Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
13/04/2014
Abstract
La tesi espressa nell’ultimo libro di Piero Ignazi è molto chiara: i partiti sono sempre più delegittimati e sfiduciati dai cittadini, ma nello stesso tempo appaiono oggi più che mai dotati di potere ed influenza.

Forza senza legittimità, l’ultimo saggio di Ignazi sui partiti, non soltanto quelli italiani, fin dal titolo esprime al meglio la tesi del politologo che pure, malgrado la loro credibilità in caduta libera, sottolinea l’indispensabilità di quelli che un tempo erano considerati il perno del sistema politico. Un saggio, che in questo suo passare dal racconto dell’evoluzione storica della forma-partito all’analisi delle diverse formazioni partitiche europee, agli studenti ed ex studenti potrà ricordare l’ormai classico I partiti politici nelle democrazie contemporanee di Oreste Massari. Qui però su tutto risalta la pesante contraddizione dei partiti contemporanei (italiani, ma non soltanto italiani) che da un lato è evidente siano ormai più che mai delegittimati e sfiduciati dai cittadini, mentre da un altro lato, in questa loro autoreferenzialità, risultano aver acquisito grande potere ed influenza. Così leggiamo nell’introduzione, quale sintesi del pensiero di Ignazi: «[i partiti] sono Leviatani claudicanti, colossi dai piedi d’argilla, perché il contratto sociale con cui hanno acquisito il potere si fonda sulla sabbia: hanno sì concentrato su di sé tutto – funzioni pubbliche, controlla sulla società, ricchezze, privilegi – ma hanno perso stima, consenso e partecipazione. Forti, potenti e ricchi si sono ritirati e rinchiusi in un giardino di delizie, riservato solo a loro stessi».

L’autore fa precedere la tesi sulla crisi della legittimazione dei partiti da un’analisi storica, tale da far emergere il lungo e travagliato percorso che ha condotto alla formazione delle attuali formazioni partitiche nel contesto istituzionale degli stati contemporanei. L’opera perciò rappresenta anche una breve e ragionata storia dei partiti politici, a cominciare dalla storia della stessa definizione di partito. Se è vero che, ad esempio, nel periodo delle città-repubbliche, le fazioni, sentite al tempo come una sorta di partiti, a causa della violenta lotta tra di loro, nei secoli a venire divennero un potente simbolo negativo, non molto tempo dopo, nell’Inghilterra di metà Settecento, David Hume e Edmond Burke, pur con molte cautele, riconobbero la legittimità del dissenso e che i partiti potessero fondarsi su principi intesi in senso nobile e non soltanto su interessi di bottega.

Anche in riferimento all’età delle grandi rivoluzioni vengono rilevate le origini e quindi le contraddizioni del sentimento antipartitico: «era definito sia dall’ostilità assoluta dell’ideologia contro-rivoluzionaria incardinata sui concetti di armonia, unità organica e legittimazione sovra-naturale, sia dal timore dei rivoluzionari e dei proto-liberali delle due sponde dell’Atlantico per le conseguenze incontrollabili dell’affermazione dei diritti universali. In quest’ultimo caso serpeggiava il timore che, alla libertà di espressione e di associazione, conseguisse la perdita della libertà a causa del prevalere di interessi particolari […] Bisogna aspettare il fluire del secolo affinché il partito conquisti, faticosamente, legittimità».

Ignazi, fino ad ora con lo sguardo rivolto alla storia, conclude che le basi teoriche dell’antipluralismo hanno origine antiche e, limitandosi al pensiero politico moderno, individua sostanzialmente quattro filoni culturali nettamente ostili al partito in quanto tale: a) il controrivoluzionario con il richiamo alla divinità; b) il populista dei rivoluzionari giacobini con il riferimento mistico al peuple-Dieu, fonte prima e assoluta di legittimità; c) il nazionalista anti-democratico che concepisce la nazione come un corpo unitario e che rigetta ogni presenza dissonante; d) l’idealismo hegeliano di destra con la sua esaltazione di uno Stato che tutto comprende.

Ma se con fatica i partiti hanno trovato una loro piena legittimazione, passando da un modello notabiliare al partito di massa per poi giungere al modello professionale, al personale e a quelle nuove forme che hanno visto la luce fin dagli anni ’60 del secolo scorso – situazione ben descritta nei capitoli Partiti di massa addio e Il partito Stato-centrico –  le cose, soprattutto in questi ultimi tempi, sono decisamente cambiate (che sia una situazione emersa da poco lo chiarisce lo stesso Ignazi nell’introduzione: «In Italia, contrariamente ad una percezione diffusa, fino alla metà del 2010 il giudizio nei confronti dei nostri partiti era meno negativo rispetto agli altri partiti dell’Ue: 72% contro 75%»).

Per secoli le formazioni partitiche hanno dovuto intraprendere lotte difficilissime per essere accettate e trovare una loro legittimazione; ed ecco che una volta pienamente affermate, perdendo contatto con la società civile, si sono ritrovate prive di prestigio, contestate come rifugio di disonesti ed approfittatori, salvo diventare, sulla base delle risorse finanziarie e umane a disposizione, sempre più potenti. Non incarnando più ideali di passione e dedizione, teoricamente connaturati alla loro esistenza, in piena crisi rispetto al loro ruolo storico di organizzazioni di massa, non c’è da stupirsi che poi si siano affacciati alla ribalta i cosiddetti partiti populisti, partiti anch’essi ma, non senza contraddizioni, dediti innanzitutto a criticare ferocemente la democrazia rappresentativa e gli altri partiti dell’establishment, «ai quali viene imputata ogni nefandezza» (pp.XI).

Ignazi prende atto di una situazione drammatica per le democrazie occidentali, che vede i partiti (e di conseguenza gli elettori) ingabbiati nella contraddizione di una forza senza legittimità, senza che al momento si scorga una ragionevole via d’uscita.

P. Ignazi, Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti, Laterza, Bari 2013, pp. XV-138, € 8,00.