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Recensione
10/12/2011
Abstract
«Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno»? A questa domanda prova a rispondere Niall Ferguson nel suo volume: «Impero». Passati in rassegna circa quattrocento anni di storia, l’autore individua nel capitalismo, nel commercio, nel sistema di governo, nei flussi migratori, nella cultura e nel dominio navale le principali forze che hanno reso possibile l’ascesa e il consolidamento globale della potenza britannica. Fino al declino, quando – secondo Ferguson – «gli inglesi sacrificarono il loro Impero» per non abbandonare il mondo nelle mani di «imperi molto più oppressivi». Come quello tedesco.

Nel 1942, Winston Churchill affermò che non era divenuto Primo Ministro «per presiedere alla liquidazione dell’Impero britannico». Ma la Storia aveva già messo in moto i suoi ingranaggi: dopo oltre tre secoli, esso si sarebbe inevitabilmente sfaldato con una «rapidità stupefacente, e in alcuni casi eccessiva […] senza essere stato conquistato da un’altra potenza».

Cominciato nel tardo Cinquecento «in un vortice marino di ladrocinio e violenza» per mano di pirati, «ladri, che volevano impadronirsi delle ricchezze di un impero altrui», quello spagnolo, l’espansionismo inglese si concretizzò, nel XVII secolo, in un dominio oltremare «privatizzato», guidato dal profitto capitalista e dal commercio di beni esotici. La rivalità innescatasi tra inglesi ed olandesi terminò, a seguito della Glorious Revolution, con l’importazione a Londra del sistema creditizio e il predominio commerciale britannico in Asia; quella con la Francia, acutizzatasi globalmente con la Guerra dei Sette Anni, sancì la supremazia sui mari e sugli oceani della Royal Navy. Tale superiorità rimase inalterata pressappoco per duecento anni.

Nel frattempo, l’Irlanda, già colonizzata dalla «piantagione» umana inglese, aveva mostrato che si sarebbe potuto costruire l’Impero anche «con l’emigrazione e gli insediamenti». I territori delle Indie Occidentali e dell’America del Nord, divenuti meta non solo di aspiranti proprietari terrieri ma anche di perseguitati religiosi, come i Pilgrim Fathers, furono invasi tra il 1689 e il 1815 da ondate di britannici. Nella seconda metà del XVIII secolo, le divergenze politiche, ancor più che economiche, tra le Tredici Colonie e la Madrepatria scatenarono «la seconda guerra civile inglese – o forse la prima guerra civile americana». Ma l’indipendenza degli Stati Uniti non provocò la caduta dell’Impero, bensì promosse «una nuova fase di espansione coloniale».

Appresa la dura lezione americana con il Rapporto Durham, l’adozione della forma di «governo responsabile» e decentralizzato per i possedimenti bianchi oltremare fu la chiave di volta «che salvò l’Impero»: da lì a pochi decenni, i dominion, che costituivano la Greater Britain, poterono godere di ampia autonomia. E dopo averla sottratta alla East India Company, anche l’amministrazione del Raj, il cui controllo era di inestimabile interesse strategico ed economico per Londra, fu devoluta pressoché interamente al Viceré e, sotto di lui, allo zelo dell’Indian Civil Service, la «stirpe celeste». Le garanzie liberali della Regina Vittoria aprirono formalmente le vie del potere alla classe media autoctona, educata secondo l’istruzione inglese; ma le successive politiche idealiste del Marchese di Ripon, ammiccanti all’equiparazione tra indigeni ed élite “bianche”, e il «toryentalismo» di Lord Curzon compromisero il dominio nel subcontinente e fomentarono il nazionalismo indiano.

L’imperialismo britannico si manifestò anche in termini culturali. Le missioni civilizzatrici del volontariato vittoriano, ovvero le “organizzazioni non governative” umanitarie del XIX secolo, aspiravano a redimere le culture «superstiziose, arretrate, pagane» delle popolazioni dominate non-bianche. Il tentativo di «anglicizzare» la tradizionalista India fallì con la rivolta dei Sepoys. Maggior successo ebbe l’esperienza africana: nell’immaginario collettivo, il «Superman» David Livingstone diventò così un’icona. Il suo pacifico progetto di Civilizzazione dell’Africa, fondato su una combinazione tra Cristianesimo e Commercio ed avente come punto di partenza l’abolizione dello schiavismo, fu in seguito affiancato (se non sostituito) dalla innovativa, letale mitragliatrice Maxim ed accompagnato da «una quarta C: la “Conquista”», a sua volta sospinta dal Capitalismo.

All’alba del Novecento, il balance of power nel Vecchio Continente era ormai in scacco. La militarizzata Germania, con enormi velleità espansioniste, si erse a principale rivale della Gran Bretagna. Le conseguenze della Grande Guerra misero in ginocchio il Secondo Reich ed indebolirono intrinsecamente Londra. Da una parte, dopo i Trattati di Versailles, l’Impero raggiunse la massima estensione con i mandati in Medio Oriente ed in Africa, ma, dall’altra, dovette fare i conti con la limitatezza delle sue risorse e l’affievolimento del prestigio. Il conseguente ridimensionamento, palesatosi politicamente ed economicamente durante gli anni Trenta, non fu che l’inizio della caduta. La Carta Atlantica del 1941, voluta fermamente da Washington e sottoscritta da un riluttante Churchill in disperata ricerca d’aiuto, decretò di fatto la «vendita» dell’Impero. Essa sarebbe culminata al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando il principale obiettivo per l’elettorato inglese divenne istituire il Welfare State. La crisi di Suez pose ufficialmente fine all’avventura imperiale di Londra. Tuttavia, l’«anglobalizzazione» aveva già trovato un valido erede “in famiglia”: gli Stati Uniti.

N. Ferguson, Impero. Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno, Mondadori, Milano 2007, pp. 337, € 13.