Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
11/09/2014
Abstract
Yvonne Sherratt scandaglia le vicende sia degli intellettuali che, con cinico opportunismo, hanno sostenuto il nazismo, sia le vicende di coloro, filosofi o in genere intellettuali, che invece si sono opposti al regime di Hitler

Il libro di Yvonne Sherrat, per ammissione dell’autrice, è scritto con uno stile volutamente narrativo e già questo ci fa capire come il racconto dei cosiddetti filosofi di Hitler risulti incentrato soprattutto sulle biografie controverse, sui cinici opportunismi di coloro che hanno avallato il nazismo. Accanto a questi personaggi, spesso usciti indenni dal crollo del regime hitleriano, Yvonne Sherrat ha voluto raccontare anche le vicende delle vittime, ovvero di quegli intellettuali, noti e meno noti, ebrei e non ebrei, che invece hanno subito le angherie del nazismo, spesso fino a rimetterci la vita. Ci riferiamo a figure come Theodor Adorno, Max Horkheimer, Walter Benjamin, Ernst Cassirer, Hannah Arendt, Karl Löwith, Edmund Husserl, Kurt Huber. Il paradosso è che poi, dopo la fine della guerra, personaggi legati pesantemente al regime sono riusciti in qualche modo a farla franca, spesso spacciandosi per semplici simpatizzanti inconsapevoli e non come collaboratori, ed anzi, grazie anche al sostegno di intellettuali marxisti come Sartre, sono stati rivalutati fino a diventare oggetto di grande ammirazione e autentici maître à penser; mentre «i pensatori ebrei tedeschi del ventesimo secolo come quelli della Scuola di Francoforte, pur avendo dato origine a una tradizione di criticismo e scetticismo politico e filosofico nel tentativo di respingere i colpi dell’autoritarismo, hanno dovuto lottare per essere accettati nei programmi di filosofia delle maggiori università. Walter Benjamin, Hannah Arendt e Theodor Adorno, nonostante l’immensità della loro opera, non sono mai entrati nel canone filosofico del mondo anglofono» (p. 257) Tutto questo è stato possibile, secondo le motivate ed approfondite ricerche dell’autrice, anche perché l’ideologia razzista e antisemita del totalitarismo hitleriano ha trovato presto terreno fertile e zelanti servitori presso le università e i centri di ricerca di tutta la Germania. Hitler, che pure si era autoproclamato grande filosofo e pensatore, voleva consolidare il suo regime sotto una patina di rispettabilità; e quindi filosofi autentici, scrittori, scienziati, storici che giustificassero le azioni del totalitarismo e la repressione contro gli ebrei diventavano indispensabili ai fini del suo progetto. In altri termini il dittatore nazista era ben intenzionato a regalarsi una legittimazione giuridica e filosofica, oltre a voler diffondere a livello internazionale quello che veniva chiamato il “genio tedesco”, quale dimostrazione di un’evidente superiorità razziale. Tra i tanti zelanti sostenitori del regime, tutti raccontati da Yvonne Sherratt non soltanto dal lato del loro discusso e discutibile profilo intellettuale, ma anche nelle loro bassezze nei confronti dei colleghi caduti in disgrazia e nei loro atteggiamenti servili nei confronti del regime: Martin Heidegger, Carl Schmitt, Alfred Rosenberg, Wilhelm Grau e Max Boehm. Se è vero che recentemente sono stati scoperti numerosi documenti che hanno dimostrato lo zelo hitleriano di questi personaggi, non semplici e inconsapevoli simpatizzanti, più noto è il fatto che Hitler, sempre grazie all’apporto di questi intellettuali al servizio del regime, abbia voluto costruire una vera e propria mitologia tedesca e razzista sulla base, ad esempio, di una continuità tra Grecia e Germania, contrapposta alla barbarie asiatica. A questo fine sono state strumentalizzate anche le opere di grandi pensatori del passato, non fosse altro che lo stesso illuminismo di Kant, comunque specchio dei tempi, non era immune da una un fondo antisemita tale che gli ebrei risultavano sostanzialmente degli estranei da civilizzare: «seduto sotto lo stesso albero alla stessa ora tutti i giorni, testimoni i suoi concittadini, quell’uomo timido e in apparenza innocuo scriveva che gli ebrei erano materialisti, immorali, obsoleti e, dal punto di vista politico, degli stranieri» (p. 54).

Così scrive Sherratt al termine del secondo capitolo, significativamente titolato “Calice avvelenato”, dopo aver raccontato le frasi più imbarazzanti e il lato più cinico di grandi nomi del passato: «Uomini di logica o di passioni, idealisti o darwinisti sociali, volgari o sofisticati: tutti fornirono a Hitler le idee con cui rafforzare e mettere in atto il suo sogno. Il passato della nazione brulicava di teorie riguardanti lo Stato forte, il Superuomo, l’antisemitismo e, infine, il razzismo biologico. Al di sotto del nobile retaggio tedesco si celava questo lato oscuro» (p.73). Per dirla in altri termini esistevano tutti gli elementi affinché Hitler e i suoi professori potessero proporre un’interpretazione in chiave antisemita di opere del passato, fino a stilare un elenco di pensatori di tradizione nordico-ariana tali da essere annoverati come proto-nazisti: «bisognava cambiare nei minimi dettagli il sistema educativo nazionale, compresi l’insegnamento e la ricerca, e a tale scopo, serviva la collaborazione degli accademici. Non su necessario andare molto lontano: Rosenberg aveva a disposizione due campioni del nazismo, entrambi, guarda caso, filosofi» (p. 81). Tra l’altro l’allontanamento dalle cattedre universitarie dei docenti ebrei lasciò molti posti vacanti e i filosofi, storici, giuristi rimasti, si precipitarono ad occupare i loro posti, ben lieti di collaborare col regime. Così, secondo l’interpretazione ben poco benevola di Yvonne Sherratt, avvenne con Martin Heiddeger che non ebbe remore a tradire Husserl, che era stato suo amico e mentore. E così avvenne con Carl Schmitt, nel dopoguerra considerato un autentico maestro da noti filosofi e studiosi di politica, ma negli anni ’30 pronto a rinnegare le sue idee per mettersi al servizio attivo del regime, affermando che la dittatura hitleriana fosse sancita dall’autorità della legge, fino a dichiarare che gli omicidi politici fossero la forma più alta del diritto amministrativo. Tutto questo mentre Kurt Huber, grande filosofo e musicologo, affiliato alla Rosa Bianca veniva decapitato il 13 luglio 1943; e mentre Hannah Arendt, già amante del nazista Heiddeger doveva fuggire all’estero, come Theodor Adorno, e Walter Benjamin, braccato, si suicidava a Port Bou nel settembre del 1940. Eppure, come denunciato a chiare lettere dall’autrice del libro, dopo la guerra gli accademici si sono tutelati tra di loro, anche grazie a nomi di spicco come Louis Althusser e Michel Foucault, e hanno letteralmente salvato la reputazione di Heidegger e Schmitt, nel contempo rimuovendo un passato a dir poco imbarazzante e ingiustificabile. Del tutto coerente con le tesi di Yvonne Sherratt la citazione da Theodor Adorno, ovvero la replica del filosofo e musicologo tedesco all’ex nazista Peter R. Hofstätter, che, guarda caso, aveva fatto carriera e che lo accusava di voler opprimere la nazione con il senso di colpa: «L’orrore di Auschwitz, se lo sono dovuto assumere le vittime, non coloro che non lo vogliono ammettere» (p. 253).

Yvonne Sherratt, inglese, ha studiato a Cambridge e insegna attualmente a Oxford. È autrice di Adorno’s Positive Dialectic (2002) e Continental Philosophy of Social Science (2006). I filosofi di Hitler è il suo primo libro tradotto in italiano.

Yvonne Sherratt, I filosofi di Hitler, Bollati Boringhieri, Bologna 2014, pp. 312, € 24