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Recensione
13/04/2014
Abstract
Luca Mercalli e Alessandra Goria definiscono gli scenari futuri del cambiamento climatico e possibili soluzioni, sia micro che macro, per arginare gli effetti devastanti delle attività umane

Clima bene comune  è un libro che gli autori, Mercalli e Goria, hanno chiaramente scritto con intenti divulgativi, senza troppo insistere con dati tecnici che potrebbero forse confondere i lettori meno esperti. Ne è scaturito un testo tutt’altro che banale, non fosse altro che Mercalli e Goria sono riusciti in poco meno di duecento pagine ad abbracciare i temi più complessi ed ancora controversi, spesso a causa di un interessato negazionismo, che interessano i cambiamenti climatici e le possibili soluzioni volte a limitare i danni causati dall’uomo. L’aver dato per scontate le resistenze e la malafede delle tante lobby negazioniste, fa di Clima bene comune un libro dal taglio più pratico che può rappresentare un’ottima integrazione per tutti coloro che qualche anno fa avessero letto l’ottimo Guida alle leggende sul clima che cambia. Come la scienza diventa opinione di Stefano Caserini, scritto con l’intento di sbugiardare la disinformazione operata dai media condizionati da interessi economici e da un’ideologia reazionaria ed antiambientalista.

Il problema più grande quando si parla di clima lo rappresentano molto bene Mercalli e Goria, subito dopo aver descritto lo scenario attuale e futuro delle isole Carteret: «fra le popolazioni regnano sovrane l’inerzia, la cattiva informazione, la difficoltà a cambiare le proprie abitudini a fronte di un fenomeno potenzialmente devastante ma per alcuni ancora troppo lontano, la mancanza di decisori illuminati capaci di abbracciare una prospettiva di lungo periodo – che vada oltre il proprio mandato elettorale – scontrandosi con gli interessi di forti lobbies industriali» (pp.9). In questo contesto il rapporto tra scienza ed economia (non a caso uno degli autori del libro è un’economista) è fondamentale e la citazione da Nicholas Stern riassume bene la questione: «Il cambiamento climatico indotto dall’uomo rappresenta un’esternalità, che non viene corretta dalle istituzioni o dal mercato…a meno che non intervengano le politiche».

C’è da aggiungere che gli autori, non avendo voluto prendere di petto i cosiddetti negazionisti, e riconoscendo che non è facile nel campo della climatologia stabilire legami univoci fra cause ed effetti, evitano così di scrivere semplicemente un pamphlet, ma, tuttavia, chiariscono il fatto che clima e meteorologia, nel linguaggio comune, siano spesso concetti usati senza distinzione (e, colpevolmente, anche da parte di quei  media intenti a minimizzare, se non a ignorare, i pericoli di attività umane portate avanti senza alcuna considerazione per l’ambiente e le generazione future). Difatti, anche in questo caso, «cruciale, per capire la differenza, è la scala temporale» visto che «il clima è caratterizzato dall’analisi statistica della condizioni metereologiche di una determinata regione rilevate se un periodo di tempo sufficientemente lungo a partire da qualche decina fino a milioni di anni» mentre «il tempo metererologico è definito dalle condizioni istantanee delle variabili atmosferiche o comunque dalla loro variabilità su intervalli molto brevi, che si misurano in minuti e ore, fino alla settimana». Non deve quindi meravigliare e nemmeno apparire argomento a supporto dei negazionisti, come invece avviene regolarmente, se, ad esempio, nel dicembre 2010, in particolare in Germania e Francia, ci furono temperature di ben 3 °C e 5 °C sotto la media.

Argomentazioni contrarie, a parte gli aspetti ideologici ben rilevati a suo tempo da Caserini, trovano il loro humus nelle perenni tensioni tra politiche ambientali ed economiche volte alla tutela dell’equità non soltanto delle generazioni presenti, ma di quelle future. Le parole chiave di crescita verde, sviluppo sostenibile, eradicazione della povertà, sempre nella considerazione dei limiti fisici del pianeta, diventano quindi  motivo di obbligate scelte politiche ma anche di diversi  comportamenti da parte di ognuno di noi. A queste parole chiave se ne dovrebbero aggiungersene altre quali “mitigazione” e “adattamento”. Mitigazione, definita dalle Nazioni Unite, come un intervento dell’uomo per ridurre le fonti, o aumentare l’assorbimento, dei gas serra, e quindi diminuire le loro concentrazioni in atmosfera. L’adattamento invece riguarda gli impatti dei cambiamenti climatici. In altre parole se la mitigazione è auspicabile (ad esempio innovazioni per l’efficienza energetica, nuove tecnologie per l’assorbimento della CO2, inclusa la sequestrazione geologica, innovazioni nel settore delle energie rinnovabili, il risparmio energetico, una maggiore sobrietà nei consumi), ma a quanto pare molto difficile da far comprendere, l’adattamento è e sarà inevitabile proprio in vista degli scenari che si prospettano in un futuro tutt’altro che lontano.

Un tema quello dei cambiamenti climatici che, proprio perché complesso, lascia spazio ad incertezze che hanno alimentato interessi indifendibili di lobby e di scienziati in malafede. Ma nonostante questi limiti, resistenze e disinformazione, è chiaro, secondo Luca Mercalli e Alessandra Goria, che le politiche nazionali e internazionali non possono più eludere la necessità di porre mano a mitigazioni ed adattamenti. Affermazioni e proposte che prendono spunto dal quinto rapporto IPCC del settembre 2013 e non da fisime di fanatici ambientalisti.

L. Mercalli, A. Goria, Clima bene comune, Bruno Mondadori, Milano 2013, pp. 189, €16,00.