Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
28/02/2016
Abstract
Le pagine dello storico Weinfurter  ritraggono la figura di Carlo Magno da una prospettiva in larga parte inedita che guarda alle basi teoriche del suo potere.

Il titolo della biografia di Stefan Weinfurter, «Il santo barbaro», potrebbe far pensare ad un'analisi della figura di Carlo Magno tutta incentrata sulle contraddizioni dell'uomo e del suo potere. In realtà, se la struttura del saggio risulta piuttosto tradizionale (capitoli principali: "La Vita Karoli Magni e le altre fonti, Carlo il santo e il sacro impero, L'infanzia e la personalità di Carlo, La fine della concorrenza tra i correggenti, Le guerre per la fede e la causa dei buoni, L'esercizio del potere e i suoi strumenti, Le mogli, la prole e la questione della successione, Gli intellettuali, il sapere e l'univocità della fede, Le verità della Chiesa e l'autorità dottrinale di Carlo, Carlo imperatore e l'Oriente, Il vecchio Carlo e la verità del cuore), Weinfurter ha inteso indagare uno degli aspetti forse ancora poco approfonditi dell'epoca carolingia, un alto medioevo che ancora non conosceva un compiuto sistema feudale e che iniziava a riscoprire la cultura classica. L'obiettivo del nuovo potere era quello di «perseguire una disambiguazione dei più svariati ambiti della vita dell'uomo, di accreditare una suprema autorità dottrinale […] di puntare alla chiarezza e all'inequivocabilità del linguaggio, del modo di argomentare, di lavorare all'uniformazione dell'organizzazione politica, militare ed ecclesiastica» (p.13).  Un programma ambizioso da cui tutto il resto discendeva e che legittimava l'azione di Carlo Magno in un territorio - l'attuale Francia - che ancora era diviso tra le regioni di Austrasia Neustria, Borgogna e Aquitania.

Una biografia, questa, che include le cosiddette storie di Aquisgrana che presentano Carlo Magno anche come un uomo incline alle perversioni, succube della magia e propenso alla necrofilia e all'omosessualità» (p.49)  con la consapevolezza che il mito re dei Franchi ha finito per far dimenticare il Carlo storico.

Stefan Weinfurter  afferma innanzitutto che l'autorità regia, a cavallo tra l'VIII e il IX secolo, è stata mobilitata al fine di creare, anche al di fuori dei confini del regno, la massima legittimazione possibile. In questo senso, l'imperatore, malgrado le enormi resistenze soprattutto locali, è stato «il simbolo e l'incarnazione di una solidità istituzionale e di una certezza del diritto percepite come sommamente auspicabili»; e così «la santità conferiva non soltanto all'ordine morale, bensì anche a quello politico e giuridico, l'impulso della persistenza» (p.51).

Su questa linea possiamo leggere le pagine dedicate alle limitate anticipazioni del feudalesimo e al rapporto fiduciario che intercorreva con i vassalli del re. Di grande rilevanza, poi, la fioritura delle scienze esatte intorno all' 800, di fatto strumenti in mano a Carlo e al britannico Alcuino per imporre norme finalmente chiare. In questo contesto, "la norma della rettitudine" era: «la norma del bene, della correttezza e della precisione, del timore di Dio e della giustizia: era, in definitiva, la norma della verità» (p.186). Un passaggio, questo, che introduce la logica conseguenza dell'azione di Carlo Magno in rapporto a una Chiesa che metteva a disposizione del progetto imperiale la sua strumentazione concettuale: «agli occhi di Carlo mantenere il controllo sui dogmi della Chiesa rappresentava un obiettivo centrale, al quale era da collegare anche l'esortazione all'obbedienza nei suoi confronti che il sovrano aveva rivolto nel 796 al nuovo papa Leone III» (p.204). Un obiettivo, questo, che inevitabilmente voleva dire cristianizzazione, conquiste militari (leggiamo delle campagne contro i Sassoni, i Longobardi, gli Avari) e anche confronto con l'Impero romano d'Oriente, con l'Islam e con le complesse alchimie di potere presenti nella Roma dell'VIII secolo. Da questo punto di vista uno degli episodi più mitizzati, ovvero l'incoronazione del Natale dell'anno 800, viene letto ancora una volta in stretto rapporto con gli intenti di "disambiguazione". Come scrive Weinfurter, è probabile che il re Carlo non abbia gradito tempi e modi dell'incoronazione; e non soltanto per la presenza di un'ingombrante aristocrazia romana. La cerimonia presieduta da Leone III concedeva un tipo di dignità imperiale completamente nuovo: quello che successivamente ne emerse fu un impero totalmente diverso da quello antico, un impero petrino nella misura in cui era il papa che lo assegnava» (p.215).

Il saggio di Weinfurter, che si conclude con un Carlo Magno ormai al termine del suo percorso terreno, sostanzialmente insoddisfatto e consapevole di aver sottovalutato la forza delle pluralità territoriali e culturali, è corredato da un'ampia bibliografia: oltre cinquanta pagine che spaziano da Adalvino di Ratisbona ai contemporanei Karl Ferdinand Werner e Thomas Zotz.

S. Weinfurter, Carlo Magno. Il santo barbaro,  Il Mulino, Bologna 2015, pp. 360, € 25,00.