Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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17/04/2011
Abstract
Durante la Seconda Guerra Mondiale il controllo del teatro operativo mediterraneo si rivelò essenziale ai fini delle sorti del conflitto. Sin dal gennaio 1941, e moltiplicatesi con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, le conferenze Alleate delinearono la strategia militare che condusse le truppe anglo-americane a stringere la morsa intorno al cuore nazi-fascista dell’Europa. Dalla liberazione delle coste nord-africane sino alla liberazione di Roma, l’esperienza britannica guidò la straordinaria macchina bellica statunitense verso la vittoria della “grande alleanza”

Il 10 giugno del 1940, con l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, si alzò il sipario sul teatro del Mediterraneo. Non ci volle molto tempo alla lunga mano nazi-fascista per controllare in larga parte l’area. Infatti, il 22 giugno del 1940, con l’occupazione di Parigi da parte dell'Esercito tedesco e l'instaurazione del governo collaborazionista di Vichy, i domini coloniali francesi in Marocco, Algeria e Tunisia caddero nelle mani della Germania, aggiungendosi a quelli già posseduti dall’Italia, ovvero l’Eritrea, l’Abissinia, la Somalia e la Libia. In più, tra l'ottobre del 1940 e l'aprile del 1941, le forze dell'Asse conquistarono la Grecia, Creta e tutta la penisola balcanica. Per oltre un anno e sino alla fine del 1941, in Nord Africa si opponeva agli Eserciti dell’Asse solo l'Egitto grazie al controllo militare esercitato su di esso dalla Gran Bretagna. Dunque, l’Impero britannico era l'unica forza rimasta in grado di contrastare il predominio nello scacchiere dell’Asse, che si estendeva latitudinalmente dalla Francia all'Europa Orientale e longitudinalmente dalla Norvegia al Nord Africa. Soprattutto, Londra controllava ancora le basi mediterranee di Gibilterra, Malta, Alessandria e Cipro, fondamentali posizioni strategiche nelle acque del Mare Nostrum che permettevano di contrastare l’espansione marittima nazi-fascista1 e mantenervi un’importante supremazia navale.

Tra il marzo e l’agosto del 1941, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, rappresentati rispettivamente dal Premier inglese Winston Churchill e dal Presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt, instaurarono ufficialmente un rapporto di amicizia e collaborazione, non ancora militare, fondamentale per la resistenza britannica: prima con la Legge Affitti & Prestiti, che permetteva agli inglesi di attingere a piene mani dall’industria bellica americana, e poi con la firma della Carta Atlantica, il seme dal quale germoglierà l’ONU, vennero poste le basi per la “grande alleanza” militare concretizzatasi soltanto pochi mesi dopo tra Stati Uniti, Gran Bretagna ed Unione Sovietica.

In questa cornice storica si inseriva la strategia militare del Commonwealth del tightening the ring, volta ad accerchiare ed a contrastare il dominio dell'Asse: fondata sul concetto di erosion and harassment2, utilizzava i propri sea power e air power per indebolire il nemico alle estremità dei suoi domini, dove ancora poteva essere contrastato, così da rimandare il più a lungo possibile il finale scontro decisivo, sperando nel frattempo nell’entrata in guerra degli USA. Tatticamente, ciò era particolarmente evidente in relazione alla posizione dell’isola di Malta3, la roccaforte che permetteva agli inglesi di erodere le Marine dell’Asse, attaccando le navi in transito dalla Libia all’Italia. Sul campo di battaglia terrestre, nel novembre del 1941, ciò invece si tradusse in un primo tentativo di riconquista del Nord Africa: l'obiettivo principale delle truppe britanniche guidate dal Generale Claude Auchinleck era liberare la regione per poter riaprire le vie ad un esteso, seppur difficile, controllo del Mediterraneo. A tale scopo, la prima operazione, che vide il successo strategico delle divisioni di Auchinleck, fu denominata Crusader: si svolse in Libia e riuscì ad eliminare dall'Egitto e dal Canale di Suez la minaccia portata dall'Asse. L’Afrika Korps di Erwin Rommel indietreggiò per la prima volta: il coriaceo Esercito tedesco si dimostrò vulnerabile agli occhi del mondo. Da lì a poco, il 7 dicembre 1941, gli Stati Uniti, subìto l'attacco giapponese a Pearl Harbour, entrarono ufficialmente in guerra contro il Patto Tripartito.

In realtà, le discussioni militari tra gli Stati Maggiori americano e britannico erano iniziate segretamente già un anno prima, proprio in previsione di un possibile, diretto coinvolgimento bellico degli USA. Centrale fu il ruolo che ricoprì la American-British Conference che si tenne a Washington dal gennaio al marzo 1941. Qui vennero stilati gli obiettivi condivisi fondativi di quella che sarà chiamata pochi mesi dopo la Grand Strategy, attuabile attraverso «i metodi più efficaci tramite i quali le Forze Armate degli Stati Uniti e del Commonwealth britannico possono sconfiggere la Germania e i suoi alleati»4. Nei documentati redatti a margine, è evidente una comune concordanza sulla grande importanza dell'azione militare non solo nell’area atlantica, ma anche in quella mediterranea: «the objective of the war will be most effectively attained by the United States exerting its principal military effort in the Atlantic or navally in the Mediterranean regions»5.
A cavallo tra il dicembre 1941 ed il gennaio 1942, a Washington, si tenne la Conferenza dal nome in codice Arcadia: fu il primo incontro strategico-militare ufficiale tra i rappresentati di Gran Bretagna e Stati Uniti. La Grande Strategia Alleata, elaborata dal British and American Joint Chiefs of Staff, ossia dai Capi di Stato Maggiore riuniti delle due Nazioni, aveva come capisaldi i principi di Europe First e Germany First: la Germania nazista, il fulcro dell’Asse, sarebbe stata l’obiettivo primario da annientare evitando dispieghi inutili di forze laddove la vittoria o la sconfitta avrebbero influito solo marginalmente sulla sorte finale della guerra6. La strategia sarebbe stata, quindi, eurocentrica. Indispensabile, così, fu determinare l’iniziale allocazione delle risorse all’interno dei teatri operativi relativi al Vecchio Continente. E le polemiche non mancarono. In primis per quanto concerneva la gerarchia degli stessi teatri europei: se, infatti, il Regno Unito non mancò mai di sottolineare l’importanza e la centralità del Mediterraneo, gli USA continuarono ostinatamente a considerare primario, al limite dell’esclusivo, il teatro nord-occidentale, relegando gli altri a «sussidiari»7. Furono gli uomini di Churchill che riuscirono a spuntarla: «prima la Germania, ma non ancora, per il momento»8. SAll'inizio del 1942, i decise che la liberazione del Nord Africa sarebbe stato il primo obiettivo in ordine di tempo. D’altronde, la diatriba era semplicemente volta alla conquista di una informale, preliminare leadership militare: gli stessi americani erano consci dell'impossibilità di attaccare direttamente il nemico nazista sul suolo tedesco già nel 1942. Infatti, il memorandum redatto congiuntamente durante le fasi calde dell’Arcadia recitava: «It does not seem likely that in 1942 any large-scale land offensive against Germany will be possible. [...] In 1943 the way may be clear for a return to the Continent, across the Mediterranean, from Turkey into the Balkans, or by landings in MsoNormal Europe»9. Anche dal punto di vista tattico non mancarono attriti: se gli inglesi preferivano optare per il napoleonico «on s'engage et puis on voit», ossia il tentativo di sfruttare tutte le opportunità che la guerra potesse offrire durante il suo corso per arrivare gradualmente al risultato finale, gli americani dal canto loro criticavano quest'atteggiamento «indeciso e periferico»10. Viceversa, i piani che lo Stato Maggiore degli USA aveva elaborato erano unicamente focalizzati al raggiungimento dell'obiettivo finale tanto da sottovalutare, a volte fin troppo, i passaggi intermedi. Questa disputa tattica fu una costante che si ripeté durante tutte le riunioni strategiche effettuate tra il 1941 e il 1945. Se ciò non bastasse, gli ufficiali statunitensi nutrivano ben più di un dubbio riguardo l'atteggiamento ambiguo dei britannici11, così ben disposti alle operazioni nel Mediterraneo, le quali avrebbero potuto permettere loro il mantenimento dell'Impero e degli interessi ad esso collegati.

Nel giugno 1942, Churchill si recò negli Stati Uniti dove ebbe ad Hyde Park prima e alla Casa Bianca poi una serie di colloqui con Roosevelt. Il Premier britannico avanzò un piano concreto e dettagliato per invadere l'Africa nord-occidentale francese: sarebbe stata l’operazione Gymnast, che avrebbe mirato a «conquistare posizioni strategiche vantaggiose e contribuire, direttamente o indirettamente, ad alleviare la pressione sulla Russia»12 assediata dai tedeschi. Nonostante l'opinione non totalmente favorevole dello Stato Maggiore americano, Roosevelt si trovò concorde con l’alleato inglese. La Gymnast venne rinominata in operazione Torch, e al suo comando venne posto il Generale americano Dwight David Eisenhower. Il 7 novembre scoccò l'ora X. Salpato dalla base navale britannica di Gibilterra, il naviglio Alleato, con a bordo le truppe anglo-americane composte da circa 157mila uomini, si diresse verso le coste africane francesi ed attraccò durante la notte dell'8 novembre in tre diversi punti: in Marocco a Casablanca (MsoNormal Task Force), in Algeria ad Orano (Center Task Force) ed Algeri (Eastern Task Force). La resistenza francese di Vichy fu flebile: «fortunatamente, giungemmo del tutto inaspettati; la resistenza fu perciò quasi inesistente lungo tutta la costa. Dopo il sorgere del sole, in seguito all'arrivo di rinforzi, la nostra superiorità divenne in breve incontrastata»13. Nel frattempo, in ottobre, ad El-Alamein, sotto il comando del Generale Bernard Montgomery, le truppe britanniche avevano già ottenuto una chiara e decisiva vittoria sull'Esercito nazista: la Campagna d'Egitto inglese si era conclusa con «uno dei momenti più esaltanti della guerra di Churchill»14, e contribuì non poco alla svolta che gli anglo-americani stavano dando al conflitto. Le truppe Alleate riuscirono in breve tempo ad occupare tutta l'area nord-africana e, alla fine del 1942, la “grande alleanza” poté tirare le prime conclusioni: l'attacco iniziale al fianco nazista era stato portato con successo, era stato aperto un nuovo fronte che alleggerisse la pressione dei tedeschi in Russia ed era stata istituita una testa di ponte africana dalla quale potevano partire più operazioni in direzione dell'Europa. Il cuore dell'Asse era ora attaccabile sia da nord, dall’Inghilterra, che da sud, attraverso il Mediterraneo.

A cavallo tra il 1942 e il 1943 si discusse concretamente sull'apertura del fronte sul suolo europeo, volto a stringere sempre più la morsa intorno alla Germania. Dal 14 al 24 gennaio 1943 si tenne in Marocco la Conferenza di Casablanca, nome in codice Symbol. Vi parteciparono le delegazioni di USA e Gran Bretagna, non quella dell’URSS. Con in testa il Generale George Marshall, gli americani, impegnati già nel Pacifico, ritenevano fosse giunta l’ora di sferrare un attacco al continente attraverso la Manica il prima possibile. Gli inglesi del Generale Alan Brooke, invece, continuavano a reputarlo realizzabile solamente come conseguenza logica di un’offensiva al -come lo definiva Churchill- «ventre molle dell'Europa», ovvero a quell'Italia ormai indebolita da una crisi interna che l'avrebbe condotta ben presto al crollo. Alla fine, dopo uno strenuo e logorante dibattito, la perseveranza e l’ostinatezza britanniche vennero nuovamente premiate e gli americani «lost our shirts […] one might say we came, we listened and we were conquered»15. Come richiesto esplicitamente da Washington, l’invasione però sarebbe avvenuta in estate in Sicilia, non in Sardegna, opzione preferita da Londra. In più, si raggiunse unanimemente un accordo di fondamentale interesse per il prosieguo del conflitto: nessuna Nazione facente parte della “grande alleanza” avrebbe stipulato un armistizio od una pace separata con uno dei membri del Patto Tripartito fino al momento in cui questo non si fosse arreso senza avanzare alcuna pretesa, né militare, né territoriale, né economica. Era il principio di resa incondizionata.

Pochi mesi dopo il meeting marocchino, nel maggio del 1943, si tenne un'altra serie di incontri a Washington tra Churchill e Roosevelt, passati alla storia come Trident Conference: telegrafati dal Generale inglese Harold Alexander dalla Tunisia, dove i suoi uomini erano «padroni di tutte le coste dell’Africa settentrionale»16, i due poterono appurare definitivamente come la via mediterranea che conduceva all'Italia fosse ormai totalmente libera. Fu poi stabilito che l'operazione Husky, come venne chiamato lo sbarco in Sicilia, in caso di successo sarebbe stata seguita immediatamente da un attacco diretto al continente: «the invasion of Sicily, they recommended, should be followed at once by landings in Calabria» 17. A capo delle operazioni, ancora una volta, il Generale Eisenhower. L'obiettivo era conquistare il sud-Italia nel minor tempo possibile, in particolare i porti navali ed i campi d'aviazione affinché potessero essere utilizzati dall'Aeronautica e dalla Marina Alleata nella guerra che si profilava all'orizzonte nella penisola: considerando la conformazione del territorio volto a favorire più la difesa che l'attacco, era fondamentale, infatti, che le truppe di terra fossero sostenute sia per mare che per aria. Questo notevole dispiegamento di forze venne considerato dall’Alto Comando americano come una sorta di prova generale dello sbarco attraverso la Manica nel nord della Francia, ora ipotizzato per il 1944, il quale assunse concretamente, proprio in quei mesi, il nome di operazione Overlord. Non è un caso, difatti, che l'operazione Husky fosse la più grande ed ambiziosa azione militare progettata in quei quattro anni di conflitto18.

Grazie ad un efficace lavoro di intelligence, gli Alleati riuscirono a disorientare i tedeschi in riferimento al luogo esatto dove sarebbe avvenuto lo sbarco; con l’operazione Mincemeat, i servizi segreti britannici abbandonarono un cadavere con l’uniforme militare inglese sulle rive della Spagna filonazi-fascista: nelle sue tasche, falsi documenti che indicavano nella Grecia e nella Sardegna gli obiettivi dello sbarco. La notte del 9 luglio prese il via l'Husky. E il 17 agosto la Sicilia era già sotto il controllo degli anglo-americani: in 38 giorni gli Eserciti dell'Asse erano stati sgominati. Un supporto decisivo fu dato dalla popolazione locale che, mobilitata da un accordo tra Cosa Nostra e l’intelligence americana19, aveva sostenuto prontamente l’avanzata degli Alleati. Il piano elaborato da Eisenhower prevedeva ora l'attraversamento dello Stretto di Messina in direzione della Calabria (operazione Baytown) e, successivamente, lo sbarco in Campania con obiettivo Napoli (operazione Avalanche) in contemporanea all'assalto di Taranto nel Mar Ionio (operazione Slapstick). Il tutto fu approvato dai vertici politici nella seconda metà di agosto del 1943 durante la Quadrant Conference, tenutasi a Quèbec City, in Canada, dove tra l’altro giunse ai leader la notizia della disponibilità dell’Italia alla resa.

Il 3 settembre, poco dopo la firma dell'”armistizio breve” stipulato a Siracusa dal Generale Walter Smith, in rappresentanza di Eisenhower, e dal Generale italiano Giuseppe Castellano, in vece del Capo del Governo Pietro Badoglio, che avrebbe portato ad una collaborazione tra gli Alleati ed il neo-governo italiano, venne ufficialmente lanciata l'operazione Baytown. Rapidamente, le truppe anglo-americane attraversarono lo Stretto di Messina e sbarcarono, con successo, in Calabria. L'8 settembre venne annunciato da Eisenhower, tramite un comunicato radio, l'armistizio definitivo con l’Italia. La notte del 9 settembre lo stesso Eisenhower diede l'ordine di procedere con l'Avalanche. Nel giro di poche ore le truppe sbarcarono nel golfo di Salerno. Nel medesimo tempo, un reparto Alleato sbarcava a Taranto: anche la Slapstick era cominciata. In seguito ad aspri combattimenti, il 19 settembre gli Alleati vinsero la battaglia con i tedeschi nel salernitano, aprendo la via che conduceva a Napoli. Il primo ottobre 1943, dopo più di tre settimane di scontri, gli anglo-americani entrarono nel capoluogo partenopeo. Nel frattempo, anche il “tacco” della penisola, la Puglia, era stato conquistato. Le operazioni Avalanche e Slapstick si erano quindi concluse rapidamente con il pieno raggiungimento di tutti gli obiettivi: oltre alla liberazione dei territori occupati dai tedeschi, gli Alleati avevano nelle loro mani tutte le basi navali ed aeree presenti nel Mezzogiorno; in aggiunta, le Forze Armate italiane avevano deposto le armi ed il nemico nazista era stato fatto ripiegare verso nord. Di più, le linee di comunicazione nel Mediterraneo risultavano rafforzate e, risultato importantissimo per gli Alleati ai fini dell’operazione Overlord, un gran numero di guarnigioni della Wehrmacht vennero distolte dalla Francia e fatte convergere in Italia dall'Alto Comando tedesco. Infine, anche la Sardegna e la Corsica erano state prese durante il mese di settembre.

Nell’autunno del 1943 venne convocata nella capitale dell'Iran, Teheran, la più importante conferenza Alleata dall'inizio della guerra. L'Eureka, come venne chiamata in codice, si svolse dal 28 novembre al 1 dicembre e vide riunirsi, per la prima volta, i Big Three: Roosevelt, Churchill e Stalin. Il Premier britannico, nel corso delle riunioni, si mostrò come unico ma strenuo difensore del prosieguo delle operazioni nel teatro mediterraneo, convinto che la Campagna d'Italia non fosse ancora terminata e, tanto meno, dovesse degenerare in un punto morto. Essenziale, a suo avviso, era la liberazione di Roma ed il successivo raggiungimento della linea Pisa-Rimini: la conquista dell'area centrale della penisola italiana, e delle basi aeronautiche lì situate, avrebbe infatti permesso agli Alleati di attaccare direttamente per via aerea la Germania meridionale. Sia lo Stato Maggiore statunitense sia il leader sovietico, invece, erano totalmente ed unicamente schierati a favore dell'apertura del fronte occidentale in Francia a discapito di qualunque altra azione diversiva. In un clima, almeno ufficialmente, di grande cordialità ed amicizia «nei fatti, nello spirito e nei propositi», come venne affermato dai Tre nel comunicato conclusivo della Conferenza, si giunse ad un accordo: l’apertura del fronte occidentale sarebbe stato l'obiettivo principale da realizzare nei primi mesi del 1944, o comunque entro maggio, e da lì «non vi sarebbe stato che Overlord e nient’altro che Overlord»20. Ma, in questo arco di tempo, si sarebbe prima dovuto liberare Roma.

Negli ultimi mesi del 1943, però, la Campagna d'Italia vide il sensibile rallentamento dell'avanzata Alleata di fronte alla tenace ed inaspettata resistenza approntata dalle divisioni della Wehrmacht. Inoltre, il clima rigido e piovoso che si era abbattuto sulla penisola aveva reso ancor più difficile l’avanzamento. Se ciò non fosse bastato, le truppe Alleate avevano trovato un arcigno nemico nello stesso territorio, irto di ostacoli naturali non preventivati. Quella che teoricamente sarebbe dovuta essere una veloce risalita verso Roma, si stava lentamente trasformando per gli anglo-americani in una guerra di trincea. Fu all'altezza della cosiddetta Linea Gustav21 che gli Alleati trovarono le maggiori difficoltà. Qui, in particolar modo a Cassino, si tennero i più violenti e logoranti scontri tra le Forze Armate dei due schieramenti durante tutta la Campagna d'Italia. Pur in superiorità di mezzi e uomini, inizialmente oltre centomila per gli Alleati contro gli ottantamila dell’Asse, i piani tattici del Generale Alexander e del Generale USA Mark Wayne Clark, in competizione su chi per primo avesse raggiunto Roma, non condussero ad uno sfondamento rapido del fronte della Gustav, conducendo talvolta addirittura ad errori clamorosi22. Per ovviare alla situazione di stallo che si era venuta a creare nell'inverno tra il ’43 e il ‘44, il Comando Alleato pianificò l’operazione Shingle, che prevedeva lo sbarco di circa 35mila soldati sul litorale della costa laziale tra Anzio e Nettuno, di modo che i tedeschi, colti di sorpresa e radunatisi nel frattempo a Cassino per tentare di respingere i continui assalti del nemico, fossero attaccati su più fronti ed indotti, dunque, alla resa. Il piano inoltre prevedeva che, realizzata con successo questa prima fase, si sarebbe proceduto con il ricongiungimento delle truppe e la rapida avanzata su Roma. Nella notte del 22 gennaio 1944 le prime Forze Alleate, guidate dal Generale John Lucas, sbarcarono nei pressi di Anzio, non trovando, come prospettato, particolari ed efficaci tentativi di resistenza del nemico. Lucas, però, non diede l'ordine di procedere rapidamente, concedendo ai tedeschi di organizzare, nei tre giorni successivi, la difesa del territorio: si era aperto un secondo sanguinoso fronte nell'Italia centrale. Lucas, alla luce dei fallimenti collezionati ad Anzio, si rivelò inadatto allo svolgimento del compito assegnatogli, e venne rimosso dall'incarico e sostituito dal Generale Lucian Truscott. La Campagna d'Italia appariva essersi arenata ed i progetti di una celere avanzata fino alla Città Eterna ormai dissolti. Nel maggio 1944, però, dopo mesi di aspre ed efferate battaglie, si poté assistere finalmente ad una svolta: grazie ad un massiccio bombardamento portato ai tedeschi dalle Forze Aeree e Navali Alleate, sommato alla persistenza ed al coraggio della Fanteria, si riuscì a sconfiggere il nemico, permettendo ai soldati sui due fronti di ricongiungersi proprio nei pressi di Cassino. Da lì, conseguentemente, l'avanzata verso Roma proseguì spedita, mai pregiudicata dai confusi e disperati tentativi di resistenza della Wehrmacht. Il 4 giugno le Forze Alleate, con in testa il Generale Clark, entrarono in Roma, riuscendo a liberarla in poche ore.

A conti fatti, perciò, durante la Seconda Guerra Mondiale, ed in particolar modo nel biennio tra il 1942 ed il 1944, il perseguimento ed il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla strategia mediterranea Alleata si rivelarono di fondamentale importanza ai fini della sconfitta dell’Asse. Benché la sua pianificazione durante i numerosi incontri diplomatici avesse visto costantemente nascere dure ed intricate diatribe tra le vedute tattico-strategiche dello Stato Maggiore americano e di quello britannico, non si può storicamente non convenire che un avvicinamento graduale alla Germania, trovando come punto di partenza le coste mediterranee dell'Africa e stabilendo progressivamente obiettivi intermedi nella risalita verso il cuore dell’Europa, venne ad imporsi come condizione imprescindibile e necessaria per il raggiungimento del traguardo finale: la capitolazione delle truppe tedesche. Non trascurabile, in questo contesto di attriti dialettici e strategici tra apparati militari, l'apporto politico saggio ed equilibrato che tennero regolarmente Roosevelt e Churchill: a differenza di Stalin, che si rivelò pressoché insensibile alle proposte mediterraneo-centriche del Premier inglese, i due leader di Stati Uniti e Gran Bretagna, pur non amandosi e trovando spesso punti di attrito23, riuscirono a mantenere sapientemente le redini delle discussioni, facendo sì che queste non degenerassero in conflitti intestini dannosi per la condotta generale della guerra. Quindi, dopo un’attenta analisi dei dibattiti che si tennero a Washington, Casablanca, Quèbec City ed infine a Teheran, si può affermare che l'irruenza bellica statunitense, giustificata da una potenza militare di assoluta grandezza, venne saggiamente mitigata dalla prudenza strategica e tattica, talvolta non disinteressata, dei britannici: ciò effettivamente si rivelò una delle principali ragioni per cui gli Alleati ottennero una vittoria così sudata ma altrettanto grandiosa contro quello che, fino alla vittoria inglese di El-Alamein, sembrava essere un nemico troppo forte per essere sconfitto. Sia gli Stati Uniti che la Gran Bretagna, giocando al momento opportuno le loro carte migliori derivanti dalla propria tradizione e storia, e potendo disporre delle cospicue risorse economico-industriali degli americani, ricoprirono un ruolo decisivo all’interno

della vittoriosa “grande alleanza”.

1 Nella notte del 18 dicembre 1941, un’incursione del Gruppo Gamma dell’italiana Xª Flottiglia MAS fece esplodere sei corazzate inglesi ed una petroliera nel porto egiziano: fu il culmine di una serie di operazioni nel Mediterraneo del Patto d’Acciaio tenutesi tra il settembre 1940 e gli ultimi mesi del 1942 contro le roccaforti britanniche, che però non riuscirono a ribaltare gli equilibri.

2 M. Howard, The Mediterranean Strategy in the Second World War, London, 1993, p. 7

3 Sin dal 1938, l’Italia aveva concepito piani per riconquistarla; a tal proposito, nel corso del 1942, Benito Mussolini ed Adolf Hitler autorizzarono l’operazione C3 (o Herkules): un attacco combinato aero-navale avrebbe dovuto liberare l’isola dall’occupazione britannica. Tuttavia, l’operazione non venne mai attuata per il contemporaneo e progressivo rafforzamento inglese in Nord Africa.

4 M. S. Watson, Chief of Staff: Prewar Plans & Preparations, Washington, 1950, p. 371.

5 Statement by US Staff Committee, Jan 41, The United States Position in the Far East, copia in WPD 4402-89 (U.S.-Br Stf Confs, 29 Mar 41), [B.U.S. (J) (41)] in A. J. Marder, Old Friends, New Enemies, Oxford, 1981, v. II, p. 195.

6 Si veda, ad esempio, la posizione degli Stati Uniti in merito alla Campagna del Dodecaneso (1943).

7 M. Matloff & E. Snell, Strategic Planning for Coalition Warfare 1941-42, Washington, 1953, p. 101.

8 John Keegan, La Seconda Guerra Mondiale, Milano, 2002, p. 312.

9 Documento originale, American-British Grand Strategy Dec 31, 1941 in Franklin D. Roosevelt Online Library (http://www.fdrlibrary.marist.edu/psf/box1/a05uu05.html).

10 M. Howard, The Mediterranean Strategy in the Second World War, cit., p. 23.

11 Cfr. Albert C. Wedemeyer, Wedemeyer Reports!, New York, 1958, pp. 105-106.

12 Churchill a Roosevelt, Documento segreto, Washington, 6/1942 in W. Churchill, La Seconda Guerra Mondiale, vol. IV, cit., p. 438.

13 Winston Churchill, La Seconda Guerra Mondiale, Londra, vol. IV., p. 736.

14 J. Keegan, op. cit., p. 309.

15 Mark A. Stoler, Allies and Adversaries: The Joint Chiefs of Staff, the Grand Alliance, and U.S. Strategy in World War II, Chapel Hill, 2003, p. 103.

16 V. Araldi, Il Patto d’Acciaio, Roma, 1962, p. 166.

17 M. Howard, The Mediterranean Strategy in the Second World War, cit., p. 37.

18 «Oltre 500mila uomini appoggiati da 600 carri armati, 1800 cannoni, oltre 4mila aerei e ben 5mila navi da guerra e da trasporto» in M. Spataro, I primi secessionisti: separatismo in Sicilia, Napoli, 2001, p. 146.

19 I servizi segreti della US Navy si erano messi in contatto nelle settimane precedenti con il mafioso boss of the bosses Salvatore Lucania, altrimenti noto come “Lucky Luciano”, detenuto nel duro carcere statunitense di Dannemora. L’accordo raggiunto prevedeva la mobilitazione filo-alleata dei siciliani ad opera di Cosa Nostra in cambio di una comoda cella per Luciano nella prigione di Great Medow, famosa tra i criminali americani per essere il country club delle carceri.

20 J. Keegan, op. cit., p. 318.

21 Una linea di fortificazione approntata dall'Esercito tedesco che tagliava in due l'Italia ed attraversava trasversalmente tutta la penisola dalla foce del Sangro, in Abruzzo, a quella del Garigliano, nel golfo di Gaeta, al confine tra Lazio e Campania, passando per Cassino.

22 Ad esempio, il bombardamento del monastero di Monte Cassino del febbraio 1944. Clark ordinò di radere al suolo l’abbazia benedettina del VI secolo, dichiarata inviolabile, poiché riteneva -a torto- che fosse occupata dai tedeschi.

23 A proposito del teatro euro-mediterraneo, cfr. i dibattiti strategici sulla penisola balcanica e le isole del Dodecaneso in Howard, op. cit. & Churchill, op. cit, vol. IV-V.