Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
14/12/2010
Abstract
In un’analisi che ripercorre la storia secolare delle relazioni tra civiltà europea ed islamica, Bernard Lewis, intellettuale britannico, mette in evidenza il fil rouge che lega due visioni del mondo da sempre rivali, ma capaci di reciproche influenze nel definire il percorso storico del Sé e dell’Altro.

In poco meno di cento pagine Lewis articola un compendio che racchiude quattordici secoli di relazioni politiche, economiche e culturali tra Europa e Islam. Una simmetria tra due concetti non in contrasto teorico: benché “Europa” richiami prevalentemente uno spazio geografico e “Islam” una prospettiva religiosa, le loro essenze si rivelano affini e storicamente intrecciate. Qui “Europa” è intesa come cultura cristiana secolarizzata, in cui sussiste la separazione tra potere temporale e spirituale, “Islam” come fulgida rappresentazione teocratica, simbolo dell’unionismo confessionale e politico. Due civiltà così differenti tra loro e così contigue. Due visioni del mondo tanto rivali quanto originariamente analoghe. Un retaggio comune che trova la sua declinazione nel monoteismo ebraico, nella filosofia greca e nel diritto romano, eppure una viscerale contrapposizione nel proclamarsi unica ed ultima Verità. Dunque, un antagonismo connaturato che si manifesta nella lotta per un territorio condiviso, dal Medio Oriente all’Europa mediterranea, attraverso l’Africa settentrionale.

Rigoglioso e lussureggiante bacino di cultura e scienza, nei suoi primi secoli di vita l’Islam si investe della missione di convertire gli eretici, nella fattispecie l’Europa cristiana. Il mezzo è il gihàd, che tradotto comunemente, talvolta impropriamente, “guerra santa”, è il sanguinoso strumento con il quale i musulmani irradiano la propria concezione del mondo, un dovere ispirato dal Corano. Il fine è quello di instaurare un califfato universale e istituire una comunità islamica pura ed indipendente fondata sulla legge religiosa. Ma non è solo con le armi che l’Islam si approccia al cristianesimo: la “cultura ricca e diversificata” e l’”economia complessa e florida” dell'Islam mediterraneo, mettono in evidenza quanto l’Europa, al confronto, sia “povera, limitata, arretrata e monocromatica”.

Per quasi mille anni, dal 710, quando i primi musulmani oltrepassano lo stretto di Gibilterra ed entrano in Spagna, sino al 1683, data in cui le truppe turche sono respinte alle porte di Vienna, l’Europa è sotto la minaccia dell’Islam. È un espansionismo che porta con sé “compiacenza, sufficienza ed arroganza”, destinate però a dissolversi con la pace di Carlowitz del 1699. Dall’inizio del XVIII secolo, infatti, complici gli sviluppi economici e scientifici del Vecchio Continente, le forze vengono progressivamente a riequilibrarsi per poi cambiare di segno nel secolo successivo. Le conquiste coloniali europee circondano le terre islamiche ed il conseguente imperialismo economico ne lambisce le ricche potenzialità. Il progresso musulmano subisce una battuta d’arresto. L’evoluzione della civiltà musulmana si paralizza, propensa a chiudersi in sè stessa a difesa della propria identità, mentre la cultura europea, percepita perlopiù con “avversione venata di timore”, ha la forza di sedurre la minoranza che aspira a maggiore prosperità. Gli intellettuali europei guardano adesso all’Islam con curiosità, ne studiano gli aspetti peculiari, concepiscono la rivalità non più come scontro di religione, bensì come contrapposizione tra la propria classicità e l’altrui barbarie, tra libertà e dispotismo.

Con la seconda metà del XIX secolo, una maggiore apertura dell’élite islamica nei confronti dell’Europa si scopre necessaria. Per mezzo di una brillante metafora musicale, Lewis riflette sul fatto che, ammessi a suonare nel Concerto d’Europa con il trattato di Parigi del 1856, gli ottomani si trovano obbligati ad “imparare nuove melodie [..] assai diverse dalla musica della loro cultura”. Così, l’apprendimento di una nuova lingua, il francese, lingua ufficiale della diplomazia , la diffusione degli organi di informazione e di stampa e l’imitazione delle arti letterarie, visive e musicali culminano nella spinta modernizzatrice di Kemal Ataturk. Un ennesimo avvicinamento alla cultura europea che, però, finisce col dividere profondamente la civiltà islamica: da una parte chi vede nella secolarizzazione le fondamenta per un nuovo Medio Oriente, dall’altra i sostenitori di un nuovo fondamentalismo religioso. Questo dualismo radicale tutto interno è accompagnato da un’imponente emigrazione musulmana verso il benessere del Vecchio Continente. Un fenomeno definito da Lewis “la terza invasione musulmana d’Europa”, che permea tutta la seconda metà del XX secolo, dando origine ad un problema che lo stesso autore, nel 1991, predirà carico di “conseguenze difficili da valutare, ma certamente enormi, sul futuro sia dell’Europa che dell’Islam”.

Bernard Lewis, L’Europa e l’Islam, Editori Laterza, Bari 2007, pp. 99, euro 7,00.