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06/02/2011
Abstract
Nel Progetto di Riforma della Pubblica Istruzione, che Vincenzo Cuoco redasse dietro richiesta del Re di Napoli Gioacchino Murat, il sistema degli studi universitari, o “istruzione sublime” come la chiama l’autore, occupa un posto rilevante. Particolarmente interessante è la visione della Facoltà Teologica che, secondo il Cuoco, dovrebbe essere una delle cinque facoltà statali, con due ambiti disciplinari di fondo, costituiti dalla “Sacra Scrittura” e dalla “Storia ecclesiastica”.

Nel “Rapporto al Re Gioacchino Murat” che Vincenzo Cuoco consegnò nel 1809 al nuovo sovrano di Napoli come Progetto di Riforma della Pubblica Istruzione del Regno, il pensatore molisano rivolge particolare attenzione alla “istruzione sublime”, ovvero al complesso degli studi universitari.

Questi, secondo il nostro autore, consistono nello studio “più lungo e minuto” delle varie scienze, considerate nella loro operatività: «esse - infatti - si dividono in tante classi quanti sono gli usi della vita civile ai quali sono addette».1

Occorre, tuttavia, puntualizzare che tale divisione, di carattere pragmatico-operativo, non vuole scalfire il concetto di unità della cultura, che resta fondamentale nella concezione del nostro autore. Secondo il Cuoco, infatti, nonostante ogni tipo di divisione operativa, la scienza, di per sé, è essenzialmente una.

L’Università è, quindi, destinata a perfezionare le varie scienze speciali e viene strutturata secondo la tradizionale articolazione per facoltà. Il Cuoco ne enumera cinque:

1) Belle lettere e filosofia;
2) Scienze fisiche e matematiche;
3) Medicina;
4) Scienza legale;
5) Teologia.

Ciascuna facoltà riunisce un numero di cattedre per insegnare quelle cognizioni che sono indispensabili o almeno utili all’esercizio di quella professione a cui la facoltà è adatta.2

Criteri di strutturazione

I criteri che il Cuoco utilizza nella strutturazione delle facoltà universitarie sono due.

In primo luogo raccomanda di non limitarsi alle sole cattedre strettamente necessarie, in quanto «questo sarebbe lo stesso che voler [far] rimanere le scienze imperfette».3 Queste – aggiunge l’autore – «a proporzione che si perfezionano, estendono i loro rapporti con le scienze vicine ed a vicenda, a misura che tali rapporti si estendono, le scienze si perfezionano».

In secondo luogo viene raccomandata, ai fini di un’organizzazione delle cattedre, una particolare attenzione alla istituzionalità, cioè a far sì che «ciascuna cattedra [dia] in tutta la sua ampiezza la cognizione di quella scienza che si vuol insegnare». Ma se mai una scienza deve esser divisa in molte cattedre, si raccomanda che si faccia in modo che «siavi un nesso tra di loro, onde il risultato di tutte sia completo».4

Il Cuoco, nella sua scrupolosità, si pone anche dinanzi al problema di stabilire il numero delle università da erigere nel Regno fissandolo in quattro e alla questione della denominazione da dare agli istituti di istruzione “sublime”. A questo riguardo chiarisce che la scelta è stata fissata in università e non in scuola speciale, in quanto, almeno in Italia, l’antico termine di università era legato ad una gloriosa tradizione culturale che certamente valeva la pena di mantenere.

Diversamente dalla Francia, in cui esisteva una sola istituzione chiamata università (a Parigi), mentre tutti gli altri istituti d’istruzione “sublime” - per usare la terminologia del Cuoco - si chiamavano «Scuole speciali», in Italia non vi erano le cosiddette Scuole speciali, ma le università. L’unica Scuola speciale italiana era stata la Scuola medica salernitana, che aveva raggiunto il suo massimo sviluppo nei secc. XII e XIII ed era stata soppressa proprio da Gioacchino Murat.

La Facoltà Teologica

Il Cuoco non si sofferma molto sulla strutturazione della Facoltà Teologica, ma la sua trattazione offre comunque molti e interessanti spunti di valutazione critica.

In primo luogo va rilevato come, anche per il Cuoco, essa si inquadri nell’ambito dell’istruzione universitaria statale, appartenendo la Facoltà Teologica all’Università del Regno e inserendosi armoniosamente nella sua organizzazione.

Va sottolineato, inoltre, che il Cuoco tenta di far scaturire le linee portanti della strutturazione della Facoltà Teologica da considerazioni di natura epistemologica relative allo scibile teologico.

Preliminarmente, infatti, il Cuoco individua le due fonti della teologia positiva, la Sacra Scrittura e la Tradizione, e rileva che «da queste due fonti derivano il dogma, la morale, la liturgia che sono le tre parti nelle quali la scienza teologica si divide».5

È, quindi, evidente che il nostro autore considera fondamenti del sapere teologico lo studio della Sacra Scrittura e della storia ecclesiastica, per cui individua in questi due nodi disciplinari il nucleo essenziale e la linea portante del piano di studi.

Nell’analizzare i cardini dello studio biblico, rileva preliminarmente come lo studio della Sacra Scrittura esiga una preparazione compresa sotto il nome di “apparato biblico”. Nonostante il nostro autore sia convinto che «la Scrittura per se stessa [sia] più soggetto di meditazione che di lezione»,6 risulta evidente che, in sede di studio scientifico, non si considerava la Scrittura nella prospettiva della “meditazione”, bensì nella prospettiva che Cuoco chiama di “lezione” e cioè inerente alle questioni di natura introduttiva: origine e storia del popolo che ne è stato depositario ed conservatore, suoi costumi e riti.

Accanto a questo studio strumentale di natura introduttiva, però, l’iter studiorum disegnato dal Cuoco comprende un insegnamento ugualmente strumentale, ma non meno importante, che renda facile la comprensione del testo. Non a caso, il nostro autore parla di «intelligenza e delle parole e delle cose che nella Scrittura si contengono».7 Tale insegnamento consiste nella critica ed ermeneutica biblica. L’approccio, quindi, privilegia gli strumenti di comprensione rispetto ai contenuti in sé; per questo motivo Cuoco afferma esplicitamente di preferire come titolo dell’insegnamento fondamentale scritturistico non il nome di Sacra Scrittura, come si faceva in altre università, bensì quello di “apparato biblico”, inteso come iniziazione alla comprensione della Scrittura, guida alla critica ed all’ermeneutica biblica e concreta individuazione di nuclei tematici dogmatici, storico-liturgici ed etici. La vecchia dizione “Sacra Scrittura”, a parte la non corrispondenza della disciplina con quanto ritenuto indispensabile dal Cuoco, avrebbe prodotto una serie di equivoci con il rischio di inficiare la validità del percorso didattico-scientifico della Facoltà Teologica, come il nostro autore stesso afferma chiaramente: «Lasciando la lezione di Scrittura ne avveniva delle due cose una: o in questa cattedra si sarebbero insegnate quelle stesse cose che noi proponiamo insegnarsi nella nostra, ed allora non si può negare che il nostro nome è più corrispondente alla cosa; o si sarebbero trascurate, ed allora non vi è dubbio che la spiegazione della Scrittura sarebbe riuscita oscura, difficile e sempre incompleta».8

L’insegnamento della Sacra Scrittura, quindi, escluso a priori che in sede universitaria abbia caratteristiche parenetico-spirituali, non può limitarsi all’esposizione storica, né consiste nell’esposizione particolare di quei luoghi sui quali si fondano il dogma e la morale, ma è ricostruzione dell’iter di composizione del testo, individuazione delle linee ermeneutiche per una sua comprensione, sua collocazione in un contesto, presa di coscienza delle peculiarità della Bibbia e, quindi, della peculiarità dell’approccio che uno studioso deve avere nei suoi confronti.

La seconda cattedra è quella di storia ecclesiastica, alla quale, per vocazione culturale, il Cuoco guarda con la simpatia dello storico. Anzi, proprio in quanto grande storico, egli la considera al pari di ogni altra storia e la divide in storia propriamente detta ed in antichità.

La storia propriamente detta consiste in un insegnamento degli avvenimenti, colti nella loro successione, come già avveniva, appunto, nell’insegnamento di ogni altra storia. La peculiarità della storia ecclesiastica sta, però, nei contenuti; vale a dire che la storia ecclesiastica si caratterizza per il suo oggetto: la comunità ecclesiale intesa istituzionalmente e non solo. È evidente, pertanto, che lo studio della storia ecclesiastica non ha solo peculiarità metodologiche o di impostazione problematica.

Le antichità, invece, costituiscono la parte dello studio storico-ecclesiastico che si sofferma “sui costumi e sui riti”, cioè individua nell’ambito della narrazione storica la genesi di usi, costumi, abitudini e mentalità da cui deriva la prassi della vita della Chiesa. Per questo, e conseguenzialmente, il Cuoco afferma che «da questa seconda parte deriva particolarmente la cognizione della liturgia».9

Come abbiamo visto, dunque,

la materia intitolata “storia ed antichità ecclesiastiche” contempla due ordini di oggetti non coincidenti, ma intimamente collegati teleologicamente: guardare alla sequenza di avvenimenti della Chiesa, per cogliere le radici di una prassi, il cui momento culminante è la liturgia. È evidente che manca completamente la futura visione della liturgia post-conciliare come “esercizio del sacerdozio di Cristo”, ma essa è considerata nella sua intima connessione con la storia della Chiesa, anzi assurge a “luogo teologico” privilegiato.10

La teologia dommatica e morale è il terzo ed ultimo insegnamento ritenuto fondamentale dal Cuoco nel curriculum degli studi teologici. Tale dizione suggerisce immediatamente alla mente una serie di interessanti osservazioni, non sull’insegnamento della materia, nell’ambito del quale Cuoco non propone nulla di innovativo, ma sulla stessa impostazione epistemologica della disciplina.

La motivazione alla base di tale impostazione sembrerebbe richiamare la dottrina tomista: analizzando il rapporto tra filosofia dell’essere e filosofia pratica, coglie un’intima corrispondenza, in base al principio “agere sequitur esse”. Cuoco, però, pur cogliendo indubbiamente il rapporto diretto tra orizzonte metafisico (e, quindi, nella fattispecie dogma) e realizzazione comportamentale di esso (e, nella fattispecie, morale), ci presenta una impostazione particolare, quasi giuridica.11

Non a caso, a questo riguardo, il Cuoco afferma:

Abbiamo creduto di non separare la scienza del dogma da quella de’ doveri, perché era lo stesso che separare il dovere dalla sanzione.12

È evidente come questa prospettiva non sia molto vicina alla nostra sensibilità culturale. Tuttavia è pienamente rispondente a quelle preoccupazioni di natura storico-politica ed etica del nostro autore, che nel suo Rapporto riserva un ruolo di primo piano al sapere teologico, a patto che lo studio sia caratterizzato da rigore metodologico e inserito in un più ampio ed organico contesto accademico.

Conclusioni

Cuoco riconosce alla Facoltà Teologica un ruolo indubbiamente rilevante e fruttuoso. Questo ci fa comprendere come il nostro autore consideri la scienza teologica intrinsecamente appartenente al patrimonio culturale generale. Alla luce dell’impostazione di fondo del Cuoco, però, questo dato di fatto presuppone tre condizioni: la scienza teologica non deve astrarsi dal dato storico-positivo, deve essere metodologicamente rigorosa e deve strutturalmente essere inserita in un’organizzazione culturale organica ed articolata all’interno della quale possa dire una parola autorevole ed al di fuori della quale finirebbe con l’essere quella che Genovesi definiva «arzigogolo metafisico di frati».13

BIBLIOGRAFIA

  • W. CARIDDI, Il pensiero politico e pedagogico di V. Cuoco, Milella, Lecce 1981.

  • B. CROCE, Storia della storiografia italiana nel sec. XIX, Bari 1921

  • G. GENTILE (a cura di), Vincenzo Cuoco, Scritti pedagogici inediti o rari, Roma - Milano 1909.

  • G. GENTILE, Vincenzo Cuoco. Studi e appunti, Venezia 1927

  • Bullettino delle leggi del Regno di Napoli 1810, Fonderia della Segreteria di Stato, Napoli 1812.

  • L. GILKEY, Il destino della religione nell’era tecnologica, trad. it. Roma 1972

  • D. SESSA, Il progetto di riforma scolastica per il Regno di Napoli elaborato da Vincenzo Cuoco (1809), in “Scuola Neoumanista”, a. XXI (1991), n.2

  • D.SESSA, Sistema scolastico e Facoltà Teologica nel “Rapporto al Re” di Vincenzo Cuoco (1809), in “Studi Storici e Religiosi”, a.IV, n.2

1 Rapporto, p.93

2 Ivi, p.94

3 Ibidem

4 Ibidem

5 W. CARIDDI, Il pensiero politico e pedagogico di V. Cuoco, Milella, Lecce 1981, p.476.

6 Ibidem

7 Ibidem

8 Ivi, p.477

9 Ibidem

10 D.SESSA, Sistema scolastico e Facoltà Teologica nel “Rapporto al Re” di Vincenzo Cuoco (1809), in “Studi Storici e Religiosi”, a. IV, n.2

11 Ibidem

12 CARIDDI, Op.cit.

13 Cit in P. PRINI, Prefazione a L. GILKEY, Il destino della religione nell’era tecnologica, trad. it. Roma 1972.