Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
13/04/2014
Abstract
Roberto Della Seta e Edoardo Zanchini, con questo loro pamphlet, rappresentano il paradosso di quella sinistra italiana che, convertitasi (almeno, in teoria) al riformismo, ha nel contempo smarrito ogni volontà di governare il territorio.

Il saggio di Zanchini e Della Seta possiamo leggerlo sia come una breve storia ragionata delle corruttele che hanno funestato l’urbanistica italiana, sia come pamphlet e storia di un paradosso: protagonista la sinistra ortodossa prima - la stessa che anni fa guardava all’Urss come paradiso ideologico - e la sinistra di governo poi - quella che iniziava a guidare la città e, dopo la caduta del Muro di Berlino, l’Italia intera.

La tesi dei due autori è chiarissima: nel dopoguerra vi erano partiti di sinistra che rifiutavano con sdegno l’etichetta di riformisti, ma di fatto, almeno in merito alle politiche urbane portavano avanti idee ed azioni definibili come riformiste. Il paradosso stava anche in certe alleanze inedite tra comunisti ortodossi e liberali conservatori proprio sul tema della gestione del territorio e della città. Adesso invece, secondo Zanchini e Della Seta, siamo di fronte ad una sinistra di governo che, mentre rivendica con orgoglio la parola “riformista”, nei fatti si dimostra del tutto inadeguata nel proporre ed implementare politiche che siano realmente definibili come riformiste.

Una storia, quella dell’urbanistica italiana, che è anche storia di malaffare e di una politica perennemente condizionata da interessi privati, nel momento in cui, ancora oggi, a sinistra convivono, da un lato, pregiudizi ideologici come la demonizzazione dei privati e la mitizzazione dell’esproprio, e, dall’altro, la mistificazione della parola riformista, che porta adesione a tutte le politiche più retrive che hanno fatto del “partito del cemento” l’arbitro, nemmeno troppo occulto, dei piani regolatori. Da qui, l’urbanizzazione anarchica e un consumo del suolo allarmante.

Paradosso anche perché, andando a leggere la storia europea, la sinistra negli anni avrebbe resistito sia alle fughe nell’utopia della città ideale, sia ai richiami dell’ideologia «che condannava l’urbanistica come inaccettabile riformismo – una parolaccia nel vocabolario dell’ortodossia marxista».

Zanchini e Della Seta, dopo aver ricordato come l’avvento della cultura ambientalista, soprattutto a partire dalla fine degli anni Sessanta, abbia sfidato molte idee tradizionali della sinistra – l’industrialismo, una visione tutta materialista dello sviluppo e del progresso – hanno visto nel progetto Fiat-Fondiaria nella Piana di Castello (FI), poi abortito ma dal quale sono scaturite indagini della magistratura, uno dei sintomi più vistosi del cambiamento della sinistra di governo: «mentre la Prima Repubblica si avviava al collasso, nel principale partito della sinistra, che le sarebbe com’è noto sopravvissuto, conquistava posizioni di prima piano un altro partito, il “partito del cemento”. Un partito squisitamente trasversale, che metterà radici a sinistra come a destra. Un partito che in questi anni – nelle città, nelle regioni, su scala nazionale – è stato spesso il vero dominus delle politiche urbanistiche, con effetti devastanti per il territorio e per la stessa legalità».

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, malgrado spesso i media abbiano fatto a gara per mistificare e dispensare disinformazione con le parole di “progresso” e “innovazione”: una sinistra e una destra di fatto unite nel sostenere quelle politiche di deregulation che hanno portato alla famigerata “legge obiettivo”, ed unite anche nello spacciare l’idea secondo la quale qualsiasi infrastruttura vada bene a prescindere, basta che muova appalti e faccia aprire cantieri. Questo ha significato un uso sconsiderato delle risorse pubbliche a vantaggio di interessi privati, senza la giustificazione di esternalità positive.

In merito, viene ricordata un’altra innovazione legislativa che «ha molto contribuito al boom della nuove costruzioni e del consumo di suolo degli ultimi anni. A firmarla fu nel 2001 il governo Amato, eliminando l’obbligo per i Comuni, introdotto dalla legge Bucalossi nel 1977, di destinare le entrate derivanti dall’attività edilizia al finanziamento degli interventi di urbanizzazione e di manutenzione edilizia e urbanistica. Da allora i Comuni italiani hanno potuto utilizzare questo gettito per la spesa corrente, e ciò, unito al taglio progressivo dei trasferimenti dallo Stato, si è tradotto in un formidabile incentivo alle amministrazioni locali ad autorizzare nuove cubature, e dunque il più delle volte a consumare nuovo suolo, per rimpolpare i propri bilanci». Quella di Della Seta e Zanchini è una carrellata di autentici orrori legislativi e di comportamenti pubblici a dir poco opachi che culmina in questi ultimi anni condizionati dal presunto liberismo del “padroni in casa propria”. Mentre i due autori giustamente ricordano come la vera priorità italiana sia recuperare un’idea ambiziosa di città, intesa come grande cantiere di riqualificazione energetica ed ambientale, ovvero una cultura delle opere diffuse contrapposta alle grandi opere inutili.

Le ultime pagine sintetizzano impietosamente lo spreco al quale sembriamo condannati: «Con i miliardi che costerà all’Italia la nuova, inutile ferrovia Torino-Lione (un doppione di quella che c’è, lungo una direttrice di traffico da molti anni in costante declino) si potrebbe finanziare integralmente un piano nazionale per la messa in sicurezza antisismica dell’intero patrimonio pubblico (scuole, ospedali, caserme….). Quali delle due scelte è più vicina all’interesse generale?». Per la cronaca, uno dei due autori, Roberto Della Seta, già senatore del Pd  noto per il suo impegno ambientalista e contro lo strapotere della famiglia Riva, non è stato più ricandidato.

R. Della Seta, E. Zanchini, La sinistra e la città. Dalle lotte contro il sacco urbanistico ai patti col partito del cemento, Donzelli, Roma 2013, pp. XII-100, € 16,00.