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19/09/2011

Quando con la “Lumen Gentium” i Padri Conciliari vollero presentare la Chiesa come un “popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (n.4) la visione ecclesiologica di Giuseppe Lazzati (1909-1986) trovò un riconoscimento anche e soprattutto in relazione al significativo rapporto tra consacrazione e secolarità, riflessione teologica e giuridica attorno alla quale gravita possiamo dire buona parte dell’opera di questo professore, Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in anni non facili e formatosi nel gruppo dei cosiddetti “professorini” che in quella stessa università trovarono già da giovani studiosi, fermento culturale e motivazione ecclesiale realizzando un percorso di un cristianesimo rinnovato, vivificando la presenza del laico nella Chiesa. Una delle icone evangeliche della chiamata alla fede è la vocazione dei primi discepoli, narrata dal vangelo secondo Giovanni (Gv.1, 36-42); nel rappresentare la scena della vocazione dei primi discepoli si riferisce che essi “..udirono le Sue parole e seguirono Gesù”. La vocazione nasce innanzitutto dalla testimonianza di un “altro” che ci indica il Cristo e Giovanni indica ai discepoli Gesù come “agnus Dei” e i discepoli “udirono” tali parole e “seguirono” Cristo e il primo verbo ribadisce che ogni vocazione esige come precondizione l’ascolto e il secondo che il primo passo verso la fede in Cristo è la “sequela” alla quale seguirà il “restare” in costante comunione con Lui.

Soltanto chi si dispone alla sequela diventa uditore delle Sue parole “Cosa cercate?” e chi si mette in cammino sui sentieri del vero e del bello ed ha un cuore disponibile a lasciarsi interpellare dagli autentici testimoni di Dio può a sua volta, ripetere le parole dei discepoli “Rabbì, dove abiti?” In questo senso Lazzati che fu un maestro di generazioni di giovani e non solo studenti, si sentì sempre “discepolo” e la sua continua sottolineatura della contiguità tra consacrazione e secolarità, ci offre il quadro di un uomo che vedeva nella sua consacrazione laicale non solo lo specifico della propria missione, ma il destino della Chiesa, in un ambito di vera “costituzione divina”. L’approvazione ecclesiale della forma di vita degli istituti secolari comportò un traguardo per il professore e un rinnovato impegno a vivere secondo i consigli evangelici restando laico secolare, perché la secolarità importa e influisce sulla consacrazione in una unità vitale perché tanto la secolarità che la consacrazione hanno un valore sostanziale. Il rigore di Lazzati si avverte nell’esperienza vissuta, nell’esposizione del suo pensiero che nasce sempre da esperienza di vita vera e completa.

Egli fu un maestro di vita spirituale e non solo accademico di grande prestigio;mi sia consentito ricordare un episodio della mia gioventù: ho ancora nel cuore la protesta che un movimento ecclesiale di educazione alla fede, che non voglio citare, allestì contro di lui, definendolo “protestante”, lui che non conosceva né potere né denaro, mentre essi di tutte e due hanno fatto un pilastro di opere!! Il suo esempio e la sua parola si sono impegnate verso il suo stesso ideale di consacrazione nella secolarità e la sua ricerca costante si è orientata, soprattutto negli ultimi anni, alla vocazione e missione del laico cristiano, ma chi è per Lazzati, il laico cristiano? Con il Concilio Vaticano II è stata proposta una nuova riflessione teologica sui laici che Lazzati coglie con sensibile perspicacia, mettendo in evidenza l’identità rinnovata che il laico nei suoi impegni e uffici, assolve nella Chiesa ma anche nel mondo(si veda Apostolicam Auctositatem) e il laico deve attingere energie per progredire nella propria specifica vocazione rendendosi capace di realizzare la propria vocazione annunciando e predicando la Parola di Dio attraverso diverse fonti. La prima fonte è l’ascolto della Parola di Dio e la lettura della Sacra Scrittura, soprattutto del Nuovo Testamento.

La Parola è il modo esemplare col quale Dio interviene nel mondo: è con la Sua Parola che crea i cieli e la terra (Gn.1, 1ss); è nella Sua Parola che si rivela agli uomini (Gv.1, 1-8);è, infine, nella proclamazione della Sua Parola che si compie e si svolge la storia della Chiesa(At, 4, 29-31).. E’ la Parola che non rinvia ad una realtà di cui essa non sarebbe che l’espressione intellettuale ed essa è questa realtà, cioè a dire è “l’avvenimento”. Non è una ragione ma un fatto. La rivelazione innanzitutto è un fatto ed è questo fatto completo che è Parola. La Parola di Dio è più che un discorso di Dio. Essa è un “Atto”di Dio, perché Egli agisce con la Sua Parola e parla con la Sua azione e a questo proposito pensiamo all’episodio in cui S. Paolo ci avverte (Eb.1) che Dio parla a noi per mezzo del Figlio Suo. A ragione di ciò la visione laica cristiana di Giuseppe Lazzati poneva come prima fonte l’ascolto o la lettura della Parola di Dio perché l’iniziativa è sempre di Dio. Il valore del laico, come già quello del popolo ebraico, consiste nell’ascoltare, nel venire a conoscenza di quello che Dio vuole, per obbedirGli. “Ascolta Israele”;”Parla Signore, che il tuo servo ti ascolta”(Deut.4, 1;Sam.3, 5)”Che vuoi che io faccia?”(Atti, 9).

Tutta la visione di Lazzati si può sintetizzare nel corrispondere e nell’adeguarsi alla volontà di Dio, come ammonisce S. Tommaso d’Aquino (S.Th.q.16, a.4). Di Gesù diciamo che fu “obbediente” fino alla morte e nel Getsemani diceva, “Non come voglio io, ma come vuoi Tu!” (Mt.26, 40). Il nostro atteggiamento più giusto, come la nostra preghiera e devozione più vera, si verificano quando perseveriamo a pregare fino a che diventiamo noi coloro che ascoltano Dio. In misura che l’ascolto della Parola occuperà il primo posto nelle nostre realtà, nelle nostre comunità, come in ognuno di noi, più efficacemente lavoreremo per la salvezza delle anime, perché nella Chiesa ogni credente è, per la sua parte, responsabile della Parola di Dio, ognuno riceve lo Spirito Santo per annunciarLa fino all’estremità della terra!.

La Parola in Lazzati non diventa solo strumento solipsistico, ma elemento che non possiamo disgiungere dalla sua vocazione sociale, di uomo di scuola per tante generazioni di studenti e di impegno civile per un rinnovamento della storia che la società ha vissuto a cavallo della triste pagine della guerra e quella non meno dolorosa del difficile dopoguerra. Egli ha parte nel cosiddetto gruppo dei “professorini”, dell’Università Cattolica, e non possiamo ignorare l’influsso assai forte del personalismo sulla sua visione non solo civile ma religiosa ed ecumenica. Lazzati non fu mai uomo di parte, non fece vita politica, m, a della politica fu parte integrante come uomo della “polis”come ogni cristiano deve sentire di essere in difesa dei principi per i quali Dio lo ha messo nel Suo mondo in un determinato periodo storico. “Ho creduto perché ho parlato”(II, Cor. 4, 13), dopo la Luce, ossia la Fede chiesta alla Parola di Dio, l’anima nostra, per avanzare nella santità, ha bisogno della forza, ovvero come insegna Tommaso, della “grazia”: luce per la mente, forza per la volontà! La luce ci proviene dalla fede, la forza dalla grazia di Cristo con il quale ci mettiamo in contatto reale attraverso le celebrazioni liturgiche e i sacramenti che ne scaturiscono. Lazzati realizza pienamente ciò che il Concilio e la “Lumen Gentium”(n.31), affermano, “il laico deve cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e orinandole secondo Dio”;la consonanza con questa affermazione è totale e si può dire che egli dedichi la sua vita per realizzare in sé questa vocazione, nella politica, nella docenza, nel rettorato universitario, ma anche per contribuire a farla comprendere e vivere con maturità al laicato cattolico e qui si colloca il suo impegno nell’Azione Cattolica e nel mondo del laicato organizzato, ma anche la sua dedizione all’istituto secolare.

Vede la consacrazione come irrevocabile risposta di amore totalizzante all’amore di Dio in Cristo; tale consacrazione negli istituti secolari non modifica ma integra e impreziosisce la vocazione cristiana ad essere presenti nei luoghi in cui si edifica la città dell’uomo, che è poi la vocazione alla secolarità, costituendola come elemento chiarissimo di discernimento degli aspetti positivi e negativi, come disse Giovanni Paolo II e valorizzandola. In ciò consiste la vocazione del laico nella costituzione divina della Chiesa. Lazzati ricorda infatti che, ”la secolarità, come indole propria e peculiare dei laici, determina anche lo stato di consacrazione e quindi il modo di porsi in esso dei consigli evangelici, ed è evidente che l’appartenenza agli istituti secolari non estromette dall’ambito dei laici, ma pone i loro membri al di dentro di essi, come loro parte qualificata grazie a un grado di consacrazione aggiunto a quello del battesimo, che ne fa laici in stato secolare di consacrazione” (Consacraz.e secolarità, AVE, 1987, p.98) Lazzati ci fa comprendere non solo cosa sono gli istituti secolari e come essi siano vocazione laicale importante nella costruzione della chiesa, ma anche il modo di approfondire la fede e la vocazione del laico che non per essere tale deve venire considerato solo parte accessoria della vita ecclesiale.

Infatti il contributo a ciò che poi sarebbe stato realizzato dal Sinodo dei vescovi per i laici del 1987, già era stato vivificato e ben fermentato nell’azione e nella visione di Giuseppe Lazzati, perché gli istituti secolari laicali costituiscono un modo specifico di risposta alla vocazione e alla missione del cristiano e infatti molti di essi sono nati non a caso all’interno di movimenti e di associazioni laicali in modo da vivere e realizzare con pienezza di fede l’impegno che spetta al laico. Non a caso Lazzati parla di “coincidenze con le proposte conciliari” nel senso che la vocazione si inserisce nella consacrazione battesimale e nella missione intesa come evangelizzazione e animazione delle realtà temporali costituendo sì due esigenze ma anche, conseguentemente, due fedeltà, dell’essere cristiano e dell’essere laico. Conseguentemente ogni puntualizzazione della vocazione e missione del laico diventa sollecitazione per i laici degli istituti secolari ad una sempre più vigile consapevolezza e coerenza. L’Istituto “Cristo Re”, fondato da Giuseppe Lazzati ha realizzato tale prospettiva, attraverso la testimonianza e l’azione, anche mediante il suo notiziario interno, non a caso intitolato “Comunicare”. Egli ne è stato Presidente per quasi quarant’anni, pubblicando fra i tanti testi, alcuni che vorrei ricordare, come: “Il Regno di Dio è in mezzo a voi”, che raccoglie riflessioni sviluppate tra il 1943 e il ’52, il secondo volume dal ’52 al ’65, il terzo dal ’66 al ’71 e il quarto dal 1972 al ’78; vi sono contenute le lezioni svolte agli aspiranti del proprio istituto per i loro anni di percorso formativo sul tema dell’impegno secolare, poi pubblicati ne “L’impegno secolare”, un corposo volume edito a Milano nel 1986.

In molti passaggi vi sono sottolineature importanti riguardanti lo sviluppo dell’aspetto generale dell’impegno secolare, quali i fondamenti teologici e cristologici, i criteri metodologici e i fondamenti culturali della “mediazione”: è una parola che Lazzati usa sovente ma non spessissimo, importante per chi come lui credeva nell’impegno della comunicazione dialogica come elemento qualificante dell’impegno cristiano e in primo luogo “secolare”. In ciò è evidente la lezione personalista, il concetto di “persona umana” che riportava attraverso Maritain e Mounier ai primi padri della Chiesa, addirittura dopo l’Ascensione del Cristo, essi, infatti si erano trovati di fronte al problema di definire Gesù, ma anche gli altri due soggetti, cioè il “Padre” e lo “Spirito Santo”. In tale ricerca il concetto di “persona” racchiude tutta la sua attualità ma anche tutta la sua misteriosa sfida per chi, come Lazzati, ne farà elemento principale di consacrazione religiosa. Il dato di partenza non poteva che essere l’affermazione più volte ripetuta da Gesù stesso di essere l’”unigenito del Padre” ed il “Figlio dell’uomo” (Gv.V, 17). Quindi due nature in soggetto per definire il quale sembrava utilizzabile la parola greca “prosopòn”, sino ad allora destinata a definire i personaggi teatrali, i quali dalle loro stesse apparenze delineavano subito il messaggio da rappresentare.

Tuttavia questo costituiva il rovescio del contenuto evangelico che, al contrario, si esprime all’interno dell’uomo per cui i Santi Padri hanno preferito utilizzare un'altra parola greca “upòstasis” che per il suo significato di “supposto” presentava il duplice vantaggio di individuare una unità reale concreta a superamento di un certo astrattismo della cultura greca e di esprimere una unità reale avente un contenuto proprio. Il vocabolario filosofico greco aveva un'altra parola in un certo senso congiunta ad “upòstasis”, era “ousia”, anch’essa col significato di sostanza ma con una valenza più di contenuto che di supposto. Questa conquista ha rappresentato una svolta, perché si doveva qualificare meglio questi due concetti, elevandone i significati a tutte quelle componenti intellettuali-volitive, conoscitive-morali, concettuali-etiche, introdotte dalla nuova proposta di fede anche come sviluppo dei mirabili insegnamenti già espressi dall’Antico Testamento. Ma la svolta avviene in parte con S. Domenico di Guzman , ma soprattutto con S. Tommaso d’Aquino che partendo dalle splendide conquiste dei Santi Padri orientali e latini, andando oltre S. Ambrogio e S. Agostino, ne ha ampliato ed approfondito i concetti acquisendo altresì tutto il positivo contenuto nelle altre culture appena scoperte o riscoperte, offrendo una sintesi nuova sia connessa alla vita della Trinità, sia di scavo nel profondo dell’interiorità personale, sia di ulteriore precisazione metafisica, sia di ampia visione dell’operare esterno. Infatti Tommaso dice che la persona umana “..significa quanto vi è di più nobile nell’universo delle nature, ossia una unità reale, sussistente nella natura razionale”(S.Th.Ia, 29, 3).

Da questa definizione il personalismo che comunque influisce sulla visione di Lazzati, indica tre elementi della persona: a)l’essere umano è posto al vertice dell’universo delle nature. b)l’essere umano è sussistente, racchiude in sé stesso una pluralità di elementi che fanno di ciascuno uomo una unità reale che partecipa della comune natura umana ma, al tempo stesso, in modo autonomo, originale, unico, intrasferibile, creativo. c)l’essere umano è razionale, ossia intelligente e volente, in risonanza con le molteplicità del reale secondo una dinamica attivo-recettiva, in una multiforme e simultanea varietà di comunicazioni, relazioni, rapporti. Questo soggetto unico, capace di attività intelligente-volitiva, conoscitivo-morale, concettuale-etica, capace di multiforme creatività storica, è la “persona” e per Tommaso “perciò si dice che l’uomo è un microcosmo perché in un certo senso si trovano in lui tutte le creature del mondo” (S.Th.I, 91, 1), quindi l’uomo è egli stesso principio delle proprie opere, quasi avente libero arbitrio e sovranità delle proprie opere, in questo l’impegno ecclesiale di Lazzati è fortissimo, e ammonisce “la fedeltà alla nostra vocazione ed il desiderio che essa sia capita per quello che essa realmente è, sono i moventi che ci spingono ad assumere la posizione che cerchiamo di assumere perché da tale fedeltà e comprensione derivano per noi cose di estrema importanza che sono innanzitutto il qualificarsi di una spiritualità;il discernimento della vocazione;il connotarsi dell’apostolato. Solo ove la categoria “consacrazione” prevalga in modo indebito sulla categoria “laico” ed a questa ci si accosti con mentalità di religioso, si può dire che sia evidente quanto la secolarità del fedele laico sia differente da quella del fedele consacrato” (Consacrazione e Secolarità”, p.101). Per Lazzati il fedele laico è del secolo e nel secolo, mentre il consacrato resta nel mondo ma non appartiene al mondo, è sì nel secolo ma non è del secolo. Entrambe queste accezioni afferiscono alle medesime realtà terrestri, ma la prima partendo da esse per condurle a Cristo, mentre la seconda partendo da Cristo per calare in esse la di Lui redenzione.

E’ ancora la “Lumen Gentium” che orienta la visione di Lazzati nella costituzione “divina”della Chiesa;essa infatti fonda il valore dei laici e la loro missione nella Chiesa, soggiacendo a tutta l’impostazione il senso di separazione ed il conseguente concetto di apostolato che, giustamente, ”deve” avere un religioso, ma attribuendo ai laici consacrati la forza e il vigore per vederli non come autentici secolari, il che non può essere se non siano laici dei quali l’indole secolare è propria e peculiare, ma come se appartenessero alla vita secolare. In questo Lazzati riesce anche a correggere l’errata traduzione uscita a suo tempo su “Osservatore Romano” e anche ripresa da pur valide edizioni di testi conciliari, riconoscendo la giusta traduzione all’edizione curata da mons. Salvatore Garofalo e pubblicata dall’Editrice Ancora nel 1966 per la quale la professione conferisce agli uomini e alle donne ai laici e ai chierici che vivono nel secolo, una consacrazione. Perciò essi intendano darsi totalmente a Dio nella perfetta carità e gli Istituti Secolari stessi conservino la particolare loro fisionomia secolare, per essere in grado di esercitare efficacemente e dovunque il loro apostolato in seno al mondo. In questo senso Lazzati riprende anche la particolare attenzione a questa forma di consacrazione espressa a suo tempo da Pio XII nella “Provvida Mater Ecclesia”, n.10. Come consacrato seppur non in un Istituto Secolare ma in quello che senza dubbio è stato l’antesignano della vocazione consacrata laicale, il Terzo Ordine Domenicano al quale appartengo da quasi trent’anni col nome religioso di fra’ Mariano in onore del mai abbastanza ricordato P. Mariano Cordovani, primo teologo della Segreteria di Stato e Maestro del Sacro Palazzo, credo di poter convenire con quanto affermato da Lazzati quando sosteneva che la nostra cristianità ha senz’altro bisogno di rendersi non solo più sollecita nel suo insieme ma maggiormente capace di impostare e risolvere i problemi relativi alla scelta del nostro stato di vita, che poi sarebbe la definizione effettiva della nostra vocazione e in questo senso preziosa ed attuale risulta oggi a tanti anni di distanza dal ritorno alla casa del Padre la sua sollecitazione per un laicato più sicuro, formato e meno emotivo.

Un a delle condizioni per poter discernere la propria vocazione personale o per meglio dire, interpretare il proprio carisma, è conoscere bene il profilo della vocazione che si avverte e senza tale conoscenza non si avvertono le sfumature tra le diverse chiamate e in particolare tra le diverse realtà di quelle religiose, con la conseguenza, se non ben formati e guidati, di essere mossi da preferenze personali, piuttosto che dal rispetto oggettivo delle diverse vocazioni col risultato di confusioni tra spiritualità ed emotività. Quando si parla di “laico” l’orizzonte si delimita alla Chiesa intesa come “popolo di Dio” nel quale il laico è visto per via della differenziazione dai , membri dell’ordine sacro e dallo stato religioso sancito dalla Chiesa. E proprio per distinguere ciò che è proprio del laico il Concilio ha proceduto a definire l’indole secolare del laico, indole che li ricollega alla comune condizione di vita degli uomini nella quale è richiesto loro di vivere da cristiani e che è poi lo specifico della loro vocazione, cercare il regno di Dio, trattando e ordinando le cose temporali secondo Dio. In questo possono contribuire alla santificazione del mondo, mediante l’esercizio del loro ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico e, in questo modo, a manifestare Cristo agli altri attraverso principalmente la testimonianza della loro vita stessa, rifulgente di fede, speranza e carità, le tre virtù alle quali non a caso Benedetto XVI ha dedicato le sue ultime encicliche. Un momento importante per Lazzati è costituito dall’organizzazione della comunità per poter invitare i cosiddetti “lontani” ad incontri nei quali, sempre nel rispetto delle differenze, si possa comprendere le ragioni delle diversità anche di carismi, offrendo il servizio autentico del messaggio cristiano e la sua ineguagliabile capacità di rispondere alle più profonde esigenze dell’uomo. In tal senso, a modello delle prime comunità cristiane, ci fa chiesa vicina agli ultimi , perché ci si possa amare come Egli ci ha amato (Gv, 15, 12).

La generosa risposta alle sfide del mondo moderno e all’aderenza del messaggio cristiano fa ancora oggi di Giuseppe Lazzati un esempio anche e soprattutto per le giovani generazioni che purtroppo poco lo conoscono, per rendere le non facili responsabilità dell’uomo moderno elemento di felicità anche attraverso la proposta di un itinerario di sacrificio e questo potrà avvenire solo mediante la conoscenza della bellezza della preghiera come momento di vicinanza al Padre in un clima sereno e fiducioso nella potente azione dello Spirito Santo. Lazzati ha saputo trasfondere e interpretare i misteri della fede approfondendoli con impegno e traducendoli nella vita spirituale e pastorale, impregnandosi dello spirito di Dio perché ha saputo lasciarsi condurre dove il Maestro lo aveva destinato, facendo suo il passo che in questi momenti difficili che viviamo dovremmo imparare a ripetere e fare nostro:  “Mane nobiscum, Domine, quia vesperascit”.

* Docente di Filosofia politica presso la Pontificia Università Lateranense