Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
04/10/2014
Abstract
Piero Ignazi, piuttosto che raccontare in dettaglio i principali avvenimenti che hanno visto protagonista il centrodestra italiano, ha analizzato gli effetti (e le cause) della presenza in politica di Silvio Berlusconi sulle istituzioni e sulla cultura civile in Italia.

I “vent’anni” a cui ha fatto riferimento Ignazi nel suo ultimo saggio pubblicato dal Mulino sono chiaramente quelli che hanno avuto inizio nel 1993, poco prima delle elezioni della XII legislatura fino ai giorni nostri. Un ventennio comunemente denominato “berlusconismo” al di là del fatto che in questo periodo anche il centrosinistra abbia vinto le elezioni e abbia governato: la presenza in politica del patron di Mediaset evidentemente ha condizionato in profondità la cultura italiana e quindi anche i movimenti e i partiti che, realmente o in modo fittizio, si sono opposti al potere del tycoon di Arcore. Probabile che non tutti i protagonisti della politica, compresi quelli attualmente in carriera, lo vogliano ammettere, ma è chiaro che iniziative e un certo modo di proporsi dell’ex cavaliere Silvio Berlusconi siano stati fatti propri anche da parte di una sinistra periodicamente demonizzata e, nel contempo, sodale col centrodestra nel riformare la Costituzione e la legislazione ordinaria.

L’autore, in poco più di centoquaranta pagine, ha evitato di proporci una storia compiuta di questi ultimi vent’anni, salvo brevissimi accenni. Nessun autentico approfondimento, quindi, in merito alle innumerevoli vicende di cronaca, per lo più giudiziaria, che hanno visto protagonista la classe dirigente del Paese. A tal fine, per avere un quadro coerente di cosa è successo, resta tutt’ora indispensabile la lettura di opere come “Mani pulite” di Travaglio, Gomez, Barbacetto, che, grazie all’estrema precisione e necessaria mancanza di riguardo nei confronti di chicchessia, rimane uno dei migliori strumenti per ovviare alla sbrigatività e alle omissioni della stampa e dei media. Piero Ignazi col suo “Vent’anni dopo” ha chiaramente scelto un’altra strada, raccontando il berlusconismo con l’ottica del docente universitario ed evitando di entrare nel dettaglio di vicende che pure in altri Paesi occidentali avrebbero provocato scandalo ed avrebbero sancito la fine ingloriosa di carriere politiche (ed anzi probabilmente non avrebbero neppure permesso l’inizio di un’attività politica).

L’analisi di Ignazi, che prende atto del fallimento dei progetti di rivoluzione liberale, gli stessi che molti osservatori hanno considerato mai realmente voluti o quanto meno sempre subordinati alla realizzazione di interessi personali ed aziendali, si è semmai incentrata sui cambiamenti della società italiana prima del 1993, tali da spianare la strada all’iniziativa politica di Silvio Berlusconi. Analisi che è poi proseguita sulla particolarissima struttura del movimento di Forza Italia e dell’intero centrodestra monopolizzato dalla figura dell’imprenditore milanese: «La struttura organizzativa con cui Silvio Berlusconi inaugura la sua attività politica è del tutto anomala in quanto si regge su due componenti diverse e separate: i club Forza Italia e l’Anfi da un lato, il Movimento politico Forza Italia dall’altro» (p. 40). Organizzazione funzionale quindi alla figura e alle scelte del politico-imprenditore: «Forza Italia assume fin dalla fondazione i caratteri – poi mai modificati nella loro essenza – del partito patrimonial-carismatico. Ciò implica una capacità di controllo assoluto sia sui sub-leader […] sia sui quadri locali, condizione anch’essa realizzata grazie al congelamento delle iscrizioni al partito vero e proprio e alla marginalizzazione dei club» (p. 75). Una descrizione che poteva evocare scenari di un recente passato e che Ignazi ha pensato bene di precisare: «va comunque sottolineato che il potere di Berlusconi all’interno del partito, per quanto assoluto, non è dispotico. Come è stato messo in luce da un’infinità di analisi, la personalità del Cavaliere non si connota come autoritaria ma piuttosto come deduttiva: non è arcigna e intimorente bensì sorridente e inclusiva […] Vuole piacere ed essere amato (al punto che dopo l’aggressione di Piazza Duomo nel dicembre 2009 parlerà del partito dell’amore)» (p. 98). Personalità dunque inclusiva ma, come ricorda ancora Ignazi, questo non ha impedito, di anno in anno mutamenti di strategia del partito di Forza Italia e poi Pdl, sempre più aggressivi e tali da scavare un apparente solco tra i due schieramenti politici: «Il cambiamento più significativo investe l’orientamento politico e ideologico del suo elettorato. Su diritti civili, immigrazione e ruolo della Chiesa lo slittamento in senso conservatore è netto, ed impressionante quel 53% di favorevoli alla pena di morte. Trovano grande rispondenza le posizioni cattolico-tradizionaliste, veicolate con forza dai teocons, anche nella versione degli atei devoti» (p.112). Ignazi diventa più esplicito e più polemico nelle pagine che raccontano gli ultimi anni, quelli del Pdl, dove l’aggettivo “castrista” probabilmente dispiacerà qualche lettore della sinistra più ortodossa: «[il Cavaliere] utilizzatore con modalità castrista dei mass media, suoi e altrui laddove può permetterselo […] conflitto di interessi e tutela di interessi settoriali (oltre a quelli personali), invasione dei media, delegittimazione delle istituzioni e insofferenza per l’equilibrio dei poteri, appello al popolo contro l’imperio della legge, sono tutti peccati mortali per un liberale» (p. 123). Mentre intanto «l’evoluzione politico-culturale di Fini e del suo gruppo in direzione di un moderatismo di stampo europeo collide col forzaleghismo» (p. 127). Una parabola e nello stesso tempo il paradosso dello scambio di ruoli tra un antico estremista e chi, forse a torto, si è sempre dichiarato moderato. Un paradosso che Ignazi, nelle conclusioni, sembra voler estendere ad altri protagonisti della politica italiana, dove marketing ed uso spregiudicato dei media sembrano diventare premesse indispensabili di successo; al punto che il 2014 potrà apparire, magari con protagonisti più giovani, non tanto come il primo anno del post-berlusconismo ma piuttosto il ventunesimo anno dell’era berlusconiana.

Piero Ignazi è professore ordinario di Politica comparata nell’Università di Bologna. È editorialista di «Repubblica» e dell’«Espresso». Con il Mulino ha pubblicato fra l’altro «L’estrema destra in Europa» (2000) e «Partiti politici in Italia» (2008).

P. Ignazi, Vent’anni dopo, Il Mulino, Bologna 2014, pp. 152, €13,00.