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08/12/2011
Abstract
La richiesta della Palestina di ammissione (come Stato membro) all’Organizzazione delle Nazioni Unite ha riportato all’attenzione la questione del suo status internazionale. La Palestina manca completamente del carattere statuale? Vi sono effettivamente delle ragioni giuridiche per negare la sua ammissione all’ONU? In tale ottica si sono svolte alcune riflessioni.

1. La richiesta di ammissione della Palestina all’Organizzazione delle Nazioni Unite

Il 23 settembre il Presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas (meglio noto come Abu Mazen), ha presentato la richiesta di ammissione dello Stato palestinese come membro dell’ONU attraverso una lettera inviata al Segretario generale dell’ONU. Quest’ultimo ha, quindi, trasmesso detta richiesta al Consiglio di sicurezza il quale ha deciso di sottoporre la questione alla Commissione sull’ammissione di nuovi membri[1].

Nelle settimane precedenti, la decisione palestinese ha avuto un’immediata eco a livello mondiale ed altrettanto immediate reazioni diplomatiche i cui riflessi si sono manifestati nei discorsi pronunciati dai rappresentanti degli Stati di fronte alla sessione plenaria dell’Assemblea generale. Così, il Presidente Obama  ha affermato che la risoluzione dei conflitti non può derivare da dichiarazioni o risoluzioni dell’ONU ma deve venire dai negoziati tra le parti[2]. Sulla stessa lunghezza d’onda il Premier inglese Cameron e, ovviamente, il Primo ministro israeliano, Netanyahu, che chiede prima il raggiungimento di una situazione di pace e sicurezza e poi il riconoscimento dello Stato palestinese e la sua ammissione all’ONU. Sul fronte opposto, tra i favorevoli all’ammissione vi sono i Paesi della Lega araba e la Federazione russa.

Se ciò è chiaramente comprensibile dal punto di vista dell’atteggiamento politico e diplomatico degli Stati appena citati, dubbi sorgono circa le motivazioni giuridiche che si adducono a sostegno di tali posizioni e su questo vorremmo svolgere qualche breve riflessione.

In tale senso, viene innanzitutto in rilievo il contenuto della domanda palestinese.

Nella richiesta di ammissione[3] il Presidente Abu Mazen ha affermato che essa si fonda sui diritti storici e naturali del popolo palestinese nonché sulla risoluzione dell’Assemblea generale 181(II) del 1947. Tale riferimento era imprescindibile perché, attraverso detta risoluzione l’Assemblea generale ha stabilito la divisione della Palestina in due Stati, uno israeliano ed uno palestinese, dettandone i confini lungo quella che è stata definita la Green Line[4]. Veniva, così, espressa la volontà della comunità internazionale di costituire sul territorio palestinese due Stati sovrani ed eguali. È in relazione a ciò, ed anche per riaffermare il carattere “pacifico” dello Stato palestinese, che la lettera inviata dal Presidente afferma l’impegno di tale Stato al raggiungimento di una soluzione giusta, definitiva e duratura del conflitto arabo-israeliano basata sull’esistenza di due Stati che vivono vicini in pace e sicurezza[5].

Il successivo riferimento fatto dal Presidente è al diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, diritto che è stato riaffermato (insieme ad una soluzione del conflitto basata sulla creazione di due Stati) da numerosissime risoluzioni dell’Assemblea generale e del Consiglio di Sicurezza[6] nonché dalla Corte internazionale di giustizia nel parere del 2004 relativo agli effetti giuridici della costruzione del muro nei territori palestinesi occupati[7]. Non è possibile dimenticare che detto principio costituisce il secondo elemento portante delle rivendicazioni del popolo palestinese, sia dal punto di vista politico (quale diritto a non essere soggetti all’occupazione israeliana e a determinare liberamente la propria organizzazione politico-istituzionale all’interno di un loro Stato) che economico (nel senso di sovranità sulle loro risorse naturali).

Infine, sempre a conferma del fatto che la Palestina è uno “Stato amante della pace”[8], il Presidente Abu Mazen conferma l’impegno della leadership palestinese a riprendere i negoziati concernenti le questioni ancora irrisolte[9] sulla base dei termini di riferimento stabiliti a livello internazionale dalle risoluzioni onusiane, dai principi di Madrid, dall’Arab Peace Inititive e dalla Roadmap.

2. Lo status giuridico della Palestina ed i requisiti di ammissione all’ONU

Come è noto, l’art. 4.1 della Carta delle Nazioni Unite stabilisce che per poter diventare membro dell’organizzazione uno Stato deve essere amante della pace ed accettare gli obblighi derivanti dalla Carta nonché essere in grado, a giudizio dell’Organizzazione, di adempiervi. Sicuramente il requisito fondamentale è quello di essere uno Stato, ossia di essere un ente sovrano ed indipendente[10], e, quindi, in relazione a questo si svolgeranno alcune osservazioni circa la legittimità o meno della richiesta di ammissione della Palestina.

Ciò su cui vi è accordo è che l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) agisce a livello internazionale quale legittimo rappresentante del popolo palestinese e del suo diritto all’autodeterminazione[11]. Fortemente dibattuta è invece la questione se si possa parlare di uno Stato palestinese esistente (e, di conseguenza, soggetto di diritto internazionale a pieno titolo) data la mancanza di un esercizio effettivo ed indipendente del potere di governo. In effetti la capacità dell’OLP e, in particolare, dell’Autorità nazionale palestinese (ANP, autorità di autogoverno creata dagli accordi di Washington del 1993) di governare sui territori palestinesi occupati è limitata a causa dei (ridotti) poteri di governo attribuiti all’ANP dal sopra ricordato accordo (così come modificato nel 1995 dai c.d. Accordi di Oslo II) e dalla presenza di insediamenti ebraici nella Cisgiordania e a Gaza.

Per quanto attiene al primo aspetto, l’Autorità ha una struttura simile a quella di uno Stato perché dotata di

Presidente, Primo Ministro e Gabinetto di governo, nonché di un Consiglio legislativo, organo unicamerale democraticamente eletto dalla popolazione palestinese residente nella Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme Est, detentore del potere legislativo[12]. A fianco di questi si pongono gli organi giudiziari: Corti distrettuali e Corti di conciliazione, per la prima istanza, la Corte d’Appello, per il secondo grado, e l’Alta corte di giustizia che, oltre ad essere corte di ultima istanza, svolge un controllo sull’operato dell’autorità esecutiva. A queste si aggiungono, poi, le Corti militari. In base agli accordi conclusi con Israele, detti organi possono esercitare solo poteri limitati su alcune aree dei territori occupati[13], e, in ogni caso: le relazioni esterne (ad eccezione degli scambi culturali, degli accordi di importazione e relativi agli aiuti economici), la moneta e la sua emissione, il controllo sullo spazio aereo e marittimo restano di competenza dello Stato d’Israele che dispone anche di un “potere di veto” sulla legislazione considerata incompatibile con gli accordi (presenti o futuri) tra Palestina ed Israele; Israele esercita la sua giurisdizione su tutte le controversie (penali o civili[14]) che vedono coinvolti i cittadini israeliani (sia in quanto vittime che in quanto imputati) o che riguardino i membri dell’esercito.

Ne deriva, quindi, il venir meno di uno degli elementi della statualità, ossia un potere autonomo ed effettivo. Se ciò è sicuramente vero, non è possibile tralasciare alcuni altri elementi. Innanzitutto, essendo questi dei territori occupati, come riconosciuto sia dalla Comunità internazionale che, da ultimo, dallo stesso Israele, è consequenziale che le autorità palestinesi non possano esercitare un potere autonomo ed indipendente su quelle aree. È, però, principio di diritto internazionale umanitario che uno Stato occupato non perde, per ciò stesso, la sovranità de iure sul territorio (sebbene non la possa esercitare de facto)[15].

In secondo luogo, la limitata autonomia dell’Autorità palestinese dipende anche dalla presenza degli insediamenti israeliani sui territori occupati. Detti insediamenti integrano un illecito internazionale in quanto violano l’art. 49 della IV Convenzione di Ginevra che vieta il trasferimento nei territori occupati di cittadini o residenti dello Stato occupante. Scopo di detto articolo è di impedire che la potenza occupante modifichi, a suo favore, la composizione demografica del territorio occupato o che utilizzi tale strumento per annettere i territori in questione. Di conseguenza, nel caso in cui si trasgredisca alle prescrizioni dell’art. 49 si violano altri due principi: il divieto di annessione di un territorio con la forza ed il principio di autodeterminazione dei popoli[16].

Ancora, la Dichiarazione d’indipendenza dello Stato di Palestina (proclamata dall’OLP nel 1988) è stata “riconosciuta” quasi immediatamente dall’Assemblea generale dell’ONU che ha anche “trasferito” lo status di osservatore dall’OLP alla Palestina[17], dichiarando così l’appoggio dell’ONU a quell’atto (che, d’altra parte, si poneva in linea di continuità con la soluzione prevista dalla su richiamata risoluzione del 1947). Restando in ambito onusiano, acquistano rilevanza altre tre circostanze: dal 1988 il Consiglio di Sicurezza ha invitato la Palestina (e non l’OLP) a partecipare alle sue riunioni in cui si trattava della questione palestinese; la Palestina figura tra i “member countries” della Commissione economica e sociale per l’Asia occidentale (CESAO)[18] dell’ONU; il 31 ottobre scorso l’UNESCO ha ammesso la Palestina come Stato membro con il voto favorevole, tra gli altri, della Francia (mentre il Regno Unito, anch’esso membro permanente del Consiglio di Sicurezza, si è astenuto)[19].

Significativo in questo quadro è anche il fatto che numerosi Paesi abbiano riconosciuto la Palestina come Stato. Infatti, se è vero che la gran parte della dottrina internazionalista è concorde nel ritenere che il riconoscimento da parte di altri Stati non ha valenza costitutiva della statualità ma solamente una natura dichiarativa a scopi politici, in una situazione di incertezza come quella di cui stiamo trattando non si può non attribuire rilevanza alla circostanza che più di 100 Stati (tra cui Cina, India e Russia) attualmente abbiano già proceduto al riconoscimento della Palestina.

Altro elemento rilevante (di natura prettamente interna) è l’adozione, avvenuta nel 2003, di una Palestinian Basic Law[20], vale a dire una carta costituzionale a carattere temporaneo che deve servire da guida per l’Autorità palestinese fino a quando non sarà raggiunta la piena autonomia ed indipendenza. Detto testo, approvato dal Consiglio legislativo palestinese e firmato dal Presidente (dell’OLP e dell’ANP) Arafat, presenta le caratteristiche di una carta costituzionale poiché stabilisce i principi su cui si fonda la Palestina, i diritti e le libertà riconosciute ai palestinesi, la forma di governo (democrazia parlamentare) e definisce le caratteristiche del potere presidenziale, di quello esecutivo, legislativo e giudiziario nonché i rapporti tra gli stessi. È innegabile che tale atto è un tipico atto “statale”.

3. Quale soluzione?

Cercando ora di trarre le fila di quanto fin qui evidenziato, possiamo dire che non è ancora possibile parlare di uno Stato di Palestina vero e proprio poiché manca della capacità di esercitare un potere autonomo ed effettivo sui territori palestinesi e, sebbene ciò dipenda in gran parte dal fatto di essere un territorio occupato, non è ravvisabile l’esistenza di uno Stato palestinese prima dell’occupazione israeliana (se così fosse non vi sarebbero dubbi sull’esistenza di detto Stato nonostante l’occupazione straniera).

Detto questo, ritengo che non si debbano, tuttavia, dimenticare alcuni altri elementi: a) l’ANP ha una struttura simile a quella di uno Stato e si è dotata di una Basic Law; b) l’Autorità esercita, in nome dell’OLP che resta il legittimo rappresentante del popolo palestinese, alcuni poteri di governo sui territori palestinesi occupati; c) all’OLP è riconosciuta rilevanza internazionale, in quanto unico legittimo rappresentante del popolo palestinese, tanto da disporre del treaty making power (si ricorda che l’OLP, prima direttamente ora attraverso l’ANP, ha sempre negoziato e firmato gli Accordi che hanno riguardato la soluzione del conflitto israelo-palestinese); d) la Palestina ho ottenuto lo status di osservatore presso le Nazioni Unite, è Stato membro dell’UNESCO e fa parte dei “member countries” della CESAO (si evidenzia che la Santa Sede, sebbene sia qualificata, all’interno dell’ONU, come Stato non membro con lo status di osservatore, non è incluso tra i Paesi che fanno parte della Commissione Economica per l’Europa); e) la Palestina, a seguito della Dichiarazione di indipendenza del 1989 (“riconosciuta”, come sopra detto, anche dalle Nazioni Unite), ha ottenuto il riconoscimento da parte di numerosi Stati.   

Si potrebbe, quindi, affermare che la Palestina è uno Stato “nascente” e sulla base di questo considerare se un’ammissione alle Nazioni Unite sia ipotizzabile o meno. Infatti, esistono dei precedenti in ambito onusiano. Anche a non voler considerare il caso dell’Ucraina e della Bielorussia ammesse tra gli Stati fondatori delle Nazioni Unite per il diktat dell’URSS, si ricorda: l’ammissione della Guinea Bissau all’OUA (nel 1973) e all’ONU (nel 1974) sebbene il Portogallo vi esercitasse ancora i poteri di governo (pur avendo dichiarato di non volersi opporre al processo di decolonizzazione); l’ammissione della Namibia all’ILO, alla FAO, all’UNESCO quando ancora detto Paese era sotto il pieno controllo del Sud Africa. Un altro esempio rilevante, sebbene non abbia coinvolto le Nazioni Unite, è quello dell’ammissione della Repubblica araba sarawi democratica all’OUA, prima, e all’UA attualmente[21]. Anche nel caso della Palestina si potrebbe, dunque, superare il dato fattuale del non esercizio di pieni poteri di governo (tanto più che detta situazione è caratterizzata da una maggiore autonomia ed indipendenza rispetto alla Guinea e alla Namibia) in nome della garanzia (e del sostegno al) diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e della convinta riaffermazione dell’unica soluzione possibile del conflitto arabo-palestinese: quella indicata dall’Assemblea generale nel 1947. D’altra parte, anche la recentissima decisione dell’UNESCO di ammettere la Palestina tra gli Stati membri si muove in questo senso e non è certo trascurabile il fatto che essa abbia visto il voto favorevole di un membro permanente del Consiglio sicurezza (la Francia) e l’astensione di un altro (la Gran Bretagna). In effetti, se era facilmente prevedibile il sostegno della stragrande maggioranza dei Paesi arabi, africani e latino-americani, altrettanto non può dirsi per le posizioni assunte dalla Francia e dall’UK[22]. L’ammissione della Palestina alle Nazioni Unite, sebbene comporterebbe nuove sfide per i palestinesi e nodi problematici da risolvere[23], costituirebbe un elemento di rafforzamento dell’ANP sia a livello interno (in particolare nei confronti di Hamas) che a livello internazionale, ponendo la Palestina in una posizione meno subordinata rispetto a quella di Israele, il che non può che essere positivo in un’ottica di garanzia della pace e della sicurezza internazionale (che, insieme, alla tutela del diritto all’autodeterminazione rientra tra gli scopi principali dell’ONU).

In tale contesto, è stata avanzata una proposta che si colloca a metà strada tra le posizioni israeliane e quelle palestinesi: riconoscere alla Palestina lo status di “Stato non membro”. Tale soluzione, tuttavia, non appare soddisfacente perché non modificherebbe lo status della Palestina all’interno dell’ONU, dato che continuerebbe ad essere osservatore (pur figurando tra gli Stati non membri a fianco della Santa Sede anziché tra le “altre entità”) e non è detto che questa proposta troverebbe l’appoggio degli USA e di Israele. Infatti, vero è che (come essi desiderano) la Palestina non sarebbe ammessa all’ONU, ma vi sarebbe comunque un riconoscimento della sua statualità con forti ripercussioni nei rapporti tra le due entità anche in relazione alla dichiarazione palestinese di accettazione della giurisdizione della Corte penale internazionale[24]. Infine, tale soluzione potrebbe apparire anche illogica, poiché se la Palestina non è uno Stato ai fini dell’ammissione non lo è neppure ai fini dello status di osservatore.

In conclusione, anche la proposta appena richiamata  (che, di fatto, riconoscerebbe lo Stato palestinese) ed il voto favorevole, in primis della Francia, in seno all’UNESCO il 31 ottobre scorso ci porta ad affermare che l’opposizione all’ammissione della Palestina all’ONU ha delle ragioni essenzialmente politiche legate, innanzitutto, alla volontà degli Stati Uniti di sostenere Israele nella sua battaglia cinquantennale. È, infatti, molto probabile che, se lo Stato israeliano non volesse rinviare sine die la creazione dello Stato palestinese, il problema della statualità di quest’ultimo (e della sua ammissione alle Nazioni Unite) verrebbe facilmente superato come già in passato è accaduto per altre entità.

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[1]Cfr., SC/10397 del 28 settembre 2011.

[2] Si ricorda che il Dipartimento di Stato americano ha lasciato intendere che gli USA opporranno il veto qualora in Consiglio di Sicurezza si dovesse arrivare a votare circa la proposta di ammissione della Palestina.

[3] Cfr., A/66/371 – S/2011/592.

[4] Cfr. A/Res/181(II) del 27 novembre 1947. Per un’analisi della risoluzione su indicata e, in generale, della questione palestinese, cfr., tra gli altri, Edward W. Said, The Question of Palestine, Routledge and Kegan Paul, Londra, 1980; Samir Abed-Rabbo, Might Does not Make Right: International Law and the Question of Palestine, University of Miami, Miami, 1981; Hans Köchler, The Legal Aspects of Palestine Problem: with Special Regard to the Question of Jerusalem, Braumüller, Vienna, 1981; William V. O’Brien, The PLO in International Law, in Boston University International Law Journal, 1983-1984, p. 349 ss.; W. Thomas Mallison, Sally V. Mallison, The Palestine Problem in International Law and World Order, Longman, Harlow, 1986; Ibrahim Saeed Adoofi, Struggle for freedom: United Nations, Palestine Question and Super Powers, H. K. Publisher and Distributors, Delhi, 1990; Antonio Cassese, The Israel PLO Agreement and Self-determination, in European Journal of International Law, 1993, p. 534 ss.; Giancarlo Guarino, La questione della Palestina nel diritto internazionale, Giappichelli, Torino, 1994; Henry Cattan, The Palestine Question, Saqi Books, Londra, 2000; Ilan Pappè, The Israel/Palestine Question: a Reader, Routledge, Londra, 2007; Victor Kattan, The Palestine Question in International Law, British Institute of International and Comparative Law, Londra, 2008.

[5] Cfr., A/66/371 – S/2011/592.

[6] Cfr., tra le altre, A/Res/ 181 (II) (1947), 3236 (XXIX) (1974), 2649 (XXV) (1970), 2672 (XXV) (1970), 65/16 (2010), 65/202 (2010); S/242 (1967), 338 (1973) e 1397 (2002).

[7] Cfr., Legal Consequences of the Construction of a Wall in the Occupied Palestinian Territory, advisory opinion, ICJ Reports 2004, p. 136 ss.

[8] È risaputo che l’“essere uno Stato amante della pace” è uno dei requisiti che, in base alla Carta delle Nazioni Unite, è necessario rispettare per poter essere ammessi come membro dell’organizzazione.  

[9] Le questioni su cui, ad oggi, i negoziati sono fermi hanno una particolare rilevanza poiché riguardano: lo status di Gerusalemme, i rifugiati palestinesi (ed il diritto al ritorno), gli insediamenti israeliani, i confini, la sicurezza e le risorse idriche (attualmente in gran parte sotto il controllo di Israele).

[10] Il requisito di essere uno Stato amante della pace non è mai stato definito dagli organi dell’ONU, neppure a livello di prassi. Infatti, la condotta dello Stato “candidato” tanto a livello internazionale quanto a livello interno (con riferimento, ad esempio, alla forma democratica del governo o al rispetto dei diritti umani) non è mai stata considerata come elemento determinante. Il requisito della capacità di adempiere agli obblighi derivanti dalla Carta, poi, non ha carattere oggettivo poiché è l’Organizzazione a doverla valutare. Cfr. per tutti, Sergio Marchisio, L’ONU. Il diritto delle Nazioni Unite, Il Mulino, Bologna, 2000, p. 94 ss.; Benedetto Conforti, Carlo Focarelli, Le Nazioni Unite, CEDAM, Padova, 2010, p. 28 ss.

[11] In tale senso, basti ricordare che il 22 novembre del 1974 l’Assemblea generale dell’ONU riconobbe all’OLP lo status di osservatore e che il Consiglio di Sicurezza, nel 1976, adottò una risoluzione per consentire all’OLP di partecipare ai suoi dibattiti (naturalmente senza diritto di voto e solo qualora essi riguardassero la questione palestinese). Ciò ha condotto parte della dottrina a riconoscere all’OLP la personalità giuridica internazionale, cfr., Giancarlo Guarino, Personalità giuridica di diritto internazionale: il caso dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, in Studi di diritto internazionale in onore di Gaetano Arangio-Ruiz, Editoriale scientifica, Napoli, 2004, p. 85 ss.; Giancarlo Guarino, The Palestine Liberation Organization and its evolution as a national liberation movement, in Rivista della cooperazione giuridica internazionale, 2008, p. 13 ss.; Giuseppe Palmisano, La Corte penale internazionale di fronte all’operazione “Piombo fuso” e al problema della statualità della Palestina, in Diritti dell’uomo. Cronache e battaglie, 2009, p. 49 ss.; Errol Mendes, Statehood and Palestine for the Purposes of article 12(3) of the ICC Statute. A contrary perspective, disponibile su http://www.icc-cpi.int/NR/rdonlyres/D3C77FA6-9DEE-45B1-ACC0-B41706BB41E5/281876/OTPErrolMendesNewSTATEHOODANDPALESTINEFORTHEPURPOS.pdf 30 marzo 2010.  

[12] È significativo che già l’OLP si fosse dotata di una struttura molto simile a quella statale. Infatti, a fianco del Consiglio Nazionale Palestinese si hanno: la Commissione esecutiva dell’OLP (organo esecutivo); il Consiglio centrale palestinese (una sorta di commissione parlamentare); l’Esercito palestinese di liberazione.

[13] L’estensione di detta giurisdizione, che esplicitamente esclude Gerusalemme, gli insediamenti ebraici, i rifugiati, i confini e le dislocazioni delle forze militari israeliane, viene determinata dividendo il territorio in tre aree, vale a dire: la zona A (3% del totale dell’area) su cui il Consiglio ha la più ampia autonomia poiché ha il potere di esercitare il proprio controllo su questioni attinenti alla sicurezza e all’ordine interno, ad esclusione dei luoghi santi per gli Ebrei; zona B (circa il 27% della Cisgiordania) dove il Consiglio esercita il potere politico e civile mentre Israele mantiene il controllo sulla “sicurezza interna”; zona C (circa il 70% del totale dell’area) la giurisdizione nominale del Consiglio si esercita sulla popolazione palestinese che, tuttavia, resta soggetta alla legge marziale israeliana.

[14] Le uniche eccezioni in materia civile si hanno per le controversie riguardanti: le azienda che svolgono la loro attività sotto la giurisdizione palestinese; beni immobili rientranti sotto tale giurisdizione; l’imputato ha dato il suo consenso.

[15] Si veda l’art. 43 del Regolamento dell’Aja del 1907.

[16] In tale senso si è espressa anche la Corte internazionale di giustizia nel parere del 2004. Cfr., Legal Consequences of the Construction of a Wall in the Occupied Palestinian Territory, cit., par. 141

[17] Cfr., A/Res/43/177 del 15 dicembre 1988.

[18] La suddetta commissione è una delle cinque commissioni economiche regionali istituite quali organi sussidiari del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite.

[19] L’OLP nel 1989 presentò richiesta di ammissione all’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) e all’UNESCO e di adesione alla IV Convenzione di Ginevra. In quest’ultimo caso, lo Stato svizzero, che è depositario della Convenzione, affermò di non essere in grado di decidere se lo strumento presentato dalla Palestina si potesse considerare uno strumento di adesione a causa dell’incertezza mostrata dalla Comunità internazionale circa l’esistenza o meno di uno Stato palestinese. Per quanto riguarda l’ammissione all’OMS, l’organizzazione ha rinviato sine die la decisione e ciò anche a causa della minaccia da parte degli Stati Uniti di cessare il sostegno finanziario all’istituto specializzato. Anche l’UNESCO non aveva mai adottato una decisione in relazione alla richiesta della Palestina, per lo meno fino al 31 ottobre scorso quando i due terzi della Conferenza generale hanno votato a favore dell’ammissione (107 voti favorevoli, tra cui Francia, Cina ed India, 14 contrari, tra cui Israele, USA e Germania, e 52 astenuti, tra cui Gran Bretagna e Italia). Chiaramente si sono avute immediate reazioni negative da parte di Israele e degli Stati Uniti. Questi ultimi hanno annunciato un taglio dei finanziamenti all’organizzazione poiché la loro legislazione interna vieta il sostegno finanziario di qualsiasi organizzazione ONU che accetti la Palestina come membro.   

[21] La Repubblica araba sarawi democratica è sorta, grazie all’azione del movimento di liberazione nazionale Fronte Polisario, su di un territorio che il Marocco avoca a sé e sul quale quest’ultimo ha trasferito suoi cittadini (divenuti dei veri e propri coloni). Il referendum sull’indipendenza (richiesto anche dalle Nazioni Unite in nome del diritto all’autodeterminazione del popolo sarawi) fino ad oggi è stato continuamente rinviato. 

[22] Probabilmente, al momento di votare per la richiesta di ammissione della Palestina in seno al Consiglio di sicurezza, la Francia avrebbe una posizione meno “avanzata”, tuttavia non si può negare che il voto del 31 ottobre rivesta una particolare rilevanza e costituisca un segnale forte inviato a Israele e agli USA. Quest’ultimi, infatti, stanno agendo a livello diplomatico per evitare che all’interno del Consiglio di sicurezza si raggiunga la maggioranza dei 9 voti favorevoli all’ammissione così da non dover utilizzare il diritto di veto e da non apparire gli unici responsabili della non ammissione della Palestina (infatti, qualora la richiesta venisse bloccata in Consiglio di sicurezza non potrebbe essere presentata all’Assemblea generale). 

[23] Cfr., Amin Majid Kayali, La scommessa di Abu Mazen, in Internazionale, 23/29 settembre 2011, p. 22.

[24] Il 22 gennaio 2009 l’ANP ha presentato detta dichiarazione affinchè la Corte potesse esercitare la sua giurisdizione su chiunque si fosse macchiato di crimini internazionali sul territorio palestinese a partire dal 2002 (anche se l’obiettivo principale era quello di far sì che la CPI potesse esercitare la sua giurisdizione sui fatti avvenuti durante l’operazione “Piombo fuso” del dicembre 2008). Ad oggi, né il Procuratore né l’Assemblea della parti durante la conferenza di Kampala del giugno scorso si sono pronunciati sull’ammissibilità o meno della dichiarazione.