Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
15/11/2013
Abstract
Il saggio di Ferrari, dopo un interessante inquadramento storico, ha voluto analizzare la concreta applicazione del diritto di libertà religiosa nel nostro Paese e le principali controversie che ne conseguono

Sono ormai tante le pubblicazioni specialistiche sul diritto ecclesiastico italiano e anche sulla sua storia, mentre sono meno numerosi i libri incentrati sulla libertà religiosa in quanto tale.

Alessandro Ferrari, presentando il suo saggio, ricorda come il percorso del diritto di libertà religiosa continui ancora oggi ad essere poco conosciuto e come di conseguenza coloro che, in questi anni, hanno animato il  dibattito pubblico raramente abbiano mostrato piena consapevolezza della dimensione giuridica dei problemi connessi all’esercizio di una libertà fondamentale e pienamente inserita nella Costituzione della Repubblica.

Libertà e diritti quindi sono stati spesso derubricati superficialmente come elementi di secondaria importanza, mentre invece da tempo le nuove identità religiose e un pluralismo sempre più evidente, avrebbero dovuto far prendere coscienza delle nuove sfide epocali e della necessità di altrettanti nuovi strumenti normativi.

Alessandro Ferrari è molto chiaro nel denunciare come «in un quadro segnato dalle omissioni della politica, gli interventi statali sui singoli settori appaiono disorganici, episodici, non espressione di una progetto coerente di libertà religiosa» (p. 114).

Una libertà ovviamente in stretto rapporto con la laicità costituzionale, ben diversa da certa laicità ideologica e anti-ecclesiastica di matrice ottocentesca, che viene intesa come «funzionale non già alla privatizzazione ma al pieno riconoscimento della dimensione pubblica del fattore religioso» (p. 123).

Il saggio prende le mosse da un inquadramento storico dove si coglie come tutta la serie di accomodamenti proposti al tempo della legislazione liberale mostrino in realtà l’assenza di un autentico sentimento antireligioso anche al tempo del Risorgimento e poi nei primi anni dell’Unità italiana.

È un’analisi che Ferrari conduce con un occhio particolarmente attento all’evoluzione della normativa, ma che poi si amplia ad altri aspetti più propriamente legati a scelte politiche, nei testi propriamente di diritto ecclesiastico sono spesso omessi. Pensiamo ad esempio quando viene ricordato Don Luigi Sturzo, esiliato e quindi sacrificato all’altare della realpolitik in previsione di un accordo tra Stato e Chiesa.

Al di là di questa premessa, spazio ben più ampio viene dedicato alla più recente applicazione dei principi di libertà religiosa e soprattutto come questa sia stata interpretata (e disattesa) in virtù della Costituzione del 1948.

Difatti, nel dopoguerra, e tanto più dopo gli avvenimenti del 2001, la libertà religiosa sarebbe stata osservata, piuttosto che nell’ottica della tutela delle coscienze individuali e collettive, semmai dal lato delle esigenze di sicurezza e di tutela identitaria degli Stati, «sempre più preoccupati per le derive del pluralismo» (p. 85). Un tutela per di più spesso caratterizzata da una gestione troppo “politica”, come si evince, ad esempio, in Italia dalla controversa esperienza della Carta dei valori: nel caso dell’Islam italiano, presenza che ha favorito l’emersione di contraddizioni in un sistema sospettoso di un effettivo pluralismo, si è trasformata da strumento di inclusione a strumento amministrativo funzionale all’esclusione di realtà religiose percepite come scomode e distanti dal sentire comune; e quindi col rischio concreto di riprodurre una sempre più marcata privatizzazione del fenomeno religioso, dando ragione a coloro che interpretano la laicità nel richiamato modo “ottocentesco”.

Alla fine Ferrari centra la questione: «il punto di partenza di questa grave situazione, la madre di tutte le omissioni è, senza dubbio, l’incapacità, a oltre ottant’anni dalla sua promulgazione e a più di sessanta dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, di sostituire la normativa sui culti ammessi con una legislazione organica sulla libertà religiosa effettivamente in grado di rispondere alle mutate esigenze sociali e alle ben più alte aspettative contemporanee in materia di tutela e promozione dei diritti fondamentali» (p. 96).

Abbiamo avuto semmai proprio di recente un tentativo di una politica ecclesiastica comunale sulla scorta della delibera della giunta milanese guidata da Giuliano Pisapia (n. 1444 del 6 luglio 2012), emanata con l’ambizione di affrontare la questione dei luoghi di culto mussulmani senza scorciatoie tali da occultare le identità religiose. Un primo passo, sicuramente tardivo e non ancora fatto proprio dallo Stato centrale, per applicare, dopo tanti anni, i dettati della nostra Costituzione.

Ferrari difatti conclude proprio citando ancora la cosiddetta “laicità costituzionale”, espressione dalla capacità di conciliare, a un tempo, tutela dalle scelte individuali e tutela delle esperienze collettive, ovvero «la sola capace ancora di fondare, giustificare e garantire un diritto di libertà religiosa capace ancora di misurarsi con l’altro, con la differenza radicale perché (ritenuta) non fondata su questo mondo» (p. 158).

A. Ferrari, La libertà religiosa in Italia. Un percorso incompiuto, Carocci, Roma 2013, pag. 176, € 20.