Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
01/07/2013
Abstract
Il saggio di Ferrari, dopo un breve inquadramento storico, analizza la concreta applicazione del diritto di libertà religiosa in Italia e le principali controversie che ne conseguono

Sono parecchie le pubblicazioni specialistiche riguardanti il diritto ecclesiastico italiano e la sua storia; mentre sono meno numerosi i libri incentrati sulla libertà religiosa in quanto tale.

In questo senso, è lo stesso Ferrari, presentando il suo saggio, a ricordare che il percorso del diritto di libertà religiosa continui ancora oggi ad essere poco conosciuto e che, di conseguenza, coloro che in questi anni animano il dibattito pubblico raramente hanno mostrato piena consapevolezza della dimensione giuridica dei problemi connessi all’esercizio di una libertà fondamentale e pienamente inserita nella Costituzione della Repubblica.

Alessandro Ferrari è molto chiaro nel denunciare come «in un quadro segnato dalle omissioni della politica, gli interventi statali sui singoli settori appaiono disorganici, episodici, non espressione di una progetto coerente di libertà religiosa» (p. 114). Si tratta di una libertà in stretto rapporto con la laicità costituzionale, diversa da certa laicità ideologica e antiecclesiastica di matrice ottocentesca, che viene intesa come «funzionale non già alla privatizzazione ma al pieno riconoscimento della dimensione pubblica del fattore religioso» (p. 123).

Il saggio prende le mosse da un inquadramento storico nel quale si coglie come tutta la serie di accomodamenti proposti al tempo della legislazione liberale mostrino in realtà l’assenza di un autentico sentimento antireligioso anche al tempo del Risorgimento e poi nei primi anni dell’Unità italiana. Ferrari conduce tale analisi con un occhio particolarmente attento all’evoluzione della normativa, allargando poi la visuale verso altri aspetti legati a scelte politiche che, nei testi propriamente di diritto ecclesiastico, sono spesso omessi: si pensi, ad esempio, quando viene ricordato don Luigi Sturzo, esiliato e sacrificato sull’altare della Realpolitik in previsione di un accordo tra Stato e Chiesa.

L’autore dedica poi ampio spazio alla più recente applicazione dei principi di libertà religiosa e alle sue interpretazioni (e disattese) in virtù della Costituzione del 1948. Nel secondo dopoguerra, infatti, e tanto più dopo gli avvenimenti del 2001, la libertà religiosa sarebbe stata osservata, piuttosto che nell’ottica della tutela delle coscienze individuali e collettive, semmai dal lato delle esigenze di sicurezza e di tutela identitaria degli Stati, «sempre più preoccupati per le derive del pluralismo» (p. 85): un tutela spesso caratterizzata da una gestione troppo “politica”, come si evince, ad esempio, in Italia dalla controversa esperienza della Carta dei valori. Nel caso dell’Islam italiano - presenza che ha favorito l’emersione di contraddizioni in un sistema sospettoso di un effettivo pluralismo - la Carta si è trasformata da strumento di inclusione a strumento amministrativo funzionale all’esclusione di realtà religiose percepite come scomode e distanti dal sentire comune, col rischio concreto di riprodurre una sempre più marcata privatizzazione del fenomeno religioso, dando ragione a coloro che interpretano la laicità nel citato modo “ottocentesco”.

Alla fine Ferrari tocca il punto dolente : «il punto di partenza di questa grave situazione, la madre di tutte le omissioni è, senza dubbio, l’incapacità, a oltre ottant’anni dalla sua promulgazione e a più di sessanta dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, di sostituire la normativa sui culti ammessi con una legislazione organica sulla libertà religiosa effettivamente in grado di rispondere alle mutate esigenze sociali e alle ben più alte aspettative contemporanee in materia di tutela e promozione dei diritti fondamentali» (p. 96).

Abbiamo avuto semmai proprio di recente un tentativo di una politica ecclesiastica comunale sulla scorta della delibera della giunta milanese guidata da Giuliano Pisapia (n. 1444 del 6 luglio 2012), emanata con l’ambizione di affrontare la questione dei luoghi di culto musulmani senza scorciatoie tali da occultare le identità religiose. Un primo passo, sicuramente tardivo e non ancora fatto proprio dallo Stato centrale, per applicare, dopo tanti anni, i dettati della nostra Costituzione.

Ferrari conclude citando la “laicità costituzionale”, espressione dalla capacità di conciliare, a un tempo, tutela dalle scelte individuali e tutela delle esperienze collettive, ovvero «la sola capace ancora di fondare, giustificare e garantire un diritto di libertà religiosa capace ancora di misurarsi con l’altro, con la differenza radicale perché (ritenuta) non fondata su questo mondo» (p. 158).

Alessandro Ferrari è professore associato di Diritto canonico e Diritto ecclesiastico presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi dell’Insubria (Como-Varese). È associato al gruppo “Sociologie des Religions et de la laïcité” (Cnrs-EPHE Veme séction, Paris) e al Centre for Law and Religion della Cardiff Law School. I suoi interessi di ricerca riguardano i rapporti tra diritto e religione in Italia e in Europa occidentale, e il principio giuridico di laicità e gli aspetti giuridici della presenza musulmana in Europa. È responsabile del progetto di ricerca Religion in the School - a Comparative View on Legal and Societal Aspects of Religious Education in the Compulsory School, presentato dall’Istituto di Diritto Comparato delle Religioni della Facoltà teologica di Lugano al Programma Nazionale di Ricerca in cooperazione con l’Università di Ginevra e l’Università della Svizzera Italiana.

A. Ferrari, La libertà religiosa in Italia. Un percorso incompiuto, Carocci, Roma 2013, pp. 176, € 20.