Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
15/11/2013
Abstract
Il saggio di Vezio De Lucia racconta storie e cronache degli ultimi sessant’anni sui torbidi interessi speculativi che hanno cementificato le città italiane, rovinando i paesaggi e condizionando una politica che fino ad ora non è riuscita a fermare questa ormai decennale tendenza distruttiva.

“Nella città dolente” non è il primo libro che racconta gli scempi perpetrati ai danni delle nostre città e di conseguenza alla stessa disciplina dell’urbanistica. Ricordiamo ad esempio Paolo Berdini col suo “Breve storia dell’abuso edilizio”, oppure Ferruccio Sansa curatore di “La colata. Il partito del cemento”. Il saggio di Vezio De Lucia, memore della lezione di Antonio Cederna e del tutto in sintonia con quanto scrive da tempo Salvatore Settis, ha proposto un’interpretazione che va oltre i singoli e frequentissimi episodi di malapolitica: a partire dalla vicenda dell’onorevole democristiano Fiorentino Sullo («nel 1963 la defenestrazione scatenò un assalto al territorio mai visto prima. In cinquant’anni sono stati sfigurati cinque millenni di civiltà insediativa» – p. 25), dunque la constatazione di come chi si sia occupato di urbanistica in maniera indipendente, impermeabile ad altri interessi che non fossero la difesa del territorio e del vivere civile, poi abbia visto la propria carriera politica pesantemente compromessa. Le vittime illustri, tra le tante, sarebbero quindi lo stesso Sullo e poi Achille Occhetto, che si oppose a speculazioni nell’area fiorentina, ed ancora più recentemente Renato Soru che, col suo piano paesaggistico della Sardegna, avrebbe ostacolato un’ulteriore cementificazione dell’isola. Coerente e molto politica l’affermazione conseguente contenuta nel capitolo “Gli anni ottanta non finiscono mai”: «Mani Pulite – termine poi sostituito da Tangentopoli – se dimostra in generale l’intreccio inestricabile fra la corruzione e il capitalismo neoliberista, dimostra soprattutto quanto l’affarismo urbanistico contribuisca ad alimentare il sistema politico-malavitoso» (p. 164).

Un libro, questo di Vezio De Lucia, che è quindi in qualche modo sia pamphlet che storia della legislazione urbanistica a partire dalla legge del 1942 allo scorporo ope legis del diritto di edificare dal diritto di proprietà, dalla sentenza della Consulta n. 55 del 1968 alla legge Bucalossi (n.10) del 1977,  per proseguire con i condoni edilizi del 1985, governo Craxi, del 1994, primo governo Berlusconi, del 2003, secondo governo Berlusconi, «fino al piano casa del 2009 che è una sorta di condono preventivo e generalizzato» (p. 11): due aspetti che difficilmente si possono scindere, tanto più se l’intento dell’autore è anche quello di proporre cosa fare da subito in Italia per impedire un ulteriore scempio di territorio e di verità (è chiaro che per De Lucia lo stop al consumo del suolo non vuol dire affatto sviluppo zero). Scempio di verità nel senso che a partire dal dopoguerra, ma soprattutto dagli anni Novanta, la speculazione, le grandi opere inutili e il disinteresse per la materia urbanistica, secondo De Lucia, avrebbero trovato giustificazione in una pervasiva propaganda con parole d’ordine come “crescita e sviluppo”. Ed anche “libertà” se pensiamo al piano casa e del quale ancora ricordiamo il “padroni in casa propria”. Per passare poi al progetto bipartisan firmato Maurizio Lupi, abortito per un soffio, dove si prevedeva «la cancellazione del principio stesso del governo pubblico del territorio. Gli atti cosiddetti autoritativi, vale a dire quelli propri del potere pubblico, si proponeva di sostituirli con atti negoziali nei quali l’interesse collettivo è solo uno degli attori, alla pari con gli altri interessi in gioco, per primi quelli immobiliari. Altri inaccettabili contenuti della proposta erano l’insensata incentivazione del consumo del suolo, la cancellazione degli standard urbanistici e i limiti posti alla tutela nell’ambito della pianificazione a scala locale» (p. 167). Coerente la giustificazione che diede il ministro Sandro Bondi, in occasione di un congresso di architetti, in merito a questa politica di deregulation, ricordata e stigmatizzata dall’autore: «Le città d’arte furono costruite senza legge urbanistica, leggi che una volta introdotte hanno saputo produrre solo bruttezza e squallore nelle nostre città» (p. 12). Affermazioni forti che evidentemente volevano presentare il cosiddetto piano casa e il progetto Lupi come una sorta di medicina a base di cemento.

De Lucia, in questa sua analisi, in parte giuridica, in parte sociale e sempre con toni di forte polemica civile, ne ha un po’ per tutti. Non ne sono immuni gli stessi ambientalisti: «L’ambientalismo italiano nasce antinucleare, attento alle questioni ecologiche e climatiche ma anche poco interessato ai problemi specifici dell’ordinato assetto del territorio» (p. 137).

L’opera inoltre ricorda, ad esempio in “Capitale corrotta nazione infetta” alcuni momenti della cronaca politica romana e nazionale che qualche anno fa e più recentemente hanno sollevato molte polemiche, poi puntualmente dimenticate. Mi riferisco alla Società generale immobiliare (secondo Cederna una piovra dai mille tentacoli”) e alla stimabile figura di Storoni, assessore a Roma nel 1953: «era un galantuomo liberale, collaboratore de Il Mondo, che cercò di ridurre lo strapotere della rendita fondiaria attraverso strumenti fiscali e la moralizzazione degli uffici» (p. 51).

Ed inoltre in “Padroni in casa propria” gli effetti deleteri determinati dalle cosiddette compensazioni, sempre e comunque colate di cemento, tra i quali il caso di Tor Marancia appare tra i più clamorosi. Eccellente anche la pagina dedicata al Tav, o meglio al sistema italiano del Tav che, senza implicazioni ideologiche e basandosi su chiari dati di fatto (ottimamente raccontati nel recente “Binario morto” di De Benedetti e Rastello), ridimensiona tutte le affermazioni sulla inevitabilità e indispensabilità di un progetto che si invece prospetta costosissimo in termini economici e di consumo del territorio.

Una visione del governo del territorio, quella di Vezio De Lucia, che, malgrado le pagine polemiche e il piglio proprio di un pamphlet, appare come tutt’altro che passatista ed anzi lungimirante nel voler frenare lo sfruttamento insensato del nostro paesaggio e tutto quanto in questi anni ha spiazzato gli investimenti produttivi, quelli realmente necessari, a favore delle rendite di pochi.

V. De Lucia, Nella città dolente. Mezzo secolo di scempi, condoni e signori del cemento. Dalla sconfitta di Fiorentino Sullo a Silvio Berlusconi, Castelvecchi, Roma 2013, pag. 230, € 19.