vi aggiunga la tutela e il presidio suo». Il Pontefice, dunque, sente necessario, che le misure del salario e l’igiene delle fabbriche e l’orario del lavoro non siano in tutto lasciate all’arbitrio dei padroni o alla libertà del patto, ma non è certo sulla via che bisogni seguire per temperarlo[20].

Pure, continuando a parlare di quello che deve esser fatto, anziché dei modi in cui si può farlo, egli chiarisce, che il salario non si può ritenere sufficiente, se non dà modo di risparmio. E qui mostra molto efficacemente gli effetti utili del risparmiare, e dell’agevolare così all’operaio il trapasso a proprietario. Quanti più partecipano al diritto di proprietà, tanto, dice, la società è più sicura; tanto più equa diverrà la partizione dei beni; tanto maggiore l’abbondanza dei prodotti della terra, lavorata come cosa propria; tanto maggiore l’affetto a essa e la risoluzione di non lasciarla. E nello sviluppare questo concetto, lancia due sentenze di fuoco sulla società presente e sui governi. La prima è questa: «La violenza dei rivolgimenti civili ha diviso le città in due classi, tra le quali ha aperto di mezzo un abisso. Dall’una parte, una fazione che è potente, perchè straricca; che, essendosi impadronita di ogni genere di lavoro e di commercio, trae a’suoi commodi e ragioni ogni potenza creatrice di ricchezza, e nella stessa amministrazione dello Stato non può poco. Dall’altra, una folla misera e fiacca, che ha l’animo esulcerato e sempre apparecchiato a’tumulti.» Queste, come altre parole nell’enciclica, son tali, che nessun socialista ne avventerebbe di più gravi.

L’altra sentenza che tocca i governi, è forse più vera, e certo si applica a fatto più nuovo: «A una vita più contenta non si può pervenire se non a patto, che il censo privato non sia esaurito dall’enormità dei tributi e dei dazi.

Giacché il diritto di possedere beni in privato non essendo costituito per legge, ma da natura, non può l’autorità pubblica abolirlo, ma solo temperarne l’uso, e conciliarlo col bene comune. Opererà, dunque, ingiustamente e inumanamente, se detrarrà dai beni de’ privati, sotto nome di tributi, più che non sia equo.» E questa equità par davvero oltrepassata in più d’uno Stato d’Europa con maggior danno che non si creda e non si veda.

Ma continuiamo col Papa. Tocca di passaggio quei varii instituti col cui mezzo si sovviene opportunamente agl’indigenti, e l’un ordine di cittadini si accosta più davvicino all’altro: sodalizi di mutua beneficenza; instituzioni varie, costituite per provvidenza dei privati, a provvedere all’operaio, alla moglie, rimasta vedova, ai figliuoli rimasti orfani, quando qualcosa di subitaneo lo assalga, o una malattia lo affligga o altra umana sventura gli accada; i patronati a difesa dei fanciulli, delle fanciulle, degli adolescenti, degli adulti. Ma ciò su cui si ferma sono le corporazioni di arti e mestieri, quei collegi al cui giudizio ha detto innanzi che vorrebbe deferita la determinazione dell’orario e del salario. Queste corporazioni, a parer suo, sono la principal cosa: principem locum obtinent sodalitia artificum, quorum complexu fere coetera continentur: parole, che devono far maravigliare quelli che ricordano con quanta sicurezza ed ardore furono volute, non riformare, ma distruggere alla fine del secolo scorso.

«Le buone opere dei fabbri incorporati, disse Leone XIII, durarono un gran tempo presso i nostri maggiori. In realtà, non solo produssero utilità palpabili agli artefici, ma decoro e incremento alle arti stesse; il che moltissimi monumenti attestano. Ora, in una età più colta, tra costumi nuovi, cresciute altresì le cose, che la vita quotidiana desidera, i sodalizi degli operai è necessario, di certo, che si pieghino all’uso presente. E’ grata cosa vedere che società di questo genere, o tutte composte di artefici o miste di questi e di padroni si costituiscano ogni giorno; è da desiderare che crescano di numero e di virtù fruttuosa.» E desiderabile, pare al Pontefice tanto, che quantunque ne abbia discorso più volte, ci torna.   

«La riconosciuta esiguità delle proprie forze spinge l’uomo e lo conforta a volere aggiungere a sè l’aiuto di altri. E delle sacre lettere la sentenza: meglio è essere due insieme che uno, giacchè hanno giovamento della società loro. Se l’uno cade, sarà retto dall’altro. Guai al solo, giacchè quando sia caduto, non ha chi lo levi da terra[21]. E ancora quest’altra: fratello, che è aiutato da fratello, quasi città salda[22]. Per questa natural propensione l’uomo, siccome è condotto alla unione e al consorzio civile, così brama entrare in altre società coi cittadini, esigue certo e non perfette, ma pur società. Fra queste e quella società grande per differenti cause prossime ci corre molto. Giacché il fine proposto alla società civile concerne tutti poiché consiste nel bene comune; di cui il diritto esige, che tutti e ciascuno godano per la lor parte. Per contro, le società che si compongono come nel suo seno… riguardano invece una privata utilità, che spetta ai soli soci… Ora, quantunque le società private esistano nelle città, e siano di essa come tante parti, pure in universale e per sé non è in potestà dello Stato proibire che esistano. Giacché è concesso all’uomo per naturale diritto di formare società private e lo Stato è instituito a presidio del diritto naturale, non a distruzione di esso; e se lo Stato vieta ai ceti di cittadini di associarsi, si darà della scure sul piede da sé, dappoichè così lo Stato come i ceti privati nascono da questo unico principio, che gli uomini sono per natura consociabili. Si dànno talora tempi, che a quel genere di comunanza sia bene che le leggi facciano ostacolo; cioè se di proposito mirano ad un oggetto, che discordi apertamente colla probità, colla giustizia, colla salute dello Stato. Nelle quali circostanze la potestà pubblica impedirà, di certo, con buon diritto, che quelle si formino; a buon diritto, di giunta, dissolverà le formate, perché non paia offendere i diritti dei cittadini, né sotto colore di utilità pubblica faccia cosa, che la ragione non approvi». Giacché alle leggi bisogna ottemperare sin dove consentano colla retta ragione e quindi con la legge di Dio sempiterna». Parola, che par di un anarchico, come ne abbiamo trovate dianzi di quelle che parevano di un socialista. Difatti, se alle leggi non bisogna ottemperare, se non dove e sin quanto non contraddicono alla ragione, è la ragione di ciascuno quella che decide, se si devono obbedire o no. Pure può apparire, ma non è vero, che il Pontefice meriti titolo di anarchico o di socialista. Quando par socialista, l’apparenza nasce da quella inclinazione di affetto, perenne e costante, verso i miseri, e, come si chiamano ora, i diseredati, del quale Cristo ha invaso tutti quelli che si nutrono oggi o si nutriranno in avvenire del suo insegnamento e della sua parola; quando par anarchico, l’apparenza nasce da ciò che la società civile, che prima di Cristo era sola, da lui in poi n’ha a lato un’altra, che, intesa e circoscritta in diversi modi e sotto diverse forme o persino nessuna ‑ Chiesa, scienza, pensiero e sentimento, qualcosa, insomma, di più alto e di più o men definito ‑ ha una parola sua e insegna e dirige e si ribella quando non sia sentita o seguita, e sa di dover essere prima o poi seguita, o si voglia o no[23].

VII.

Era naturale che Leone XIII, così preso d’amore per le corporazioni operaie, in luogo di entrare nella quistione difficile di come si possano coordinare ora con un ordinamento dell’industria così diverso da quello dei tempi in cui nacquero e fiorirono, si sia ricordato delle corporazioni religiose che gli sono state disciolte e le rimpiangesse. Il diritto di scioglierle egli l’ha già negato allo Stato rispetto alle corporazioni laiche: si pensi se glielo acconsentirebbe rispetto alle corporazioni religiose! E’ bene sentirlo. «Qui ci tornano al pensiero sì i collegi e sì gli ordini religiosi, che l’autorità della Chiesa e la pia volontà dei cristiani han generato; e con quanto vantaggio dell’uman genere, lo dice la storia sino a memoria nostra. Le società di tal fatta, se giudichi la ragione sola, essendo state formate per onesta causa, è chiaro che sono state formate per naturale diritto. In quella parte, poi che toccano la religione, la Chiesa sola è quella cui giustamente debbano obbedire. Rettamente, quindi, quelli che presiedono allo Stato, non possono arrogarsi nessun diritto sopra di esse, nè avocarne a sè l’amministrazione; piuttosto è dovere dello Stato rispettarle, e, ove occorra, vietare che si faccia lor torto. Del che, specialmente in questi giorni, si vede fare in tutto il contrario. In molti luoghi lo Stato ha leso le comunità di questo genere, e con più sorti di offesa; avendole e vincolate coi legame delle leggi civili o svestite del legittimo diritto di persone morali, e spogliate delle loro sostanze. Nelle quali sostanze aveva la Chiesa il suo diritto, l’avevano i loro singoli socii, e quelli altresì, che le avevano addetto a un certo oggetto, e quegli infine al cui commodo e conforto erano addette. Per la qual ragione non possiamo rattener l’animo dal rimpiangere siffatte spoliazioni, così ingiuste e perniciose, tanto più che alle società degli uomini cattolici, pacifiche e utili per ogni rispetto, vediamo precludersi ogni via, nel tempo stesso, che si dichiara, che la legge permette di formare associazioni; e questa facoltà si accorda in realtà largamente a uomini che agitano consigli perni­ciosi alla religione insieme e allo Stato». Intendo che queste querimonie del Pontefice parranno molto vane e mal fondate; quelli a cui parranno tali, sosterranno che le corporazioni religiose sono esse sole dannose alla società civile, sicché ai soli consorzi religiosi deve essere proibito di rivestire una persona morale. Io sono da gran tempo di parere contrario; e ritengo la nostra legislazione in questo rispetto degna di correzione. E d’altronde, in questa fin di secolo, in cui è tanto il contrasto delle opinioni, forse si può ammettere, che ciò che meglio giova, è di lasciare libere di costituirsi a persona giuridica associazioni d’ogni ge­nere e carattere, purché non si propongano la rovina dei costumi e dello Stato, e si contengano nel giro d’una azione e di una influenza meramente intellettuale, morale, politica, Questa sarebbe proclamazione non ipocrita di libertà; ma appunto sogliono tali proclamazioni essere ipocrite.

VIII.

Ho voluto esporre l’enciclica di Leone XIII minutamente per più ragioni, e principalmente per questa, ch’essa di certo, fissa l’attitudine del cattolicismo rispetto al socialismo, attitudine che era parsa incerta sinora e oscillare tra due estremi; una soverchia inclinazione verso di esso, e una ripugnanza soverchia. Leone XIII ha cercato e trovato un mezzo termine. Sostiene contro il socialismo i fondamenti attuali e perenni della società umana e civile, la proprietà privata, la famiglia, la disuguaglianza naturale tra uomo e uomo; ma riconosce d’accordo con esso la condizione misera delle classi operaie e il dovere di migliorarla; e mentre vuol rinvigorire nel loro animo l’idea e il sentimento cristiano ‑ medicina suprema ‑ chiede allo Stato leggi di difesa e di tutela di classi che vanno tanto oltre, quanto i loro migliori amici hanno mostrato sinora di desiderare. Al socialismo che vuole sulle ruine della società presente formarne un’altra, di cui, per non dirne nient’altro, non abbiamo esperienza di sorta, egli vorrebbe opporre barriere che non potesse oltrepassare; ma d’altra parte vorrebbe altresì trarre privati e governi a considerare dove il male sta, persuaderli, che è minaccioso e grave, e indurli a risanarlo mediante disposizioni di legge e disposizioni di animo. Se a volte il pensiero del Pontefice non è in tutto distinto e chiaro, se ne deve dar colpa a ciò ch’egli stesso teme lo Stato che invoca; e che, del rimanente, la dottrina sui limiti dell’ingerenza dello Stato, non in tutto fissata nella mente sua, è anche di certo, la parte meno certa della scienza politica, d’una scienza, cioè, che non abbonda in sicurezza di deduzioni o di conclusioni.

Ma, dopo essere stato seguito, spero, dal lettore in questa esposizione precisa dell’enciclica, io m’immagino di dover essere interrogato da lui, perchè io gli dica: che effetto, nel parer mio, avrà? Se e quale sosta darà alla lotta ardente tra le opinioni avverse? Ricondurrà le classi operaie alla fede, da cui si sono in così gran numero dipartite, per ciò solo che parrà udire le lor grida di dolore? Troverà i governi disposti ad accettare l’aiuto della Chiesa nella loro battaglia, a patto d’essere equi verso di essa, e ridarle, per quanto spetta a loro, autorità tra le plebi, e ritornarle i diritti offesi e le instituzioni distrutte almeno in parte? Se devo dire il vero, io non credo che nessuno di questi effetti pur troppo, sarà prodotto dall’enciclica. Le classi operaie sono troppo alienate, e troppa onda di dubbio e di dispetto ha invaso per ora i loro animi; non so, se v’hanno mezzi pacifici a ravviarglieli; certo, sarà opera lunga il mutarli in un senso, come è stata lunga il mutarli in un altro; nessuna enciclica basterà a rifarli quelli che erano, come non sono stati i libri ‑ almeno non soli i libri ‑ a farli quelli che sono. Cristo, Padre Santo, non ha scritto; Cristo non ha parlato dalla cima dorata di un trono alle turbe, ma dalla cima nuda di un monte; ed esposto, in soli tre anni di missione pubblica, a minaccie continue di morte, non si è chiuso in un palazzo, ma è andato per le campagne e per le città, benefacendo. Il latino dell’enciclica è supremamente bello; il ragionamento è per lo più stringente e grave; lo stile dove piace per vivacità d’immagine, dove per altezza di concetto, dove per vi­vacità di sentimento. Pure, Santo Padre, sarete voi il primo a riconoscere che il parroco di Fourmies che, gittatosi tra la plebe e i soldati, non curante di sè, pur di salvare la vita a qualche uomo, donna o fanciullo, ha mostrato coi fatti quanto sia ardente tuttora lo spirito di carità e di amore in un sacerdote cattolico, ha più fatto per ridar fiducia nella religione sua alla classe ope­raia che qualunque enciclica non sia in grado di fare. L’influenza cattolica e molto decaduta da tre o più secoli in qua: decade tuttora. Vuol essere restaurata, nei modi che l’influenza cristiana è sorta e si è propagata nel mondo. Se resta tutta strettamente e rigidamente ecclesiastica e gerarchica tuttora, io dubito che le sue sorti nell’avvenire non possano nè debbano esser migliori di quelle che sono state nel suo più recente passato.

Le leggi che il Pontefice consiglia ai governi, sono in genere buone e muovono da un severo, quantunque non falso giudizio, delle relazioni attuali delle classi. Il socialismo non merita la vittoria che aspetta, già perciò solo, che vuol essere una vittoria d’una classe sopra ogni altra. La Società che vuol disfare e rifare, esso comincia per amputarla. Ma il suo veleno ha forse già penetrato tanto nello spirito di questa classe che aspira a far vittoriosa, da non esserci modo di cavarnelo fuori per forza di argomenti. E’ impossibile ritrovargliene di tali così seducenti da valere ai suoi occhi più di quelli sui quali si regge o crede di reggersi.

Ragioni che a gente che soffre e che si sente tenuta da meno, riescano convincenti, quando le devon provare, che la sua condizione non è facilmente nè in tutto mutabile in meglio, hanno per necessità una forza molto scarsa di persuasione, soprattutto quando vi sono contrapposte altre ragioni, che le additano un avvenire di eguaglianza e di prosperità assoluta, e le dipingono un quadro, in cui a ciascuno è dato il posto, che per il valor suo, comunque misurato, gli spetta. I benefizi delle leggi e delle disposizioni che il Pontefice propone, non son rigettate da tutte le sette socialiste; ma quelle che le accettano, le accettano a conto.

In un piccolo libro, di gran peso, ch’è la bibbia scientifica del socialismo, io leggevo in questi stessi giorni parole di molta e franca verità: «Il socialista consapevole, dice, non prende interesse a tutti questi sforzi, che sin dove e sin quanto possono essere utili all’aggruppamento dei lavoratori, all’accumulo dei mezzi di produzione, e allo sviluppo della coscienza dell’interesse collettivo. Quanto al resto, alza le spalle. Così s’intende la tepidezza o piuttosto l’indifferenza di un C.[arlo] Marx verso tali riforme. I mezzi di produzione devono per il socialismo essere proprietà collettiva; soltanto allora il lavoratore potrà ricevere mezzi di consumo proporzionati al suo lavoro».

Queste parole sono scoraggianti: ma contengono tutta l’essenza del socialismo, del mostro contro cui il Pontefice ha impugnato la penna, col santo proposito di lenirne le ire. Già quanto e quale esso sia, è provato da ciò, che l’autorità, più ferma che al mondo sia nel rispetto al passato e nella ripugnanza contro ogni cosa nuova, nell’inclinazione, quindi, a credere, che ogni cosa nuova passerà senza lasciare solco, ha riputato necessario di scendere in campo per affrontare le armi del mostro o spuntarle.

Qui, in questa confessione, non più tacita, è forse la maggiore importanza dell’enciclica, è la sua lode maggiore. Possiamo tutti, anche quelli che ne dissentono in uno o altro punto, accoglierne l’invito e il tono. Possiamo con essa e dietro di essa avviarci incontro a questa nuova minaccia delle società nostre difendendo e cedendo a un tempo, con essa e dietro essa riconoscere i mali ed apprestare, generosi, fiduciosi, i rimedii. La scienza, i governi, la Chiesa, i privati hanno tutte e tutti qualcosa a correggere nella lor condotta. I gaudenti del mondo devono attenuare i lor godimenti, se non vogliono vedere disperderli affatto, o almeno passare ad altri; le ricchezze e il lucro diventare meno sfacciati; la carità più schietta e più pronta educatrice di chi la fa e di colui cui è fatta. Sole, queste disposizioni morali possono rendere feconda ed efficace l’azione delle leggi benefattrici. Per se solo, questo sono e restano lontane non solo dai desideri, ma dalle persuasioni;  ch’è peggio. Non è atto a vivificarle se non uno spirito nuovo, di conciliazione e di pace, che investa la società nostra alla fine di questo secolo decimonono, la cui parte nella storia è stata maggiore forse di ogni altro secolo, ma il cui valore s’avrebbe ad apprezzare affatto diversamente di quello ch’è stato fatto durante il suo corso, se dovesse trasmettere al ventesimo una umanità moralmente disciolta, fortemente straziata, confusa tra illusioni e resistenze molteplici, e condannata a maggiori e meno facili lotte, che non sono state quelle che ha dovuto combattere, nei suoi sessanta o più secoli di fatica, di gioia e di dolore.

*In “Nuova Antologia”, fasc. XI, 1 giugno 1891, Anno XXVI Vol. 117  (Maggio Giugno).

[1] Così chiama il capitale.

[2] La sentenza è di San Tommaso, II II. Quaest. X, art. XII. Molti pedagoghi moderni come molti fanciulli e giovanetti, non la ricordano ora.

[3] Civitas qui è stato: come è anche respublica.

[4] Jac. V.4.

[5] Matth. XXI, 23‑24.

[6] Luc. VI, 24‑25.

[7] Thom. 11‑11. Quaest. LXVI, a, 11.

[8] 11-11, 11, Quaest. LXV a 1l.

[9] 11-11, Quaest.  XXXII a VI.

[10] Luc. XI, 41.

[11] Actor. XX, 35.

[12] Matth, XXV, 40.

[13] S. Greg. Mag. In Evang. Hom. IX, n. 7.

[14] II Corinth. VIII, 9. 

[15] Marc. VI, 3.

[16] Matth. V, 3.

[17] Matth. XI, 28.

[18] Rom. VIII, 17.

[19] Alle corporazioni delle quali parla più innanzi.

[20] Del resto, anche in Inghilterra per lungo tempo è parso preferibile l’ingerenza delle corporazioni a quella dello Stato.

[21] Eccl. IV, 9-12.

[22] Prov. XVIII, 10.

[23] Del resto Leone XIII trae la sua dottrina da San Tommaso: Lex humana intantum habet rationem legis, inquantum est secundum hoc manifestum est quod a lege aeterna derivatur. In quantum vero a ratione recedit, sic dicitur lex iniqua, et sic non habet rationem legis, sed majus violentiae cujusdam. I‑II Quaest. XIII, a. III.