Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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17/04/2011
Abstract
Raimon Panikkar ha dedicato gran parte delle sue riflessioni alla spiritualità intesa quale evento interculturale, ha cercato di spiegare come l’aspirazione alla vera felicità e alla pienezza interiore, lo sfuggire alla paura della sofferenza e della morte sono azioni appartenenti ad una prammatica che abbraccia la cultura filosofica e la spiritualità tanto dell’Oriente quanto dell’Occidente. Il dialogo fondamentale tra le culture esprime il suo pensiero.

«L’uomo, al momento della morte, certamente diviene uno; ciò semplifica la sua vita, scarta ciò che è puramente accidentale e, in particolare, concentra e condensa il suo intero essere in modo che ciò che lascia dietro di sé o che passa agli altri sia il vero centro del suo essere, il nucleo della sua persona, l’atman, che non svanisce. Dunque la morte è l’atto supremo» (1).

Panikkar è scomparso all’età di 91 anni a Tavertet, in Catalogna. È stato uno dei pensatori più affascinanti del nostro tempo. Figlio di padre indiano e di madre catalana, Panikkar non si è mai considerato mezzo spagnolo e mezzo indiano, mezzo cattolico e mezzo indù, bensì totalmente occidentale e totalmente orientale (2). In questo risiede l’emblema fondamentale del suo pensiero, che ha l’ambizione di rappresentare un punto di incontro tra Oriente e Occidente.

La filosofia di Panikkar si rivela determinante nella concettualizzazione del dialogo tra le culture e le religioni. É attraverso il dialogo con gli altri, spiega Panikkar, che noi possiamo abbracciare tutta l’estensione del nostro terreno comune. Può darsi che, pur essendo incapaci di integrare in noi stessi più di una cultura, noi siamo comunque in grado di aprire la possibilità di una integrazione più ampia e più profonda. In realtà, la dialogicità - riprendendo, un’attenta osservazione di Francesco D’Agostino - per essere autentica, postula una pluralità di dialoganti, che si aprono al confronto reciproco e che siano, dunque, reciprocamente tolleranti, attenti, cioè, al possibile incremento di esperienza che attraverso il dialogo può venire alla luce (3). L’analisi filosofica, a tal punto, può risultare determinante nel momento in cui si propone come possibilità di giudizio delle culture, della loro verità, della loro molteplicità e nello stesso tempo della loro contraddittorietà (4).

La cultura è un elemento costitutivo dell’identità umana e non una determinazione accidentale. In relazione a ciò è tuttavia possibile che l’identità umana, costruita secondo specifiche culture, sia percepibile anche da parte di chi appartenga a una qualsiasi altra cultura. Le culture sono e possono essere reciprocamente traducibili. Afferma Panikkar: «Perché innalzare barriere? Il fatto di elogiare una tradizione umana e religiosa non significa disprezzare le altre. La loro sintesi è improbabile e talvolta forse impossibile, ma ciò non vuol dire che l’unica alternativa consista o nell’esclusivismo o nell’eclettismo» (5). Pertanto, non è più possibile per l’Occidente, per così dire votato all’etnocentrismo, non prendere consapevolezza della pluralità delle culture, e pretendere di voler assolutizzare i propri principi intesi come unità di misura di ogni altra cultura. Di conseguenza affinché culture che si sono per secoli ignorate o combattute possano fecondarsi reciprocamente, permanendo ciascuna nella propria identità, è necessario elaborare un linguaggio di comunicazione universale; ma come ha osservato Panikkar, non è detto che la cultura meglio di ogni altra in grado di attuarlo sia quella occidentale, a cui peraltro non può essere negato l’immenso merito di aver proposto, con i diritti umani, la tecnica più avanzata di difesa della dignità umana (6).

Il filosofo indiano rifiuta l’universalità, perché teoreticamente l’idea è incompatibile con le premesse pluralistiche del suo sistema.

Suggerisce, però, due categorie metodologiche in grado di agevolare la comprensione di culture differenti: 1) l’ermeneutica diatonica, 2) l’equivalente omeomorfo.

L’ermeneutica diatonica ha il compito di stabilire come una determinata cultura possa comprendere le idee non forgiate da essa. Tentare, cioè, di costruire dei ponti tra sponde lontane cercando di accogliere una tradizione servendosi di strumenti propri di un'altra, non legata storicamente alla prima. Questo significa liberarsi dalle costrizioni del proprio punto di vista, allargare il campo d’immagine; ecco perché nell’analisi tra le culture c’è bisogno di un equivalente omeomorfo: cioè qualcosa che in un contesto mutato risponda alla stessa funzione svolta dai diritti umani nella società occidentale. Si tratta, cioè, di cercare ciò che nelle diverse culture non è analogo, ma a cui viene attribuita la stessa funzione. Per arrivare a raggiungere l’equivalente omeomorfo, è indispensabile esercitarsi nell’arena del dialogo, condotto non da individui, ma tra culture.

Ciò che si deve superare è l’universalismo astratto, ma anche il relativismo che chiude ogni civiltà in se stessa. Da qui la necessità di comprendere come un’altra cultura possa soddisfare un bisogno equivalente: nel caso specifico dei diritti umani si tratterà di evidenziare come si possa salvaguardare la dignità e con quali strumenti.

Interessante è, a tal punto, il tentativo di far emergere l'equivalente omeomorfo dei diritti dell'uomo nel contesto classico indiano. La parola sanscrita dharma, è forse, nella tradizione indiana, il termine fondamentale che può condurci alla scoperta di un eventuale simbolo omeomorfo corrispondente alla nozione occidentale dei diritti dell’uomo. La nozione di dharma accoglie un significato plurimo, essendo ciò che mantiene, conferisce coesione, dà forza al cosmo intero. Il carattere dharmico o adhar-mico di una cosa, di un'azione si stabilisce in riferimento all'insieme del complesso teo-antropocentrico della realtà. Di riflesso lo svadharma è il dharma che riguarda tutti gli esseri: per Panikkar potrebbe costituire l'equivalente omeomorfo del concetto dei diritti umani.

L'Occidente, per ottenere una società giusta, insiste sulla nozione dei diritti dell'uomo; l'India, per ottenere un ordine dharmico, preme sulla nozione di svadharma.

Dalla concezione indiana discendono alcune conseguenze: i diritti dell'uomo non devono essere considerati assoluti o entità oggettive, e non si riferiscono al solo uomo individuale. Essi riguardano pure lo sviluppo cosmico, diventando anche doveri - «il genere umano ha il diritto di sopravvivere soltanto se si assume il dovere di salvaguardare il cosmo» - e, tra loro, formano un tutto armonioso, determinato dalle reciproche relazioni (7).

Per Panikkar, di conseguenza, la nozione dei diritti dell'uomo è soltanto una delle "finestre" attraverso cui una cultura specifica è giunta alla visione di un ordine umano giusto per gli individui che vi sono coinvolti. Resta un modo di vedere tra tanti. Così, se per l'Occidente "giusto" è il sistema democratico, per l'Oriente può esserlo quello gerarchico, al cui interno l'ordine assume una valenza dissimile e il singolo ha significato in relazione al tutto. Ovviamente chi vive dentro una cultura non vede la "finestra" e scambia la parte per l'intero: «i diritti dell'uomo sono universali se li si contempla dalla posizione in cui si trova la cultura occidentale moderna, ma non sono universali se li si osserva dall'esterno» (8). Perché ognuno diventi consapevole che ciò che vede è solo una parte dell'insieme, simile e diversa da quanto appare da un'altra prospettiva, è indispensabile - come detto - l'aiuto di una differente cultura. La soluzione sta in quello che Panikkar definisce un "sano pluralismo", non solo culturale ma anche sociale, economico, politico che permetta di allargare il proprio punto di vista e prendere coscienza dell'esistenza di una molteplicità di finestre. In realtà, ha evidenziato Panikkar, L’Occidente ha saputo porre con precisione sia la domanda ontologica: che cosa è l’essere? che la domanda antropologica: che cosa è l’uomo?, ma non si è mai posta la domanda fondamentale, quella relazionale: chi sei tu? «É una domanda radicalmente diversa, perché non si può rispondere ad essa senza il tu, ma richiede il tu come interlocutore. (...) La domanda sull’uomo appartiene all’uomo e non esclusivamente a me» (9).

In questa prospettiva è fondamentale la distinzione tra individuo e persona. L’individuo è caratterizzato da un pulsante egoismo e da eccessive ambizioni mondane, la persona, invece, è aperta verso le altre e verso la natura nella sua completezza. In particolare, la persona, scrive Massarenti, «vive la propria vita in comunione e non in solitudine» (10). É necessario, a tal fine, secondo il pensiero di Panikkar, «lasciarsi svuotare dalla vita», che significa, riprendendo ancora Massarenti, annullare le passioni che ci legano al particolare, e abbracciare l’universale, ossia l’eterno che vive gia dentro di noi. Questa è la vera felicita (11). Si deve togliere la maschera non solo agli uomini, ma anche alle cose, avrebbe detto Seneca, il cui otium ricorda in qualche modo il carattere contemplativo del filosofo indiano. Felicità, per entrambi, non è che la pienezza della nostra stessa vita e la sconfitta definitiva della paura della morte. «Chi non rinuncia a se stesso non sarà mai se stesso», afferma Panikkar. Questa è la pratica quotidiana della sua filosofia, l’esercizio spirituale che ognuno di noi dovrebbe cercare di praticare ogni giorno.

Bibliografia

  • Raimon Panikkar, Il silenzio di Buddha. Un ateismo religioso, Milano 2006.

  • Francesco D’Agostino, Filosofia del diritto, Torino 2000.

  • Raimon Panikkar, La Torre di Babele. Pace e pluralismo, Firenze 1990

  • Castrucci Emanuele, Per una critica dell’ideologia dei diritti dell’uomo, Firenze 2009.

  • Raimon Panikkar, Il dharma dell’induismo. Una spiritualità che parla al cuore dell’occidente, Milano 2006.

  • Raimon Panikkar, Culture e religioni in dialogo, Milano 2009.

  • Armando Massarenti, “ Il Sole 24 ore” del 29/08/2010.

Note

(1). Armando Massarenti, La vita è una goccia d’acqua, «Il Sole 24 Ore», 29/08/2010. In quest’articolo Massarenti riporta le parole pronunciate da Raimon Panikkar in un discorso del 2000.

(2). Raimon Panikkar, Il silenzio di Buddha. Un ateismo religioso, Milano 2006.

(3). Francesco D’Agostino, Filosofia del diritto, Torino 2000, pp. 261-263.

(4). Anna Rita Nigro, Raimon Panikkar tra etica e filosofia, “Punto d’incontro”, N.5/6 Novembre/Febbraio 2010/11.

(5). Il silenzio di Buddha. Un ateismo religioso, cit.

(6). La prospettiva all’interno della quale Panikkar situa la propria analisi vuole essere trans-culturale: l’obiettivo è di verificare se la nozione di diritti dell'uomo, nel significato che di essa dà la Dichiarazione del 1948 - frutto per l'autore di un dialogo parziale e limitato rispetto alle culture esistenti nel mondo-, sia universale. Per Panikkar è indubbio che la risposta all'interrogativo risulti negativa. Secondo l'Autore bisogna prendere coscienza che il concetto di diritti dell'uomo, espresso nella Dichiarazione, è un prodotto dell'Occidente e solo all'interno di quel contesto particolare esiste il valore in questione. I tre postulati filosofici alla base della Dichiarazione:

- una natura umana universale comune a tutti i popoli, conoscibile attraverso la ragione ed essenzialmente differente dal resto del reale;

- la dignità dell'individuo, difesa dinanzi alla società e allo stato proprio dall'affermazione dei diritti umani;

- l'ordine democratico, al cui interno ogni individuo ha uguale importanza e responsabilità godendo della stessa autonomia (le limitazioni si impongono solo nel caso in cui le libertà e i diritti di uno compromettano quelli di altri: in simile situazione vale il principio della maggioranza) -, in una lettura transculturale risultano decisamente depauperati e sono accettabili nel momento in cui non si considerano universali, ma criticabili qualora analizzati nella prospettiva di altre civiltà. Dal punto di vista transculturale, pertanto, nessun concetto e universale perché per essere tale, afferma Panikkar, dovrebbe eliminare tutti gli altri contraddittori rispetto ad esso e, nello specifico dei diritti umani, costituire il punto di riferimento per qualsiasi problematica concernente la dignità umana. Cfr. sul tema Castrucci Emanuele, Per una critica dell’ideologia dei diritti dell’uomo, Firenze 2009.

(7). Raimon Panikkar, Il dharma dell’induismo. Una spiritualità che parla al cuore

dell’occidente, Milano 2006.

(8). Raimon Panikkar, Culture e religioni in dialogo, Milano 2009.

(9). R. Panikkar, La Torre di Babele. Pace e pluralismo, Firenze 1990, p. 96. Di Panikkar cfr. anche Logotimia e

pensiero occidentale in AA.VV., Rosmini e l’illuminismo. Atti del XXI Corso della “Cattedra Rosmini”, Stresa-

Milazzo 1990, pp. 63-79.

(10). La vita è una goccia d’acqua cit.

(11). Ibidem