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Recensione
01/02/2015
Abstract
Andreina De Clementi, con il saggio “L’assalto al cielo”, ha rielaborato una serie di contributi sull’emigrazione italiana già pubblicati anni fa e, insieme, ha raccolto una ricca documentazione attribuita ad ex emigranti, tale da permettere una migliore comprensione di un fenomeno a lungo poco studiato.

Fin dalla prima pagina, l’Autrice afferma che l’emigrazione italiana, «di volta in volta ostacolata o assecondata dall’andamento dei mercati internazionali» (p. IX), sia stata per lungo tempo una vera e propria “Cenerentola” della storiografia. Qualcosa è poi cambiato con quella che De Clementi chiama la “decrocianizzazione” e l’influsso delle innovazioni d’oltralpe; ma l’argomento è rimasto comunque poco frequentato dagli studiosi, e proprio per questa ragione il saggio edito dalla Donzelli ci è parso degno della massima attenzione.

Lo studio analizza chiaramente i momenti più importanti che hanno caratterizzato l’emigrazione italiana, rilevando, grazie soprattutto a fonti epistolari, interviste e memorie familiari, similitudini e differenze tra la grande emigrazione dei primi decenni postunitari e quella molto meno “eroica” del secondo dopoguerra.

Attraverso alcuni casi emblematici sono state approfondite tematiche controverse come la metamorfosi dei ruoli coniugali, gli effetti delle lunghe separazioni dalla famiglia di origine, le diverse forme di integrazione; ed anche altri aspetti fino ad ora poco conosciuti come, ad esempio, le discriminazioni subite dai nostri connazionali nella Francia del primo dopoguerra, in presenza un movimento operaio che avrebbe rinunciato alla sua vocazione antagonista contrattando col padronato a danno degli emigrati: «Da un tale patto sarebbe derivato un doppio mercato del lavoro, con una manodopera estera concepita a mo’ di esercito industriale di riserva, parafulmine di tensioni e crisi a tutela dei privilegi dei lavoratori francesi» (p. 46).

Gran parte del libro si concentra proprio sulle discriminazioni. Risalta il ruolo infelice della donna emigrata, la cui rispettabilità era messa a repentaglio anche dalla condizione operaia: «La classe media europea da qualche tempo conquistata al modello vittoriano dell’identificazione femminile con la sfera domestica, guardava con apprensione e supponenza alle sue trasgressioni» (p. 144).

Nel contempo viene sottolineato come, anche in riferimento al risvolto salariale, il contributo del lavoro femminile sia stato sempre svilito, considerato accessorio anche contro ogni evidenza; e che, complice la vigilanza della comunità di origine, sguardi di commiserazione, antichi pregiudizi e nuove paure, «diversamente da quanto spesso si è sostenuto, non è riuscito neppure a scalfire la disuguaglianza di genere. Sotto tutte le latitudini» (p. 166).

Altre difficoltà, se non veri e propri drammi, anch’essi in relazione alla condizione femminile, furono generati dalle forme di vera e propria autosegregazione etnica nei Paesi di destinazione. Così scrive l’Autrice nell’ottavo capitolo “La sfida dell’insularità. Generazioni e differenze”: «Gli insediamenti omogenei furono un impareggiabile ammortizzatore dell’impatto con la società americana, una barriera e una sfida alla modernizzazione» (p.193).

Fu innalzata quindi una sorta di barriera che, se riuscì a procrastinare l’acculturazione e nel contempo in qualche modo protesse gli immigrati italiani dalla palese ostilità degli altri gruppi etnici, non riuscì certo a frenare ogni cambiamento.

Dopo decenni, ecco che sul suolo americano si è assistito a delle metamorfosi in campo sociale che non furono né irreversibili né totali: «Tradizione e dialetto persero il loro alone di intoccabilità, ma non furono affatto dimessi; la famiglia, ridimensionata, rimase una struttura portante mai del tutto ripudiata dalle generazioni più giovani; quanto alla mobilità sociale, subì, come era nella logica della cose, tutti i contraccolpi delle crisi economiche e benne più volte sospinta verso il basso. Solo l’insediamento etnico perse progressiva terreno, visse un declino senza ritorno e restò consegnato al passato» (p. 204).

Questo saggio, oltre a prendere in esame innumerevoli tematiche fino ad ora trascurate, fa capire i motivi della scarsità degli studi sull’emigrazione. Da un lato – e la cosa poteva risultare evidente anche ai profani – in quest’ultimo ventennio «la mole dei problemi e la costante attualità della più recente immigrazione dai paesi extraeuropei ha monopolizzato il campo della ricerca a tutto scapito dell’emigrazione europea del secondo dopoguerra» (p. 209). Dall’altro lato, si è ricordato come la retorica nazionalista, come ad esempio quella fascista, pur sbandierando la fine degli espatri, in realtà non abbia affatto frenato i flussi migratori. In questo senso gli studi di De Clementi, con una particolare attenzione alla dimensione nazionale del fenomeno e ai risvolti legislativi, hanno contribuito letteralmente a disseppellire un passato di emigrazioni vissute negli anni con spirito ed intenti estremamente diversi, sia da parte dei governi sia da parte di coloro che abbandonavano il proprio Paese: per poi giungere alla conclusione che l’età contemporanea è diventata inevitabilmente quella del «disincantato realismo» (p.7).

A. De Clementi, L’assalto al cielo. Donne e uomini nell’emigrazione italiana, Donzelli, Roma 2014, pp. XI-289, € 27,00.