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Recensione
03/07/2016
Abstract
Sergio Rizzo ha esordito nella narrativa con un romanzo che riprende argomenti già presenti nelle sue più note opere giornalistiche: il racconto dettagliato e impietoso del sistema corruttivo italiano.

La casa editrice Feltrinelli ha voluto presentare l'ultima opera del giornalista Sergio Rizzo come una sorta di "romanzo- verità", termine che, secondo l'ultima edizione del dizionario De Mauro, significa «narrazione dettagliata ed estremamente fedele di eventi realmente accaduti».

In realtà il protagonista del Facilitatore, il corrotto e corruttore Bruno Adolfo Ramelli, è un personaggio di fantasia, ma nello stesso tempo rappresenta un espediente efficace per raccontare il declino morale dell'Italia contemporanea e un malaffare politico sociale che non è mai stato debellato. Al di là dei nomi fittizi – il ruolo di facilitatore è stato rivendicato dal senatore Verdini - il lettore potrà riconoscere caratteri, personaggi e vicende note e meno note, a cavallo tra cronaca politica e cronaca criminale.

In questo caso la cornice narrativa consente all'autore di raccontare quello che forse in un libro-inchiesta non si poteva raccontare: soffiate, confidenze del tutto plausibili ma ancora non supportate da indagini ufficiali e da sentenze passate in giudicato. Si pensi alla figura di Mario Caldori, provveditore ai lavori pubblici, implicato in traffici corruttivi e sessuali con un «ragazzone di colore alto due metri che studiava Teologia all'Università Pontificia» (p.173). Oppure si pensi ancora a personaggi come Ettore Giovanelli, inossidabile boss del Ministero delle Infrastrutture, il consigliere di Stato Lorenzo Bordoni, Marcello Roversi e tanti altri.

Il lettore non faticherà a riconoscervi molti nomi apparsi nelle cronache sia di Tangentopoli che dell'affare Enimont, della cosiddetta P3, di Mafia Capitale e di altri inverecondi scandali italiani.

Una narrazione che prende vita grazie ai ricordi di Ramelli, in attesa di conoscere il suo destino, se sarà incarcerato oppure se gli saranno concessi i domiciliari. Dagli anni in cui era semplice giornalista all'"Eco del Valdarno" alla decisione di diventare spregiudicato mediatore, molto ben retribuito, tra potere legale e potere illegale, nel mezzo di innumerevoli conoscenze, legami con massoni e con mafiosi. Una vita professionale spesa al servizio di un sistema profondamente corrotto che, come si scoprirà leggendo le pagine forse più autenticamente narrative del romanzo - il dialogo tra Bruno Adolfo e l'anziana madre - non ha lasciato alcun pentimento ma soltanto alibi che rappresentano l'antitesi della vita onesta e rigorosa del suo defunto padre: «Vivo benissimo e senza particolari crisi di coscienza […]. Io almeno faccio girare l'economia, pensi che certi appalti si farebbero davvero, e che gli operai lavorerebbero, se non ci fosse il nostro sistema? In Italia hanno contato settecento opere pubbliche mai finite, e le hanno chiamate sprechi. Però c'è gente che ha lavorato, che ha portato a casa uno stipendio, è andata al supermercato a fare la spesa, ha comprato la macchina nuova, e questo non conta?» (p. 201).

La narrazione, quindi, procede attraverso gli occhi di un personaggio del tutto inserito in un sistema che ha distrutto l'economia italiana ma che, senza provare alcuna vergogna, viene spacciato da Ramelli come strumento indispensabile per ottenere la cosiddetta crescita: idea, peraltro, non nuova e periodicamente rilanciata anche da noti editorialisti e maître à penser. Il pretesto consente a Rizzo di raccontare, capitolo per capitolo, fatti, crimini, sospetti, storie di arrampicatori sociali e di istituzioni in mano a personaggi mediocri e amorali: il lavoro sporco e sottotraccia di un facilitatore che si è arricchito dagli anni della Prima Repubblica, prima nel «far sparire il denaro» (p. 33), poi, passando per Tangentopoli, il caso Enimont, fino ai giorni di Mafia Capitale. Fiumi di mazzette, di guadagni facili che sono stati la base di un sistema che negli anni è cambiato profondamente: «Un tempo, la corruzione era il carbone che serviva a mandare avanti le gigantesche macchine dei partiti di massa. Il sistema era al servizio della politica e tratteneva per sé solo una modesta provvigione». Superata la bufera di Tangentopoli e dopo che hanno preso campo i partiti personali, ecco che Ramelli racconta cosa è successo: «I rapporti di forza si sono ribaltati completamente, e la politica è passata al servizio del sistema […]. Il sistema è riuscito a sopravvivere e, non avendo più nessuno a cui dover rendere conto, è diventato indipendente. Come le macchine in quel film con Arnold Schwarzenegger, Terminator» (p.94). Un cambiamento radicale che ha fatto sparire i vecchi protagonisti pre-Tangentopoli e ha aperto le porte, secondo Ramelli, alle burocrazie parlamentari e soprattutto a personaggi molto più mediocri e totalmente privi di scrupoli. Motivo per cui un facilitatore veramente professionale era considerato insostituibile. Una storia d'Italia che, purtroppo, non è affatto alternativa o ucronica; semmai interpretata con le parole di coloro che hanno proliferato grazie ad un sistema corrotto. A cavallo tra realtà e fantasia, dove a volte i personaggi di fittizio hanno soltanto il nome, mentre altri sono stati costruiti assemblando i caratteri di diversi protagonisti del malaffare, l'opera di Rizzo non rimarrà negli annali della letteratura italiana ma, grazie all'espediente narrativo, si è rivelata in grado di raccontare l'ultimo quarantennio italiano molto meglio di tanti saggi impegnati.

Sergio Rizzo, Il facilitatore, Feltrinelli, Milano 2015, pp. 221, € 18,00.