Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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19/06/2011
Abstract
Si intende porre in atto un tentativo di confronto pedagogico e antropologico tra i giovani d’Europa e i giovani del “Continente” Indonesia. Si intende anche porre un confronto attraverso la testimonianza diretta e pratiche vissute “sul campo” a contatto diretto con i giovani dei due continenti alla luce di un approccio non pragmatico. Ibridazioni e contaminazioni nell’universo della globalizzazione che attraversa e trasforma un’Asia tra le meno conosciute

Ai fini di una interpretazione pedagogica e antropologica della realtà contemporanea non meno interessante, degno di attenzione e soprattutto problematico è il tentativo di osservazione di adolescenti e giovani in un loro ambiente archetipico e prototipico quale la discoteca, il pub e qualunque altro luogo di ritrovo informale.

In questo caso tenterò di avvalermi della mia modesta empiria di pellegrino laico e di chierico vagante nonché di docente vagabondo, curioso e un po’ stravagante, ma anche riflessivo e soprattutto critico, alla ricerca di un microscopico frammento di ‘nano-realtà’ sempre mutevole, cangiante, fuggevole e opinabile.

Dunque, all’epoca del regime comunista in dissoluzione in Cecoslovacchia, decisi che valeva la pena affrontare un viaggio alla volta di Praga. Dopo una faticosa ed estenuante traversata ferroviaria da Salerno a Praga e in una notte buia e senza fondo, ritrovandomi in Piazza San Venceslao, fui, all’improvviso, attratto da un silenzio assordante che, ogni tanto, magicamente e misteriosamente, veniva interrotto da un sordo, persistente e cavernoso ritmo sonoro. Ero in compagnia di un viandante plurimo e infinito come me, mentre il sottilissimo filo d’Arianna sonoro e proto-tribale ci condusse, attraverso una piazza deserta, sorda e buia, quasi per mano invisibile, a una specie di porta flessibile, mimetizzata magnificamente nel mare delle grigissime costruzioni praghesi e quindi perfettamente nascosta. A me venne l’idea di spingere i battenti di tale porta ed essa improvvisamente si spalancò, introducendoci dentro una specie di profondo e buio cunicolo o galleria senza alcun punto di riferimento. L’unico miraggio che ci guidava era il ritmo via via più incalzante e stridente che sembrava provenire dal profondo. Proseguimmo, e la nostra curiosità e il nostro spirito d’avventura furono generosamente e abbondantemente ripagati. All’improvviso davanti a noi, spalancando e superando l’ultimo baluardo, ci trovammo in un luogo scintillante e rutilante di suoni e luci psichedeliche, di acrobati e giocolieri, di cantanti e ballerine, di splendide e splendenti ‘fate’ praghesi, magnificamente e pesantemente agghindate e ingioiellate, imbellettate e straordinariamente seducenti. Fummo colti veramente alla sprovvista e rimanemmo impietriti e incantati da quella incredibile, magnifica, irripetibile e pur vera scena che si profilava e si stagliava in tutta la sua straripante e incontenibile vitalità e vulcanica magmaticità davanti a noi. Come al solito, deformato dalla mia mentalità storica, quelle fate praghesi assursero nel mio immaginario iconografico al livello di madonne e principesse bizantine con tutto il loro apparato e corollario di monili, collane, bracciali ed orecchini sfavillanti e sgargianti. Probabilmente confondevo il sacro col profano, ma allora questa fu la mia irrefrenabile ed immediata impressione.

Tutto il mondo intorno a noi, increduli spettatori e testimoni, era amplificato ed esaltato da un guazzabuglio di ombre e penombre improvvisamente attraversate da bagliori e lampi accecanti, mentre suoni cavernosi e cavernicoli attraversavano prepotenti e ipnotici, interrotti da bruschi, imprevedibili e incomprensibili silenzi, quello che sembrava il palcoscenico di un teatro a metà strada tra il tiaso dionisiaco, l’agorà ateniese e le sacre rappresentazioni.

Gli attori di tale performance, adolescenti e giovani praghesi, ma anche giovani di altre nazionalità per lo più tedeschi ed italiani, erano frammisti ad altri, numerosissimi, di altra e oscura provenienza che allora, nella più totale confusione, non fui in grado di individuare. Essi non portavano le consuete e tradizionali maschere drammatiche. Non avevano bisogno di nascondere se stessi in quell’ambiente teatrale. E quindi dismettevano le parti e i ruoli che erano costretti a interpretare e a giocare nella loro grigia, triste e repressa vita quotidiana e lavorativa in un non certo agevole e gradevole mondo comunista al capolinea, ma ancora pur sempre vigile e in qualche modo reattivo. Finalmente nel giardino incantato dei ciliegi e fuori da quell’altro inagibile teatro del mondo essi potevano, per un attimo fuggente, darsi al mondo, esprimere tutti gli aspetti più reconditi della loro personalità repressa e, forse, interpretare al meglio se stessi.

Credo che l’intensità delle loro emozioni, l’autenticità spasmodica dei loro comportamenti, la sincerità e la profondità emotiva, partecipativa ed estetica delle loro performance coreografiche e coreutiche, che per quanti sforzi facessi, a me scettico e sonnambulo viaggiatore d’Occidente, sembravano incomprensibili e appartenenti ad un altro lontanissimo e inaccessibile pianeta, non fosse solo da attribuire alla rigorosa freddezza del regime totalitario, ma anche ad un parossistico formalismo dei rapporti educativi ampiamente teorizzato e assurdamente praticato nella pedagogia e nella scuola cecoslovacca. Usciti dalla tana notturna delle discoteche e riemersi al sole ingrigito della società praghese, questi giovani te li ritrovavi davanti assenti, lontani, abulici e incapaci di comunicare, completamente avulsi dal loro contesto di appartenenza. Non riuscivi a intavolare un purché minimo discorso. Era come vivere nel deserto della comunicazione e nella desolazione dei sentimenti. Eppure chi scrive non ha mai incontrato difficoltà a parlare anche con i muti, i sordi o i muri.

A Marienbad fui invitato ad assistere ad alcune esecuzioni di musica da camera. Tra boschi e colline umidissime e freddissime, era estate, entri in una delle solite grigie costruzioni cecoslovacche, abbaglianti e stupefacenti per la loro immensa piattezza architettonica.

Una volta penetrato al suo interno fui letteralmente sconvolto dallo spettacolo veramente inconsueto per me di adolescenti e giovani cecoslovacchi che, impenetrabili e compassati, se ne stavano in religioso silenzio ad ascoltare i concertisti che eseguivano per me musiche di una noia mortale. E per quanto qualcuno potrebbe sostenere che evidentemente quei ragazzi avessero ricevuto una profonda e notevole educazione musicale, sinceramente non sono mai riuscito a capire come, quasi come drogati e allucinati, essi potessero rimanere in quell’ambiente immobili e passivi per tante ore: tanto più tenendo conto del fatto che, appena fuori da quella gabbia musicale dorata e asfittica, c’era tutto un mondo reale che ne succhiava, col suo brutale totalitarismo, tutte le riserve vitali.

Ora lasciamo Praga per raggiungere il palcoscenico di uno degli ultimi Paradisi tropicali: Bali. Ancora più difficile e complesso, data l’estrema esiguità dei mezzi culturali a mia disposizione e l’estrema raffinatezza della civiltà indù balinese, è barcamenarsi in mezzo ad adolescenti e giovani dell’isola, ma pure qualche piccolo approccio sperimentale è possibile e necessario senza pretendere di portare a casa profonde verità antropologiche e pedagogiche.

Per riferirmi al contesto balinese, mi esprimerò al presente perché continuo a frequentare l’isola e mi sento sempre più implicato e coinvolto nella vita della sua gente.

Percorro e frequento quotidianamente la via principale della località più nota dell’isola che si chiama Kuta. Di recente ho scoperto un locale notturno che non è solo discoteca, ma anche una specie di ritrovo non solo per i turisti, ma anche per i balinesi e gli indonesiani di tutti i ceti e le età. Sono entrato al suo interno. L’ambientazione, pur essendo colossale, è caratterizzata da sapienti giochi di luci e di ombre oltre che da una suddivisione degli spazi che lascia ampio margine a notevoli livelli di intimità interpersonale. Ma, a dire il vero, non è stata questa particolare e originale gestione dello spazio architettonico interno che mi ha particolarmente colpito. É stato soprattutto l’atteggiamento e il comportamento di giovani e meno giovani a sollecitare e a incentivare il mio interesse e la mia attenzione.

Innanzitutto, soprattutto le ragazze, prevalentemente islamiche e indù, evidenziano ed esibiscono un sorriso sommesso e persistente che nella sua infinita leggerezza, ti sorprende e ti spiazza. I ragazzi, al contrario, pur presenti, mobilissimi e dignitosi, tendono a mimetizzarsi, a confondersi e ad assorbirsi e dissolversi nella penombra della notte psichedelica, quasi, senza dirlo e manifestarlo, dando per scontato che la notte artificiale divenga la scena privilegiata per la loro controparte femminile.

Certo qui si potrebbero e si dovrebbero scrivere fiumi di saggi antropologici, ma presumo che anche in Europa pochi fino ad ora abbiano pensato e prima ancora praticato una fenomenologia o una antropologia del notturno femminile orientale.

Al contrario degli adolescenti e dei giovani praghesi, le ragazze e i ragazzi balinesi sembrano trovarsi a loro agio nell’essenzialità minimalista degli atteggiamenti e dei comportamenti. Di solito, anche a causa della mia esperienza maturata in numerosi ambienti diversi dal mio e per la mia relativa autodisciplina in situazioni di lunghe esposizioni al pubblico, mi presento e mi comporto in modo sobrio e relativamente equilibrato. Ma confesso di non aver mai incontrato e fatto esperienza di adolescenti e giovani del tipo dei balinesi. Anche quando ti contattano, ballano e cantano, sembra che stiano in continua, solenne e perenne meditazione, ma ciò che sembra assomigliare a meditazione non impedisce loro di essere vivi, partecipi e straordinariamente attraenti e palpitanti.

Certo, è evidente che dietro questa fenomenologia del carattere e del comportamento balinese e in parte giavanese si nasconde tutta una originale e peculiare impostazione e pratica educativa che comincia in famiglia e finisce a scuola e soprattutto nella complessa teatralità della vita pubblica. Ma qui non è il caso di addentrarsi nel sofisticatissimo ginepraio dell’antropologia e dell’etnografia balinese.

É difficile pure da parte mia poter affermare che sono un semplice e distaccato testimone di tale situazione e non posso non essere d’accordo con tutta quella schiera di antropologi contemporanei che sostengono che l’implicazione anche del più puro osservatore distaccato, ammesso che esista, in situazioni così coinvolgenti e, per me paradossali, come quella della mia esperienza notturna balinese, non potrà mai essere descritta con fredda oggettività scientifica.

Lo stile meditativo dei giovani balinesi è poi (collegato), rafforzato e consolidato da uno sforzo che definirei titanico, se non temessi di essere scambiato per un esaltato e allucinato turista, di praticare, se possibile, più che teorizzare, un approccio armonioso alla vita. Certo non è escluso che anche tra i balinesi e i giavanesi ci possano essere e ci siano ipocriti e simulatori, ma ciò, secondo me, non scalfisce minimamente la genuinità di tale snervante e pur convinta tensione all’armonia dell’essere: con se stessi e con gli altri.

Tenendo conto delle notevoli difficoltà di agibilità economica e sociale del loro ambiente sia isolano che nazionale, è davvero incredibile come questi giovani facciano di tutto per sincronizzare e armonizzare non solo i ritmi di vita, ma anche quelli corporei all’ambiente, alla società e all’umanità. E con più di qualcuno con cui sono riuscito a instaurare veramente incredibili e profondi legami, in certe occasioni ho potuto constatare di persona la drammaticità di non raggiunte e non raggiungibili pur minime armonie: era come perdere contemporaneamente la faccia e se stessi, cadere, senza esagerazioni, in abissi di vuoto siderale in cui non ci si riconosceva più come persone con una propria distinta e definita identità oltre che dignità, se, naturalmente, tali espressioni “occidentali” sono giuste e appropriate.

Ho visto e vedo tantissimi adolescenti e giovani balinesi, che, pur nell’incalzare vorticoso della globalizzazione e delle sue ambivalenti contraddizioni, non rinunciano al mandato categorico della loro educazione ancestrale alla pacatezza e alla misura, e per questo sembrano attraversare le iperboliche e ipercinetiche dinamiche della società indonesiana come esseri fuori dal mondo alla ricerca di una realtà che è l’esatto opposto di ciò a cui aspira la loro tensione morale e sociale.

Malgrado ciò non demordono, anzi affrontano la realtà, per certi aspetti, brutale e sconvolgente, della incipiente, incalzante e vertiginosa globalizzazione indonesiana, con coraggio e determinazione.

E per quanto i ritmi vorticosi e irrefrenabili della globalizzazione avanzino e dilaghino non solo nella società balinese e indonesiana, le cerimonie indù di Bali continuano a prodursi e a manifestarsi in tutta la loro sfolgorante e straripante teatralità partecipativa ed emotiva, coinvolgendo nella loro follia estatica ed estetica anche coloro che, come me, lo scrivente dell’Occidente perduto, non riescono a “razionalizzare” e cristallizzare “logicamente” le loro presunte e improponibili esperienze “euro-antropologiche”.

Sono a Bali per l’ennesima volta nella località di Kuta, il centro della vita balneare, notturna e turistica dell’isola. È sera inoltrata. É l’ora di cena. La folla va su e giù per la via principale che costeggia l’Oceano. Mi fermo improvvisamente nei pressi di un ristorante di fronte al grande Centro commerciale, punto d’incontro per le variopinte e cosmopolitiche genti che lo attraversano e raggiungono. Per giungere ad esso bisogna salire una ripida e lunga gradinata, che anch’io inizio a scalare.

Una volta giunto in cima, mi fermo di nuovo perché attratto, affascinato e ammaliato da una melodia proveniente dal ristorante nei pressi del quale mi ero fermato in precedenza. La melodia sovrasta il flusso spasmodico e quasi delirante del traffico balinese. Le sonorità della melodia sono prorompenti, scandite incessantemente dalle percussioni di tamburi che fanno ritmare i movimenti pendolari degli adolescenti e dei giovani balinesi. Sto ad ascoltare anch’io ormai nel buio della sera tropicale illuminato da luci soffuse e allo stesso tempo intense. A un certo punto mi accorgo di aver già ascoltato la melodia: è quella di una antica canzone napoletana. Ma il motivo della mia sorpresa è un altro. I ragazzi ballano e danzano al ritmo delle sonorità napoletane che essi scambiano per sonorità giavanesi, sumatrane, papua o del Borneo.

É uno spettacolo davvero interessante e straordinario. Direi che anche questa è globalizzazione, anzi ibridizzazione e contaminazione.

Mi convinco sempre di più che in Europa tante melodie e sonorità particolari, originali e “strane” che passano per “autoctone” spesso, soprattutto nel Mediterraneo, traggano la loro vera origine da fenomeni di ibridazione e contaminazione, nascosti e taciuti piuttosto che giustamente evidenziati, enfatizzati e soprattutto spiegati. La loro presumibile se non certa origine orientale viene cancellata per far posto a un improbabile “genio” identitario tutto europeo e credo che molta parte delle sonorità orientali degli ultimi anni, soprattutto da quando anche la musica si è mondializzata, siano finite nelle mani di abili corsari dell’industria discografica che ne hanno sapientemente cancellato l’origine extraeuropea per piegarle alle esigenze e agli interessi di un capitalismo “autoctono” e di un identitarismo vocale, strumentale e musicale. Un delirio di onnipotenza tipicamente occidentale.

Non ricordo precisamente, ma mi pare nella stessa giornata dei tamburi lontani e vicini, mi sono imbattuto in una coppia di individui che, quando non avevo tutte le esperienze di viandante plurimo ed infinito del mondo, avrei creduto che potessero esistere solo nella fertile fantasia di qualche regista di film americani. Ma, come al solito, la realtà supera la fantasia e, tra l’altro, credo che proprio Bali sia un palcoscenico unico al mondo per imbattersi in personaggi che, pur sembrando cinematografici, sono fin troppo reali e tali da metterci in situazioni di difficoltà e forse, di pericolo, che ci consentono di riflettere sulla nostra pelle per aprirci un varco nelle contraddizioni del mondo globalizzato e ibridato.

Dunque, alquanto affamato e desideroso di riempire il mio stomaco urlante, entro in un locale pubblico specializzato nella preparazione e nell’offerta di dolci anch’essi globalizzati e gradevolissimi alla vista e al palato. Mi accomodo a un tavolo da solo. Rapidamente vengo servito con abbondanti e variopinte libagioni.

Mentre gusto quella che è una vera e propria cena, improvvisamente mi accorgo che di fronte, non lontano da me, si è piazzato a un tavolo vicinissimo al mio un giovane uomo tra i trenta e i quarant’anni. Dall’aspetto, barba nerissima, lunga e folta, carnagione brunissima, volto scavato e naso pronunciato, sembra un mediorientale, irakeno, saudita, afgano o pakistano, non riesco a inquadrarlo esattamente. Mi fissa intensamente con occhi sgranati, lucenti. Mi pare di capire che è sposato con una giovane donna australiana che ha con sè tre ragazzine biondissime e con occhi azzurri come quella che credo sia la madre. Posso sbagliare, ma dall’aspetto macilento e gracile della madre, delle ragazzine e del mediorientale, dal modo ossessivo con cui il presunto consorte dell’australiana mi guarda mentre mangio, mi sembra di poter dedurre che le loro riserve alimentari da un pezzo si sono esaurite.

Il mediorientale continua a fissarmi imperterrito. A un certo punto percepisco chiaramente che sta per perdere il controllo della situazione e che è prossimo un suo balzo sulla mia tavola imbandita anche se comincio a dubitare che l’eventuale assalto abbia come prevalente obbiettivo le mie libagioni, sfiorandomi il dubbio che forse la preda più ambita sia il divoratore di tali libagioni, un pingue e blasfemo infedele: lo scrivente.

Poi però sono salvato dall’improvviso intervento dell’australiana che, avendo compreso il pericolo della situazione, si lancia letteralmente sul mediorientale per accerchiarlo con le ragazzine e impedirgli il possibile balzo. Con un sorriso e con molta calma, appresa alla Scuola dell’Armonia balinese, mi alzo e me ne vado. I commenti possibili sono tanti, ma una cosa è certa: non è facile capire, giudicare quando l’ “Altro” ha la pancia vuota. Facile, troppo facile ammantare il tutto con le vesti sgargianti di una cultura. I mantelli spesso servono a coprire verità, abissali realtà che non vogliamo né conoscere né capire perché specchio deformato ma sincero della nostra società e di noi stessi.

Bibliografia

C. Geertz, Interpretazione di culture, Il Mulino, Bologna 1998.

C. Geertz, Antropologia interpretativa, Il Mulino, Bologna 2006.

V. Turner, Dal rito al teatro, Il Mulino, Bologna 2007.

A. Artaud, Il teatro e il suo doppio, Einaudi, Torino 2006.