Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

DOCUMENTI
RECENSIONI
INTERVISTE
ARCHIVIO
FORUM
Recensione
01/07/2013
Abstract
Paolo Pombeni ha analizzato i diversi momenti dell’impegno politico di Giuseppe Dossetti, dall’esperienza della Resistenza, passando per la Commissione dei 75, fino al ritorno negli anni Novanta con i circoli in difesa della Costituzione.

Tra le iniziative editoriali che stanno caratterizzando il centenario della nascita di Giuseppe Dossetti, il saggio di Giuseppe Pombeni, col suo taglio accademico e nel contempo di facile lettura, mi pare abbia raggiunto il suo scopo di inquadrare storicamente una “presenza anomala” nella vita politica italiana, «fornendo una guida di lettura per avvenimenti che nel corso del tempo sono troppo spesso diventati un qualcosa di mezzo tra mito e una cosiddetta leggenda metropolitana» (pag 14). Leggende tanto più incentivate dalle interessate polemiche politiche, che si sono più volte manifestate dalla metà degli anni Novanta, sull’esistenza di un presunto cattocomunismo adesso sgominato da un fantomatico liberalismo che avrebbe riportato il Paese ad un nuovo “miracolo italiano”.

Pombeni difatti ricorda non soltanto i contrasti tra Dossetti e Gasperi sul ruolo del partito e del governo, ma anche quanto le idee di Dossetti siano state equivocate, forse con grandi dosi di malizia e, senza nascondere i limiti della sua visione politica, più volte torna a ristabilire una verità storica tanto evidente quanto distorta: «Dossetti, secondo una vulgata che oggi ha un certo corso, viene rappresentato come un cattolico incline al comunismo. Questa è semplicemente una sciocchezza […] il leader dei cosiddetti professorini ebbe sempre grande attenzione e rispetto verso alcuni movimenti in cui si incarnava quell’ideologia, ma che la ritenne in quanto tale errata e senza altra verità che una testimonianza distorta della percezione delle fratture epocali e una mistica dell’impegno e del sacrificio di sé per la causa, mistica che gli pareva derivare, secondo una nota definizione di Maritain, da una sorta di eresia cristiana. Quando vi fu la rottura del governo tripartito, Dossetti non ebbe esitazioni ad attribuirne la responsabilità alle ambiguità politiche di PCI e PS» (p. 53).

Pombeni ha voluto inoltre demistificare il presunto integralismo del pensiero politico di Dossetti, anche  citando una lettera a Piccioni del febbraio 1948: il suo contrasto con i comitati civici (in questo senso l’anticonfessionalismo lo avvicinava al grande rivale De Gasperi) era motivato dalla contrarietà di un’azione politica cattolica tutta incentrata sul fare muro a qualsiasi costo e senza andare troppo per il sottile contro l’espansione del comunismo, tale da costringere così il partito democratico cristiano a frenare le proprie potenzialità riformatrici ed imbalsamarsi nelle alleanze a destra.

Dossetti, ricorda ancora Pombeni, riteneva che da un lato proprio il timore della vittoria comunista, a cui solo la DC poteva fare da argine, impedisse alle forze reazionarie di mettersi di traverso alla sua egemonia e che dall’altro lato una coraggiosa politica di riforme avrebbe definitivamente rafforzato il partito liberandolo dall’esigenza dell’alleanza con i conservatori, indebolendo così definitivamente le forze della sinistra marxista.

Questa posizione, forse facile ad essere equivocata, fu oggetto di un famoso articolo di Giulio Andreotti pubblicato sul Popolo del 14 giugno 1949, che Pombeni non esita a definire “velenoso”, e che non a caso si intitolò “Un certo integralismo”.

Nelle pagine successive del saggio, l’autore, in linea con quanto ha scritto recentemente Stefano Ceccanti e quasi per dimostrare che questo libro non è affatto un quadretto agiografico, ammette che esiste una pesante debolezza nel pensiero politico dossettiano: un antiliberalismo decisamente radicale, tale da identificarlo con la necessaria e assoluta opposizione al mondo capitalista. Un giudizio, o meglio pregiudizio, inteso come frutto di qualcosa di inconscio, non soltanto di un’analisi razionale, e probabilmente come retaggio di una tradizione cattolica più orecchiata che assorbita. In fondo lo stesso Dossetti aveva ammesso in più occasioni di non aver fatto un percorso di formazione sistematica sul terreno della politica.

Ma nonostante questa mancanza di studi sistematici, e pur constatando alcune contraddizioni nel suo pensiero, il libro efficacemente mostra la singolarità del percorso di Dossetti, segnato dal tema della “riforma”, anche quando da sacerdote partecipò ai lavori del Concilio Vaticano II collaborando col cardinale Lercaro e trasformando il Regolamento dei lavori del Concilio, sottraendolo al controllo della Curia Romana.

Questo percorso riformatore in politica, come sappiamo, non si concluse con il sacerdozio ma proseguì col suo ritorno negli anni Novanta a difendere i fondamenti della Costituzione da quanti erano intenzionati a stravolgerli con argomenti populistici per ottenere un contingente successo elettorale.

Anche di questa ultima fase di vita viene dato conto ma sempre ricordando che in fondo Dossetti voleva essere innanzitutto un riformatore religioso e cristiano «perché aveva inteso che la riforma nascesse dall’indagine del mistero di Dio nella storia e implicasse il cambiamento interiore dell’uomo […] Una forma complessiva, che univa l’intelletto e l’intuizione, la sfera privata e quella pubblica, il religioso e il sociale, la propria piccola koinè e il più vasto spazio pubblico, nazionale e del mondo» (p. 195).

Giuseppe Pombeni insegna Storia comparata dei sistemi politici europei nell’Università di Bologna. Tra i suoi libri per il Mulino: «Il gruppo dossettiano e la fondazione della democrazia italiana» (1979), «Il primo De Gasperi» (2007), «La ragione e la passione» (2010), «Introduzione alla storia contemporanea» (2012).

P. Pombeni, Giuseppe Dossetti. L’avventura politica di un riformatore cristiano, Il Mulino, Bologna 2013, pp. 202, Euro 18