Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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14/12/2010
Abstract
Nel 1809, il Re di Napoli Gioacchino Murat chiama Vincenzo Cuoco a far parte della Commissione per la riforma della Pubblica Istruzione del Regno. Il Rapporto che Cuoco alcuni mesi dopo consegna al sovrano contiene un progetto di riforma avanzatissimo per i tempi e ancor oggi originale e valido. La fede nella vita come progresso storico, sorretta da una concezione provvidenziale della storia stessa, finalizzata al miglioramento dell’umanità, rappresentano il presupposto di base che porta Cuoco a progettare una scuola Universale, Pubblica e Uniforme. Alla luce di questi presupposti, quella del nostro autore può essere definita una “pedagogia politica”, che individua nell’istruzione del cittadino l’unico mezzo per una vera crescita etica della società. In questa visione, pedagogia e politica, patrimonio eidetico e istruzione si congiungono fino a diventare due facce della stessa medaglia che si integrano continuamente nell’esperienza storica e civile.

1. La pedagogia politica di Vincenzo Cuoco.

La fama di Cuoco come pedagogista è legata soprattutto al romanzo filosofico-pedagogico Platone in Italia (1806), in cui il nostro autore espose molte delle sue idee fondamentali in tema di pedagogia.

Questa fama, nonché la statura morale e gli indubbi meriti culturali del Cuoco fecero sì che il 27 gennaio 1809 Gioacchino Murat, da pochi mesi re di Napoli quale successore di Giuseppe Bonaparte, lo nominasse relatore all’interno della Commissione incaricata di presentare un progetto di legge sulla Pubblica Istruzione.

L’etica e la pedagogia di Vincenzo Cuoco (1770-1823), “principe” dell’Illuminismo napoletano, trovano un significativo condensato nel Rapporto al Re Gioacchino Murat del 1809, in cui il pensatore molisano traccia le linee portanti per una riforma scolastica organica del Regno di Napoli.

Risulta ancor oggi estremamente interessante analizzare gli assetti fondamentali del Rapporto, evidenziandone attualità, originalità e validità, elementi che rendono questo progetto scolastico degno di figurare con onore nel vasto laboratorio della storia della pedagogia.

Non a caso i due “pontefici” della cultura italiana della prima metà del ‘900, Benedetto Croce e Giovanni Gentile, hanno sottolineato, con i loro lusinghieri giudizi, i grandi pregi del nostro autore, che, notissimo per il suo Saggio sulla rivoluzione napoletana del 1799, merita di essere ulteriormente riscoperto e studiato nella sua tempra di autentico educatore1.

Il Rapporto, nella sua stesura originale, è firmato, oltre che dal Cuoco, anche da altre quattro personalità dell’epoca: l’arcivescovo Giuseppe Capecelatro (illuminista, letterato e già Ministro dell’Interno del Regno), il filosofo ed economista Melchiorre Delfico, il vescovo Bernardo Maria della Torre ed il Segretario del Consiglio di Stato Tito Manzi. Ciò, tuttavia, non deve trarre in inganno il lettore, perché, come scriverà chiaramente Giovanni Gentile “non solo nelle linee generali, ma anche nei particolari (il Rapporto, ndr) può dirsi opera del Cuoco”2.Esso, infatti, costituisce il logico epilogo del pensiero politico e pedagogico del nostro autore, come ha dimostrato, in un suo studio sul pensiero politico e pedagogico di Cuoco, il Cariddi3, offrendo un valido contributo all’intelligenza del problema. L’autore individua il centro della speculazione del Cuoco nel relativismo storicistico e nel liberalismo progressista4, categorie da cogliersi sempre alla luce dell'esperienza rivoluzionaria del 1799.

Ed è proprio alla luce della fede del Cuoco nella vita come progresso storico sorretto da una concezione provvidenziale della storia stessa che tende al bene ed alla perfezione del genere umano, che è possibile comprendere la necessità della riforma della Pubblica Istruzione. Essa, infatti, più di ogni altra riforma, è finalizzata al miglioramento dell’umanità. È per questo motivo che la pedagogia del Cuoco deve essere definita pedagogia politica, in quanto caratterizzata da un profondo e costante impegno civile.

L’istruzione del cittadino è vista come il solo mezzo di crescita etica della società, cosicché pedagogia e politica, storia e cultura, patrimonio ideale ed istruzione debbono essere pensate congiuntamente, come due facce di un’unica medaglia, che si integrano continuamente nell’esperienza storica e sociale.

2. Le istanze di fondo del Rapporto.

Alla luce di quanto premesso, si comprenderà facilmente come il Rapporto vada ben al di là di una mera riforma tecnica dell’istruzione. Nell’esordio, infatti, il Cuoco, riferendosi all’antica grandezza culturale, sociale e morale da restaurare, indica nell’istruzione l’unico strumento di questa riscossa, affermando che, senza di essa, “le migliori leggi restano inutili: esse potranno essere scritte, ma solo l’istruzione potrà imprimerle nei cuori dei cittadini”(p. 383).5

La finalità basilare dell’educazione è, quindi, di ordine etico e consiste nel rendere volontà il dovere, mediante un processo d’interiorizzazione essenziale dell’opera educativa.

Tre sono i canoni che il Cuoco pone alla base del sistema educativo. L’istruzione dovrà essere universale, pubblica ed uniforme.

In quanto universale, l’istruzione dovrà comprendere tutte le scienze e tutte le arti. “Il fine del sapere - argomenta Cuoco - è l’agire. Se le scienze non ci servono nei più piccoli usi della vita, se non sono strettamente unite alle arti, o diventano quelle gloriosamente inutili, o rimangono queste imperfette”(p.383).6 Non a caso - conclude l’autore - “una di quelle caratteristiche dei secoli barbari è quella di non esservi alcun rapporto tra le scienze e le arti”(p. 383).

In quanto pubblica, l’istruzione dovrà essere rivolta a tutto il popolo. Ciò non significa, per Cuoco, che si dovrà dare un’istruzione uguale per tutti: “È necessario - egli scrive - che vi sia un’istruzione per tutti, una per molti, una per pochi” (p. 385).Nel primo grado tutti debbono esser messi in condizione di trarre tesoro dai sapienti, nel secondo si deve creare un “ponte” tra l’istruzione di base minimale per tutti e il gradino dei sapienti, il terzo grado “è destinato a conservare e promuovere le scienze, le quali, siccome abbiamo detto, non si perfezionano se non da persone addette solamente ad esse” (p. 386).

Alla tripartizione corrisponde la strutturazione del sistema scolastico, inteso in senso tecnico. Il Rapporto contempla un’istruzione Sublime, una Media, una Elementare. I tre gradi, però, lungi dall’essere separati, vivono un rapporto di continuità funzionale che Cuoco così esprime: “Se togliete la prima, le scienze non si perfezioneranno mai, se l’ultima, diventeranno inutili per il popolo, se la media, renderete inutili tutte e due le precedenti, perché né gli uomini potran passare dalla bassa all’alta, né la verità potrà ritornare dall’alta alla bassa” (p. 386).

Interessante, sempre nella prospettiva della scuola pubblica, la necessità, sottolineata dal nostro autore, dell’educazione delle donne. La motivazione, anche in questo caso è “politica”. Essendo, infatti, le donne, in quanto madri potenziali, le prime educatrici, necessitano di un’ampia ed articolata istruzione (p. 387).

Essendo l’istruzione per tutti necessaria ed universale, lo Stato, secondo il Rapporto, dovrà rimuovere ogni ostacolo alla fruizione del servizio e, di conseguenza, garantire la gratuità dell’istruzione elementare. L’istruzione media, invece, non viene prevista come gratuita dal Rapporto, ma si contempla la possibilità della gratuità del servizio allorché l’alunno sia particolarmente meritevole, ma appartenga ad una famiglia bisognosa. Nel trattare della gratuità, quindi, possiamo dire che il nostro autore è attento sia a prospettive restrittive, sia a quella che chiama “soverchia generosità”, mantenendosi su una posizione di equilibrio. Sulla premessa che vi siano uomini di molto ingegno e uomini di poco, infatti, egli scrive: “I primi non solo hanno l’istruzione gratuita, ma hanno anche dei soccorsi. I secondi sono poveri o ricchi. Se poveri, il dar loro l’istruzione gratuita non basta; se ricchi non la meritano” (p. 387).

In quanto uniforme, l’istruzione sarà veicolata da una scuola “una” negli ordinamenti e nei programmi. L’uniformità appare qui come condizione d’efficienza dell’intero sistema, sia in relazione ai contenuti, sia in relazione ai metodi.

Il Rapporto insiste sull’escludere la possibilità di insegnare senza autorizzazione governativa, in quanto “esser maestro de’ cittadini” non è indifferente per lo Stato. Una cura particolare, per il nostro autore, va posta nella scelta dei libri di testo, anch'essi soggetti, quindi, all’esame della Pubblica Autorità, al fine di migliorare sempre più il materiale didattico.

Seppur brevemente, Cuoco affronta il problema del reclutamento dei docenti mediante pubblici concorsi e conclude dicendosi persuaso che la concreta attuazione della riforma non potrà prescindere dalla creazione e dall’efficienza di quello strumento amministrativo che sarà la Direzione generale della Pubblica Istruzione.

Sempre nell’ambito, infine, dell’aspetto amministrativo, la Pubblica Amministrazione preposta alla Pubblica Istruzione, dovrà servirsi dei consigli e richieder pareri al personale docente, poiché “chi potrà dirigere le scienze meglio di chi le professa?” (p. 396).

3. La Ratio Studiorum

L’Istruzione primaria, pur essendo, in riferimento ai contenuti, l’ordine d’istruzione più basso, è la prima di cui parla il nostro autore, poiché è la più importante in virtù della sua basilarità. Si dovrà insegnare “a leggere, a scrivere ed a compiere le prime operazioni di aritmetica e morale” (p. 397).

Situata in ogni angolo del Regno e gratuita, dovrà avere maestri il cui numero ed il cui stipendio saranno determinati dai singoli comuni, a seconda delle situazioni. In particolare, il Rapporto non prevede uniformità di trattamento economico in favore degli insegnanti, in quanto statuisce che la “mercede, in parte sia premio alla diligenza maggiore del maestro” (p. 399).

Per stimolare gli allievi nei processi di apprendimento, Cuoco raccomanda l’uso di premi e menzioni.

In vista, infine, della definizione di un metodo normale da applicare per l’uniformità di metodo della scuola primaria, il nostro autore ipotizza l’esame del metodo di Pestalozzi “di cui - scrive - si narrano prodigi” (p. 404).

Per quanto riguarda l’Istruzione Media, Cuoco ammonisce ad evitare l’errore degli Antichi che “consumavano tutto il tempo dell’Istruzione media in uno studio smodato delle scienze dei mezzi, trascurando tutte quelle del fine” (p. 406), cosicché i giovani, tornati alle loro case, abbandonavano interamente gli studi.

Finalità dell’istruzione media, che non è più per tutti, ma per molti, non è, quindi, d’insegnare una o due idee positive, ma “d’ispirare l’amore di una scienza e dare alla mente un’attitudine maggiore a comprenderla” (p. 407).La scuola, pertanto, non è chiamata a formare un libro, ma un uomo, per cui non dovrà coltivare la dimensione passiva e ricettiva del discente, bensì quella attiva e creativa.

Concretamente, la scuola media è chiamata a rispettare due esigenze, poco facilmente conciliabili: accrescere, da un lato, i mezzi d’istruzione per chi vorrà proseguire nelle scienze, ed essere, dall’altro, concretamente utile a chi non proseguirà gli studi.

Cuoco articola la Ratio Studiorum dell’istruzione media in vari gruppi di materie, che nel Rapporto vengono esaminate con particolare attenzione riguardo alla funzione pedagogica:

a) Italiano, latino e greco. Il nostro autore critica la ratio tradizionale, che, a suo avviso, dava eccessiva importanza alle lingue morte. Egli afferma senza mezzi termini che la prima lingua che dobbiamo sapere è l’italiano. Metodologicamente, più che alla grammatica, egli ritiene che si debba guardare alla lingua; infatti “ogni studio soverchio che si dà alla grammatica è tolto al vero studio della lingua, la quale non si apprende se non con la lettura e la retta imitazione dei classici” (p. 409).Lo studio delle lingue classiche è visto dunque come strumento per la conoscenza dell’origine della lingua italiana. Scultoreamente Cuoco argomenta: “Per la lingua latina e greca, quando esse si potessero senza vergogna e danno ignorare dagli altri popoli, non si debbono ignorare da noi” (p. 409).

b) Geografia e storia. Sono viste come scienze preparatorie alle altre, “poiché non vi è cognizione umana la quale non abbia una base storica” (p. 413), il che rispecchia l’insegnamento filosofico del nostro autore. Questa universalità fa sì che storia e geografia non appartengano a nessuna facoltà, in quanto appartenenti a tutte.

Per quanto riguarda la storia, Cuoco sottolinea il rischio di presentare ai giovinetti la filosofia della storia, insistendo, invece, sulla rigorosità e sulla fondazione documentale dell’esposizione storica.

e) Matematica. È intesa come strumento per tutte le altre scienze. Cuoco riconosce la necessità di aprirsi alle nuove matematiche analitiche, senza, però, abbandonare la matematica sintetica, poiché “se l’analisi è più utile agli scienziati, la sintesi lo è a tutti gli uomini” (p. 417).

La cattedra risulta divisa in matematica statica (geometria piana, solida e sezioni coniche) ed analitica (algebra etc.).

d) Fisica, chimica e botanica. Il Rapporto dedica a questo quarto gruppo di materie grande attenzione. Il Cuoco raggruppa le tre discipline nello stesso titolo per un motivo pratico: fisica, chimica e botanica sono le scienze dalle quali derivano i principi dell’agricoltura, nella convinzione che “ispirare per tempo ai giovinetti il gusto dell’agricoltura è lo stesso che renderli più attaccati alle leggi, alla Patria, al sovrano” (p. 416).

Metodologicamente, poi, Cuoco ricorda che: “Non vi è fisica senza macchine, chimica senza laboratorio, botanica senza giardino” (p. 415).

e) Filosofia. Parlando di Filosofia, il nostro autore intende fare riferimento agli elementi di logica e metafisica.

Alla prima Cuoco dà notevole peso, in quanto la logica scaturisce dalle osservazioni che facciamo intorno alle operazioni del nostro spirito, per cui finalità di tale disciplina è abituare la mente a risolvere combinazioni difficili delle nostre idee e a riflettere sulle sue stesse operazioni. Nel Rapporto, in particolare, viene raccomandato di far seguire allo studio di questa scienza quello della matematica. La logica da insegnarsi deve includere pure la teoria della probabilità, che, a giudizio di Cuoco, veniva a quel tempo trascurata. “Quante volte - si chiede il molisano - siamo costretti ad agire non avendo altro che probabilità? L’induzione, l’analogia, le conseguenze stesse che noi sogliamo ritrarre dall’esperienza non sono che probabilità” (p. 418). Essa, applicata alle “cose erudite”, ci darà la critica e l’ermeneutica; applicata alle “cose fisiche”, invece, ci darà le vere norme sull’induzione e sull’analogia.

La metafisica, più che per il contenuto, è importante, stando al Cuoco, per la funzione unificatrice che esercita. Il discente, in genere giovane, apprende cognizioni parziali delle scienze della natura ed incomincia con la logica a riflettere sulle operazioni del suo spirito. Occorre, quindi, dargli la possibilità di essere attivo, formulando sintesi unificatrici che siano strumento di comprensione delle molte leggi del reale. “Questa teoria degli universali - scrive Cuoco - è inseparabile dalla logica, anzi deve precederla, perché noi, ragionando, non altro facciamo che o discendere dagli universali ai particolari, o risalire dai particolari agli universali” (p. 420). Questa operazione costituisce soltanto il punto di partenza, in quanto la filosofia permetterà allo studioso di risalire “alla più consolante verità che il genere umano conosca, quella, cioè, dell’esistenza di una Causa Prima e di una Provvidenza” (p. 421).

Il Rapporto, rompendo con la tradizione della filosofia moderna, che preferisce coltivare la teoria dell’intelletto e molto meno quella della volontà, riporta al centro degli studi filosofici l’etica. Secondo Cuoco è necessario formulare una teoria morale che “dovrebbe riunire in una scienza sola molte parti delle cognizioni nostre, che ora sono separate e divise” (p. 424). Lo studio dell’etica appare, quindi, fondamentale, in quanto “senza di essa tutti i precetti rimangono senza ragione” (p. 425).

Un’ultima categoria di materie, che oggi sarebbero definite “educazione sanitaria ed igiene”, chiude l’elenco col nome di ostetricia e bassa chirurgia. Per il nostro autore, poiché “il bisogno dei soccorsi, che appresta tale arte è universale e spessissime volte tanto urgente che non si può aspettar soccorsi, che debbonsi invocar da molto lontano: è necessario, dunque, rendere la conoscenza quanto più possibile comune” (p. 427). È evidente che il Cuoco allude a quella parte della medicina definita “domestica”, non tralasciando, però, il delicato capitolo dell’igiene e stimolando i docenti a mettere in guardia dai disordini pubblici e privati che generano malattie.

4. Conclusioni.

Il Rapporto non può assolutamente essere ristretto a documento di portata soltanto pedagogica in senso tecnico. Esso esprime precise scelte di politica culturale ed, in particolare, costituisce la presa di coscienza che nel Regno di Napoli l’istruzione deve cessare di essere del singolo, per diventare un fatto sociale.

L’istruzione, inoltre, viene considerata un problema che richiede una soluzione organica: pertanto, l’unico soggetto legittimato a porre in essere una proposizione organica e normativa non può che essere lo Stato.

Le istanze di politica pedagogica verranno concretizzate nel Progetto di decreto per l’organizzazione della Pubblica Istruzione, in 15 titoli, che segue al Rapporto, in cui si danno indicazioni per la vigilanza del Governo del Regno sull’istruzione, per l’organizzazione ed il funzionamento della Direzione Generale della Pubblica Istruzione e per l’organizzazione concreta del sistema scolastico nei suoi vari gradi ed ordini.

Si tratta, indubbiamente, di un progetto avanzatissimo, sia dal punto di vista tecnico sia da quello della politica culturale. Purtroppo, nonostante i pregi, il Rapporto verrà “bocciato” nel 1811 e gli sarà preferito il progetto Zurlo, che, del resto, ne recepirà alcune istanze.7

Il Rapporto, nonostante la sua bocciatura, resterà un serbatoio di motivi pedagogici ed istanze culturali, integrate in una più vasta prospettiva politica. Vi ritroviamo, infatti, moltissimi dei temi fondamentali e delle istanze presenti nell’odierno dibattito pedagogico.

Tra i più rilevanti basti pensare all’istruzione come elemento di crescita morale e sociale della persona umana, nonché strumento di partecipazione; alla scuola, vista nella sua funzione sociale e nella sua dimensione etico-politica; al concetto di universalità dell’istruzione di base e della sua gratuità; all’accentuazione del ruolo della creatività ed alla centralità della problematica metodologica.

La scuola del Rapporto è una scuola della persona, che, pur non trascurando i contenuti, accentua i valori, che, oltre ai dati, offre strumenti di ricerca, che, nonostante l’afflato umanitario, è sempre lontana dall’utopia, dalla demagogia e dalle astrattezze.

Un ulteriore aspetto di grande rilevanza è la continua integrazione scuola-vita, sempre presente nella prospettiva del Cuoco come riflesso della sua stessa filosofia.

Lungi dall’essere “asettica” e lontana dal mondo, la scuola del Rapporto vuol essere rilevante, far cogliere il valore della cultura in relazione alla storia, di cui la persona deve imparare ad essere soggetto, ed in relazione alla libertà, che deve conciliarsi con l’ordine. Per questo sono continui i riferimenti al mondo della produzione e del lavoro, che appaiono elementi di sconcertante modernità.

La scuola del Rapporto, però, proprio per quanto esposto, andando al di là di un mero tentativo tecnico di riorganizzazione di un sistema scolastico, appare come uno strumento di politica culturale che mai avrebbe potuto integrarsi con le istituzioni politiche allora esistenti. Pur non rappresentando un trapasso violento da una concezione fissista ed amorfa della scuola ad una concezione integrata, aperta e dinamica di un istituto al servizio della persona e della società. Il Cuoco, infatti, aveva saputo armonizzare e giustificare ogni innovazione, escludendo apparentemente un aspetto rivoluzionario del Rapporto, che, tuttavia restava di portata enormemente moderna e non poteva trovar posto in una legislazione strutturalmente ad esso del tutto inadeguata.

Per questo il Cuoco del Rapporto è un vero pedagogista, ma è anche in parte profeta di una nuova educazione e di una nuova scuola.

La sua opera pedagogica, infatti, “è vigorosa sintesi di etica e politica, di ideale e reale, di senso dello Stato e rispetto per l’uomo”.8 Sta proprio qui l’elemento in cui rileviamo la forza del suo pensiero: la totale assenza di spirito utopico ed il fascino della sua saggia modernità.

Bibliografia

  • W. CARIDDI, Il pensiero politico e pedagogico di V. Cuoco, Milella, Lecce 1981.

  • B. CROCE, Storia della storiografia italiana nel sec. XIX, Bari 1921

  • G. GENTILE (a cura di), Vincenzo Cuoco, Scritti pedagogici inediti o rari, Roma-Milano 1909.

  • G. GENTILE, Vincenzo Cuoco. Studi e appunti, Venezia 1927

  • Bullettino delle leggi del Regno di Napoli 1810, Fonderia della Segreteria di Stato, Napoli 1812.

  • D. SESSA, Il progetto di riforma scolastica per il Regno di Napoli elaborato da Vincenzo Cuoco (1809), in “Scuola Neoumanista”, a. XXI (1991), n.2

1Benedetto Croce valorizzò maggiormente il Cuoco storico, definendo il Saggio “opera capitale del pensiero storico, la quale tiene in Italia, e forse con maggior altezza filosofica, il posto che in Inghilterra occupano le celebri Reflexions on the Revolution in France di Burke” e sottolineando come il Cuoco abbia dato inizio ad “una nuova storiografia fondata sul concetto dello svolgimento organico dei popoli” (B. CROCE, Storia della storiografia italiana nel sec. XIX, Bari 1921, vol. 1, p. 9). Giovanni Gentile, invece, valorizzò maggiormente il contributo politico e pedagogico del Cuoco, definendolo “pedagogista politico di prim’ordine”, poiché “in nessuno come lui, tra gli scrittori italiani contemporanei, è presente il senso vivo del problema educativo come problema nazionale; in nessuno come in lui è presente la preparazione storica e filosofica adatta e l’impegno proporzionato alla meditazione di un tale problema” (G. GENTILE, Vincenzo Cuoco. Studi e appunti, Venezia 1927, p. 5).

2G. GENTILE, Op. Cit., p. 83.

3W. CARIDDI, Il pensiero politico e pedagogico di V. Cuoco, Lecce 1981.

4Ivi, p. 24.

5Il Rapporto al Re Gioacchino Murat per l’organizzazione della Pubblica Istruzione è contenuto in V. Cuoco, Scritti pedagogici inediti o rari a cura di G. GENTILE, Roma - Milano 1909. Per comodità utilizziamo il testo del Rapporto riportato nella parte antologica di W. CARIDDI, Op. Cit., pp. 381-489.

6Da notare come Cuoco distingua la scienza nel suo aspetto teoretico, dall’arte nel suo aspetto pratico (Ivi, p. 384).

7Il progetto fu respinto nel 1811 dal Consiglio di Stato, essendogli preferito quello del ministro dell’interno Giuseppe Zurlo. Come, tuttavia nota il Cariddi, “anche in questo progetto, quale fu definitivamente approvato, trovarono spazio le idee ed i principi del Cuoco, che al progetto del ministro Zurlo, prima della definitiva approvazione, aveva rivolto critiche rigorose e dettagliatamente motivate”. W. CARIDDI, Op. cit., p. 488.