Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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26/01/2012
Abstract
Rigettata la tesi dello scontro tra civiltà, si avanza l’idea di una tendenza al sincretismo tra culture, piuttosto che quella di una loro sintesi, come, invece, sostiene Roy. Si affaccia la prospettiva di un confronto tra civiltà basato sulla tolleranza, tale da accettare anche le forme culturali più tradizionaliste, purché non violente. Infine, si propongono criteri e regole di convivenza, che sopperiscano ai limiti del multiculturalismo.

1. Scontro di civiltà o rimescolamento di culture?

Vorrei affrontare il tema del confronto tra mondi diversi partendo dalla domanda se si sta determinando uno scontro di civiltà, o se, al contrario, ormai non si debba parlare di una civiltà unica, seppure culturalmente declinata in forme diverse e/o contrastanti tra loro.

In generale, tranne alcune piccole comunità completamente chiuse ad ogni rapporto con l’esterno, si può dire che è impossibile che un popolo non stabilisca contatti e scambi  con altre culture. La crescente intensità delle relazioni a livello mondiale, la loro aumentata rapidità, la possibile diffusione su scala planetaria di notizie (anche istantanea e simultanea) e di conoscenze attraverso i mezzi di comunicazione, mina alla radice ogni tentativo di precludersi a qualsiasi contatto con altre società, proteggendo i propri costumi e le proprie credenze da qualsiasi influenza  esterna. Pertanto, il confronto diventa inevitabile e così anche la mediazione tra modelli culturali, seppure secondo modalità diverse. Lo impone anche la sempre minor presa da parte della società  sugli individui e la crescente divaricazione che, ad ogni latitudine, si va creando tra cittadini ed istituzioni, fenomeni questi ormai dilaganti e costitutivi del nostro tempo, per quanto con peculiarità ed inflessioni locali.

A questo proposito, una tesi interessante viene sostenuta da Olivier Roy. Secondo lo studioso francese, “le pratiche religiose dei musulmani,…persino nelle forme più fondamentaliste, sono più «occidentalizzate» di quanto non parrebbe”. Questo, in quanto “il fondamentalismo è contemporaneamente una conseguenza ed un fattore della globalizzazione, perché, separando i segni distintivi religiosi…dalla cultura, … rende possibile sintesi come il «fast food halàl…[la] Mecca Cola»…il «rap islamico»” 1.

Quella che Roy chiama sintesi, io lo definirei sincretismo. Esso si caratterizza per una mediazione tra diversi modelli culturali, di tipo e di profondità differenti, non sempre svolta consapevolmente, ma, comunque, capace di determinare una nuova identità individuale e/o collettiva, con caratteri a volte contraddittori tra loro, ma tale da configurare un diverso equilibrio psicologico e comportamentale. Proprio perché si rimodula una nuova identità è possibile integrare tra loro elementi di culture differenti, in maniera più o meno voluta. 

Questa opera di mediazione, però, avviene sempre sullo sfondo comune di una pressante richiesta di parità di diritti da parte delle donne e del manifestarsi di un incalzante individualismo, portato, quest’ultimo, proprio della post-modernità.

Per individualismo intendo una disposizione mentale ed un comportamento che travalicano la giusta promozione dell'individualità. Quest'ultima la si può indicare come tutela della propria dignità e della propria libertà, come ricerca della valorizzazione della propria creatività e delle proprie abilità, come aspirazione all'ascesa economica e alla mobilità sociale. La prima, invece, tende ad una divaricazione tra libertà e senso di responsabilità; fa affievolire l'assunzione di un orizzonte comune all'individuo e alla società; alimenta l'espansione della sfera desiderativa ed emotiva a scapito di quella razionale; vuole affrettare oltre misura i tempi dell'affermazione personale, ricorrendo ad un antagonismo esasperato; spinge verso la prevalenza di un rapporto individuale con la religione, sminuendo o negando il ruolo e la funzione delle strutture ecclesiastiche.

In tutto il mondo, dunque, si va definendo una nuova identità individuale. Questo accade nel vivo di una profonda crisi esistenziale, sociale e culturale. La crisi, però, al tempo stesso, unisce e divide il mondo. Unisce perché presenta tratti comuni a tutti i paesi e a tutti i popoli, divide sia perché colpisce in misura diversa alcune aree del mondo rispetto ad altre, sia perché genera flussi migratori unidirezionali, con conseguente disparità di condizioni per chi si sposta e per chi riceve.

In ragione di questi movimenti di genti, si assiste ad un confronto tra civiltà in alcuni casi libero, in altri casi necessitato. Il primo tipo di contatto, generalmente, dispone ad una maggiore apertura reciproca e ad una ricerca di mediazione, rispettosa delle sensibilità e delle peculiarità di entrambe le parti. Il secondo tipo di incontro, invece, spesso assume un carattere sconvolgente per ambedue le realtà interessate, tale perché, appunto, non scelto o non richiesto. Ricostruire la propria storia e la propria identità, in una situazione del genere, diventa quasi un'imposizione e la coazione a farlo rappresenta un rischio o una minaccia, a seconda della posizione che si riveste, del ruolo che si copre, dei rapporti di forza che si instaurano. Questo, almeno, per chi, fin qui,  ha creduto nella unicità, indiscutibilità ed assiomaticità del proprio modo d’essere ed ora teme che esso sia relativizzato e, forse, contestato da prospettive altre.

2. Risentimento, diniego del confronto, senso di superiorità

Il nostro tempo si dibatte tra contraddizioni e presenta delle ambivalenze. Questo crea disagio, confusione, disorientamento, sia nei paesi più avanzati che in quelli arretrati.

Quando una situazione diventa critica, se non si riesce ad intravedere una soluzione, per prima cosa  se ne cercano le cause ed i responsabili.

Viene, quindi, da chiedersi: è la modernità la causa dell’attuale crisi?

A mio parere, più che alla modernità, i problemi della nostra società vengono, generalmente, attribuiti a quella che viene definita post-modernità. Infatti, difficilmente si sostengono posizioni di aperta e completa ostilità verso il progresso sociale, tecnologico e scientifico fin qui conosciuto. Si rafforza, invece, l’opposizione ad alcune tendenze che, specie negli ultimi tempi, hanno connotato le dinamiche sociali e scientifiche. In particolare, viene temuta la possibile deriva etica e politica della nostra organizzazione sociale, deriva di cui l’individuo a volte si sente responsabile (o corresponsabile), a volte vittima. Questo richiederebbe una riflessione da parte delle società più aperte e moderne su alcuni loro caratteri costitutivi. Specialmente, andrebbero ripensati: l'offuscamento del senso di responsabilità; l'affievolimento dello spirito critico ed autocritico; l'esasperato consumismo.

Paradossalmente, però, nel complesso si condanna ciò che, in realtà, noi siamo e, forse, vorremmo continuare ad essere, se è vero come è vero che uno dei connotati principali della nostra epoca consiste esattamente nell’individualismo, ossia nella progressiva deresponsabilizzazione dell’individuo davanti a sé e davanti alla società. Nell’individualismo, poc’anzi, io ho individuato uno degli aspetti caratterizzanti della post-modernità.

Ne deriva che la post-modernità, con i suoi eccessi e le sue unilateralità, viene considerata uno dei fattori dell’attuale stato di crisi, ma, al tempo stesso, non ce ne sappiamo disfare perché noi stessi siamo intrisi delle sue ambiguità.

Proprio per questo non deve sorprenderci l’affermarsi sempre più prepotente di un certo risentimento, rivolto verso l’attuale assetto complessivo della società, specie da parte di alcune fasce sociali e di alcuni popoli, quelli più emarginati.

Di questo stato d’animo parlano diversi studiosi. Tra essi vorrei citare Hamid, il quale ripone, ad esempio, l’odio dei musulmani contro gli Stati Uniti nell’“invidia” da questi provata nei confronti del “paese più ricco e potente del mondo”2.

Tuttavia, a questo sentimento, spesso, viene associato un altro completamente opposto, quello di una certa superiorità.

Donde deriva questa disposizione d’animo?

Essa discende dalla duplice convinzione: che le società occidentali siano sostanzialmente delle società malate e decadenti; che i modelli di vita ed i valori di un tempo possano rapportarsi al mondo meglio dei criteri, dei valori e dei comportamenti ormai assunti dalle società avanzate.  In pratica, la vita individuale diventerebbe più agevole ed equilibrata, così come l'organizzazione sociale sarebbe più stabile e più giusta, se entrambe si confacessero ad una visione del mondo più tradizionalista.

Inoltre, si confrontano le rispettive storie dei popoli più sviluppati e di quelli emarginati per trarre la convinzione che le attuali sperequazioni non siano altro che il frutto di una politica di spoliazione e che l'avanzamento economico dei paesi ricchi non dipenda che da un tale sfruttamento e da una tale oppressione. Un’analisi storica del genere conferma la superiorità morale dei paesi emarginati.

Questo particolare spirito di preminenza di per sé limita il libero confronto e la possibilità dell'integrazione, ma non per questo conduce inevitabilmente allo scontro tra mondi diversi. Un'evenienza del genere si verificherebbe soltanto se una qualsiasi delle parti in causa volesse imporre le proprie concezioni di vita con la forza e con la violenza.

Il più delle volte, invece, si assiste ad un reciproco diniego del confronto, che, però, non equivale immediatamente ad un suo rifiuto. Un tale atteggiamento esprime la convinzione ferma nella bontà dei propri punti di riferimento e la determinazione nel preservarli, ma non manifesta il proposito, non dico di imporli, ma nemmeno di propagarli. Si accetta, invece, la coesistenza di una pluralità di culture, anche se si cerca di evitare una loro contaminazione. In altri termini, non si rifiuta l'altro, ma ci si preoccupa di distinguersi.

Accogliere queste posizioni mediane costituisce per tutti un grande passo avanti nell'acquisizione di una habitus mentale civile, improntato al rispetto reciproco. Nella prospettiva della semplice coesistenza tra culture, ne risulterebbero rassicurati tanto coloro che impulsivamente, più che ideologicamente, propendono per posizioni xenofobe, dato che non si sentirebbero minacciati nella loro libertà; tanto chi si professa integralista, perché sa che non sarà destinato all'emarginazione o all'esclusione.

Un tale atteggiamento, per certi versi, andrebbe addirittura incoraggiato, giacché rappresenta un grande progresso, specie nella disposizione d'animo dell'integralista, che, in questo modo, ammette la multiculturalità (cosa di per sé non scontata) e riconosce, implicitamente e/o inconsapevolmente, non solo l'inattualità, bensì la inattuabilità, tanto per l'oggi che per il domani, della omologazione della società alla sua visione del mondo.

3. La libertà e la tolleranza

Se questo, dunque, è il quadro complessivo, si può, allora, stabilire un confronto tra culture e si può pervenire ad una convivenza tra i popoli che ne sono portatori?

Evidentemente, una prospettiva del genere diventa impraticabile con quelle forze che ricorrono alla violenza al fine di imporre le proprie concezioni ed i propri modelli sociali e culturali. Altrimenti, la coesistenza diventa possibile, a patto che non si predichi l'esclusività dei propri riferimenti culturali ed ideali. Inoltre, a mio parere, si può trovare un modus vivendi anche con le comunità integraliste, purché si stabiliscano delle regole minime e si rispettino alcune condizioni indispensabili. Il multiculturalismo, infatti, è fallito perché ha eluso questa necessità.

La tolleranza, più che il confronto, a questo punto, si pone come la frontiera ultima da difendere nei rapporti tra mondi e culture differenti. Ne consegue che occorre aprirsi ad una nuova concezione della compresenza di più culture, la quale rigetti esclusivamente quelle posizioni politiche che attentano violentemente al principio di tolleranza.

Un tale approccio ci pone di fronte alla questione della universalità di alcuni principi e diritti.

Ma cosa può essere dichiarato universale ed in base a quali fondamenti?

Il fondamento ultimo di qualsiasi principio è dato dalla libertà, la quale appartiene all'uomo innanzi tutto come suo portato antropologico, ossia come tensione intima ed ineliminabile di tutte le facoltà umane a superare la pura contingenza per darsi una temporalità più ampia e più lunga, tale da ricomprendere una varietà di possibilità, tra le quali operare una scelta. Sulla libertà poggia anche il principio di eguaglianza di tutti gli uomini, giacché la libertà è comune a tutti noi. Ne deriva che un diritto particolare ed individuale può essere esercitato solo se non nega in assoluto un uguale suo esercizio da parte degli altri uomini, mentre un diritto più generale deve essere potenzialmente inteso come universalmente valido, ossia deve rientrare nella disponibilità di ognuno. Si possono, altresì, configurare dei diritti propri di una determinata categoria di persone, come quella delle donne o dei bambini, i quali godono di una loro specificità. Storicamente parlando, poi, i diritti assumono carattere universale ed assurgono al rango di principi allorché diventano tali nella coscienza degli individui, a livello di massa, così che essi rientrino nel comune pratico esercizio, o nella generale aspirazione  o nella diffusa rivendicazione. Ne discende che un ideale morale, sociale o politico può essere inteso: come stato fondamentale dell'uomo; come necessità storicamente determinata; come tendenza in fieri.

La funzione dell’ideale consiste nel porsi come termine di paragone per la definizione delle nostre teorie e del nostro agire pratico, non nel senso, però, di condizione cui potenzialmente o progressivamente avvicinarsi, bensì nel senso di condizione rispetto alla quale stabilire in che modo ed in che grado ci si possa derogare o discostare.

Al contrario di quanto sinora detto, si pone come illiberale ed antidemocratica l'assunzione, a livello di legge o di principio normativo, di una particolare ideologia o di una determinata concezione etica, in sé specifiche e di parte.

Sussiste, però, una ulteriore situazione, quella in cui un popolo od una comunità, pur non mettendo in discussione il principio di libertà, concretamente, però, lo fa discendere da un ordine superiore, di carattere teologico o collettivo, subordinandolo e condizionandolo ad esso.

Si pone, a questo proposito, la questione se un ordinamento od una codificazione sociale restrittivi della libertà individuale, ma scelti democraticamente ed accettati liberamente dai singoli, debbano essere rispettati o tollerati dalle società liberali, o se debbano essere combattuti od ostacolati. 

A mio parere, fatta salva la condizione della libera adesione e della possibilità di ricusare in qualsiasi momento la precedente scelta, questi ordinamenti e queste codificazioni sociali restrittivi devono essere tollerati e con essi bisogna ricercare una qualche coesistenza, in nome proprio di quel principio di libertà che anima i sistemi liberali. Questo, a condizione, però, che all'interno degli stati integralisti o teocratici siano assicurati la professione di concezioni diverse e l'esercizio di pratiche di vita discordi da quelle dominanti, in obbedienza al principio del pluralismo culturale e politico. In caso di violazione di tali principi, l'impegno critico e la pressione politica da parte delle società liberali non può mancare.

Inoltre, in ossequio a questa visione ampia della libertà, va pretesa da parte degli stati e delle comunità integraliste la reciprocità degli obblighi, nel senso che anche loro devono impegnarsi a rispettare o, se si vuole, tollerare la nostra libertà, ossia i nostri costumi, la nostra cultura, i nostri ordinamenti democratici.

Pertanto, l'idea di tolleranza che io prospetto, va intesa come livello minimo di comunicazione e di interrelazione da garantire da parte delle collettività che entrano in contatto tra loro. Ciò non esclude, comunque, un dibattito a distanza, di tipo culturale, tra mondi diversi, mediante un confronto che preveda una autonoma riflessione sui diversi modelli di vita in campo e sui problemi che la coesistenza tra di essi pone, lasciando, soprattutto,  al tempo ed ai fatti decidere l'evoluzione dei processi sociali e culturali.   

4. Le regole della coesistenza tra culture diverse

Esaminato l’ambito dei principi, occorre, ora, considerare le regole generali che devono concretamente presiedere ai rapporti tra le varie comunità e tra i diversi stati, con particolare riguardo a quelle entità e a quegli individui che si richiamano ad una concezione integralista.

Volendo individuare un giusto equilibrio tra le diverse esigenze, si può stabilire un criterio di massima, secondo il quale il rispetto delle idee e dei costumi di ciascuno non deve comportare la costituzione di posizioni strutturali di privilegio o di comodo. Pertanto, laddove si determinano situazioni di convivenza o di relazione tra individui di differente credo religioso o di diverso costume culturale, la fedeltà alle proprie tradizioni o alle proprie convinzioni non deve condurre alla creazione di squilibri profondi nell’insieme dei diritti e dei doveri spettanti. Questo, in base al principio della sostanziale eguaglianza del trattamento tra persone che operano nello stesso ambito o nelle stesse circostanze.

Qualora non si potesse derogare all’osservanza di determinate abitudini o riti, si dovrebbe considerare l’obbligo della compensazione, in riferimento al mancato o all’incompleto adempimento dei compiti previsti. E, comunque, vanno ammesse e riconosciute delle occasionali eccezioni al rispetto di certi costumi.

Per compensazione non si intende solo un onere di natura economica, ma anche doveri di altro tipo, connessi al rispetto di disposizioni di massima comuni. Si potrebbe, a questo proposito, fare l’esempio dello studente universitario americano che si è rifiutato di sostenere alcuni esami, lo studio dei cui programmi risultava in contrasto con i propri insegnamenti religiosi. La parità di trattamento tra gli studenti richiederebbe, almeno, che venga dato lo stesso numero di esami e che questi siano della stessa importanza.

Si legittima, invece, il ricorso ad eccezioni, quando prevalgono esigenze di sicurezza o di incolumità, come, ad esempio, nell’identificazione di persone che coprono interamente il volto.

Laddove, invece, il rigoroso rispetto dei costumi altrui comporti costi economici eccessivi, disparità incolmabili, scompensi organizzativi irreparabili,  può rendersi inevitabile la negazione di alcune opportunità di lavoro da parte sia di privati che di enti, giacché, in questo caso, la compensazione non riesce a riportare ad una situazione di complessivo equilibrio. Ciò deve, comunque, rappresentare un caso limite.

Di converso, allorché l’espletamento dell’attività in cui si è impegnati si rivolge ad un pubblico ampio ed eterogeneo, il rispetto di determinati comportamenti deve accompagnarsi all’obbligo alla trasparenza, nel senso che di essi va esposta anticipatamente e con chiarezza l’intera casistica. Altrimenti, qualora si eserciti una libera professione, va dichiarata il tipo di formazione ricevuta o il genere di prestazioni ritenute compatibili con le proprie credenze.

Nel complesso, se il confronto tra culture diverse resta la strada maestra da percorrere, se, nel contempo, bisogna premunirsi contro la violenza di alcuni gruppi fondamentalisti, occorre, altresì, predisporsi alla tolleranza verso i modelli di vita tradizionalisti e, finanche, integralisti, in quanto manifestazioni non effimere e non contingenti del nostro tempo.

In particolare, è in discussione la nostra idea di integrazione, basata sul pacifico confronto tra culture e sulla loro reciproca contaminazione, dato che bisogna prendere ormai atto del radicamento di alcune posizioni tradizionaliste ed integraliste. Rispetto ad esse, va allargata la nostra visione della libertà, fino ad ammettere la coesistenza con concezioni che, di fatto, restringono i margini di autonomia dell’individuo. In ciò consiste il concetto di tolleranza, ultimo baluardo di una pacifica convivenza tra i popoli.

Le culture, al pari delle fedi e delle ideologie, possono diventare foriere di pregiudizi, di comportamenti intransigenti, di prevaricazioni, quando le si professa e/o le si pratica in maniera dogmatica, attribuendole una superiorità indiscussa ed indiscutibile. Tuttavia, andrebbe distinto l'atteggiamento prudente o diffidente di quelle culture tradizionali che si sentono minacciate dall'avanzata dei nostri modelli di vita, dalle posizioni integraliste aggressive, le quali si propongono di diffondere a tutti i costi le proprie concezioni, a danno dei fondamenti liberali e del pluralismo culturale delle società moderne e post-moderne. Confondere il tradizionalismo con l'integralismo e, soprattutto, con il fondamentalismo, significa offrire pretesti e forze alle organizzazioni politiche più intransigenti e più violente, comprese quelle terroristiche. Una chiusura culturale, infatti, può degenerare in conflitto solo se si pone in termini minacciosi verso le altre comunità e solo se si associa a motivazioni di carattere politico, finendo per diventarne uno strumento.

In definitiva, la tolleranza che io intravedo non si pone solo in termini di puro rispetto formale delle diversità, né in senso meramente passivo, di semplice benestare, o, peggio, di sopportazione, bensì si avvale dell'esercizio critico, per quanto né pregiudiziale, né teso alla conquista dell’egemonia.  

Bibliografia

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Ulrich Beck, I rischi della libertà. L’individuo nell’epoca della globalizzazione, Bologna, Il Mulino 2000.

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Hans Magnus Enzensberger, Il perdente radicale, Torino, Einaudi 2007.

Olivier Roy, L’impero assente. L’illusione americana ed il dibattito strategico sul terrorismo, Roma, Carocci 2004.

Carl Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Milano, Adelphi 2003.

1 Per queste citazioni si veda O. Roy: “Una fede senza radici, ecco il diavolo globale”, articolo apparso su «Il Corriere della Sera» del 14.2.2006; p. 14.

2 A tal proposito, si veda M. Hamid: “Se l’America chiede: «perché ci odiano?»”, articolo apparso su «La Repubblica» del 25.7.2007; p. 15.