Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
13/04/2014
Abstract
Gustavo Zagrebelsky, attraverso questo saggio, propone  un’analisi del valore costituzionale della cultura anche al di là del posto che essa occupa nel dettato costituzionale stesso.

Gustavo Zagrebelsky non si è limitato a una parafrasi degli articoli della Costituzione italiana che contengono la parola “cultura”. Piuttosto, partendo proprio dalla formulazione dell’art. 33, ha intrapreso una serie di riflessioni sui principi, sulle idee in rapporto alla struttura delle società umane. É vero che si coglie quanto l’art. 33 della Costituzione stia in stretto rapporto con gli artt. 2, 9 e 21, ma lo sguardo di Zagrebelsky va ancora più in là fin dall’inizio. Egli si chiede, infatti, come sia possibile una vita comune, cioè una società, tra perfetti sconosciuti. Ed è qui che l’autore vede l’intervento della cultura: «riconoscersi senza conoscersi è condizione d’esistenza d’ogni società fatta di grandi numeri». In altri termini, tutte le società, senza eccezioni, sarebbero destinate a fallire se non tenute insieme da una forza indipendente da economia e politica, cioè dalla cultura. Prima, questa forza era la religione, poi è giunta una secolarizzazione, ma il concetto di base non è cambiato. Può però essere cambiato il modo: una cultura che tiene insieme nella libertà oppure nella soggezione. In altri termini, un modo più intelligente e motivato per rappresentare come vi siano culture più aperte ed altre più chiuse alla possibilità di conflitto. Quello che semmai Zagrebelsky pare voler sottolineare è l’idea che nelle società ben organizzate sia ben chiara la tripartizione tra funzione economica, volta alla produzione e consumo dei beni materiali, funzione politica, volta alla gestione del governo, e funzione culturale. Un’idea alla quale egli giunge dopo aver fatto precisi riferimenti alla mitologia, al ruolo della religione, al diritto ed alla condizione degli artisti nei secoli. Le tre funzioni peraltro dovrebbero godere tra di loro di una certa indipendenza. In questo senso è proprio l’art. 33 a dimostrarlo: norma peraltro in gran parte disapplicata se è vero che l’Italia è patria dei conflitti d’interesse. Nel capitolo “La scala delle idee” Zagrebelsky evidenza come senza idee non ci sia cultura e di conseguenza senza cultura non vi sia società (e senza libertà di cultura non vi sia libertà della società). Il riferimento è a quelle società che «si muovono come se esistessero al mondo solo loro […]. Come può la politica tenere insieme tutto questo? La società si è frammentata e così rischia di mandare in frantumi il quadro d’insieme. La politica retrocede e, con essa, le idee progettuali, che della politica sono l’alimento. Esse lasciano il posto alle idee problem solving, che tamponano le situazioni critiche […] Non è un caso che i governi politici cedano il passo ai governi tecnici, ora in forma manifesta come in Italia, ora in forma appena dissimulata, come in altri paesi d’Europa». Poi subito dopo un passaggio perfettamente coerente con le precedente presa d’atto: «Si dirà: non c’è forse, e dominante, un’idea della politica, anzi un’ideologia che domina le società del nostro tempo, condiziona i governi, rende necessaria la loro azione e l’indirizza, chiede ai cittadini sacrifici pesantissimi, come sotto una legge di necessità? Certamente c’è. Ma è un’idea impolitica: l’assolutezza della legge di mercato, anzi: dei mercati globalizzati, dove il legislatore che ha posto questa legge cogente s’è nascosto nell’invisibilità, nell’incontrollabilità, nell’inevitabilità, cioè nella sfera della necessità o del destino. Ma questo non è politica: è il contrario della politica, così come la concepiamo: la sfera delle scelte, Se la possibilità delle scelte non ‘è, siamo fuori dalla politica o, almeno, della libertà politica».

Una citazione lunga che però merita di essere riportata. Difatti, sembra che queste affermazioni, anche soltanto l’aver messo in guardia sul pericolo che le idee siano considerate beni economici come gli altri, abbiano dato luogo ad alcune contestazioni. Ad esempio, un commentatore del più venduto quotidiano della destra italiana non ha usato mezzi termini ed ha accusato Zagrebelsky di voler negare, di fatto, la lezione di Adam Smith. Se è vero che i riferimenti ai conflitti d’interesse italiani potranno irritare qualcuno più schierato politicamente, c’è da ritenere che la maggior parte dei lettori non si accorgerà affatto di una critica al mercato in quanto tale, non vedrà proprio niente di comunista in Fondata sulla cultura ed apprezzerà semmai la capacità dell’autore di ampliare le sue riflessioni ben oltre i limiti del diritto costituzionale vigente.

G. Zagrebelsky, Fondata sulla cultura. Arte, scienza e Costituzione, Einaudi, Torino 2014, pp. 109, €10,00.