Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

DOCUMENTI
RECENSIONI
INTERVISTE
ARCHIVIO
FORUM
Recensione
14/03/2013
Abstract
Con questo suo saggio, al quale è stato assegnato il Premio Viareggio nel 2003, Settis ha voluto reagire al tentativo in atto di svendere il patrimonio culturale pubblico italiano. La sua riflessione si è concentrata sulle caratteristiche di tutela che legano il patrimonio al territorio ed alla storia italiana.

«Italia S.p.A. Assalto al patrimonio culturale» è opera probabilmente nata sulla scorta di un’emergenza, in particolare dalla necessità di rispondere al tentativo del governo di allora di svendere letteralmente il patrimonio culturale pubblico, di ridurre il livello della tutela e di privatizzare i musei. Salvatore Settis ha quindi dovuto evidenziare come il sistema di gestione e tutela italiano, fino a pochi decenni fa all’avanguardia, sia stato progressivamente delegittimato e smantellato ad opera di ministri, nella migliore delle ipotesi incompetenti, «fossero di centro sinistra o di centro destra», che «si sono industriati ad allargare la presenza dei privati a scapito della pubblica amministrazione, fino a prefigurare la totale alienabilità del patrimonio culturale» (p. 5). In altri termini come una mal compresa idea aziendalista della cosa pubblica abbia rischiato e rischi tutt’ora di fare danni irrimediabili. Scrivo “rischi” al presente perché nonostante la prima edizione del libro di Settis risalga al 2003, certo approccio che potrei chiamare appunto“economicista” pare sia rimasto intatto fino ai giorni nostri. Un’idea distorta del nostro patrimonio culturale che rende il saggio di Settis ancora attuale, nonostante dal lato normativo qualcosa sia poi stato riconsiderato e gran parte degli stravolgimenti temuti siano stati frenati dall’attivismo di associazioni e società civile. Ma rimane  un dato di fatto: sia ad opera della nostra classe politica, evidentemente poco interessata a farsi carico dei problemi culturali della nostra Italia, sia su suggerimento di economisti che considerano la loro materia come unico parametro di giudizio e non hanno idea di quanto danno possa causare alla stessa economia un’Italia depauperata dei suoi tesori artistici, in questi anni sono stati ideati progetti potenzialmente devastanti per la sorte del patrimonio culturale pubblico; magari facendo riferimento ad una normativa straniera, spesso spacciata come parametro di efficienza ma che invece ha mostrato da tempo i suoi gravi limiti.

«Italia S.p.A.» evidenzia, inoltre, come la politica abbia dato il peggio di sé allargando la presenza dei privati «a scapito della pubblica amministrazione, fino a prefigurare la totale alienabilità del patrimonio culturale» (p. 21). Magari con l’intento di recuperare in gran fretta delle risorse finanziarie, appunto svendendo, per poi impiegarle nella cementificazione del territorio in virtù di sistemi contrattuali a dir poco opachi e forieri di debito pubblico. Oltretutto gran parte delle argomentazioni di Settis sono dedicate a sbugiardare il luogo comune che vede il modello americano applicabile alla situazione italiana: «Quelli americani non sono musei pubblici a gestione privata, bensì musei totalmente privati, sia per proprietà che gestione, anche se naturalmente aperti al pubblico» (p. 88). Al contrario il “modello Italia” di gestione e tutela del patrimonio culturale implica una concezione intesa come un insieme organico strettamente legato al territorio, l’idea che il patrimonio nel suo complesso sia un elemento portante della stessa società civile e dell’identità civica, con la conseguente necessità di applicare norme di tutela anche a quanto resta in mani private. Mentre nelle realtà anglosassoni questo non accade, oltretutto col rischio che importanti opere e monumenti siano dispersi e distrutti senza che lo Stato alzi un dito (e qui Settis ci ricorda alcuni dei disastri avvenuti tra gli USA e la Gran Bretagna) un sistema che gli stessi americani riconoscono carente.

In Italia, invece di migliorare un sistema che comunque aveva e ha dei meriti, hanno pensato, ad esempio con l’istituzione di Patrimonio S.p.A., di stravolgere tutto ed avviarsi verso una strada che appare in aperta contraddizione con secoli di cultura istituzione e civile italiana: eliminare di fatto, almeno in linea di principio, ogni distinzione tra patrimonio immobiliare e patrimonio culturale, proprio come si è voluta eliminare quella fra patrimonio disponibile, patrimonio indisponibile e demanio.

Appare particolarmente interessante la replica di Settis alle dichiarazioni di Giulio Tremonti, nel 2003 ministro dell’Economia, riguardo le dismissioni del patrimonio culturale. Questi così scriveva: «Le ipotesi demoniache che sono state configurate sono tutte giuridicamente impossibili. Oltre alla legge tutto incontra un limite fondamentale nella moralità di chi governa, e su questo non sono disposto ad accettare discussioni».

Inevitabile la risposta a tono: «Il punto interessante è che, se si deve invocare la moralità di chi governa, la legge evidentemente non basta (e infatti, come si è visto, e come si evince anche dalla lettera del Capo dello Stato, si presta a numerosi equivoci)» (p. 140).

Se questa ipotesi di sistema che ha fatto parlare di «Italia S.p.A.» doveva reggersi sulla morale di chi ci governa, col senno di poi ci rendiamo conto cosa abbiamo rischiato e cosa ancora rischiamo.

In questo senso si capisce perché il libro di Settis, oltre a mostrare una particolare competenza ed erudizione, è stato presentato da Cesare Garboli come opera che «va oltre la letteratura, oltre la storia dell’arte, investe la politica, investe i problemi di oggi, investe la politica, i problemi di oggi»: in altre parole, proprio come nel più recente «Paesaggio, costituzione, cemento», un libro che diventa a tutti gli effetti una guida alla resistenza civile.

Salvatore Settis ha pubblicato La tempesta interpretata. Giorgione, i committenti, il soggetto (1978 e 2005), La colonna Traiana (1988), Futuro del «classico» (2004), Iconografia dell'arte italiana 1100-1500: una linea (2005), Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI (2008) e Artisti e committenti fra Quattro e Cinquecento (2010). Dopo aver diretto il Getty Research Institute for the History of Art di Los Angeles (1994-99), è tornato a insegnare Storia dell'arte e dell'archeologia classica alla Scuola Normale Superiore di Pisa, di cui è stato direttore. Accademico dei Lincei, delle Accademie delle Scienze di Berlino, Monaco e Torino, dell'Accademia Reale del Belgio e dell'American Academy of Arts and Sciences. Nel 2006 è stato nominato dalla Commissione Europea fra i membri fondatori del Consiglio Europeo delle Ricerche (ERC), dal 2008 è presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Con Claudio Gallazzi e Bärbel Kramer ha curato l’ edizione del Papiro di Artemidoro (LED, 2008).

 

S. Settis, Italia S.p.A. L'assalto del patrimonio culturale, Torino 2007, Einaudi, pp. 149, € 14.