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Recensione
15/11/2013
Abstract
Wolfgang Behringher, accademico tedesco specialista della storia culturale della prima Età moderna, nel suo ultimo libro ha analizzato l’evoluzione dell’umanità da una prospettiva del tutto particolare: come il clima abbia influenzato lo sviluppo storico, politico e culturale dell’uomo.

Con un argomento come i mutamenti del clima e relativi effetti sulla vita dell’uomo era lecito aspettarsi un’introduzione che prendesse in considerazione le attuali diatribe sul riscaldamento globale, spesso innescate da ricerche condotte con crismi forse non del tutto scientifici e probabilmente condizionate da interessi poco confessabili. Ma al di là di un approccio qua e là anche polemico e legato a controversie recenti, Wolfang Behringher, l’autore della “Storia culturale del clima”,  rimane innanzitutto uno storico e come tale con la sua opera ha voluto raccontare il clima del pianeta Terra dalle origini fino ai giorni nostri.

Libro quindi di storia, ed in particolare di storia culturale, ma che, visto l’argomento, non ha potuto non prendere le mosse da tutta una serie di elementi più propriamente scientifici. Innanzitutto l’autore ha affrontato i meccanismi dei mutamenti climatici naturali e il nodo delle conoscenze sull’evoluzione del clima, e quindi i carotaggi, i diari meteorologici e via dicendo. Poi ha tracciato l’evoluzione del paleoclima dall’origine del nostro pianeta fino alla conclusione dell’epoca geologica attuale. Al termine di questa lunga premessa la trattazione di Behringher, con un andamento cronologico, è entrata nel vivo dell’analisi preistorica e storica legata al clima: dall’Homo sapiens sapiens fino al periodo interglaciale del Basso Medioevo. Dal terzo capitolo in poi leggiamo di tutti quegli elementi che annunciarono la cosiddetta Piccola era glaciale e le sue conseguenze culturali, dalla ricerca dei capri espiatori (ad esempio la caccia alle streghe) fino ad un adattamento pragmatico alla crisi ed infine al suo superamento grazie ai primi tentativi di industrializzazione e di razionalizzazione applicata al vivere civile.

Le argomentazioni di Behringher, seppur non inedite, mostrano un esplicito disaccordo con i cosiddetti storici sociali, secondo i quali il “sociale” andrebbe spiegato soltanto col “sociale”. In questo senso l’influenza capitale del clima e quindi delle catastrofi naturali sull’uomo, sulla sua cultura e sulla solidità delle istituzioni umane, viene dimostrato con innumerevoli esempi, con uno sguardo che tra l’altro va ben oltre l’Europa ed abbraccia tutti i continenti. Pensiamo sempre alla Piccola era glaciale, in particolare alla Gran Bretagna negli anni poco prima l’arrivo della Peste nera. Mentre il calo dei contadini di quel periodo dalla storiografia sociale viene fatto risalire alla loro cacciata dagli appezzamenti da parte degli allevatori capitalisti, lo storico del clima vi vede semmai una sequenza inversa: l’allevamento degli ovini e la conseguente diminuzione dei contadini sarebbe stata conseguenza della mancanza di uomini e dell’infertilità dei terreni. Sempre grazie a questa analisi causa effetto si ricorda come lo storico Erik Midelfort sia giunto alla conclusione che una delle radici della Guerra dei Trent’anni vada ricercata nella pazzia di alcuni sovrani del tempo, la quale a sua volta dipese dagli effetti psicologici della Piccola era glaciale (la malinconia come malattia sintomatica del tempo). Viene descritta l’Europa della prima età moderna caratterizzata dall’incertezza e dal disordine proprio come gli attuali paesi sottosviluppati. Una situazione drammatica che però negli anni fu progressivamente mitigata da una reazione culturale: «Nel momento in cui si cominciò ad affrontare il mutamento climatico in maniera più razionale, ponendo un argine alla creazione di capri espiatori, divenne più facile trovare con le proprie forze una via d’uscita dalla valle di lacrime. Ragione fu la parola chiave con cui ci si liberò dell’economia dei peccati e dalle fissazioni religiose pre-moderne, riuscendo così ad adeguarsi alle condizioni di vita della Piccola era glaciale» (p. 198). L’analisi di Behringher dei mutamenti istituzionali delle società umane, tra l’altro, prende in seria considerazione la lezione del sociologo Norbert Elias riguardo l’autodisciplina e l’interiorizzazione dei valori nuovi, ma sostanzialmente va oltre: «Tra i motivi che possono spiegare il mutamento volontario del modo di comportarsi c’è anche il fatto che queste società di credenti reagivano alle catastrofi naturali sviluppando un forte senso del peccato […] Il bisogno di sicurezza e ordine portò a tentativi di regolamentazione in ambiti della vita sempre nuovi» (p. 200).

Altro momento storico, tra i tanti, preso in esame e reinterpretato rispetto il classico approccio sociologico lo troviamo alcuni secoli dopo. Tra il 10 e l’11 aprile 1815 avvenne l’esplosione del vulcano Tambora, classificata la più forte degli ultimi diecimila anni, tale da provocare un abbassamento della temperatura in tutto il globo di circa 3°-4 °.  Le conseguenze, ovvero le carestie e le crisi alimentari, se in Europa e negli Stati Uniti furono affrontate in maniera tecnocratica-burocratica, è altrettanto vero che nei territori tedeschi governi e amministrazioni si mantennero a debita distanza dagli affamati e, se necessario, ricorsero alla forza militare per arginare disordini e violenze. Da qui le considerazioni dello studioso: «Sarebbe opportuno riesaminare il fenomeno del pauperismo preindustriale dal punto di vista della storia climatica, poiché si potrebbe mostrare che a preparare il terreno alla nascita di uno strato inferiore alla borghesia ma non contadino fu, non da ultimo, un ciclo di carestie indotto da fattori climatici» (p. 221).

Il percorso di Behringher, lungo racconto che quindi mette in rapporto il cambiamento del clima e la risposta culturale dell’uomo al mutare delle temperature, segue una progressiva linea temporale fino ai giorni nostri, praticamente una lunga marcia dall’australopiteco al petroliere George Bush Jr., così poco interessato alle istanze degli ambientalisti (e qui alcuni maligni vi hanno letto un’evidente continuità tra le scimmie antropomorfe e l’uomo propriamente detto), dalle antiche divinità che avrebbero dovuto proteggere dalle catastrofi naturali allo scottante – proprio il caso di dirlo – problema del riscaldamento globale.

Behringher, evidentemente a suo agio nel ruolo di storico che ha studiato in profondità le reazioni umane al cambiamento climatico, conclude la sua trattazione con delle affermazioni che rappresentano forse il passaggio del libro più discutibile e più esposto alle critiche. Dopo aver constatato come coloro che si fronteggiano riguardo i problemi del “global warming” nel nostro “Antropocene”, ovvero gli scienziati prezzolati dai governi e dalle multinazionali e poi gli ambientalisti condizionati da un ottuso politically correct, alla fin fine non la raccontino giusta, il nostro storico del clima mostra un ottimismo che non troverà tutti d’accordo: «Gli uomini non sono come gli animali, che devono subire passivamente ogni trasformazione del loro mondo e nella storia recente il mutamento climatico ha avuto anche conseguenze positive. Se quello attuale dovesse rivelarsi di lunga durata – e così sembra al momento – non c’è che una cosa da fare: stare calmi. Il mondo non andrà a fondo. Se farà più caldo ci prepareremo. Un classico adagio latino dice: Tempura mutantur, et nos mutamur in illis. I tempi cambiano, e noi con loro» (p. 289).

Wolfgang Behringher, è docente di Storia presso l’Università del Saarland, a Saarbrücken in Germania, dove dirige il Centro per gli Studi Storici Europei. Specialista della storia culturale della prima Età moderna, Behringer ha al suo attivo numerose pubblicazioni, molte delle quali tradotte in inglese. In italiano è stato pubblicato “Le streghe” (2008).

W. Behringher, Storia culturale del clima. Dall’era glaciale al Riscaldamento globale,Bollati Boringhieri, Torino 2013, pp. 352, € 26,00.