Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
20/10/2012
Abstract
Sintesi Dialettica presenta un brano intitolato “Il ruolo dell’individuo” tratto dal volume di Andrea Amato «Mondo e individuo. La crisi della democrazia ed il problema dell’individualismo», Limina Mentis Editore, Villasanta (MB) 2012. Il periodo storico che stiamo vivendo impone una riconsiderazione impietosa delle tradizionali forme di organizzazione della società e delle concezioni di vita sin qui maturate dall’individuo.  Il presente volume, nella prima parte, cerca di svolgere una serrata critica delle più importanti modificazioni antropologiche intervenute negli ultimi decenni, considerandone, nello stesso tempo, i risvolti sociali e politici. In particolare, si coglie il mutamento del fondamento dell’uomo, segnato dal passaggio dal primato della ragione a quello del desiderio, e se ne analizzano gli effetti disgregativi tanto dal punto di vista dell’organizzazione sociale che dal punto di vista delle relazioni con le istituzioni. Nella seconda parte si esaminano i presupposti della sentimentalità moderna e post-moderna, ossia si conduce un’indagine fenomenologica dell’insieme delle visioni e dei comportamenti che presiedono alle relazioni interpersonali. In questo caso, si evidenzia una scarsa propensione all’autocoscienza critica da parte dell’individuo, la quale fa il paio con un vacuo sentimentalismo, del tutto astratto ed unilaterale, oltre che inconcludente.

Il ruolo dell’individuo si è accresciuto nella società moderna. Ma, complessivamente, l’individuo, nel mentre aspira ad un maggior protagonismo, viene, contestualmente, serializzato ed omologato. Cosicché, l’individuo esprime sì un certo potere reale, ma questo si dimostra insufficiente ed inadeguato rispetto ai compiti storici che si pongono.

La debolezza dell'individuo risiede, fondamentalmente, nella sua profonda scissione interiore. Di questa situazione, a volte, egli se ne rende anche conto, ma, in genere, l'individuo minimizza le carenze quando è lui a portarle nella società, mentre le accentua quando è lui a subirne gli effetti. Ma anche quando intravede la propria inadeguatezza, l’individuo la esorcizza, dato che la accomuna a quella degli altri e, quindi, non ritiene di doversene preoccupare più di tanto.

Un individuo del genere è perennemente esposto alla crisi, e, nel caso questa esplodesse, non potrebbe che sperare in un capo carismatico, immune dalle sue stesse contraddizioni, una specie di ideal-tipo cui assoggettarsi ed uniformarsi. Al capo carismatico egli affiderebbe il compito di indicargli il percorso per uscire dal suo stato di sbandamento, riordinando la società in una maniera tale che lui possa ritrovarsi ed agire in un ambiente più rassicurante, così da acquisire finalmente una propria collocazione ed un proprio ruolo, che gli ridiano quella dignità nei rapporti sociali finora insidiata dalla sistematica corruzione della società. L’individuo, infatti, si sente scarsamente valorizzato dalla società ed addebita a questa l’insufficiente considerazione di se stesso, da cui dipende anche la sconfitta continuamente patita nelle relazioni con i suoi pari, di cui, magari, non possiede lo stesso cinismo o la stessa abilità comunicativa, oppure, rispetto ai quali, non gode degli stessi favoritismi.

Le derive populistiche e plebiscitarie registratesi ultimamente in alcuni paesi si alimentano proprio di certe insufficienze sociali e di certe aspettative dell'individuo…

Parallelamente, nel complesso, si vanno rafforzando nella società quelle tendenze che puntano a risolvere la crisi della politica e dei partiti attraverso una semplificazione del gioco e della lotta politica, affidandosi a capi carismatici, sulle base delle loro qualità, siano esse direttive o comunicative. Si tratta di una spinta che avanza inesorabile tanto a destra quanto a sinistra e che trae la sua ragion d'essere sia nello scollamento tra classe dirigente ed elettorato, sia nei profondi processi di schematizzazione: delle visioni del mondo, delle analisi storiche, della proposta progettuale. In genere, sono fenomeni che si presentano in tutti i periodi di crisi complesse e logoranti, che si trascinano a lungo senza trovare ancora una soluzione. Già in un altro momento storico, Gramsci aveva avuto modo di a parlare, a tal proposito, di cesarismo o bonapartismo sia di destra che di sinistra1.

In tal senso, si tratterebbe di distinguere un populismo individualistico o elitario da uno con caratteri più popolari. Ambedue cercherebbero una soluzione apartitica o antipartitica alla crisi e si appellerebbero direttamente al popolo, solo che nel primo caso si farebbero coincidere gli interessi della nazione con quelli personali o di un ristretto gruppo, mentre nel secondo caso sarebbe il leader di turno ad identificarsi immediatamente con le aspirazioni popolari (così come lui le interpreta).

Questa prospettiva generale appare realistica anche nella nostra epoca post-moderna, la quale può coesistere con il richiamo ed il ritorno all’ordine, giacché, fino ad adesso, essa non ha fornito quelle rassicurazioni che la società e l’individuo cercano, pur avendo offerto il miraggio del successo e della ricchezza potenzialmente a disposizione di tutti.

Il quadro generale sin qui delineato ci porta a chiederci se il capitalismo si associ inevitabilmente alla democrazia.

Sicuramente, ciò non è accaduto agli albori di questo sistema economico e sociale, giacché esso si è potuto sviluppare proprio grazie ad un regime di sfruttamento gravoso, protetto da un ordine politico oppressivo nei confronti delle classi lavoratrici. La democrazia, invece, rappresenta il portato del capitalismo più maturo ed evoluto, quello in piena espansione ed orientato verso la costituzione di una società di massa, in quanto necessita di consumi di massa. Lo sviluppo democratico del capitalismo, pertanto, è disceso sia da dinamiche interne al sistema stesso, sia dal conflitto che si è aperto con le organizzazioni rappresentative della classe operaia. Nel complesso, la democrazia ha posto fini, limiti, opportunità e condizioni al capitalismo.

 La sua versione odierna si differenzia da quella più classica perché spinge sempre più in direzione dell’iperconsumismo, con connesso impulso al profitto facile, immediato e spropositato, determinando periodicamente occasioni di crisi, adesso mondiali. Inoltre, data la dimensione globalizzata e multinazionale, l’attuale capitalismo tende a sfuggire ad ogni controllo, creando situazioni di tensione con gli stati, che, invece, ne vorrebbero frenare gli eccessi. Ne deriva che questa logica disinibita del mercato contrasta con il precedente pensiero liberale e democratico, dal quale essa si sente troppo vincolata. L’iperconsumismo, d’altronde, fornisce al nuovo capitalismo una solida base di massa, dal momento che non fa altro che potenziare le tendenze individualistiche proprie della nostra società, così che esso, all’occasione, potrebbe trovare un forte consenso, anche politico. L'attuale configurazione del sistema economico, infatti, dimostra di possedere una certa capacità di captatio consensus, anche se la attua in maniera più ovattata e subdola rispetto al capitalismo tradizionale, il quale cercava di affrontare apertamente le questioni sociali, seppure in chiave conservatrice, tendendo per lo più al puro controllo dei fenomeni. Il capitalismo post-moderno, invece, allenta la presa diretta sulla società e non si prefigge più di esercitare su di essa un vigilanza asfissiante, ma preferisce lasciarle margini di fluidità. In qualche modo, delle tematiche sociali non si cura più di tanto, esso ha bisogno di una società più fluida, perché gli è più affine ed è più congeniale alla propria ottica. Solo una crisi sistemica può indurre il capitalismo a perorare un intervento più stringente sulle dinamiche sociali o può spingere le strutture forti a strumentalizzare le spinte antistituzionali espresse dalla società civile e le insufficienze delle istituzioni per invocare una soluzione autoritaria o populistica e plebiscitaria. Per ora questo non gli serve, anzi frenerebbe la libertà dei suoi movimenti. L’attuale sistema economico lascia più liberi, proprio perché chiede per sé altrettanta libertà. 

Quando parlo di soluzione autoritaria, penso, comunque, ad un esito inedito, il quale si baserebbe su una qualche limitazione della libertà personale, ma, soprattutto, separerebbe l’esercizio della libertà da quello della democrazia. In tale ottica, si consentirebbero solo quelle manifestazioni della libertà connotate in senso individualistico, di per sé avulse dalla dimensione sociale, e, per ciò stesso, più indifferenti alla realizzazione della piena democrazia. Va precisato che, in questo modo, si attuerebbe un restringimento degli spazi di libertà e di democrazia, ma non necessariamente un loro completo soffocamento. Forme individualistiche o corporative di libertà e modi populistici o plebiscitari di governo non solo possono essere tollerati, ma, addirittura, possono risultare congeniali ad una direzione dall’alto di alcune spinte libertarie e partecipative, proprie della individualità post-moderna.

Sul piano strettamente personale, si mirerebbe a scindere l'appagamento del desiderio dal completo esercizio della libertà, consentendo sì la manifestazione di quella desideratività individuale, caratterizzata in senso consumistico ed estetizzante, ma, nel contempo, negando all'individuo l'espressione di una più piena libertà, fondata, in primo luogo, sull'estrinsecazione della sua capacità critica. Come dice Tocqueville, ai "cittadini" soggiogati dall' "appetito dei godimenti materiali" "non c'è bisogno di strappare i diritti che posseggono; essi stessi se li lasciano sfuggire". Può, così, accadere che "un ambizioso abile arriv[i] a impadronirsi del potere", "basta che vegli per un certo tempo a che tutti gli interessi materiali prosperino, e lo si dispenserà facilmente dal resto"2.

Nell'ipotesi qui considerata, i nuovi equilibri sociali si impernierebbero, perciò, intorno ai margini di libertà che possono essere ancora concessi all’individuo, compatibilmente con la stabilità del sistema economico e con i nuovi poteri e compiti che verrebbero attribuiti alle istituzioni. In tal senso, si può dire che la soluzione plebiscitaria o autoritaria includerebbe sempre una certa dose di totalitarismo, la cui portata non è determinabile a priori, in astratto, ma dipenderebbe dal concreto sviluppo storico ed, in particolare, dalla profondità e dalla gravità delle crisi che si potrebbero determinare.

Finora, ho evidenziato i rischi di esiti reazionari o conservatori, ma essi non sono gli unici possibili. La situazione attuale è ancora aperta, per cui ci si può ancora impegnare per una soluzione democratica e più avanzata.

Qui accenno soltanto ai presupposti della prospettiva democratica, in attesa di riprendere l'argomento più avanti.

Si è detto che l'individuo si contrappone alle istituzioni, ma si deve anche dire che, in caso di bisogno, egli chiede l'aiuto dello stato. Questa contraddizione rappresenta un punto debole dell'individualismo e, paradossalmente, può predisporre ad una collaborazione con le istituzioni.

Inoltre, se, attraverso il confronto democratico, si chiarisce che il vero fattore di crisi, economica e morale, risiede in quei meccanismi economici che disinvoltamente mirano al raggiungimento di profitti speculativi esasperati, allora si può individuare una ragione forte per un'alleanza strategica tra individuo ed istituzioni, sempre che queste riescano a farsi interpreti del compito di riformare le finalità dell'azione economica.

A queste condizioni, si può anche offrire una soluzione più democratica alla questione del rapporto tra desiderio e libertà dell'individuo, valorizzando quella nuova centralità dell'individuo che il consumismo ha contribuito ad evocare, seppure in forma mistificata, e che sarebbe, invece, sostanzialmente tradita dall'approdo autoritario o involutivo. Tutto sta nel saper dimostrare la strutturale incoerenza di un sistema economico teso esclusivamente al sovradimensionamento artificioso dei consumi e della produzione ed alla apparente crescita vertiginosa della ricchezza.  

1 Per questi riferimenti si veda A. Gramsci: Quaderni del carcere. Note su Machiavelli. Roma: Editori Riuniti, 1974; pp. 83-88.

2 A. de Tocqueville, La democrazia in America, UTET, Torino 1981, p. 632.