Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
05/04/2014
Abstract
Fabio Mini torna ancora una volta sul tema della guerra: argomentazioni che prendono spunto dall’attualità ma che poi, anche grazie a precisi riferimenti storici, filosofici e quelli propri delle scienze strategiche, riescono a toccare temi universali e a prospettare scenari futuri.

I puntini di sospensione che seguono il titolo La guerra spiegata a….  hanno una loro ragione, non fosse altro che il generale Fabio Mini con questo ultimo suo libro pare abbia voluto in qualche modo ripercorrere, almeno in parte, temi già presenti in La guerra dopo la guerra e poi ancora in Soldati, fino a Eroi della guerra. Ma se sono riconoscibili quelle argomentazioni che hanno fatto del generale una sorta di eretico in divisa, questa volta più che mai si coglie come le complesse e contraddittorie vicende del mondo contemporaneo, nell’opera di Mini,  grazie a colti richiami storici e filosofici, diventino strumento per poi ampliare il discorso a temi più ampi. Si capisce, quindi, come i puntini di sospensione si rivolgano ad un pubblico estremamente variegato. Lo leggiamo in quarta di copertina: «a chi dice che la guerra sia fatta in nome della pace e a chi la odia, a chi la fa per mestiere e a chi soprattutto, come la maggior parte di noi, la osserva dalle pagine dei giornali, pensando che è così che debbano andare le cose, e non sia nostro compito provare a cambiarle». Da qui un capitolo come “La guerra pensata”, nel proporci criteri come quelli di realismo descrittivo e prescrittivo, sostanzialmente l’analisi dell’esigenza, come interpretata tra occidente e oriente, di trovare una giustificazione superiore all’uso della violenza: «una costante della storia occidentale, che proviene da una base filosofica molto più complessa e interessante rispetto alla maldestra ipocrisia che oggi pervade il pensiero sulla guerra e la politica. Se per la cultura occidentale la guerra è violenza, che non è soltanto quella delle armi, per la cultura dell’Estremo Oriente l’essenza della guerra è l’inganno, che non è soltanto menzogna». In altri termini: «Come in Occidente il pensiero sulla guerra si è avvolto attorno allo schema conflittuale tra opposti di Eraclito, così in Oriente il pensiero si è cristallizzato sulla complementarità degli opposti […] Nella Cina contemporanea la contaminazione tra violenza ingannatrice e inganno è evidente come mai prima». La verità che Mini intende far emergere, sulla base di quanto accaduto nel passato, è che la guerra non è mai stata la continuazione, con strumenti diversi, dell’azione politica precedente; ed anche oggi, anche in virtù delle nuove forme di conflitto esistenti, appare per quello che è sempre stata: una traumatica interruzione della politica, malgrado per secoli sia stata spacciata l’idea che fosse invece una sorta di ordinario strumento politico. Eloquente la chiusura del capitolo: «Gli stati che, in maniera palese o occulta, improntano la loro governance alla guerra sono sulla china dell’abbandono della politica. Così, governano con la guerra anche le organizzazioni mercenarie, le bande e tutti i gruppi che, grazie alla guerra, acquisiscono potere e profitti» . Sono parole che ci riportano a quelle considerazioni di Mini che potrebbero davvero essere considerate “eretiche”, tanto più nel nostro contesto italiano dove l’informazione non brilla per indipendenza, e già ampiamente argomentate nei suoi precedenti saggi. Nel capitolo “I futuri della guerra”, dopo aver premesso come le guerre del nostro tempo siano combattute per lo più all’interno degli stati, tra etnie e gruppi religiosi, e non tanto per cambiare confini e territori, lo sguardo si rivolge ai cosiddetti nemici, mentre sembrano scomparse le antiche distinzioni di nemico giusto e di cosiddetto nemico legale. A fronte di “criminali” (e quindi non più semplicemente “nemici”), tali perché hanno commesso azioni orrende o perché, in base a previsioni soggettive, potrebbero commetterle, la guerra, da fenomeno contenuto nel tempo, diventa così totale, asimmetrica e permanente: «si va delineando la fine degli eserciti, che rispondono alle leggi, all’etica e ai costumi della guerra, per la sciare posto a corpi armai che rispondono a leggi e logiche proprie o dei committenti di turno». In sostanza, aberrazioni ed alterazioni della guerra tradizionale che magari vengono giustificate in nome della pace e della libertà (Mini torna spesso sull’ipocrisia delle cosiddette operazioni umanitarie), ma in realtà le ostacolano e rendono del tutto evidente l’impotenza di una politica e di una diplomazia inquinate da interessi di parte.

Coerenti con questa visione che prescinde dalle ottimistiche e ipocrite dichiarazioni d’intenti di politici ormai venuti meno al loro ruolo, le parole presenti in “La guerra globale è appena iniziata”. Ovvero la prospettiva concreta che la guerra del futuro torni ad essere una guerra fra blocchi, malgrado Obama abbia avuto l’intenzione di contenere le spese militari e di ridurre il debito pubblico. Sulla base di analisi come quella di H.H. Gaffney del Center for Navals Analyses, si può dedurre che gli americani, “i veri amministratori del sistema guerra a livello globale”, si preparino proprio ad una rinnovata guerra di questo tipo; o quanto meno nella considerazione che la realtà attuale derivi comunque dalle condizioni stabilite durante la Guerra Fredda, mentre si tendono ad ignorare le prevedibili esigenze future della sicurezza degli stati. Esisterebbe quindi un “modo americano” di fare la guerra, che prescinde dalle situazioni e dalle motivazioni della guerra stessa. Osservazioni impietose quelle di Gaffney, critiche verso coloro che si ostinano a sostenere la cosiddetta American way of war (Aww), sicuramente predisposta a tentazioni unilaterali ed imperialistiche, ma soprattutto inefficace nelle “small wars”: metodo applicato in tutte le guerre recenti, nonostante fosse chiara la sua inefficacia. A fronte delle guerre future, fin da ora asimmetriche, probabilmente spettacolari, ma poi, di fatto, senza vittoria, infinite, senza gloria ed incapaci di portare a qualsivoglia stabilizzazione, Mini auspica che per un futuro più sano, anche sul versante morale, liberandoci dai condizionamenti della propaganda fasulla propinata dai media, sia indispensabile un radicale cambio di rotta: «è evidente che sono necessarie nuove valutazioni e strategia che però tengono conto dei veri fattori che determinano la sicurezza e lo sviluppo, e non soltanto degli interessi privati o privatistici ai quali gli stati sono ormai asserviti».

F. Mini, La guerra spiegata a…, Einaudi, Torino 2013, pp. 171, € 9,00.